Confutazione di tutte le eresie
La «Confutazione di tutte le eresie» (in greco «Philosophumena», «Le dottrine filosofiche») è la grande opera antieretica di Ippolito di Roma, il più dotto scrittore cristiano della sua città, composta intorno al 225. Ippolito ha una tesi tutta sua, diversa da quella di Ireneo e Tertulliano: le eresie non sono corruzioni della fede, ma travestimenti cristiani di dottrine pagane. Ogni sistema ereticale, sostiene, deriva da una scuola filosofica greca, dall'astrologia, dalla magia o dai culti misterici — e per dimostrarlo dedica i primi libri a una minuziosa rassegna della filosofia greca, così da poter poi accostare a ciascuna eresia il filosofo da cui l'avrebbe «rubata». Il risultato è paradossale, e prezioso: per screditare gli gnostici Ippolito ne cita i testi con abbondanza, e così ha conservato per noi le uniche parole superstiti di gruppi altrimenti perduti — su tutti i Naasseni, gli «adoratori del serpente» (dall'ebraico «naas», serpente), di cui ci ha tramandato la dottrina dell'Uomo primordiale e un intero inno. L'opera stessa ha avuto una sorte curiosa: rimasta a lungo perduta, fu riscoperta soltanto nel 1842 in un manoscritto sul Monte Athos. Ippolito fu figura combattiva anche in vita: in aspro dissenso con i vescovi di Roma sulla dottrina di Cristo, si pose come vescovo rivale — è ricordato come il primo «antipapa» —, per poi riconciliarsi e morire martire, esiliato in Sardegna. Questa pagina non è la traduzione integrale dell'opera, ma un'antologia dei passi capitali — il proemio programmatico e la sezione sui Naasseni — con brevi raccordi redazionali. Vale la cautela storica di sempre: come per Ireneo e Tertulliano, lo schema «prima la verità, poi l'eresia» è il modello che Walter Bauer, nel 1934, ha rovesciato. Il testo è tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio dell'edizione Ante-Nicene Fathers (J. H. MacMahon, 1886).
Indice del testo
Di quest’opera vastissima si offrono qui i due nuclei più significativi: il proemio, dove Ippolito espone il suo progetto — mostrare che le eresie vengono dai Greci, non dalle Scritture —, e le pagine sui Naasseni, il primo gruppo che egli confuta. Proprio queste pagine ci hanno conservato ciò che dei Naasseni, altrimenti, non sapremmo: la loro dottrina e il loro inno. La lunga rassegna della filosofia greca (Libri I-IV) e le altre sette (Perati, Sethiani, Giustino) sono qui omesse. I raccordi in corsivo sono redazionali; il resto è traduzione del testo.
Il proposito dell’opera: smascherare i misteri (Proemio)
Ippolito dichiara la sua strategia: non basta confutare le idee degli eretici, bisogna svelarne i «misteri» segreti, i riti che essi trasmettono ai soli iniziati sotto giuramento. E annuncia la tesi che regge tutta l’opera: quelle dottrine non vengono dalle Scritture, ma dalla filosofia dei Greci, dai culti misterici e dall’astrologia.
Non dobbiamo trascurare alcuna delle fantasie escogitate da coloro che tra i Greci sono detti filosofi. Perché anche le loro dottrine incoerenti vanno prese in considerazione, a causa dell’eccessiva follia degli eretici, i quali, per l’osservanza del silenzio e per il nascondimento dei propri misteri ineffabili, sono stati da molti creduti adoratori di Dio. Già in una precedente occasione ne avevamo esposto sommariamente le dottrine, senza illustrarle nei dettagli, ma confutandole in forma rozza e riassunta: non avevamo ritenuto necessario portare alla luce i loro insegnamenti segreti, perché, esposti i loro princìpi per enigmi, essi si vergognassero e desistessero in qualche misura dalla loro opinione irragionevole e dal loro empio tentativo. Ma poiché vedo che non si sono affatto vergognati della nostra pazienza, sono costretto a procedere nel mio intento di svelare quei loro misteri segreti che, con grande apparenza di plausibilità, trasmettono agli iniziati.
