Contro le eresie
Il «Contro le eresie» (in greco «Confutazione della gnosi falsamente detta tale», in latino «Adversus haereses») è l'opera in cinque libri con cui Ireneo, vescovo di Lione, verso il 180 confutò minuziosamente lo gnosticismo — i valentiniani anzitutto — e il marcionismo. Ireneo era venuto dall'Asia Minore: da ragazzo, a Smirne, aveva ascoltato Policarpo, che a sua volta diceva di aver conosciuto gli apostoli; questa catena di testimoni gli sta a cuore più di ogni singolo argomento, perché è su di essa che poggia la sua intera strategia. Contro i maestri gnostici, che vantavano una conoscenza segreta trasmessa in privato ai soli iniziati, Ireneo oppone tre pilastri pubblici e verificabili da chiunque: la «regola della fede» professata identica in tutto il mondo, la successione ininterrotta dei vescovi che risale agli apostoli — di cui offre, per la Chiesa di Roma, il primo elenco della storia — e i quattro vangeli, né più né meno di quattro. Proprio in queste pagine, per la prima volta, i nostri quattro vangeli vengono nominati come Matteo, Marco, Luca e Giovanni e dichiarati gli unici autentici: un momento decisivo nella lunga formazione del canone. Questa pagina non è la traduzione integrale dell'opera — vastissima e in gran parte occupata dalla confutazione dettagliata dei sistemi gnostici —, ma un'antologia dei suoi passi capitali, con brevi raccordi redazionali. Vale la stessa cautela storica già segnalata per Tertulliano: lo schema di Ireneo — la verità apostolica prima, l'eresia come deviazione successiva — è esattamente il modello che lo storico Walter Bauer, nel 1934, ha rovesciato, mostrando che in più regioni dell'impero «eretica» fu anzi la forma più antica o più diffusa del cristianesimo, e che furono i vincitori a riscrivere a posteriori la storia del conflitto. Il testo è tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio dell'edizione Ante-Nicene Fathers (Alexander Roberts e William Rambaut, 1885).
Indice del testo
Questa pagina raccoglie i brani più importanti di un’opera immensa. Ireneo dedica pagine e pagine a esporre e smontare, nei minimi dettagli, i sistemi degli gnostici — le loro genealogie di divinità, i loro «eoni», i loro miti cosmici —, e quella parte, oggi di interesse quasi soltanto specialistico, qui è omessa. Restano i passaggi in cui Ireneo costruisce la propria risposta positiva: che cosa sia la fede della Chiesa, dove sia garantita, e perché i vangeli siano quattro. I raccordi in corsivo sono redazionali; il resto è traduzione del testo.
Il proposito dell’opera (Libro I, Prefazione)
Ireneo apre dichiarando perché scrive: certi maestri, con parole seducenti, allontanano i semplici dal Dio creatore. Il pericolo non è l’errore sfacciato — quello si smaschera da sé —, ma l’errore travestito da verità.
1. Poiché certi uomini hanno messo da parte la verità e introducono discorsi menzogneri e vane genealogie, le quali, come dice l’apostolo, generano questioni piuttosto che l’edificazione di Dio che è nella fede (1 Tm 1,4), e poiché, con argomentazioni astutamente costruite, sviano le menti degli inesperti e le fanno prigioniere, mi sono sentito costretto a comporre questo trattato per smascherare e confutare le loro macchinazioni. Costoro falsificano gli oracoli di Dio e si rivelano cattivi interpreti della buona parola della rivelazione. Rovesciano la fede di molti, allontanandoli, con il pretesto di una conoscenza superiore, da Colui che ha fondato e ordinato l’universo, come se avessero da rivelare qualcosa di più eccellente e sublime del Dio che ha creato il cielo, la terra e tutto ciò che vi è. Con parole speciose e plausibili seducono i semplici a indagare il loro sistema, e poi rozzamente li rovinano, iniziandoli alle loro opinioni blasfeme ed empie riguardo al Demiurgo; e questi semplici non sono in grado, nemmeno in questo, di distinguere la menzogna dalla verità.
