Pagine con piu’ scopi in php

Pagine con piu’ scopi, ovvero pagine che possono decidere cosa mostrare in base a una o piu’ condizioni. La lettura del bel libro di Kevin Yank e’ stata illuminante…

Vediamo un esempio:

<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.0 Strict//EN" "http://www.w3.org/TR/xhtml1/DTD/xhtml1-strict.dtd">
<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml">
<head>
<title>Sample Page</title>
<meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=iso-8859-1" />
</head>
<body>

<?php if (!isset($_GET['name'])): ?>

  <!-- Nessun nome assegnato, per cui viene richiesto all'utente -->

  <form action="<?php echo $_SERVER['PHP_SELF']; ?>" method="get">
  <label>Please enter your name: <input type="text" name="name" /></label>
  <input type="submit" value="GO" />
  </form>

<?php else: ?>

  <p>Your name: <?php echo $_GET['name']; ?></p>

  <p>This paragraph contains a <a href="newpage.php?name=<?php echo urlencode($_GET['name']); ?>">link</a> that passes the name variable on to the next document.</p>

<?php endif; ?>

</body>
</html>

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Credere di essere

Simone Weil nei Quaderni: “Il nostro peccato consiste nel voler essere, e il nostro castigo è credere di essere. L’espiazione sta nel non voler più essere; la salvezza nel vedere che non siamo”.

In qualche modo, questa è un’annotazione decisiva. In altri termini: questa frase, nella sua icasticità, tocca un punto che è realmente importante. Gira attorno all’inesprimibile, delimitandone i bordi.

Ventisei di febbraio

Troppe cose da fare davanti allo schermo e tutte, in fondo, inutili. La vita vista dal pc è un complesso di percorsi e traiettorie sbilenche per strade che non portano a null’altro che a perdersi. Il che, poi, è il fine segreto dell’essere in rete.
Sono sempre combattuto circa il taglio da dare a una navigazione serale. La strada numero uno porta alla tranquillità quasi orientale del perl, il rifugio di sempre, l’estasi del codice. La seconda, si dipana tra paesi in rivolta e ordinari orrori italiani. Via di mezzo, se mai è possibile. E due righe sul blog, perchè no? Tanto per bilanciare con un post che non venga dal buio le tante parole sconnesse di questi mesi spezzati.
Sono io anche nelle mani indurite dall’impastare il pane e la focaccia per il pranzo e la cena. E vale la pena essere qui a portare una tartaruga dal veterinario, pesare un bambino e scoprire che sì, pesa ancora 24 chili e quindi è ancora, per un po’ almeno, piccolo. C’è l’abbraccio al mattino che profuma di emozione per una giornata da grandi e la riscoperta di un brandello di sonno. E persino qualche sogno tra gli incubi. C’è il mio corpo indurito, invecchiato, al quale rifilo una pacca bonaria e complice. E un desiderio feroce di sostare in attimi quieti, in una morbidezza inconsapevole, in una zona grigia. Perchè forse è il grigio il colore decisivo. Il piu’ comune, si dice, e invece il più raro.

Camminare con le forbici in mano

Questo post non è un vero post. Cioè, non lo scrivo perchè ho qualcosa da scrivere. Questo post prende vita perchè il titolo è la frase che qualcuno ha cercato su Google, e quel qualcuno che ignoro chi sia (forse l’ignoto russo che ogni tanto compare nei log?) è arrivato a un mio post precedente.
Magia delle metriche web. Che quando le consulti, trovi sempre che ti raccontano una storia. Un mozzicone di storia. Le ricerche notturne di qualcuno che ha sognato di camminare con le forbici in mano. E quel qualcuno si è trovato in mezzo ai radi e confusi pensieri di un quarantenne che come tutti si dibatte tra luce e ombra. Più spesso, Dio volendo, nella penombra. Quell’area grigia in cui scompaiono le parole, e si rimane con un giornale in mano, o una tazza di latte, o una birra e una pizza, a pensare come si cucina la pasta con le zucchine, o a che tempo farà domani. Mi piace pensare che quel qualcuno mi abbia mandato amabilmente a quel paese.

Senza motivo e in sostanza sfumato

Un post senza motivo, sfumato come ciò che vedo tra la nebbia del mio occhio destro rigato. Un post per non lasciare bianca la pagina troppo a lungo. Perchè la parola consola. Perchè in lei puoi adagiarti e trovare un baricentro , provvisorio e momentaneo. E puoi tornare camminare e parlare, oppure tacere, ma con un ronzio di lettere che ancora ti frulla sulla punta delle dita.

Arrivano i giorni della merla. Non so se arriverà la neve, la vorrei. Mi ficco nelle orecchie rumori di pioggia e di onde, di uccelli e di vento. Tutto artificiale, serve per dormire, rilassarsi. Anche questa è modernità. Ascoltare la pioggia, ma con l’ipod.
Ricordo vagamente il finale di un film di Bergman, con l’immagine del corpo del protagonista che gradualmente si sgrana, fino a che diventa rumore di fondo, pixel indistinguibile. La mia vista soffusa a metà soffoca gradualmente i contorni delle cose. Le ultime parole che mi tengo nella mente quando spengo la luce sono di Lorca, e sono belle. Le tengo a fuoco dietro le palpebre abbassate, mi ci distendo.