La prescrizione degli eretici
La «prescrizione degli eretici» (in latino «De praescriptione haereticorum») è il più tagliente dei trattati antieretici di Tertulliano, il primo grande scrittore cristiano di lingua latina, attivo a Cartagine intorno al 200. Tertulliano, che ragiona da giurista, prende a prestito un istituto del diritto romano: la praescriptio, l'eccezione procedurale che blocca un processo prima ancora di entrare nel merito della causa. La applica agli eretici — i gnostici Valentino, Marcione, Apelle: non occorre discutere con loro versetto per versetto, perché manca loro il titolo stesso per appellarsi alle Scritture. Le Scritture, sostiene, appartengono alla Chiesa che le ha ricevute dagli apostoli; chi è venuto «dopo» e «da fuori» non ha alcun diritto di citarle. È in queste pagine che risuona la celebre domanda «Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?», con cui Tertulliano accusa la filosofia greca di essere la madre di ogni eresia. Dove l'eresiologia confuta sistema per sistema, qui Tertulliano taglia il nodo alla radice. Vale però una cautela storica: l'argomento di Tertulliano — la verità prima, l'eresia come corruzione successiva, Roma garante della successione apostolica — è esattamente il modello che lo storico Walter Bauer, nel 1934, ha rovesciato, mostrando che in più regioni «eretica» fu anzi la forma più antica del cristianesimo, e che furono i vincitori a riscrivere a posteriori la storia del conflitto. Il testo è tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio dell'edizione Ante-Nicene Fathers (Peter Holmes, 1870).
Indice del testo
Le eresie devono esistere
1. Il carattere dei tempi in cui viviamo ci spinge a questa stessa avvertenza: che non dobbiamo stupirci delle eresie, né la loro esistenza deve sorprenderci, perché fu predetto che sarebbero venute; e neppure il fatto che esse sovvertano la fede di alcuni, poiché il loro fine ultimo è proprio questo — mettere alla prova la fede e darle insieme l’occasione di mostrarsi salda (1 Cor 11,19). È dunque infondato e sconsiderato lo scandalo dei molti che si turbano per il solo fatto che le eresie prevalgano a tal punto. Quando si è stabilito che una cosa deve assolutamente essere, essa riceve la causa per cui esiste, e ciò assicura la forza per cui sussiste, in modo che le sia impossibile non esistere.
2. Prendiamo il caso simile della febbre, posta tra i mali mortali e tormentosi destinati a distruggere l’uomo: non ci stupiamo che esista, perché è là, né che consumi l’uomo, perché è questo lo scopo della sua esistenza. Allo stesso modo, riguardo alle eresie, prodotte per indebolire ed estinguere la fede, poiché proviamo timore per il potere che hanno, dovremmo temere anzitutto il fatto che esistano: finché esistono, hanno il loro potere, e finché hanno potere, esistono. La febbre, però, essendo un male sia nella causa sia nella forza, la detestiamo più che stupircene, e per quanto possiamo ce ne guardiamo, pur non avendo in nostro potere di estirparla. Alcuni invece preferiscono stupirsi delle eresie, che recano la morte eterna e l’ardore di un fuoco più forte, per il potere che possiedono, anziché sfuggirvi quando ne hanno il modo: ma le eresie non avrebbero alcun potere, se gli uomini smettessero di stupirsi che ne abbiano. In un combattimento di pugili e di gladiatori, di regola, non è perché un uomo è forte che vince, né perde perché non lo è, ma perché lo sconfitto era privo di forza; e quello stesso vincitore, opposto poi a un avversario davvero forte, si ritira mortificato. Esattamente così le eresie traggono la forza che hanno dalla debolezza dei singoli, e nessuna forza hanno quando incontrano una fede davvero salda.
3. È normale che le persone di carattere più debole, persuase da certuni caduti nell’eresia, finiscano per rovinare a loro volta. «Come mai — chiedono — quella donna o quell’uomo, tra i più fedeli, prudenti e stimati nella Chiesa, sono passati dall’altra parte?». Ma chi pone una simile domanda non vi risponde forse da sé, riconoscendo che uomini lasciatisi pervertire dalle eresie non avrebbero mai dovuto essere ritenuti prudenti, fedeli o stimati? È forse cosa straordinaria che uno già approvato cada poi indietro? Saul, buono più di ogni altro, fu poi rovinato dall’invidia; Davide, uomo secondo il cuore del Signore (1 Sam 13,14), si rese poi colpevole di omicidio e di adulterio (2 Sam 11); Salomone, dotato dal Signore d’ogni grazia e sapienza, fu condotto all’idolatria dalle donne (1 Re 11,4). Al solo Figlio di Dio era riservato di perseverare fino alla fine senza peccato. Ma se anche un vescovo, un diacono, una vedova, una vergine, un dottore, perfino un martire fosse caduto dalla regola della fede, le eresie sembreranno per questo possedere la verità? Proviamo forse la fede dalle persone, o le persone dalla fede? Nessuno è saggio, nessuno è fedele, nessuno eccelle in dignità se non il cristiano; e nessuno è cristiano se non chi persevera sino alla fine (Mt 10,22). Tu, da uomo, conosci un altro uomo dall’aspetto esteriore: pensi quel che vedi, e vedi solo fin dove arrivano i tuoi occhi. Ma «gli occhi del Signore sono in alto» (Ger 32,19): l’uomo guarda all’apparenza, Dio guarda al cuore (1 Sam 16,7). Il Signore conosce i suoi (2 Tm 2,19); la pianta che il Padre celeste non ha piantato, la sradica (Mt 15,13); i primi saranno gli ultimi (Mt 20,16); ed Egli tiene in mano il ventilabro per ripulire la sua aia (Mt 3,12). Voli pure via, a ogni soffio di tentazione, la pula di una fede incostante: tanto più puro sarà il cumulo di grano riposto nel granaio del Signore. Non si ritrassero forse alcuni discepoli dallo stesso Signore, quando rimasero scandalizzati? (Gv 6,66). Eppure gli altri non pensarono per questo di doverlo abbandonare, ma, sapendo che era la Parola di Vita e veniva da Dio, rimasero con lui sino alla fine, dopo che egli aveva chiesto con dolcezza se anch’essi volessero andarsene (Gv 6,67). È cosa da poco che certi uomini, come Figèllo, Ermògene, Filèto e Imenèo, abbiano disertato il suo apostolo: il traditore di Cristo fu egli stesso uno degli apostoli. «Uscirono da noi — dice Giovanni — ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi».
4. Ricordiamo piuttosto le parole del Signore e le lettere degli apostoli: ci hanno preannunciato che vi sarebbero state eresie, e ci hanno dato in anticipo l’avvertimento di evitarle. Il Signore ci insegna che verranno molti lupi rapaci in veste di pecore (Mt 7,15). E che sono queste vesti di pecore se non la superficie esterna della professione cristiana? Chi sono i lupi rapaci se non quei sensi e spiriti ingannatori, in agguato dentro per devastare il gregge di Cristo? Chi sono i falsi profeti se non coloro che predicono il futuro con inganno? Chi i falsi apostoli se non i predicatori di un vangelo spurio? Chi gli anticristi, ora e sempre, se non gli uomini che si ribellano a Cristo? Le eresie, oggi, lacerano la Chiesa pervertendo la dottrina, non meno di quanto l’Anticristo la perseguiterà allora con la crudeltà dei suoi assalti — salvo che la persecuzione fa martiri, l’eresia solo apostati. E perciò bisogna che vi siano eresie, perché si manifestino coloro che sono approvati (1 Cor 11,19): sia quanti restano saldi nella persecuzione, sia quanti non deviano nell’eresia. L’apostolo non intende che siano da ritenersi approvati coloro che barattano la fede con l’eresia, per quanto essi interpretino a loro vantaggio le sue parole quando altrove dice: «Esaminate ogni cosa, ritenete ciò che è buono» — come se, dopo aver esaminato male ogni cosa, non si potesse, per errore, scegliere risolutamente qualcosa di cattivo.