2. L’errore, infatti, non si presenta mai nella sua nuda deformità, per non essere subito riconosciuto ed evitato. Al contrario, si veste con astuzia di un abito attraente, così da apparire agli inesperti — per quanto ridicola possa sembrare l’espressione — più vero della verità stessa. Uno assai superiore a me ha detto bene, a questo proposito, che una abile imitazione in vetro getta discredito, per così dire, su quella pietra preziosa che è lo smeraldo, a meno che non capiti sotto l’occhio di chi sappia riconoscere e smascherare il falso. E chi, inesperto, può facilmente scoprire la presenza dell’ottone quando è stato mescolato all’argento? Perché dunque, per mia negligenza, alcuni non vengano portati via come pecore dai lupi, senza accorgersi della loro vera natura — perché all’esterno sono coperti di vello di pecora (contro i quali il Signore ci ha comandato di stare in guardia, Mt 7,15), e perché il loro linguaggio somiglia al nostro mentre i loro pensieri sono ben diversi —, ho ritenuto mio dovere, dopo aver letto alcuni dei «Commentari», come li chiamano, dei discepoli di Valentino, e dopo aver conosciuto le loro dottrine per rapporto diretto con alcuni di essi, esporti questi misteri portentosi e profondi. Lo faccio perché tu, presane conoscenza, la trasmetta a tua volta a tutti coloro con cui sei in rapporto, e li esorti a fuggire un tale abisso di follia e di bestemmia contro Cristo.
3. Non aspettarti da me, che vivo tra i Celti e per lo più adopero un dialetto barbaro, alcun ornamento retorico, che non ho mai appreso, né alcuna eleganza di composizione, che non ho mai esercitato, né bellezza o forza persuasiva di stile, a cui non aspiro. Ma accoglierai in spirito benevolo ciò che in pari spirito ti scrivo con semplicità, con verità e alla mia maniera dimessa; e tu stesso, che ne sei più capace di me, svilupperai quelle idee di cui ti mando, per così dire, soltanto i germi. Non sono infatti pratico né di composizione né di eloquenza; ma l’affetto mi spinge a farti conoscere quelle dottrine che finora sono state tenute nascoste, ma che ora, per la bontà di Dio, vengono alla luce. Perché non c’è nulla di nascosto che non sarà rivelato, né segreto che non sarà conosciuto (Mt 10,26).
Il re e la volpe: come gli eretici stravolgono le Scritture (Libro I, 8)
È l’immagine più celebre di tutta l’opera. Gli gnostici non inventano nuove Scritture: prendono quelle esistenti e ne spostano i pezzi, ricavandone un senso diverso — proprio come chi disfa il mosaico di un re per ricomporne le stesse tessere nella forma di un cane. Dopo questo passo Ireneo elenca decine di esempi di simili «riletture» valentiniane, qui omessi.
1. Tale è dunque il loro sistema, che né i profeti annunciarono, né il Signore insegnò, né gli apostoli trasmisero, ma del quale essi si vantano di possedere una conoscenza perfetta al di sopra di tutti gli altri. Lo ricavano da fonti diverse dalle Scritture e, per usare un proverbio comune, si sforzano di intrecciare corde di sabbia, tentando di adattare con una parvenza di plausibilità alle loro particolari affermazioni le parabole del Signore, i detti dei profeti e le parole degli apostoli, perché il loro schema non appaia del tutto privo di appoggio. Così facendo, però, ignorano l’ordine e la connessione delle Scritture e, per quanto sta in loro, smembrano e distruggono la verità. Trasferendo i passi, travestendoli di nuovo e facendo una cosa da un’altra, riescono a ingannare molti con la loro arte perversa di adattare gli oracoli del Signore alle proprie opinioni.
