Marcione di Sinope

Marcione di Sinope (ca. 85-160) è forse l'eretico più importante che la storia cristiana abbia conosciuto: non per ciò che lasciò — di lui non sopravvive una riga —, ma per ciò che provocò. Ricco armatore venuto dal Ponto, sulle rive del Mar Nero, giunse a Roma intorno al 139 e vi predicò una dottrina radicale: il Dio severo dell'Antico Testamento, creatore del mondo e datore della Legge, non è il Padre buono e fino ad allora sconosciuto rivelato da Gesù. Due divinità, dunque, non una. Per provarlo compilò il primo «canone» della storia — una raccolta di libri ritenuti autorevoli, composta da un solo vangelo (una forma ridotta di Luca) e da dieci lettere di Paolo, suo unico vero apostolo —, ed espunse da quei testi tutto ciò che gli pareva «troppo ebraico». Espulso dalla Chiesa di Roma, fondò una propria chiesa che per generazioni rivaleggiò con quella maggioritaria. Conosciamo le sue idee solo attraverso chi lo confutò — Tertulliano, Ireneo, Epifanio —, e perciò ogni ricostruzione della sua opera è, di necessità, un'inferenza condotta sulle parole dei suoi nemici. Eppure la sua eredità è immensa e paradossale: fu la sua sfida a costringere la grande Chiesa a domandarsi, per la prima volta, quali libri fossero davvero Scrittura, e quale Dio essi annunciassero.

Indice del testo

Tra tutti gli «eretici» dei primi secoli, nessuno ha lasciato un segno più profondo di Marcione di Sinope — e nessuno una traccia testuale più tenue. Di lui non possediamo nulla: né le Antitesi, il libro in cui espose la sua dottrina, né la sua edizione del Vangelo, né la sua raccolta delle lettere di Paolo. Tutto ciò che sappiamo lo apprendiamo da chi lo combatté, e in particolare da Tertulliano, che gli dedicò un intero trattato in cinque libri, il Contro Marcione. È una situazione che impone una cautela: ascoltiamo la voce di Marcione sempre filtrata, e spesso deformata, da quella dei suoi avversari.

L’armatore venuto dal Ponto

Marcione proveniva da Sinope, città portuale sulla costa meridionale del Mar Nero, nell’odierna Turchia. Le fonti antiche raccontano che suo padre fosse il vescovo della chiesa locale: Marcione, dunque, crebbe in una famiglia cristiana e benestante, all’inizio del II secolo, e si arricchì nell’attività di famiglia, che pare consistesse nella costruzione e nell’armamento di navi.

Accumulata una fortuna, lasciò l’Asia Minore per Roma, capitale dell’impero, dove intorno al 139-144 si unì alla chiesa cittadina e ne sostenne le attività anche con una cospicua donazione. Fu lì, nel cuore del cristianesimo che andava organizzandosi, che Marcione elaborò le sue posizioni e cominciò a diffonderle — finché la sua dottrina si rivelò inconciliabile con quella della comunità, che lo espulse e gli restituì il denaro. Marcione non rientrò nei ranghi: fondò una propria chiesa, dotata di clero, sacramenti e Scritture, che si diffuse rapidamente e che, per buona parte del II e III secolo, fu uno dei più temibili concorrenti del cristianesimo destinato a prevalere.

Due divinità, non una

Il punto di partenza di Marcione è una lettura radicale di Paolo. Nelle lettere ai Galati e ai Romani, Paolo insiste che non è osservando la Legge di Mosè — «le opere della Legge» — che l’uomo si riconcilia con Dio, ma solo per la fede nella morte e risurrezione di Cristo. Marcione portò questo contrasto alle sue conseguenze estreme: dove c’è la Legge non c’è il vangelo; Legge e vangelo non sono soltanto distinti, ma contrari.

Se così è, ragionò, il Dio che diede la Legge non può essere lo stesso Dio che salva gli uomini dalla loro incapacità di osservarla. Il Dio dell’Antico Testamento — il creatore di questo mondo, il legislatore severo e giusto che ordina lo sterminio di Gerico e ripaga occhio per occhio — non è il Padre di Gesù. Quel Padre è un Dio fino ad allora del tutto ignoto, un Dio di pura bontà e misericordia, che non ha creato nulla di questo mondo e che, per gratuita compassione, invia il proprio Figlio a riscattare creature che non gli appartengono.

Per dimostrarlo, Marcione scrisse le Antitesi, una raccolta di «affermazioni contrarie» che allineavano i passi dell’Antico Testamento agli insegnamenti di Gesù e di Paolo, per farne risaltare l’incompatibilità. Può il Dio che comanda di distruggere i nemici essere lo stesso che dice «amate i vostri nemici», «porgete l’altra guancia», «pregate per chi vi perseguita»? Per Marcione la risposta era no: si trattava, letteralmente, di due divinità diverse.