5. Quando poi rimprovera le dissensioni e gli scismi, che sono indubbiamente mali, vi aggiunge subito anche le eresie. Ciò che accosta a cose cattive, lo confessa esso stesso un male, e tanto maggiore in quanto ci dice di aver creduto agli scismi e alle dissensioni proprio perché sapeva che dovevano esserci anche le eresie (1 Cor 11,19). Lungi dal ritenere buone le eresie, suo scopo era avvertirci di non sorprenderci di prove anche peggiori, poiché esse servono a far manifesti gli approvati (1 Cor 11,18) — cioè coloro che non si lasciarono pervertire. E poiché l’intero passo mira alla custodia dell’unità e alla repressione delle divisioni, e le eresie separano dall’unità non meno degli scismi e delle dissensioni, egli pone senza dubbio le eresie sotto la stessa condanna. Così facendo, dichiara non approvati coloro che vi sono caduti, tanto più che con rimproveri esorta gli uomini ad allontanarsene, insegnando che tutti debbano dire e pensare la stessa cosa (1 Cor 1,10) — proprio ciò che le eresie non permettono.
6. Su questo non insistiamo oltre, poiché è lo stesso Paolo che, nella Lettera ai Galati, annovera le eresie tra le opere della carne (Gal 5,20), e che a Tito intima di respingere l’uomo eretico dopo la prima ammonizione, perché un tale è ormai pervertito e pecca, condannandosi da sé (Tt 3,10-11). Quasi in ogni lettera, raccomandando di evitare le false dottrine, condanna aspramente le eresie. I loro effetti pratici sono appunto le false dottrine, in greco dette «eresie», parola che indica la scelta che un uomo compie quando le insegna ad altri o le abbraccia per sé. Per questo egli chiama l’eretico «condannato da sé»: perché ha scelto egli stesso ciò per cui è condannato. A noi, invece, non è permesso coltivare nulla a nostro arbitrio, né scegliere ciò che un altro ha introdotto di sua privata fantasia. Negli apostoli del Signore abbiamo la nostra autorità; e neppure essi scelsero di introdurre alcunché da sé, ma trasmisero fedelmente alle nazioni la dottrina ricevuta da Cristo. Perciò, anche se un angelo dal cielo annunciasse un altro vangelo, sarebbe da noi dichiarato anatema. Lo Spirito Santo aveva previsto fin d’allora che in una certa vergine, di nome Filumène, vi sarebbe stato un angelo d’inganno trasformato in angelo di luce (2 Cor 11,14), dai cui prodigi e illusioni Apelle fu sedotto, e introdusse la sua nuova eresia.
La filosofia, madre delle eresie
7. Queste sono dottrine di uomini e di dèmoni (1 Tm 4,1), prodotte per il prurito di orecchi avidi della sapienza di questo mondo: sapienza che il Signore chiamò stoltezza, scegliendo le cose stolte del mondo per confondere la filosofia stessa. È infatti la filosofia la materia della sapienza mondana, temeraria interprete della natura e dell’economia di Dio. Anzi, le eresie stesse sono istigate dalla filosofia. Di qui vennero gli Eòni e quelle non so quali forme infinite, e la triplice natura dell’uomo nel sistema di Valentino, che fu della scuola di Platone. Di qui il dio «migliore» di Marcione, con tutta la sua impassibilità: viene dagli Stoici. Di qui l’opinione che l’anima muoia, propria degli Epicurei; e la negazione della risurrezione del corpo, presa dall’intera schiera dei filosofi; e quando si fa la materia pari a Dio, ecco l’insegnamento di Zenone; e quando si parla di un dio fatto di fuoco, ecco entrare Eraclito. Gli stessi temi sono dibattuti più e più volte dagli eretici e dai filosofi; gli stessi argomenti vi sono coinvolti: donde viene il male? e perché? quale l’origine dell’uomo, e in che modo? Oltre alla domanda che Valentino ha posto da ultimo: donde viene Dio? — che egli risolve così: dall’«ènthymesis» e dall’«éctroma». Infelice Aristotele! Egli inventò per costoro la dialettica, l’arte di costruire e di demolire, così sfuggente nelle proposizioni, così forzata nelle congetture, così dura negli argomenti, così feconda di contese — d’impaccio perfino a se stessa, che tutto ritratta e in realtà non tratta di nulla. Di qui nascono quelle favole e quelle genealogie senza fine (1 Tm 1,4), quelle questioni inutili (Tt 3,9), quelle parole che si diffondono come un cancro (2 Tm 2,17). Da tutto ciò, volendo trattenerci, l’apostolo nomina espressamente la filosofia come ciò da cui guardarci. Scrivendo ai Colossesi dice: «Badate che nessuno vi inganni con la filosofia e con vano raggiro, secondo la tradizione degli uomini e contro la sapienza dello Spirito Santo» (Col 2,8). Egli era stato ad Atene, e in quei colloqui aveva conosciuto quella sapienza umana che pretende di conoscere la verità mentre la corrompe, ed è essa stessa divisa nelle sue molteplici eresie, per la varietà delle sue sette tra loro discordi. Che cosa ha dunque a che fare Atene con Gerusalemme? Quale accordo tra l’Accademia e la Chiesa? Quale tra gli eretici e i cristiani? Il nostro insegnamento viene dal portico di Salomone, il quale aveva insegnato che il Signore va cercato nella semplicità del cuore (Sap 1,1). Via, dunque, ogni tentativo di produrre un cristianesimo screziato di stoicismo, di platonismo e di dialettica! Dopo aver posseduto Cristo Gesù non vogliamo curiose dispute, né inquisizioni dopo aver goduto del vangelo. Con la nostra fede non desideriamo nient’altro da credere: questa è la nostra fede sovrana, che non vi sia null’altro da credere oltre a essa.
«Cercate e troverete»: senso e limite della ricerca
8. Vengo ora al punto che invocano sia i nostri fratelli sia gli eretici: i nostri lo adducono a pretesto per avventurarsi in curiose indagini, gli eretici per giustificare lo scrupolo della loro incredulità. È scritto, dicono: «Cercate e troverete» (Mt 7,7). Ricordiamo in quale momento il Signore disse questo. Penso che fosse al principio stesso del suo insegnamento, quando ancora tutti dubitavano se egli fosse il Cristo, e neppure Pietro lo aveva dichiarato Figlio di Dio, e Giovanni Battista stesso aveva cominciato a esitare sul suo conto. A buon diritto, dunque, fu detto allora «Cercate e troverete», quando la ricerca era ancora da farsi su colui che non era ancora conosciuto. Inoltre fu detto a proposito dei Giudei, ai quali tutta questa riprensione si rivolge: essi avevano dove cercare il Cristo. «Hanno Mosè ed Elia» (Lc 16,29), cioè la legge e i profeti, che annunciano Cristo; come altrove dice apertamente: «Scrutate le Scritture, in cui pensate di avere la salvezza: sono esse che rendono testimonianza di me» (Gv 5,39). E così si chiarisce «Cercate e troverete». Anche le parole seguenti riguardano i Giudei: «Bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). I Giudei erano stati un tempo in alleanza con Dio; poi, respinti per i loro peccati, cominciarono a essere senza Dio. I Gentili, al contrario, non erano mai stati in alleanza con Dio: erano soltanto come una goccia da un secchio e come polvere dell’aia (Is 40,15), e sempre fuori della porta. Come potrà bussare, là dove non fu mai, chi è sempre rimasto fuori? Quale porta conosce, se non ne ha varcata alcuna, né entrando né uscendo? Non è piuttosto colui che sa di aver dimorato dentro e di esserne stato cacciato, che ha trovato la porta e vi ha bussato? Allo stesso modo «Chiedete e riceverete» (Mt 7,7) si addice a chi sapeva a chi chiedere, e a chi era stata fatta una promessa: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. I Gentili nulla sapevano di lui né delle sue promesse. Perciò a Israele egli parlò dicendo: «Non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24). Non aveva ancora gettato ai cani il pane dei figli, né comandato di andare verso i Gentili (Mt 10,5). Solo alla fine ordina di andare e ammaestrare tutte le nazioni e di battezzarle (Mt 28,19), quando di lì a poco esse avrebbero ricevuto lo Spirito Santo, il Consolatore, che le avrebbe guidate a tutta la verità (Gv 16,13). Tutte le parole del Signore, in verità, sono per tutti, e attraverso gli orecchi dei Giudei sono giunte a noi; ma la maggior parte fu rivolta a persone giudaiche, e perciò non costituiscono per noi un insegnamento proprio, bensì un esempio.