Il loro modo di agire è come se qualcuno, dopo che un abile artista ha composto con pietre preziose la bella immagine di un re, disfacesse del tutto questa immagine, riordinasse le gemme e le rimontasse così da farne la forma di un cane o di una volpe — e per giunta mal eseguita —, e poi sostenesse e dichiarasse che questa è la bella immagine del re composta dall’abile artista, mostrando le gemme che il primo artista aveva mirabilmente disposto a formare l’immagine del re, ma che il secondo ha trasferito, con pessimo effetto, nella figura di un cane. E così, esibendo le gemme, ingannerebbe gli ignoranti che non hanno idea di come fosse fatta l’immagine del re, e li persuaderebbe che quella misera figura di volpe è, in realtà, la bella immagine del re. Allo stesso modo costoro cuciono insieme favole da vecchie comari, e poi si sforzano di adattare gli oracoli di Dio alle loro finzioni infondate, strappando con violenza dalla loro giusta connessione parole, espressioni e parabole dovunque le trovino.
La regola della fede, una in tutto il mondo (Libro I, 10)
Al sapere segreto degli gnostici Ireneo contrappone un contenuto pubblico e uniforme, che tutte le Chiese, per quanto lontane, professano allo stesso modo. Il primo brano è una delle più antiche formulazioni di quella che diventerà la struttura del Credo.
1. La Chiesa, per quanto disseminata nel mondo intero fino ai confini della terra, ha ricevuto dagli apostoli e dai loro discepoli questa fede: in un solo Dio, Padre onnipotente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi; e in un solo Cristo Gesù, il Figlio di Dio, che si è incarnato per la nostra salvezza; e nello Spirito Santo, che per mezzo dei profeti ha annunciato i disegni di Dio, le venute, la nascita da una vergine, la passione, la risurrezione dai morti e l’ascensione al cielo, nella carne, dell’amato Cristo Gesù nostro Signore, e la sua manifestazione dal cielo nella gloria del Padre per ricapitolare tutte le cose (Ef 1,10) e risuscitare ogni carne dell’intero genere umano, affinché davanti a Cristo Gesù, nostro Signore e Dio, Salvatore e Re, secondo il volere del Padre invisibile, si pieghi ogni ginocchio, in cielo, in terra e sotto terra, e ogni lingua lo confessi (Fil 2,10-11), ed egli renda giusto giudizio verso tutti.
2. Avendo ricevuto questa predicazione e questa fede, la Chiesa, benché sparsa nel mondo intero, la custodisce con cura come se abitasse una sola casa. Crede a questi punti come se avesse una sola anima e un solo cuore, li proclama, li insegna e li trasmette con perfetta concordia, come se avesse una sola bocca. Perché, sebbene le lingue del mondo siano diverse, il contenuto della tradizione è uno e identico. Le Chiese fondate in Germania non credono né trasmettono nulla di diverso, né quelle di Spagna, né quelle di Gallia, né quelle d’Oriente, né quelle d’Egitto, né quelle di Libia, né quelle stabilite al centro del mondo. Ma come il sole, creatura di Dio, è uno e identico in tutto il mondo, così anche la predicazione della verità risplende ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. Né alcuno dei capi delle Chiese, per quanto eccellente nell’eloquenza, insegnerà dottrine diverse da queste (perché nessuno è più grande del Maestro), né chi è debole nel parlare recherà danno alla tradizione. Poiché la fede è una e sempre la stessa, chi è capace di discorrerne a lungo non vi aggiunge nulla, e chi sa dire poco non le toglie nulla.
La successione dei vescovi (Libro III, 3)
Qui Ireneo gioca la sua carta più forte. Se gli apostoli avessero avuto una dottrina segreta, l’avrebbero affidata a coloro cui affidavano le Chiese: i vescovi. Basta dunque risalire la catena dei vescovi fino agli apostoli per sapere che cosa essi insegnassero davvero. Ne dà l’esempio per Roma — il primo elenco episcopale che possediamo — e per Smirne, dove chiama in causa il suo maestro Policarpo.
1. È dunque in potere di tutti, in ogni Chiesa, quanti vogliano vedere la verità, contemplare chiaramente la tradizione degli apostoli manifestata nel mondo intero; e noi siamo in grado di enumerare coloro che dagli apostoli furono istituiti vescovi nelle Chiese, e i loro successori fino ai nostri giorni: uomini che nulla insegnarono e nulla conobbero di ciò che costoro vaneggiano. Se infatti gli apostoli avessero conosciuto misteri nascosti, che erano soliti impartire ai «perfetti» in disparte e di nascosto dagli altri, li avrebbero consegnati soprattutto a coloro cui affidavano le Chiese stesse. Volevano infatti che fossero perfetti e irreprensibili in ogni cosa quelli che lasciavano come loro successori, consegnando nelle loro mani il proprio ufficio di governo.
