Valentino

Valentino (ca. 100-160) fu probabilmente il più brillante e influente dei maestri gnostici del II secolo. Nato in Egitto e formatosi ad Alessandria, insegnò a Roma per circa vent'anni, dove — a dire di Tertulliano — sarebbe stato persino in lizza per l'episcopato della città. La sua non fu una setta ai margini, ma una corrente coltissima che viveva dentro le comunità cristiane, ne condivideva le Scritture e le interpretava in chiave spirituale: per questo fu avversario tanto temuto da Ireneo e Tertulliano, che gli dedicarono pagine e pagine di confutazione. Il suo pensiero è un grandioso poema metafisico: dall'unico Dio inconoscibile procedono a coppie una serie di potenze divine, gli eoni, fino alla caduta della più giovane di esse, Sophia, la Sapienza, il cui errore mette in moto la creazione di questo mondo imperfetto. In ogni essere umano «spirituale» giace però una scintilla di quel mondo divino, che la conoscenza (gnosi) può risvegliare e ricondurre alla sua origine. Di Valentino restano solo pochi frammenti, e molti studiosi gli attribuiscono il Vangelo di Verità; il resto lo conosciamo dai suoi nemici e dai suoi discepoli.

Indice del testo

Come per Marcione, anche di Valentino possediamo pochissimo di prima mano: qualche frammento citato da altri, e — se l’attribuzione regge — il Vangelo di Verità. Tutto il resto ci giunge dalle opere di chi lo combatté: Ireneo di Lione, Tertulliano, Ippolito. Vale perciò la stessa cautela: la voce di Valentino la udiamo quasi sempre riferita, e spesso deformata, da quella dei suoi avversari, che avevano ogni interesse a farne apparire il pensiero più assurdo e più immorale di quanto probabilmente fosse.

Un maestro carismatico a Roma

Le fonti antiche concordano nel far nascere Valentino in Egitto, intorno all’inizio del II secolo, e nel collocarne la formazione ad Alessandria, la grande città in cui si incontravano filosofia greca, esegesi biblica ebraica e speculazione religiosa. Clemente di Alessandria racconta che Valentino sarebbe stato discepolo di un certo Teuda, ritenuto a sua volta seguace di Paolo: un modo per rivendicare, come facevano anche i cristiani destinati a prevalere, una linea di trasmissione che risaliva agli apostoli.

Intorno al 136-140 Valentino giunse a Roma, e vi insegnò per circa vent’anni. Non fu un predicatore isolato: la sua «presenza carismatica» e la sua abilità retorica gli guadagnarono un ampio seguito tra i cristiani della capitale. Tertulliano riferisce che Valentino fu addirittura candidato all’episcopato di Roma, e che si allontanò dalla comunità maggioritaria quando la carica fu affidata a un altro. Aneddoto polemico o meno, esso dice qualcosa di importante: Valentino non veniva da fuori, ma dall’interno stesso della Chiesa romana, di cui fu per un tempo membro autorevole.

Il mito: gli eoni, il Pleroma e la caduta di Sophia

Il cuore dell’insegnamento valentiniano è una grandiosa narrazione sull’origine di tutte le cose. All’inizio è l’unico vero Dio, inconoscibile e senza nome, un abisso (Bythos) di silenzio. Da lui procedono, a coppie, una serie di potenze divine — gli eoni —, che insieme formano la pienezza del mondo divino, il Pleroma. Ogni coppia riflette un aspetto della vita di Dio: tra i primi eoni figurano, ad esempio, Silenzio e Parola — accostamento su cui Ireneo ironizza, osservando che se c’è una parola non può esserci più silenzio.