9. Lascio ora di proposito questo terreno. Sia pure concesso che le parole «Cercate e troverete» fossero rivolte a tutti gli uomini ugualmente. Anche qui ci si deve sforzare di determinare il senso delle parole in accordo con la ragione, che è il principio guida di ogni interpretazione. Nessuna parola divina è così sconnessa e diffusa da doverne insistere solo sui termini, lasciandone indeterminato il nesso. Pongo dunque, anzitutto, che vi è una cosa, una sola e perciò ben definita, insegnata da Cristo, che i Gentili sono assolutamente tenuti a credere, e perciò a cercare, affinché, trovatala, possano credere. Ma non può esservi ricerca indefinita di ciò che è stato insegnato come una cosa sola e definita. Devi cercare fino a che non trovi, e credere quando hai trovato; né hai altro da fare che custodire ciò in cui hai creduto, purché tu creda anche questo: che null’altro è da credere, e perciò null’altro da cercare, dopo aver trovato e creduto ciò che è stato insegnato da Colui che ti comanda di non cercare altro da quel che ha insegnato.
10. La ragione di questa parola sta in tre punti: nella materia, nel tempo e nel limite. Nella materia: che tu consideri che cosa devi cercare; nel tempo: quando devi cercare; nel limite: fino a quando. Ciò che devi cercare è quel che Cristo ha insegnato, e devi cercarlo finché non lo trovi. Ma tu hai trovato quando hai creduto: non avresti creduto se non avessi trovato, come non avresti cercato se non in vista di trovare. Scopo del cercare era dunque trovare, e scopo del trovare era credere. Ogni ulteriore indugio nel cercare e nel trovare lo hai escluso col credere. Questo limite te lo ha posto Colui stesso che non vuole tu creda altro da quel che ha insegnato, né dunque lo cerchi. Se invece, poiché tante altre cose sono state insegnate dall’uno e dall’altro, dovessimo per ciò continuare a cercare finché possiamo trovare qualcosa, allora dovremmo cercare sempre e non credere mai a nulla. Dove sarà infatti la fine del cercare? dove la sosta nel credere? dove il compimento del trovare? Con Marcione? Ma anche Valentino propone il motto «Cercate e troverete». Con Valentino, allora? Ma anche Apelle mi assalirà con la stessa citazione; e così Ebione, e Simone, e tutti a turno non hanno altro argomento con cui adescarmi e tirarmi dalla loro parte. Così non sarei in nessun luogo, e mi imbatterei ancora in quel «Cercate e troverete», come se non avessi mai trovato ciò che Cristo ha insegnato — ciò che si doveva cercare, ciò che si deve credere.
11. Vi è impunità nell’errare, se non vi è colpa; benché errare sia già di per sé una colpa. Ma se ho creduto ciò che ero tenuto a credere, e poi penso che vi sia qualcosa di nuovo da cercare, mi aspetto naturalmente di trovare qualcos’altro; e tale attesa non l’avrei, se non perché o non avevo davvero creduto, pur sembrando un credente, oppure ho cessato di credere. Se così abbandono la mia fede, mi trovo a rinnegarla. Una volta per tutte: nessuno cerca, se non chi mai possedette, o chi ha perduto ciò che cerca. La donna del Vangelo aveva perduto una delle sue dieci monete, e perciò la cercò (Lc 15,8); ma quando la trovò, cessò di cercarla. Il vicino era senza pane, e perciò bussò; ma appena gli fu aperta la porta e ricevette il pane, smise di bussare (Lc 11,5). La vedova chiedeva di essere ascoltata dal giudice perché non era ammessa; ma quando la sua causa fu udita, da allora tacque (Lc 18,2-3). C’è dunque un limite al cercare, al bussare, al chiedere: «A chiunque chiede sarà dato, a chi bussa sarà aperto, da chi cerca sarà trovato» (Lc 11,9). Via dunque chi cerca sempre perché non trova mai, ché cerca là dove nulla può trovarsi; via chi bussa sempre perché non gli sarà mai aperto, ché bussa dove non c’è chi apra; via chi chiede sempre perché non sarà mai esaudito, ché chiede a chi non ascolta.
12. Quanto a noi, pur dovendo ancora cercare, e sempre, dove deve farsi la nostra ricerca? Forse presso gli eretici, dove tutto è estraneo e contrario alla nostra verità, e a cui ci è proibito accostarci? Quale schiavo cerca cibo da un estraneo, per non dire da un nemico del suo padrone? Quale soldato si aspetta paga e premio da re alleati a stento, anzi nemici — se non, per caso, è un disertore, un fuggiasco, un ribelle? Anche quella donna cercava la moneta dentro la propria casa; ed era alla porta del vicino che l’insistente bussava; e non a un giudice ostile, per quanto severo, la vedova si appellava. Nessuno riceve istruzione da ciò che tende a distruggerlo; nessuno riceve luce da dove tutto è tenebra. La nostra ricerca, dunque, sia in ciò che è nostro, e presso i nostri, e riguardo a ciò che è nostro: quello, e solo quello, che può divenire oggetto d’indagine senza intaccare la regola della fede.
La regola della fede
13. Quanto a questa regola della fede — perché da qui si riconosca che cosa difendiamo —, essa prescrive di credere che vi è un solo Dio, e che egli non è altri che il Creatore del mondo, il quale produsse ogni cosa dal nulla per mezzo del suo Verbo, emesso per primo di tutto; che questo Verbo è chiamato suo Figlio, e sotto il nome di Dio fu visto in vari modi dai patriarchi, udito sempre nei profeti, e infine, recato dallo Spirito e dalla Potenza del Padre nella Vergine Maria, si fece carne nel suo grembo, e nato da lei venne come Gesù Cristo; che predicò la nuova legge e la nuova promessa del regno dei cieli, operò miracoli, fu crocifisso, risuscitò il terzo giorno, salì ai cieli e sedette alla destra del Padre; che mandò, in sua vece, la Potenza dello Spirito Santo a guidare i credenti; che verrà nella gloria per prendere i santi al godimento della vita eterna e delle promesse celesti, e per condannare gli empi al fuoco eterno, dopo la risurrezione degli uni e degli altri con la restituzione della loro carne. Questa regola, come si proverà, fu insegnata da Cristo, e non solleva tra noi altre questioni se non quelle che le eresie introducono, e che fanno gli uomini eretici.
14. Finché la sua forma sussiste nel suo giusto ordine, puoi cercare e discutere quanto vuoi, e dare libero corso alla tua curiosità su ciò che ti pare dubbio o oscuro. Hai a portata di mano qualche fratello dotto, fornito della grazia della conoscenza, qualcuno degli esperti, un tuo intimo curioso come te; il quale però, pur cercando con te, sa bene che è meglio per te restare nell’ignoranza, per non venire a sapere ciò che non devi, dopo aver appreso ciò che devi sapere. «La tua fede ti ha salvato» (Lc 18,42), dice il Signore, non «la tua abilità nelle Scritture». La fede è riposta nella regola: ha una legge, e nell’osservarla la salvezza. L’abilità, invece, consiste in un’arte curiosa, che ha per gloria la sola prontezza dell’ingegno. Ceda dunque tale arte curiosa alla fede; ceda tale gloria alla salvezza. Non sapere nulla contro la regola è sapere ogni cosa. Anche se gli eretici non fossero nemici della verità — sì che non saremmo stati avvertiti di evitarli —, quale condotta sarebbe accordarsi con uomini che confessano essi stessi di cercare ancora? Se cercano ancora, non hanno ancora trovato nulla di certo; e perciò, qualunque cosa per un poco sembrino tenere, tradiscono il proprio scetticismo, mentre continuano a cercare. E tu, che cerchi alla loro maniera, guardando a chi a sua volta cerca sempre — dubbioso a dubbiosi, vacillante a vacillanti —, sarai condotto, cieco da ciechi, giù nel fosso (Mt 15,14). Ma quando, per ingannarci, fingono di cercare ancora, allo scopo di propinarci i loro saggi con la suggestione di una premurosa simpatia; quando, ottenuto accesso a noi, insistono subito sulla necessità di indagare i punti che soglion proporre — allora è ben tempo per noi, per dovere morale, di respingerli, perché sappiano che non Cristo, ma loro stessi noi rifiutiamo. Poiché, finché cercano, non hanno tesi fisse; e non avendo tesi fisse, non hanno ancora creduto; e non avendo ancora creduto, non sono cristiani. E se anche hanno le loro tesi e la loro fede, dicono che l’indagine è necessaria alla discussione; ma prima della discussione negano ciò che confessano di non aver ancora creduto, finché lo tengono come oggetto d’indagine. Quando dunque, per loro stessa ammissione, gli uomini non sono cristiani, quanto più non lo sono per noi! Che verità è quella che essi patrocinano, raccomandandocela con una menzogna? Ma trattano davvero delle Scritture e raccomandano le loro opinioni a partire dalle Scritture! Certo: da quale altra fonte trarrebbero argomenti sulle cose della fede, se non dai documenti della fede?