2. Poiché però sarebbe troppo lungo, in un’opera come questa, enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo quella della più grande, più antica e universalmente nota Chiesa fondata e organizzata a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, indicando la tradizione che essa ha ricevuto dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini, giunta fino a noi attraverso le successioni dei vescovi. Con questa Chiesa, infatti, per la sua preminente autorità, è necessario che si accordi ogni Chiesa.
3. I beati apostoli, dunque, fondata ed edificata la Chiesa, affidarono a Lino l’ufficio dell’episcopato; di questo Lino fa menzione Paolo nelle lettere a Timoteo. A lui succedette Anacleto; e dopo di lui, terzo a partire dagli apostoli, ottenne l’episcopato Clemente, che aveva visto i beati apostoli e ne aveva frequentato la compagnia, così da avere ancora negli orecchi la loro predicazione e sotto gli occhi la loro tradizione. Al tempo di questo Clemente, sorta non piccola discordia tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinzi una lettera potentissima, esortandoli alla pace e rinnovando la loro fede. A Clemente succedette Evaristo; a Evaristo, Alessandro; poi, sesto a partire dagli apostoli, fu costituito Sisto; dopo di lui Telesforo, che subì gloriosamente il martirio; poi Igino; dopo di lui Pio; poi Aniceto. Succeduto Sotero ad Aniceto, ora, al dodicesimo posto a partire dagli apostoli, tiene l’eredità dell’episcopato Eleutero. In questo ordine e per questa successione la tradizione ecclesiastica che viene dagli apostoli, e la predicazione della verità, sono giunte fino a noi.
4. Anche Policarpo, poi, non solo fu istruito dagli apostoli e conversò con molti di coloro che avevano visto il Signore, ma fu costituito dagli apostoli, in Asia, vescovo della Chiesa di Smirne. Io stesso lo vidi nella mia prima giovinezza, perché visse a lungo e in età assai avanzata lasciò questa vita con un martirio glorioso e nobilissimo, avendo sempre insegnato ciò che aveva appreso dagli apostoli e che la Chiesa ha trasmesso, e che solo è vero. Ne rendono testimonianza tutte le Chiese dell’Asia, come pure quanti sono succeduti a Policarpo fino a oggi: un uomo di ben maggior peso, e testimone della verità più saldo, di Valentino, di Marcione e degli altri eretici. Fu lui che, venuto a Roma al tempo di Aniceto, fece tornare alla Chiesa di Dio molti dei suddetti eretici, proclamando di aver ricevuto dagli apostoli questa unica e sola verità, quella che la Chiesa ha trasmesso. Vi sono anche di quelli che gli udirono dire come Giovanni, il discepolo del Signore, recatosi a fare il bagno a Efeso e scorgendovi dentro Cerinto, uscì di corsa dai bagni senza lavarsi, esclamando: «Fuggiamo, che non crolli anche l’edificio, perché dentro c’è Cerinto, il nemico della verità». E lo stesso Policarpo, incontrato una volta da Marcione che gli chiese «Mi riconosci?», rispose: «Ti riconosco: sei il primogenito di Satana». Tale era l’orrore che gli apostoli e i loro discepoli avevano perfino a scambiare parola con i corruttori della verità, come dice anche Paolo: «Evita l’eretico dopo una prima e una seconda ammonizione, sapendo che un tale è pervertito e pecca, condannandosi da sé» (Tt 3,10-11). Vi è anche una lettera assai potente di Policarpo scritta ai Filippesi, dalla quale chi lo desidera può conoscere il carattere della sua fede e la predicazione della verità.
Le eresie sono recenti (Libro III, 4)
Corollario della successione: se la verità è quella trasmessa senza interruzione dagli apostoli, allora le dottrine degli eretici — che si possono datare a maestri precisi e recenti — sono per definizione posteriori, e dunque estranee. È l’argomento che ritroveremo, affilato in forma giuridica, nella Prescrizione degli eretici di Tertulliano.