Costoro non sono soliti rivelare la loro dottrina finché non abbiano tenuto a lungo il discepolo in sospeso e non l’abbiano reso bestemmiatore del vero Dio; e prima lo legano con un giuramento a non divulgare i misteri né a comunicare con alcuno, a meno che questi non si sottometta anch’egli. La ragione mi obbliga a scendere nel profondo del racconto, e non crediamo di dover tacere: esponendo con minuzia le dottrine delle varie scuole, non useremo alcuna reticenza. Ci sembra opportuno, anche a costo di un’indagine più lunga, non sottrarci alla fatica: lasceremo così ai posteri un aiuto non da poco contro il ritorno dell’errore, quando tutti potranno vedere, in piena luce, i riti clandestini di questi uomini, e le orge segrete che, tenendole sotto il proprio controllo, trasmettono ai soli iniziati.
Nessuno però può confutarle, se non lo Spirito Santo tramandato alla Chiesa, che gli apostoli, avendolo per primi ricevuto, hanno trasmesso a quanti hanno retta fede. E noi, come loro successori, partecipi della medesima grazia, dell’alto sacerdozio e dell’ufficio di insegnare, e reputati custodi della Chiesa, non dobbiamo essere trovati privi di vigilanza. Per dimostrarli atei, dunque, e per mostrare da dove siano venute loro le teorie che hanno tentato di costruire, diciamo che essi non hanno preso nulla dalle sante Scritture, né sono giunti a queste opinioni conservando la successione di qualche santo: le loro dottrine hanno tratto origine dalla sapienza dei Greci, dalle conclusioni di chi ha edificato sistemi di filosofia, dai sedicenti misteri e dai vaneggiamenti degli astrologi. Conviene perciò, anzitutto, esporre le opinioni dei filosofi greci, e mostrare ai lettori che sono più antiche di queste eresie; poi confrontare ciascuna eresia con il sistema di ciascun pensatore, così da provare che il primo campione dell’eresia, servendosi di quelle teorie e facendole proprie, ne ha costruito la propria dottrina. L’impresa è certo piena di fatica e richiede lunghe ricerche; ma dopo sarà una gioia, come per l’atleta che con molto sforzo ottiene la corona, o per il mercante che dopo la tempesta approda al guadagno, o per il contadino che dopo il sudore gusta i frutti.
I Naasseni, gli adoratori del serpente (Libro V, 1)
Ippolito comincia la rassegna dal gruppo che, dice, «osò celebrare un serpente». È il primo ritratto che possediamo dei Naasseni. Se ne colgono già i tratti tipici dello gnosticismo: la conoscenza segreta (la «gnosi»), l’Uomo primordiale come origine di tutto, la tripartizione dell’umanità in classi spirituali, e un Gesù che è la discesa di quell’Uomo celeste.
Nei quattro libri precedenti ho esposto con cura le opinioni di tutti i pensatori, greci e barbari, intorno alla natura divina e alla creazione del mondo, senza tralasciare i loro sistemi di magia. Resta ora da affrettarci alla confutazione delle eresie; ed è proprio per fornire questa confutazione che abbiamo premesso quanto detto. Perché gli eresiarchi, traendo dai filosofi i loro punti di partenza e rappezzando come ciabattini, secondo la propria interpretazione, gli errori degli antichi, li hanno presentati come novità a chi si lascia ingannare. L’occasione ci invita a cominciare da coloro che hanno osato celebrare un serpente, l’originatore dell’errore. I sacerdoti e i campioni di questo sistema furono dapprima quelli chiamati Naasseni, così denominati dalla lingua ebraica, perché il serpente in ebraico si dice naas. In seguito si sono però chiamati Gnostici, sostenendo di essere i soli ad aver toccato le profondità della conoscenza.
Costoro, secondo il sistema che propongono, esaltano come causa originaria di tutte le cose un uomo e un figlio d’uomo. E quest’uomo è un ermafrodito, ed è chiamato da loro Adamo; a lui rivolgono molti e vari inni, così concepiti, per dirla in breve: «Da te viene il padre, e per mezzo tuo la madre, due nomi immortali, progenitori degli eoni, o cittadino del cielo, tu illustre uomo». Ma lo dividono, come Gerione, in tre parti: di quest’uomo, dicono, una parte è razionale, una psichica, una terrena. E ritengono che la conoscenza di lui sia il principio della capacità di conoscere Dio, esprimendosi così: «Il principio della perfezione è la conoscenza dell’uomo, mentre la conoscenza di Dio è la perfezione assoluta». Tutte queste qualità — razionale, psichica e terrena — sono, dice il Naasseno, discese insieme in un solo uomo: Gesù, nato da Maria. E questi tre uomini, dice, parlano insieme, nello stesso tempo, attraverso Gesù, ciascuno dalla propria sostanza a coloro che gli appartengono. Perché, secondo costoro, vi sono tre generi di tutte le cose esistenti — angelico, psichico, terreno — e tre chiese — angelica, psichica, terrena —, e i loro nomi sono: eletti, chiamati, prigionieri.