Agli eretici non spetta discutere delle Scritture
15. Siamo dunque giunti al cuore della nostra posizione: a questo miravamo, e a questo ci preparavamo nel preambolo. Essi mettono avanti le Scritture, e con questa loro insolenza influenzano subito alcuni. Nello scontro, poi, stancano i forti, catturano i deboli, e congedano i vacillanti col dubbio. Perciò opponiamo loro questo passo, prima di ogni altro: non ammetterli ad alcuna discussione delle Scritture. Se in esse stanno le loro risorse, prima che le adoperino bisogna veder chiaro a chi appartenga il possesso delle Scritture, perché non sia ammesso a usarne chi non ne ha alcun titolo.
16. Si potrebbe pensare che io abbia posto questa tesi per diffidenza della mia causa, o per il desiderio di entrare nel contrasto per altra via, se non avessi ragioni dalla mia parte, e soprattutto questa: che la nostra fede deve ossequio all’apostolo, il quale ci proibisce di entrare in questioni o di prestare orecchio a dottrine nuove (1 Tm 6,3-4), e di frequentare un eretico dopo la prima e la seconda ammonizione (Tt 3,10) — non, si badi, dopo la discussione. Egli ha vietato la discussione proprio designando l’ammonizione come modo di trattare con l’eretico, e la prima soltanto, perché costui non è cristiano; affinché non sembri, alla maniera di un cristiano, dover essere corretto più volte, e davanti a due o tre testimoni (Mt 18,16), dato che dev’essere corretto proprio perché non si deve discutere con lui; e poi perché una controversia sulle Scritture non può produrre altro effetto che sconvolgere lo stomaco o il cervello.
17. Questa vostra eresia non riceve certe Scritture; e quelle che riceve, le pervertite con aggiunte e sottrazioni, per i vostri fini; e quelle che ricevete, non le ricevete intere; e anche quando ne accogliete qualcuna intera fino a un certo punto, la pervertite con interpretazioni diverse. La verità è insidiata tanto dall’adulterazione del senso quanto dalla corruzione del testo. Le loro vane presunzioni devono per forza rifiutare gli scritti da cui sono confutate; si appoggiano a quelli che hanno falsamente messo insieme e scelto per la loro ambiguità. Per quanto espertissimo nelle Scritture, non farai alcun progresso, quando tutto ciò che affermi è negato dall’altra parte, e tutto ciò che neghi è da quella affermato. Quanto a te, non perderai che il fiato, e non guadagnerai che irritazione dalla loro bestemmia.
18. Ma riguardo all’uomo per amore del quale entri nella discussione delle Scritture, sperando di rafforzarlo nei suoi dubbi: penderà egli verso la verità o piuttosto verso le opinioni eretiche? Vedendo che tu non hai fatto progressi, e che l’altra parte sta alla pari con te nel negare e nel difendere, se ne andrà confermato nella sua incertezza dalla discussione, non sapendo quale parte giudicare eretica. Anch’essi, infatti, possono ritorcere queste cose contro di noi: è conseguenza necessaria che giungano a dire che le adulterazioni delle Scritture e le false esposizioni sono introdotte piuttosto da noi, poiché essi, non meno di noi, sostengono che la verità è dalla loro parte.
19. Il nostro appello, dunque, non va fatto alle Scritture; né si deve ammettere controversia su punti in cui la vittoria sarebbe o impossibile, o incerta, o non abbastanza sicura. Anche se una discussione dalle Scritture non riuscisse a mettere le due parti alla pari, l’ordine naturale delle cose richiederebbe che si proponesse prima questo punto, che è ora il solo da discutere: presso chi sia quella fede a cui appartengono le Scritture; da che cosa, per mezzo di chi, quando e a chi sia stata trasmessa quella regola per cui gli uomini diventano cristiani. Poiché là dove si manifesterà essere la vera regola e fede cristiana, là saranno anche le vere Scritture, le loro vere esposizioni e tutte le tradizioni cristiane.
La fede viene da Cristo attraverso gli apostoli
20. Cristo Gesù nostro Signore — mi si perdoni questo modo di esprimermi —, chiunque egli sia, di qualunque Dio sia il Figlio, di qualunque sostanza sia uomo e Dio, di qualunque fede sia maestro, di qualunque ricompensa sia promettitore, finché visse sulla terra dichiarò egli stesso ciò che era, ciò che era stato, quale fosse la volontà del Padre che egli amministrava, quale il dovere dell’uomo che prescriveva — e ciò dichiarò o apertamente al popolo, o in privato ai discepoli, dei quali aveva scelto i dodici principali per averli al suo fianco (Mc 4,34), destinandoli a essere i maestri delle nazioni. Tolto di mezzo uno di essi, comandò agli altri undici, al momento di tornare al Padre, di andare e ammaestrare tutte le nazioni, battezzandole nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo (Mt 28,19). Subito, dunque, così fecero gli apostoli — termine che li indica come «i mandati». Avendo scelto a sorte Mattia come dodicesimo, al posto di Giuda, in base a una profezia di un salmo di Davide, ottennero la promessa potenza dello Spirito Santo per il dono dei miracoli e della parola; e dopo aver reso testimonianza alla fede in Gesù Cristo per tutta la Giudea, e fondatevi le chiese, uscirono nel mondo e predicarono la stessa dottrina della stessa fede alle nazioni. Fondarono allo stesso modo chiese in ogni città, dalle quali tutte le altre, una dopo l’altra, hanno derivato e ogni giorno derivano la tradizione della fede e i semi della dottrina, per divenire chiese. Solo per questo potranno dirsi apostoliche: come prole di chiese apostoliche. Ogni cosa deve ricondursi alla sua origine per essere classificata. Perciò le chiese, per quanto tante e grandi, costituiscono quell’unica Chiesa primitiva fondata dagli apostoli, dalla quale tutte derivano. Così tutte sono primitive e tutte apostoliche, mentre tutte si provano una sola, nell’unità ininterrotta, per la comunione pacifica, il titolo di fratellanza e il vincolo dell’ospitalità — privilegi che nessun’altra regola governa, se non l’unica tradizione del medesimo mistero.
21. Di qui traiamo la nostra regola. Poiché il Signore Gesù Cristo mandò gli apostoli a predicare, la nostra regola è che non si debbano accogliere altri predicatori se non quelli che Cristo costituì; perché nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo (Mt 11,27). Né il Figlio sembra averlo rivelato ad altri che agli apostoli, mandati a predicare ciò che egli aveva loro rivelato. Ora, ciò che essi predicarono — cioè ciò che Cristo rivelò loro — non può provarsi propriamente in altro modo che attraverso quelle stesse chiese che gli apostoli fondarono di persona, predicando loro il vangelo direttamente, a viva voce e poi con le loro lettere. Se così stanno le cose, è del pari manifesto che ogni dottrina concorde con le chiese apostoliche — quelle matrici e sorgenti originarie della fede — dev’essere ritenuta vera, come quella che contiene senza dubbio ciò che le chiese ricevettero dagli apostoli, gli apostoli da Cristo, Cristo da Dio; mentre ogni dottrina dev’essere pregiudicata come falsa se sa di contrarietà alla verità delle chiese, degli apostoli, di Cristo e di Dio. Resta dunque da dimostrare se questa nostra dottrina, di cui abbiamo dato la regola, abbia origine nella tradizione degli apostoli, e se tutte le altre non procedano per ciò stesso dalla falsità. Noi siamo in comunione con le chiese apostoliche perché la nostra dottrina in nulla differisce dalla loro: questa è la nostra testimonianza di verità.