1. Poiché dunque abbiamo tali prove, non è necessario cercare la verità presso altri, quando è facile ottenerla dalla Chiesa: gli apostoli, come un uomo ricco che deposita il suo denaro in una banca, hanno affidato nelle sue mani, in tutta abbondanza, ogni cosa che appartiene alla verità, così che chiunque voglia può attingere da lei l’acqua della vita (Ap 22,17). Essa è la porta della vita; tutti gli altri sono ladri e briganti. Se sorgesse tra noi una controversia su qualche questione importante, non dovremmo forse ricorrere alle Chiese più antiche, quelle in cui vissero gli apostoli, e apprendere da esse ciò che è certo e chiaro? E se gli apostoli non ci avessero lasciato Scritture, non sarebbe forse necessario seguire l’ordine della tradizione che essi trasmisero a coloro cui affidavano le Chiese?
3. Prima di Valentino, infatti, non esistevano i seguaci di Valentino; né esistevano i seguaci di Marcione prima di Marcione; né, in breve, alcuno di quei malintenzionati che ho elencato sopra ebbe esistenza prima degli iniziatori e inventori della loro perversità. Valentino venne a Roma al tempo di Igino, fiorì sotto Pio e vi rimase fino ad Aniceto. Cerdone, predecessore di Marcione, giunse anch’egli al tempo di Igino, che fu il nono vescovo: entrando spesso nella Chiesa e facendo pubblica confessione, così si comportò, ora insegnando in segreto, ora facendo pubblica ammenda, ma alla fine, denunciato per la sua dottrina corrotta, fu escluso dall’assemblea dei fratelli. Marcione, succedutogli, fiorì sotto Aniceto, che teneva il decimo posto dell’episcopato. Tutti costoro sorsero dunque assai più tardi dei vescovi ai quali gli apostoli affidarono le Chiese.
Quattro vangeli, né più né meno (Libro III, 11)
Il passo per cui, soprattutto, quest’opera è ricordata. Verso il 180 circa Ireneo è il primo autore a noi noto che affermi con nettezza il principio di un canone chiuso dei vangeli: quattro, e soltanto quattro. La sua argomentazione — quattro come i punti cardinali, quattro come i «viventi» dell’Apocalisse — non convince più il lettore moderno, ma dice bene perché la questione fosse urgente: in circolazione i vangeli erano molti, e occorreva stabilire quali fossero autentici. Si noti che Ireneo abbina i quattro «viventi» ai vangeli in modo diverso da quello che diverrà consueto con Girolamo (Matteo=uomo, Marco=leone, Luca=vitello, Giovanni=aquila): per Ireneo il leone è Giovanni e l’aquila è Marco.
7. Questi, dunque, sono i primi princìpi del vangelo: che vi è un solo Dio, creatore di questo universo, quello annunciato dai profeti e che per mezzo di Mosè stabilì l’economia della legge; princìpi che proclamano il Padre di nostro Signore Gesù Cristo e ignorano ogni altro Dio o Padre all’infuori di lui. Tanto è saldo il terreno su cui questi vangeli poggiano, che gli stessi eretici ne rendono testimonianza, e ciascuno di loro, partendo da questi documenti, cerca di fondare la propria peculiare dottrina. Gli Ebioniti, infatti, che usano il solo vangelo di Matteo, sono confutati proprio da questo. Marcione, mutilando quello secondo Luca, è provato bestemmiatore dell’unico Dio esistente proprio dai passi che ancora conserva. Quanti separano Gesù dal Cristo, sostenendo che il Cristo rimase impassibile mentre a soffrire fu Gesù, preferendo il vangelo secondo Marco, possono correggere i loro errori se lo leggono con amore della verità. E i seguaci di Valentino, che fanno largo uso di quello secondo Giovanni, saranno provati del tutto in errore proprio per mezzo di questo stesso vangelo. Poiché dunque i nostri avversari ci rendono testimonianza e si servono di questi documenti, la nostra prova che ne deriva è salda e vera.
