Carlos Drummond De Andrade

Lettera

da "Lezione di cose" (1962)

È molto tempo, si, che non ti scrivo.
Sono invecchiate tutte le notizie.
Sono invecchiato anch'io: guarda, in rilievo,
questi segni su di me, non delle carezze

(così leggere) che mi facevi in viso:
sono ferite, spine, sono ricordi
lasciati dalla vita al tuo bambino, che al tramonto
perde la sapienza dei bambini.

La mancanza che ho di te non è tanto
all'ora di dormire, quando dicevi
"Dio ti benedica", e la notte si spalancava in sogno.

E quando, allo svegliarmi, vedo a un angolo
La notte accumulata dei miei giorni,
e sento che sono vivo, e che non sogno.

Permanenza

da "Chiaro Enigma" (1951)

Ora ne ricordo uno, prima ne ricordavo un altro.

Verrà un giorno in cui nessuno sarà ricordato.

Allora nello stesso oblio si fonderanno.
Una volta ancora la carne unita, e le nozze
che in se stesse si compiono, come ieri e sempre.

Poiché eterno è l'amore che unisce e separa, e eterna la fine
(era già cominciata, prima di essere), e siamo eterni,
fragili, nebbiosi, balbuzienti, frustrati: eterni.

E anche l'oblio è ricordo, e lagune di sonno
sigillano col loro negrume ciò che amammo e fummo un giorno,
o che mai fummo, ma che anche così brucia in noi
come la fiamma che dorme nei ciocchi buttati nella legnaia.

Aurora

da "Brughiera delle anime" (1934)

Il poeta era ubriaco sul tram.
Il giorno nasceva dietro i giardini.
Le pensioni allegre dormivano tristissime.
Anche le case erano ubriache.

Tutto era irreparabile.
Nessuno sapeva che il mondo sarebbe finito
(soltanto un bambino lo capì ma stette zitto),
che il mondo sarebbe finito alle 7.45.
Ultimi pensieri! Ultimi telegrammi!
José, che collocava pronomi,
Helena, che amava gli uomini,
Sebastiao, che si stava rovinando,
Artur, che non diceva niente,
si imbarcano per l'eternità.

Il poeta è ubriaco, ma
coglie un appello nell'aurora:
andiamo tutti a ballare
Fra il tram e l'albero?

E fra il dramma dell'albero
danzate, fratelli miei!
Seppure senza musica
danzate, fratelli miei!
I figli stanno nascendo
con la spontaneità così grande.
Com'é meraviglioso l'amore
(l'amore ed altri prodotti).
Danzate, fratelli miei!
La morte verrà dopo
come un sacramento.

Notturno alla finestra dell'appartamento

da Sentimiento del mundo

Silenzioso cubo di tenebra:
un salto, e sarebbe la morte.
Ma è soltanto, sotto il vento,
l'integrazione nella notte.

Nessun pensiero d'infanzia,
né nostalgia né vano proposito.
Esclusivamente la contemplazione
di un mondo enorme e immobile.

La somma della vita è nulla.
Ma la vita ha questo potere:
nell'oscurità assoluta,
come un liquido, circola.

Suicidio di ricchezza, scienza…
L'anima severa si interroga
e subito tace. E non sa
se è notte, mare o distanza.

Triste faro dell'Isola Rasa.

Residuo

da "La rosa del popolo" (1945)

Di tutto è rimasto un poco.
Della mia paura. Del tuo ribrezzo.

Dei gridi blesi. Della rosa
è rimasto un poco.

È rimasto un poco di luce
captata nel cappello.
Negli occhi del ruffiano
è restata un po' di tenerezza
(molto poco).

Poco è rimasto di questa polvere
che ti coprì le scarpe
bianche. Pochi panni sono rimasti,
pochi veli rotti,
poco, poco, molto poco.

Ma d'ogni cosa resta un poco.
Del ponte bombardato,
delle due foglie d'erba,
del pacchetto
-vuoto- di sigarette, è rimasto un poco.

Ché di ogni cosa resta un poco.
È rimasto un po' del tuo mento
nel mento di tua figlia.

Del tuo ruvido silenzio
un poco è rimasto, un poco
sui muri infastidì,
nelle foglie, mute, che salgono.

È rimasto un po' di tutto
nel piattino di porcellana,
drago rotto, fiore bianco,
di rughe sulla tua fronte,
ritratto.

Se di tutto resta un poco,
perché mai non dovrebbe restare
un po' di me? Nel treno
che porta a nord, nella nave,
negli annunci di giornale,
un po' di me a Londra,
un po' di me in qualche dove?
Nella consonante?
Nel pozzo?

Un poco resta oscillando
alla foce dei fiumi
e i pesci non lo evitano,
un poco: non viene nei libri.

Di tutto rimane un poco.
Non molto: da un rubinetto
stilla questa goccia assurda,
metà sale e metà alcool,
salta questa zampa di rana,
questo vetro di orologio
rotto in mille speranze,
questo collo di cigno,
questo segreto infantile…
Di ogni cosa è rimasto un poco:
di me; di te; di Abelardo.
Un capello sulla mia manica,
di tutto è rimasto un poco;
vento nelle mie orecchie,
rutto volgare, gemito
di viscere ribelli,
e minuscoli artefatti:
campanula, alveolo, capsula
di revolver… di aspirina.
Di tutto è rimasto un poco.
E di tutto resta un poco.
Oh, apri i flaconi di profumo
e soffoca
l'insopportabile lezzo della memoria.

Ma di tutto, terribile, resta un poco,
e sotto le onde ritmate
e sotto le nuvole e i venti
e sotto i ponti e sotto i tunnel
e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo
e sotto il muco e sotto il vomito
e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato
e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto
e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti
e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi
e sotto i cardini della famiglia e della classe,
rimane sempre un poco di tutto.
A volte un bottone. A volte un topo.