22. Ma poiché la prova è così a portata di mano che, prodotta subito, nulla resterebbe da trattare, cediamo per un poco alla parte avversa, se crede di poter trovare qualche modo di invalidare questa regola. Sogliono dirci che gli apostoli non conobbero ogni cosa; spinti dalla stessa follia, si volgono poi al punto opposto e dichiarano che gli apostoli certo conobbero tutto, ma non tutto trasmisero a tutti — in entrambi i casi esponendo Cristo al biasimo di aver mandato apostoli o troppo ignoranti o troppo poco sinceri. Quale uomo di mente sana può supporre ignoranti di qualcosa coloro che il Signore costituì maestri, tenendoli inseparabili da sé nel seguito, nel discepolato, nella compagnia, e ai quali, quando erano soli, soleva spiegare ogni cosa oscura (Mc 4,34), dicendo che a loro era dato di conoscere quei misteri (Mt 13,11) che al popolo non era concesso comprendere? Fu forse nascosto qualcosa a Pietro, chiamato la roccia su cui edificare la Chiesa, che ottenne anche le chiavi del regno dei cieli, con il potere di sciogliere e di legare in cielo e in terra? Fu celato qualcosa a Giovanni, il discepolo prediletto, che soleva posare il capo sul suo petto (Gv 21,20), al solo dei quali il Signore indicò Giuda come il traditore, e che raccomandò a Maria come figlio in sua vece? (Gv 19,26). Di che cosa avrebbe voluto ignoranti coloro ai quali mostrò perfino la propria gloria con Mosè ed Elia, e la voce del Padre dal cielo? (Mt 17,1-8). Non perché disapprovasse gli altri, ma perché ogni parola dev’essere stabilita da tre testimoni. Allo stesso modo furono forse ignoranti coloro ai quali, dopo la risurrezione, mentre camminavano insieme, si degnò di spiegare tutte le Scritture? (Lc 24,27). Egli aveva sì detto: «Avrei ancora molte cose da dirvi, ma per ora non potete portarle»; ma aggiunse subito: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,12-13). Mostra così che nulla ignoravano coloro ai quali aveva promesso il futuro raggiungimento di ogni verità con l’aiuto dello Spirito di verità. E mantenne la promessa, poiché è provato negli Atti degli Apostoli che lo Spirito Santo discese. Ora, coloro che rifiutano quella Scrittura non possono appartenere allo Spirito Santo, non potendo riconoscere che lo Spirito sia stato già mandato ai discepoli; né possono pretendere di essere essi stessi una chiesa, non avendo modo alcuno di provare quando e con quali fasce questo corpo fu costituito. Tanto importa loro non avere prove di ciò che sostengono, perché con esse non vengano alla luce anche le menzogne che inventano.
23. Per marchiare gli apostoli con qualche segno d’ignoranza, adducono il caso di Pietro e dei suoi rimproverati da Paolo (Gal 2,11-14). Qualcosa, dunque, dicono, mancava loro: per costruire da ciò quell’altra loro tesi, che una conoscenza più piena sia forse sopravvenuta in seguito agli apostoli, come toccò a Paolo quando rimproverò i suoi predecessori. Dirò a coloro che rifiutano gli Atti degli Apostoli: bisogna anzitutto che ci mostriate chi fosse questo Paolo, che cosa fosse prima di diventare apostolo e come lo divenne — tanto grande è l’uso che ne fanno anche in altre questioni. È vero che egli ci dice di essere stato un persecutore prima di farsi apostolo (Gal 1,13); ma ciò non basta a chi esamina prima di credere, poiché neppure il Signore stesso rese testimonianza di sé (Gv 5,31). Credano pure senza le Scritture, se il loro scopo è credere contro le Scritture. Dovrebbero però mostrare, dal fatto che Pietro fu rimproverato da Paolo, che Paolo aggiunse un’altra forma di vangelo oltre a quella che Pietro e gli altri avevano prima esposto. Ma la verità è che, convertito da persecutore in predicatore, egli è presentato come uno dei fratelli ai fratelli, dai fratelli. Più tardi, come egli stesso narra, salì a Gerusalemme per vedere Pietro (Gal 1,18), per ragioni d’ufficio e per diritto di una fede e di una predicazione comuni. Non si sarebbero certo stupiti che fosse divenuto predicatore invece che persecutore, se la sua predicazione fosse stata contraria; né, inoltre, avrebbero glorificato il Signore (Gal 1,24), se Paolo si fosse presentato come avversario. Gli diedero anzi la destra in segno di comunione (Gal 2,9), accordandosi a una distribuzione di compiti, non a una diversità di vangelo: Pietro ai circoncisi, Paolo ai Gentili. E poiché Pietro fu rimproverato perché, dopo aver vissuto con i Gentili, prese a separarsi da loro per riguardo a certe persone, la colpa fu di condotta, non di predicazione. Da ciò non risulta che egli annunciasse un altro Dio che il Creatore, o un altro Cristo che il figlio di Maria, o altra speranza che la risurrezione.
24. Non ho la ventura — anzi, il triste compito — di mettere gli apostoli l’uno contro l’altro. Ma poiché i nostri cavillatori, assai perversi, oppongono quel rimprovero allo scopo di gettare sospetto sulla dottrina più antica, prenderò le difese di Pietro: anche Paolo disse di essersi fatto tutto a tutti — Giudeo con i Giudei, non Giudeo con chi non era Giudeo — per guadagnare tutti. Secondo i tempi, le persone e le cause, dunque, censuravano certe pratiche che essi stessi non avrebbero esitato a seguire, in conformità ai tempi, alle persone e alle cause. Come se anche Pietro avesse censurato Paolo perché, pur vietando la circoncisione, circoncise Timoteo. Non badate a chi pronuncia sentenze sugli apostoli! È un fatto felice che Pietro stia alla pari di Paolo nella gloria stessa del martirio. E benché Paolo fosse rapito fino al terzo cielo e portato in paradiso (2 Cor 12,4), e vi udisse certe rivelazioni, queste non poterono renderlo idoneo a insegnare un’altra dottrina, essendo di natura tale da non potersi comunicare ad alcun uomo. E se pure quell’ineffabile mistero trapelò e divenne noto a qualcuno, e una qualche eresia afferma di seguirlo, allora o si deve accusare Paolo di aver tradito il segreto, o bisogna mostrare un altro uomo rapito poi in paradiso, che ebbe il permesso di dire apertamente ciò che a Paolo non fu concesso neppure di mormorare.
25. Ma qui sta, come si è detto, la stessa follia: ammettono che gli apostoli nulla ignorarono e nulla predicarono di contraddittorio, ma insistono che non rivelarono tutto a tutti, perché alcune cose proclamarono apertamente e al mondo intero, altre soltanto in segreto e a pochi — adducendo che Paolo disse a Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è affidato» (1 Tm 6,20), e ancora: «Custodisci quel buon deposito che ti fu affidato» (2 Tm 1,14). Che cos’è questo deposito? È così segreto da indicare una nuova dottrina? O è parte di quel mandato di cui dice: «Questo mandato ti affido, o figlio Timoteo» (1 Tm 1,18), e di quel precetto di cui dice: «Ti scongiuro davanti a Dio, che vivifica tutte le cose, e davanti a Gesù Cristo, che rese buona testimonianza sotto Ponzio Pilato, di osservare questo comandamento» (1 Tm 6,13)? Dal contesto precedente e seguente sarà manifesto che in queste parole non v’è oscuro accenno a una dottrina recondita, ma piuttosto l’avvertimento di non ricevere altra dottrina da quella che Timoteo aveva udito da lui, e — come ritengo — pubblicamente: «davanti a molti testimoni», è la sua espressione (2 Tm 2,2). E se rifiutano di intendere la Chiesa per questi «molti testimoni», nulla importa, poiché nulla poteva essere segreto se prodotto davanti a molti. Né il fatto che abbia voluto affidare queste cose a uomini fedeli, capaci di insegnarle ad altri (2 Tm 2,2), va inteso come prova di un vangelo occulto; perché dicendo «queste cose» si riferisce a ciò di cui sta scrivendo in quel momento. Trattandosi di cose occulte, le avrebbe chiamate, come assenti, «quelle cose», non «queste», a uno che ne avesse con lui conoscenza comune.