Una dottrina cucita con i misteri pagani (Libro V, 2)
Qui affiora la tesi di fondo di Ippolito. I Naasseni facevano risalire il proprio insegnamento a un’autorità apostolica — Giacomo, il fratello del Signore, che l’avrebbe trasmesso a una certa Mariamne —, ma per Ippolito è un’attribuzione falsa: la loro vera fonte sono i culti misterici dei pagani. Nelle pagine che seguono, qui omesse, egli accosta il loro mito dell’Uomo primordiale ai misteri frigi di Attis, a quelli egizi di Iside, a Eleusi e a Omero, per mostrarli tutti convergenti nella stessa figura.
Questi sono i punti capitali dei numerosi discorsi che il Naasseno afferma essere stati tramandati da Giacomo, il fratello del Signore, a Mariamne. Ebbene, affinché questi empi non calunnino più oltre Mariamne, o Giacomo, o il Salvatore stesso, veniamo ai riti mistici da cui hanno tratto la loro invenzione — a una considerazione, se pare opportuno, dei misteri tanto barbari quanto greci — e vediamo come costoro, raccogliendo insieme i misteri segreti e ineffabili di tutti i pagani, proferiscano menzogne contro Cristo, e traggano in inganno quanti non conoscono queste orge dei gentili. Poiché il fondamento della loro dottrina è l’uomo Adamo, e dicono che di lui è stato scritto «Chi racconterà la sua generazione?» (Is 53,8), impara come, derivando in parte dai pagani questa generazione dell’uomo, oscura e molteplice, la applichino fittiziamente a Cristo.
L’inno dei Naasseni (Libro V, 5)
È il pezzo per cui questa sezione è più preziosa. A conclusione della sua confutazione, Ippolito riporta per intero un salmo dei Naasseni — e lo fa, com’è nel suo metodo, per esibirne l’assurdità. Ma è grazie a questo gesto ostile che il canto è sopravvissuto. Vi si riconosce il cuore del mito gnostico: l’anima che, imprigionata nella materia, smarrisce la via nel «labirinto dei mali», e Gesù che si offre al Padre di discendere per portarle la conoscenza — la «Gnosi» — che sola la salva.
Le osservazioni precedenti, poche fra molte, ci è parso bene riportarle. Ma poiché, per quanto ci è stato possibile, abbiamo spiegato la loro sedicente Gnosi, è sembrato opportuno aggiungere anche questo. Hanno composto un salmo, con cui pare che celebrino tutti i misteri del loro errore, e che suona così:
Legge generatrice del mondo fu la Mente prima; seconda venne l’effuso Caos del Primogenito; e terza, l’anima ricevette la sua legge di travaglio. Cinta perciò di una forma acquea, sopraffatta dall’affanno, soggiace alla morte. Ora, tenendo il dominio, contempla la luce; ora, gettata nella miseria, piange; ora geme, ora freme di gioia; ora si lamenta, ora ode la sua condanna; ora ode la sua condanna, ora muore; e ora ci lascia, per non tornare mai più. Essa, sventurata errante, percorre il labirinto dei mali. Ma Gesù disse: Padre, guarda: una contesa di mali per la terra vaga lontano dal tuo soffio; ma l’uomo cerca di sfuggire all’amaro Caos, e non sa come attraversarlo. Per questo, o Padre, mandami: recando i sigilli, discenderò; attraverserò gli eoni tutti, svelerò tutti i misteri, mostrerò le forme degli dèi, e i segreti della santa via — che chiamano Gnosi — io trasmetterò.
Così, per confutarli, Ippolito trascrisse le loro stesse parole: ed è questa la ragione per cui oggi possiamo leggerle. Come Marcione lo conosciamo dai suoi avversari, dei Naasseni sappiamo quel poco che sappiamo dal loro nemico più informato. È il paradosso dell’eresiologia antica: chi volle cancellare quelle voci, scrivendone per demolirle, le ha involontariamente salvate.