Mentre cadevo a terra, dopo aver inciampato come un idiota contro la zampa di un dondolo, ho pensato di non voler cadere. Ho chiesto al mio corpo di non cadere, ma la gravità è più forte del nostro pensiero, a giudicare dalle escoriazioni. Ho pensato un mucchio di cose, mentre scivolavo. Bergson non aveva tutti i torti dopotutto. Ho notato che la scarpa destra aveva un piccolo buco, che la cancellata ha bisogno di una mano di vernice perchè sta affiorando la ruggine; che se proprio si deve cadere, di spalla è meglio. E poi, un raggio di sole mi ha impedito di spalancare bene gli occhi, e sotto le palpebre semiabbassate ho avvertito una sensazione di caldo.
I classici cinque minuti
Ogni tanto capita di trovare i cinque minuti in cui infilare quattro parole a caso, da buttare lì sulla tastiera. Perchè il vetro davanti agli occhi restituisce le montagne con chiazze di sole. Perchè le nuvole sono tante, e di varia foggia, e i pensieri pochi, fortunatamente pochi. Mi piacciono i fiori di campo nella brocca. Cerco con lo sguardo le piante nei vasi che crescono, lentamente crescono. Gli steli del prezzemolo si piegano verso la luce.
Leggi tutto “I classici cinque minuti”Le cose fioriscono
Il ruotare dell’aeroplano sulla giostra, il nostro afferrare in due la leva. Spariamo al rosso, al giallo, dai. Abbiamo vinto, papà. Siamo stati forti, vero papà? E allora è primavera. E’ davvero primavera.
Ci sono i fiori nelle bancarelle. Ci sono le luci che illuminano le mani, mentre imbrunisce. Le mani che ripongono erbe e sementi, smontano banconi e tende. Ci sono i tulipani.
Ci siamo noi e ci sono io. La mano calda e piccola nella mia. Sì, siamo stati davvero forti.
Il lungo giorno comincia
e tutto quello che scivola attorno si muove con lentezza. Gli abbracci morbidi e le fatiche minime. Tutte le parole trattenute nel respiro e il calore che inalo e custodisco nella macchia calda del letto. Il paese livido che non è il mio. Il sole che mi soffia in faccia e mi porta nelle palpebre abbassate colori in arrivo sui prati. Pause caffè o the’ oppure di sole parole. Il desiderio di cucinare biscotti. Telefonate e mail di finto lavoro. L’incertezza per domani, ma domani chissà. Isolarsi dalle radio che idiotizzano o fanno cinici, secchi dentro. Guardare krishna e la croce, e pascal che gioca a dadi dopo averli truccati. I token ticchettano e si desincronizzano. Le operatrici dei call-center di ditte milanesi parlano in sardo e pensi che hanno quell’incanto la’ fuori e sono lì dentro. E vorresti dir loro: fuori tutti. Amo il terrazzino un metro per tre con il rosmarino che annaspa ma ancora vive, malgrado il freddo pungente. Lo cimo con delicatezza, sarà aroma di una nuova focaccia. I giochi su cui inciampo imprecando. Zorro con il braccio rotto e il pensiero di quale sarà la colla giusta da usare. Le tasche senza soldi. I francobolli ritagliati da amici e parenti. I capelli bianchi e il giornale di ieri ancora da leggere. Il giorno scorre, oppure non è mai cominciato, o forse ho vissuto già tutta una vita.
Con le dita
Il pane che oggi spezzo lo hanno fatto le mie dita. Il sorriso dei bimbi qui attorno l’ho provocato con una parola e un gesto. Due buchi sul muro, un filo teso a sostenere una tenda. Polvere e rumore premiati da un bacio leggero. Eccomi qui, con gli occhi che non mettono a fuoco, a cercare di trattenere il bene che mi scalda. Fuori è freddo, non importa. Lascio scivolare gli occhi sulle parole che rimano e mi appiccicano i pensieri.