26. Inoltre, ne sarebbe seguito che, all’uomo cui affidava il ministero del vangelo, avrebbe aggiunto l’ingiunzione di non ministrarlo dovunque e senza riguardo alle persone, secondo la parola del Signore: «Non gettate le vostre perle ai porci, né ciò che è santo ai cani» (Mt 7,6). Apertamente parlò il Signore (Gv 18,20), senza alcun accenno a un mistero nascosto. Egli stesso aveva comandato che ciò che avevano udito nell’oscurità e in segreto lo proclamassero alla luce e sui tetti (Mt 10,27). Egli stesso aveva mostrato, con una parabola, che non dovevano tenere nascosta, infruttuosa, una sola mina, cioè una sola sua parola (Lc 19,20-24). Egli stesso soleva dire che la lucerna non si pone sotto il moggio, ma sul candelabro, per far luce a tutti quelli di casa (Mt 5,15). Queste cose gli apostoli avrebbero trascurato o frainteso, se non le avessero compiute, nascondendo una parte della luce, cioè della parola di Dio e del mistero di Cristo. Di nessuno, ne sono certo, ebbero timore — né di Giudei né di Gentili nella loro violenza; con tanto maggiore libertà, dunque, avrebbero predicato nella chiesa, loro che non tacevano nelle sinagoghe e nei luoghi pubblici. Anzi, sarebbe stato loro impossibile convertire i Giudei o introdurre i Gentili, se non avessero esposto con ordine (Lc 1,1) ciò che volevano fosse creduto. Tanto meno, quando le chiese erano avanzate nella fede, avrebbero loro sottratto qualcosa per affidarla separatamente a pochi altri. E anche supponendo che tra intimi tenessero certe discussioni, è incredibile che fossero tali da introdurre un’altra regola di fede, diversa e contraria a quella che proclamavano per le chiese cattoliche — come se parlassero di un Dio nella Chiesa e di un altro in casa, descrivessero una sostanza di Cristo in pubblico e un’altra in segreto, annunciassero una speranza di risurrezione davanti a tutti e un’altra davanti a pochi; mentre essi stessi, nelle lettere, scongiuravano gli uomini di dire tutti la stessa cosa, e che non vi fossero divisioni e dissensi nella chiesa (1 Cor 1,10), poiché tutti, Paolo o gli altri, predicavano le stesse cose. E ricordavano la parola: «Il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,37), così da non trattare il vangelo in modi diversi.
27. Poiché è incredibile che gli apostoli ignorassero la portata del messaggio da annunciare, o mancassero di far conoscere a tutti l’intera regola della fede, vediamo se, mentre essi la proclamavano semplice e piena, le chiese, per colpa loro, l’abbiano esposta diversamente. Tutte queste insinuazioni di diffidenza le trovi avanzate dagli eretici. Ricordano come le chiese furono rimproverate dall’apostolo: «O Galati stolti, chi vi ha ammaliati?» (Gal 3,1); «Correvate così bene; chi vi ha impedito?» (Gal 5,7); e come la lettera comincia: «Mi stupisco che così presto passiate a un altro vangelo» (Gal 1,6). E ricordano ciò che fu scritto ai Corinzi, che erano ancora carnali, da nutrire di latte, incapaci di cibo solido, e credevano di sapere qualcosa mentre non sapevano ancora nulla come dovevano (1 Cor 8,2). Ma quando obiettano che le chiese furono rimproverate, suppongano anche che furono corrette; e ricordino quelle altre chiese, della cui fede, conoscenza e condotta l’apostolo si rallegra e rende grazie a Dio, le quali ancora oggi sono unite a quelle rimproverate nei privilegi di una sola e medesima istituzione.
28. Ammettiamo pure che tutte abbiano errato; che l’apostolo si sia ingannato nel rendere testimonianza; che lo Spirito Santo non abbia avuto tale riguardo per alcuna chiesa da guidarla alla verità, benché a tal fine mandato da Cristo (Gv 14,26) e chiesto al Padre come maestro di verità (Gv 15,26); ammettiamo che egli, Amministratore di Dio e Vicario di Cristo, abbia trascurato il suo ufficio, lasciando che per un tempo le chiese intendessero e credessero diversamente da quel che egli stesso predicava per mezzo degli apostoli: è verosimile che tante chiese, e così grandi, abbiano deviato in una sola e medesima fede? Nessun caso distribuito tra molti uomini sbocca in un solo e medesimo risultato. L’errore di dottrina nelle chiese avrebbe necessariamente prodotto esiti diversi. Quando invece ciò che è depositato presso molti si trova essere uno e medesimo, non è frutto di errore, ma di tradizione. Chi oserà dire che furono in errore coloro che trasmisero quella tradizione?
La verità è prima, l’errore viene dopo
29. In qualunque modo sia venuto l’errore, esso regnò, naturalmente, solo finché non vi furono eresie? La verità dovette aspettare certi Marcioniti e Valentiniani per essere liberata? Nel frattempo il vangelo fu predicato male, male credettero gli uomini, male furono battezzate tante migliaia, male furono compiute tante opere di fede, male furono esercitati tanti doni e ministeri, e — per dir tutto — male tanti martiri ricevettero le loro corone! Altrimenti, se non fu fatto male e invano, come mai le cose di Dio erano in corso prima che si sapesse a quale Dio appartenessero? che vi furono cristiani prima che si trovasse Cristo? che vi furono eresie prima della vera dottrina? No di certo: in ogni caso la verità precede la sua copia, l’immagine segue la realtà. È assurdo, dunque, ritenere che l’eresia abbia preceduto la propria dottrina anteriore, tanto più che è quella dottrina stessa ad aver predetto che vi sarebbero state eresie da cui guardarsi! A una chiesa che già possedeva questa dottrina fu scritto — anzi, la dottrina stessa scrive alla propria chiesa —: «Anche se un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema» (Gal 1,8).
30. Dov’era allora Marcione, quell’armatore del Ponto, studioso zelante dello stoicismo? Dov’era allora Valentino, discepolo del platonismo? È evidente che quegli uomini vissero non molto tempo fa — per lo più sotto il regno di Antonino —, e che dapprima furono credenti nella dottrina della Chiesa cattolica, nella chiesa di Roma sotto l’episcopato del beato Eleutèro, finché, per la loro inquieta curiosità, con cui contagiavano anche i fratelli, furono più di una volta espulsi. Marcione, con i duecento sesterzi che aveva portato alla chiesa, e bandito infine a una scomunica permanente, sparsero in giro i veleni delle loro dottrine. Più tardi Marcione professò pentimento e accettò le condizioni concesse — che ricevesse la riconciliazione se restituiva alla chiesa tutti gli altri che aveva educato alla perdizione —; ma fu prevenuto dalla morte. Era pur necessario che vi fossero eresie (1 Cor 11,19); ma da quella necessità non segue che le eresie siano cosa buona. Come se non fosse stato necessario anche che vi fosse il male! Fu perfino necessario che il Signore fosse tradito; ma guai al traditore! (Mc 14,21). Sì che nessuno difenda da ciò le eresie. Quanto alla discendenza di Apelle, egli è lungi dall’essere della vecchia scuola, come il suo maestro e modellatore Marcione; anzi, abbandonò la continenza di Marcione frequentando una donna, e si ritirò ad Alessandria, fuori dalla vista del suo astemissimo maestro. Tornatone dopo alcuni anni, immutato salvo che non era più marcionita, si attaccò a un’altra donna, la fanciulla Filumène, divenuta poi una smisurata prostituta. Soggiogato dal vigore di lei, mise per iscritto le rivelazioni che ne aveva apprese. Vivono ancora persone che le ricordano — loro stessi discepoli e successori — che non possono dunque negare la recente data della loro origine. Anzi, dalle loro stesse opere sono convinti, come disse il Signore (Mt 7,16). Poiché Marcione separò il Nuovo Testamento dall’Antico, egli è necessariamente posteriore a ciò che separò, potendo separare solo ciò che era prima unito: l’essere unito prima della separazione prova la posteriorità anche dell’uomo che la operò. Allo stesso modo Valentino, con le sue diverse esposizioni e dichiarate correzioni, fa questi mutamenti proprio adducendo una precedente difettosità, e così dimostra la differenza dei documenti. Questi corruttori della verità li ricordiamo come più noti e più pubblici degli altri. Vi è però un tale Nigìdio, e un Ermògene, e parecchi altri, che ancora seguono il corso di pervertire le vie del Signore. Mostrino con quale autorità vengono! Se predicano un altro Dio, come mai adoperano le cose, gli scritti e i nomi di quel Dio contro cui predicano? Se è lo stesso Dio, perché trattarlo in altro modo? Provino di essere nuovi apostoli! Sostengano che Cristo è disceso una seconda volta, ha insegnato di persona una seconda volta, è stato due volte crocifisso, due volte morto, due volte risuscitato! Vorrei vedere anche le loro grandi opere; salvo che concedo essere la loro opera massima quella con cui rivaleggiano perversamente con gli apostoli: poiché, mentre questi risuscitavano i morti, costoro consegnano alla morte i vivi.