8. Non è possibile che i vangeli siano più o meno numerosi di quanti sono. Poiché infatti quattro sono le regioni del mondo in cui viviamo e quattro i venti principali, e poiché la Chiesa è disseminata per tutta la terra, e colonna e sostegno (1 Tm 3,15) della Chiesa è il vangelo e lo spirito di vita, conviene che essa abbia quattro colonne, che spirino incorruttibilità da ogni lato e ridiano vita agli uomini. Da ciò è evidente che il Verbo, artefice di tutte le cose, che siede sui cherubini e tiene insieme ogni cosa, manifestatosi agli uomini, ci ha dato il vangelo sotto quattro aspetti, ma tenuti insieme da un solo Spirito. I cherubini, infatti, avevano quattro volti, e i loro volti erano immagini dell’operare del Figlio di Dio. Il primo vivente, dice la Scrittura, era simile a un leone (Ap 4,7), a indicare la sua efficacia, il suo primato e il suo potere regale; il secondo era simile a un vitello, a significare il suo ordine sacrificale e sacerdotale; il terzo aveva come il volto di un uomo, evidente descrizione della sua venuta come essere umano; il quarto era simile a un’aquila in volo, a indicare il dono dello Spirito che aleggia con le sue ali sulla Chiesa.
E i vangeli si accordano con queste cose. Quello secondo Giovanni narra la sua generazione originaria, potente e gloriosa dal Padre, dicendo: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio» (Gv 1,1); per questo tale vangelo è pieno di ogni fiducia, perché tale è la sua figura — il leone. Quello secondo Luca, assumendo il carattere sacerdotale, comincia con il sacerdote Zaccaria che offre sacrificio a Dio — il vitello. Matteo, poi, racconta la sua generazione come uomo, dicendo: «Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo» — ed è questo il vangelo della sua umanità. Marco, invece, comincia con lo spirito profetico che scende dall’alto sugli uomini, dicendo: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, come è scritto nel profeta Isaia» — a indicare l’aspetto alato del vangelo, l’aquila; e per questo ne fece una narrazione concisa e rapida, perché tale è il carattere profetico. Per la stessa ragione furono date al genere umano quattro alleanze principali: una, prima del diluvio, sotto Adamo; la seconda, dopo il diluvio, sotto Noè; la terza, il dono della legge, sotto Mosè; la quarta, quella che rinnova l’uomo e ricapitola in sé ogni cosa per mezzo del vangelo, sollevando gli uomini sulle proprie ali fino al regno celeste.
9. Stando così le cose, sono vani, ignoranti e insieme temerari tutti coloro che alterano la forma del vangelo, presentandone gli aspetti come più numerosi o come meno numerosi di quanto si è detto. I primi, per sembrare di aver scoperto più di quanto è vero; i secondi, per mettere da parte i disegni di Dio. Marcione, rifiutando il vangelo intero, anzi tagliando se stesso fuori dal vangelo, si vanta di avere parte nei suoi beni. Altri, di nuovo, per annullare il dono dello Spirito, non ammettono quell’aspetto presentato dal vangelo di Giovanni, in cui il Signore promise di mandare il Paraclito (Gv 14,16), ma mettono da parte insieme il vangelo e lo Spirito profetico. Quanto ai seguaci di Valentino, poi, del tutto sfrontati, mentre diffondono le proprie composizioni si vantano di possedere più vangeli di quanti realmente ve ne siano: sono giunti a tanta audacia da intitolare Vangelo di Verità un loro scritto relativamente recente, che pure non concorda in nulla con i vangeli degli apostoli, sicché non hanno nemmeno un vangelo che non sia pieno di bestemmia. Perché, se ciò che hanno pubblicato è il vangelo della verità, ed è però del tutto diverso da quelli che ci sono stati trasmessi dagli apostoli, chiunque voglia può constatare, dalle Scritture stesse, che quello trasmesso dagli apostoli non sarebbe più il vangelo della verità. Ma che questi vangeli soli siano veri e affidabili, e non ammettano né aumento né diminuzione del numero suddetto, l’ho provato con tanti e tali argomenti. Poiché Dio ha fatto ogni cosa con giusta proporzione e armonia, era giusto che anche l’aspetto esteriore del vangelo fosse ben ordinato e armonizzato.