Un Gesù senza carne

Da questa premessa discendeva una conseguenza precisa. Se il Dio di Gesù non è il creatore, allora Gesù non può appartenere all’ordine del creato: non può essere nato in un corpo di carne, che è opera del Dio inferiore. Doveva essere disceso dal cielo, dal vero Dio, direttamente, e la sua umanità doveva essere solo apparenza. Marcione era cioè un docetista (dal greco dokéō, «sembrare»): per lui il corpo di Cristo, la sua nascita, la sua sofferenza erano una parvenza. Anche qui poteva appellarsi a Paolo, che parlava di Gesù venuto «in una carne simile a quella del peccato» (Rm 8,3). Coerentemente, i suoi seguaci non attendevano alcuna risurrezione della carne alla fine dei tempi: la salvezza era liberazione dal mondo materiale, non sua redenzione.

Il primo canone della storia

Qui sta il contributo più duraturo di Marcione. Egli è il primo cristiano di cui abbiamo notizia ad aver fissato un canone, cioè un elenco chiuso di libri considerati Scrittura sacra. E fu un canone sorprendentemente breve. Poiché il Dio degli ebrei non era il vero Dio, il suo libro — l’intero Antico Testamento — ne restava escluso: non esisteva, per Marcione, un Antico Testamento cristiano.

Restavano due sezioni. La prima erano le lettere di Paolo: Marcione ne conosceva dieci — tutte quelle del Nuovo Testamento tranne le due lettere a Timoteo e quella a Tito, le cosiddette Pastorali. La seconda era un solo racconto della vita di Gesù, con ogni probabilità una forma del Vangelo di Luca. Undici libri in tutto: nessun Antico Testamento, un vangelo, dieci epistole.

C’era però un problema: anche quei testi citavano l’Antico Testamento come autorità e parlavano del creatore come del vero Dio. Marcione lo spiegò così: dopo la partenza di Gesù, i suoi discepoli ne avevano frainteso e alterato il messaggio, ricadendo nelle vecchie pratiche giudaiche; per questo era stato chiamato Paolo, l’unico ad aver capito. E poiché perfino i testi di Paolo e di Luca erano stati corrotti dai copisti che non comprendevano la verità dei due dèi, Marcione si sentì autorizzato a «correggerli», espungendo tutto ciò che gli appariva troppo ebraico. Non inventò Scritture: tagliò quelle che aveva, con il coltello più che con la penna — come gli rimprovererà Tertulliano.

Perché di Marcione non resta nulla

La chiesa marcionita fu, per generazioni, abbastanza forte da preoccupare seriamente i suoi avversari. Proprio questo spiega perché il suo fondatore sia uno degli eretici meglio documentati e, insieme, uno di quelli di cui meno possediamo: i cristiani che alla fine prevalsero combatterono le sue idee con energia, ma non avevano interesse a conservarne i testi. Le Antitesi andarono perdute; il suo Vangelo e la sua raccolta paolina sopravvivono solo come citazioni e parafrasi ostili nei trattati di Tertulliano e di Epifanio. Da queste testimonianze gli studiosi moderni hanno tentato di ricostruirne il contenuto, ma ogni ricostruzione resta un’ipotesi edificata sulle parole di chi voleva confutarlo, non un testo originale: è la ragione per cui questa pagina è una scheda storica, e non — come per gli altri testi dell’archivio — la traduzione di un’opera.

L’eredità paradossale

La sfida di Marcione ebbe un effetto che egli non aveva previsto e che certo non avrebbe voluto. Costringendo la grande Chiesa a respingere il suo canone ridotto, lo obbligò a domandarsi, per la prima volta in modo esplicito, quali libri fossero davvero Scrittura. La risposta fu opposta alla sua sotto ogni aspetto: non un solo vangelo ma quattro, non il solo Paolo ma l’intero corpo apostolico, e soprattutto la ferma conservazione dell’Antico Testamento come parola del medesimo, unico Dio creatore e redentore — la posizione che, capovolgendo Marcione, troviamo difesa con vigore in scritti come la Lettera di Barnaba, per cui l’Antico Testamento è il libro cristiano per eccellenza. Il Nuovo Testamento come lo conosciamo nasce, in larga parte, dalla reazione a Marcione.

C’è infine una cautela storica che vale la pena di esibire. La consueta cronologia — prima la dottrina retta, poi la sua corruzione eretica — è esattamente lo schema che Tertulliano difende nella Prescrizione degli eretici e che la storiografia del Novecento, a partire da Walter Bauer, ha messo in discussione: in più regioni dell’impero le forme di cristianesimo poi dichiarate «eretiche» furono le più antiche o le più diffuse, e fu solo la fazione vincitrice a riscrivere a posteriori la storia del conflitto. Marcione, da questo punto di vista, non è un deviante tardivo da un’ortodossia già compiuta, ma uno dei protagonisti della lunga e aperta contesa da cui quell’ortodossia sarebbe poi emersa.