31. Ritorno dalla digressione alla priorità della verità e alla relativa tardività della falsità, traendo sostegno anche da quella parabola che pone al primo posto la semina, da parte del Signore, del buon seme del grano, e introduce solo dopo l’adulterazione del raccolto, da parte del nemico, il diavolo, con l’inutile zizzania. Vi è qui descritta figuratamente la differenza delle dottrine, poiché altrove la parola di Dio è paragonata al seme. Dall’ordine stesso, dunque, è chiaro che ciò che fu consegnato per primo è del Signore ed è vero, mentre è estraneo e falso ciò che fu introdotto dopo. Questa sentenza terrà fermo contro tutte le eresie più tarde, che non hanno in sé alcuna qualità coerente di conoscenza affine per rivendicare la verità dalla loro parte.
Le chiese apostoliche, voce degli apostoli
32. Ma se vi sono eresie tanto audaci da piantarsi nel mezzo dell’età apostolica, per sembrare così trasmesse dagli apostoli perché esistevano al tempo loro, possiamo dire: producano gli archivi originari delle loro chiese; svolgano il rotolo dei loro vescovi, che discenda per legittima successione fin dal principio, in modo che il loro primo vescovo abbia per ordinatore e predecessore qualcuno degli apostoli o degli uomini apostolici, uno che sia rimasto saldo con gli apostoli. È così, infatti, che le chiese apostoliche trasmettono i loro registri: come la chiesa di Smirne, che ricorda Policarpo posto da Giovanni; come la chiesa di Roma, che fa ordinare Clemente da Pietro. Allo stesso modo le altre chiese mostrano coloro che, posti alle loro sedi episcopali dagli apostoli, considerano trasmettitori del seme apostolico. Provino qualcosa di simile gli eretici. Dopo la loro bestemmia, che cosa resta loro di illecito? Ma anche se vi riuscissero, non avanzeranno d’un passo: la loro stessa dottrina, confrontata con quella degli apostoli, dichiarerà, per la sua diversità e contrarietà, di non aver avuto per autore né un apostolo né un uomo apostolico; perché, come gli apostoli non avrebbero insegnato cose tra loro contraddittorie, così gli uomini apostolici non avrebbero inculcato un insegnamento diverso dagli apostoli — a meno che chi ricevette istruzione dagli apostoli non sia andato a predicare in modo contrario. A questa prova saranno dunque sottoposte quelle chiese che, pur non derivando il loro fondatore da apostoli o da uomini apostolici (essendo di data assai più tarda, poiché di fatto se ne fondano ogni giorno), tuttavia, concordando nella stessa fede, sono ritenute non meno apostoliche per affinità di dottrina. Tutte le eresie, dunque, sfidate a queste due prove dalla nostra chiesa apostolica, offrano la prova di come si ritengano apostoliche. Ma in verità non lo sono, né possono provarsi ciò che non sono. Né sono ammesse a relazioni pacifiche e alla comunione da quelle chiese che sono in qualche modo connesse con gli apostoli, in quanto non sono affatto apostoliche, per la loro diversità riguardo ai misteri della fede.
33. Oltre a tutto ciò, aggiungo una rassegna delle dottrine stesse, le quali, esistendo già ai giorni degli apostoli, furono da loro esposte e denunciate: così saranno più facilmente riprovate, quando si scopra che erano già allora in essere, o almeno germogli di ciò che allora era. Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, segna a dito certuni che negavano e dubitavano della risurrezione (1 Cor 15,12). Quest’opinione era propria dei Sadducei; ma parte di essa è sostenuta da Marcione, da Apelle, da Valentino e da tutti gli altri negatori della risurrezione. Scrivendo ai Galati, inveisce contro chi osservava e difendeva la circoncisione e la legge (Gal 5,2): così va l’eresia di Ebione. Quanti vietano di sposarsi, li rimprovera nelle istruzioni a Timoteo (1 Tm 4,3): è l’insegnamento di Marcione e del suo seguace Apelle. Sferra un colpo simile contro chi diceva che la risurrezione era già avvenuta (2 Tm 2,18): tale opinione asserivano di sé i Valentiniani. Quando poi menziona le genealogie senza fine (1 Tm 1,4), si riconosce ancora Valentino, nel cui sistema un certo Eòne, di nuovo nome — e non uno solo —, genera per propria grazia il Senso e la Verità; e questi a loro volta producono il Verbo e la Vita, e questi ancora generano l’Uomo e la Chiesa. Da questi primi otto sorgono altri dieci Eòni, e poi i dodici altri dai nomi mirabili, a completare la favola dei trenta Eòni. Lo stesso apostolo, disapprovando chi è schiavo degli elementi (Gal 4,9), ci addita un dogma di Ermògene, che introduce la materia come priva di principio e la paragona a Dio, che è senza principio: facendo della madre degli elementi una dea, può rendersi schiavo di un essere che pone alla pari di Dio. Giovanni, nell’Apocalisse, è incaricato di castigare chi mangia le carni offerte agli idoli e commette fornicazione (Ap 2,14): vi sono perfino oggi un’altra specie di Nicolaìti, la cosiddetta eresia gaiana. E nella sua lettera designa come anticristi coloro che negavano che Cristo fosse venuto nella carne (1 Gv 4,3) e rifiutavano di credere che Gesù fosse il Figlio di Dio: l’uno dogma sostenne Marcione, l’altro Ebione. La dottrina poi della magia di Simone, che inculcava il culto degli angeli, fu essa stessa annoverata tra le idolatrie e condannata dall’apostolo Pietro nella persona stessa di Simone.
34. Questi sono, a mio avviso, i diversi generi di dottrine spurie che — come ci informano gli apostoli stessi — esistevano ai giorni loro. Eppure, tra tante varie perversioni della verità, non troviamo una sola scuola che abbia sollevato controversia su Dio come Creatore di tutte le cose. Nessuno fu tanto audace da supporre un secondo dio. Più facilmente si dubitò del Figlio che del Padre, finché Marcione introdusse, oltre al Creatore, un altro dio di sola bontà. Apelle fece del Creatore un imprecisato angelo glorioso, appartenente al Dio superiore, il dio (secondo lui) della legge e d’Israele, affermando che era fuoco. Valentino disseminò i suoi Eòni e fece risalire alla colpa di un Eòne la produzione di Dio Creatore. A nessuno, dunque, se non a costoro, né prima di costoro, sarebbe stata rivelata la verità sulla natura divina; e ottennero questo speciale onore e maggior favore dal diavolo — non ne dubitiamo —, perché egli volle anche in questo rivaleggiare con Dio, riuscendo, col veleno delle loro dottrine, a fare ciò che il Signore disse non potersi fare: rendere i discepoli superiori al Maestro (Lc 6,40). Scelga pure l’intera massa delle eresie il tempo in cui apparire, purché si ammetta che il «quando» è punto secondario, che esse non sono della verità, e — come è ovvio — che ciò che non esisteva al tempo degli apostoli non poté avere connessione con gli apostoli. Se infatti fossero allora esistite, i loro nomi sarebbero registrati, in vista della loro stessa repressione. Quelle eresie che esistevano ai giorni degli apostoli sono condannate nel loro stesso essere nominate. Se dunque quelle eresie, allora in forma rozza, si ritrovano oggi le stesse, solo in veste più rifinita, ne traggono la condanna proprio da ciò. Se invece non erano le stesse, ma sorsero poi in forma diversa e ne assunsero solo certe tesi, condividendone l’insegnamento condividono anche la condanna, per la definizione anzidetta della tardività di data, che ci sbarra la soglia. Anche se fossero immuni da ogni partecipazione a dottrina condannata, starebbero già giudicate sul solo terreno del tempo, tanto più spurie in quanto neppure nominate dagli apostoli. Donde la più ferma certezza che furono queste le eresie che già allora si annunciavano dover sorgere.