La catena delle emanazioni si spezza con l’ultimo e più giovane degli eoni, Sophia, la Sapienza. Frustrata dal desiderio di comprendere il Padre inconoscibile, essa oltrepassa la propria misura e cade, e dal suo errore e dalla sua passione ha origine una realtà inferiore. Da questa deriva un dio artefice, il Demiurgo, che plasma il mondo materiale: non il Dio supremo, ma una potenza inferiore e ignara, che i valentiniani identificavano con il Dio creatore dell’Antico Testamento. Il mondo in cui viviamo è dunque il frutto di un incidente cosmico; ma in alcuni esseri umani è caduta, insieme, una scintilla del mondo divino, che attende di essere risvegliata e ricondotta al Pleroma.

Tre nature di uomini

Da questo mito discende l’antropologia più caratteristica — e più discussa — del valentinianesimo: la divisione degli uomini in tre tipi, secondo l’elemento che in essi prevale. Vi sono gli uomini materiali (o «ilici»), legati soltanto al corpo e destinati a perire con esso; gli uomini psichici, dotati di anima ma non di spirito, capaci di una fede e di una salvezza intermedie — ed è in questa categoria che i valentiniani collocavano i comuni cristiani della grande Chiesa —; e infine gli uomini spirituali (o «pneumatici»), coloro che portano in sé la scintilla divina e che, per mezzo della gnosi, sono destinati a rientrare nel Pleroma.

I proto-ortodossi videro in questo schema un’insopportabile pretesa di superiorità, e un pericolo morale: se la salvezza dei «pneumatici» è garantita dalla loro natura, obiettava Ireneo, che importanza ha come si comportino? Su questa base costruirono contro i valentiniani accuse di libertinismo che, come per tutte le eresie, vanno lette con prudenza: sono le parole degli avversari, non le loro.

Una gnosi dentro la Chiesa

Ciò che distingue i valentiniani da Marcione, e li rese forse più insidiosi agli occhi dei loro critici, è che non fondarono una chiesa separata né rifiutarono le Scritture comuni. Restarono, per lo più, dentro le congregazioni cristiane, partecipando al culto accanto agli altri fedeli e leggendo gli stessi testi — che però interpretavano in chiave allegorica, come velo di verità più profonde riservate a chi «sa». Un documento straordinario ce lo mostra all’opera: la Lettera a Flora di Tolemeo, uno dei principali discepoli di Valentino, che spiega a una cristiana come intendere la Legge di Mosè distinguendo in essa più livelli e più autori.

Fu proprio questa capacità di parlare il linguaggio del cristianesimo comune, dandogli però un senso interamente diverso, a rendere il valentinianesimo l’avversario numero uno dell’eresiologia. Non è un caso che Ireneo abbia aperto la sua grande opera — Contro le eresie — proprio con una minuziosa esposizione del sistema valentiniano, salvo poi lamentare di non riuscire a starne dietro, tanto le sue scuole «differiscono tra loro» e ogni giorno inventano nuove dottrine.

La scuola e l’eredità

Valentino lasciò una scuola viva, che gli sopravvisse per generazioni e si articolò in rami diversi, «orientale» e «occidentale». Oltre a Tolemeo, ne fecero parte Eracleone — autore del primo commentario conosciuto al Vangelo di Giovanni — e Teodoto, dei cui insegnamenti restano gli Excerpta ex Theodoto raccolti da Clemente di Alessandria. A questa tradizione appartengono alcuni dei testi ritrovati a Nag Hammadi che il sito raccoglie tra i testi gnostici, in particolare il Vangelo di Verità e il Vangelo di Filippo.

Resta il paradosso che accompagna tutte queste figure. Del pensiero forse più raffinato che il cristianesimo del II secolo abbia prodotto non conserviamo quasi nulla di diretto: lo conosciamo perché fu combattuto, e sopravvive in gran parte nelle pagine scritte per confutarlo. Se il valentinianesimo fosse stato davvero, come sostenevano i suoi nemici, soltanto un tessuto di favole assurde, è lecito domandarsi perché sia occorsa tanta fatica — venticinque libri, in un solo caso — per smontarlo.