35. Sfidate e confutate da noi secondo queste definizioni, avanzino pure anche le eresie, da parte loro, regole simili contro la nostra dottrina, siano esse posteriori agli apostoli o contemporanee, purché diverse da loro, e purché siano state, con censura generale o specifica, precondannate da loro. Poiché negano la verità della nostra dottrina, dovrebbero provare che anch’essa è eresia, confutabile con la stessa regola con cui sono confutate, e insieme mostrarci dove cercare la verità, che ormai è evidente non esistere presso di loro. Il nostro sistema non è secondo ad alcuno per data: al contrario, è anteriore a tutti, e questo sarà la prova di quella verità che ovunque occupa il primo posto. Gli apostoli, inoltre, in nessun luogo lo condannano, anzi lo difendono — segno che viene da loro: quella dottrina che si astengono dal condannare, dopo aver condannato ogni opinione estranea, la mostrano propria, e perciò la difendono.
36. Orsù, tu che vuoi indulgere a una curiosità migliore, applicandola alla tua salvezza: percorri le chiese apostoliche, dove gli stessi seggi degli apostoli sono ancora preminenti al loro posto, dove si leggono i loro autentici scritti, che fanno risuonare la voce e rappresentano il volto di ciascuno di essi. Hai vicina l’Acaia: vi trovi Corinto. Non sei lontano dalla Macedonia: hai Filippi e i Tessalonicesi. Puoi passare in Asia: hai Efeso. E poiché sei prossimo all’Italia, hai Roma, dalla quale viene anche a noi l’autorità stessa degli apostoli. Felice quella chiesa, in cui gli apostoli versarono tutta la loro dottrina insieme al loro sangue! dove Pietro patì come il suo Signore, dove Paolo è coronato con una morte come quella del Battista, dove l’apostolo Giovanni, immerso illeso nell’olio bollente, fu poi relegato nell’isola dell’esilio! Vedi che cosa ha appreso, che cosa ha insegnato, quale comunione ha avuto anche con le nostre chiese d’Africa. Un solo Signore Dio riconosce, il Creatore dell’universo, e Cristo Gesù nato dalla Vergine Maria, Figlio di Dio Creatore, e la risurrezione della carne; unisce la legge e i profeti in un solo volume con gli scritti degli evangelisti e degli apostoli, e di là attinge la sua fede. Questa fede ella sigilla con l’acqua del battesimo, riveste dello Spirito Santo, nutre dell’Eucaristia, incoraggia col martirio; e contro tale disciplina non ammette alcun contraddittore. Questa è la disciplina dalla quale — non dico più che predisse le eresie, ma — da cui esse procedettero; benché non fossero di lei, perché le erano contrarie. Anche dal germe dell’olivo fecondo e genuino spunta il rozzo oleastro selvatico; e dal seme del fico più dolce sorge il vuoto e inutile caprifico. Allo stesso modo anche le eresie vengono dalla nostra pianta, ma non sono della nostra specie: vengono dal grano della verità, ma per la loro falsità hanno solo foglie selvatiche da mostrare.
Le Scritture sono un deposito della Chiesa
37. Stando così le cose, affinché la verità sia giudicata appartenere a noi, quanti camminiamo secondo la regola che la Chiesa ha trasmesso dagli apostoli, gli apostoli da Cristo, Cristo da Dio, è chiara la ragione della nostra posizione, quando stabilisce che agli eretici non si deve concedere di appellarsi alle Scritture, poiché noi, senza le Scritture, proviamo che essi nulla hanno a che fare con le Scritture. Essendo infatti eretici, non possono essere veri cristiani, perché non è da Cristo che ricevono ciò che seguono per loro mera scelta, incorrendo per ciò nel nome di eretici. Non essendo dunque cristiani, non hanno acquistato alcun diritto sulle Scritture cristiane; e si può ben dire loro: «Chi siete? Quando e donde veniste? Voi che non siete dei miei, che avete a che fare con ciò che è mio? Con quale diritto, Marcione, tagli il mio bosco? con quale permesso, Valentino, devii i corsi della mia fonte? con quale potere, Apelle, sposti i miei confini? Questa è proprietà mia: io la posseggo da tempo, la possedevo prima di voi; ho i titoli sicuri dei proprietari originari, ai quali il fondo apparteneva. Io sono l’erede degli apostoli: come essi prepararono con cura il loro testamento e lo affidarono a un fedecommesso, così io lo tengo. Voi, invece, essi vi hanno sempre tenuto per diseredati, e respinti come estranei, come nemici». Ma per quale ragione gli eretici sono estranei e nemici agli apostoli, se non per la differenza del loro insegnamento, che ciascuno di sua mera volontà ha avanzato o ricevuto contro gli apostoli?
38. Dove si trova diversità di dottrina, là si deve ritenere esistente la corruzione sia delle Scritture sia delle loro esposizioni. A chi si propose d’insegnare diversamente, toccò di necessità disporre diversamente gli strumenti della dottrina: non avrebbero potuto effettuare la loro diversità d’insegnamento se non avendo una differenza nei mezzi con cui insegnavano. Come per loro la corruzione della dottrina non poté riuscire senza una corruzione anche dei suoi strumenti, così a noi l’integrità della dottrina non poté venire senza l’integrità di quei mezzi con cui la dottrina si amministra. Che cosa v’è, nelle nostre Scritture, di contrario a noi? che cosa di nostro vi abbiamo introdotto, da doverlo poi togliere, o aggiungere, o alterare, per ricondurre alla sua naturale integrità qualcosa che le sia contrario? Ciò che siamo noi, lo sono anche le Scritture, e lo sono state fin dal principio. Da esse abbiamo il nostro essere, prima che vi fosse altra via, prima che fossero interpolate da voi. E poiché ogni interpolazione si deve credere processo posteriore, procedendo da una rivalità che mai precede ciò che emula, è incredibile per ogni uomo di senno che siamo noi ad aver introdotto un testo corrotto nelle Scritture — noi che esistiamo dal principio e siamo i primi —, quanto è invece credibile che l’abbiano introdotto coloro che sono posteriori e contrari. Uno perverte le Scritture con la mano, un altro il loro senso con l’esposizione. Valentino, infatti, pur sembrando usare l’intero volume, non meno di Marcione ha posto mani violente sulla verità, solo con mente e abilità più scaltre. Marcione adoperò apertamente il coltello, non la penna, recidendo dalle Scritture quanto non si confaceva alla sua materia; Valentino si astenne da tale recisione, perché non inventò Scritture per adattarle alla sua materia, ma adattò la materia alle Scritture; e tuttavia tolse di più e aggiunse di più, sottraendo a ogni singola parola il suo proprio senso e aggiungendo fantastiche costruzioni di cose che non hanno reale esistenza.
39. Queste erano le ingegnose arti delle malizie spirituali, con le quali anche noi, fratelli, possiamo aspettarci di dover lottare, come è necessario alla fede, perché si manifestino gli eletti e si scoprano i reprobi. Esse possiedono perciò influenza e facilità nell’escogitare e fabbricare errori, e di ciò non c’è da stupirsi come di un processo difficile e inspiegabile, poiché anche negli scritti profani se ne offre pronto un esempio. Vedete ai nostri giorni, composta da Virgilio, una storia di tutt’altro carattere, con la materia disposta secondo i versi e i versi secondo la materia: Osidio Geta ha addirittura ricavato per intero da Virgilio la sua tragedia «Medea». Un mio parente, tra alcuni ozi della penna, ha composto dallo stesso poeta la «Tavola di Cebète». Sullo stesso principio si chiamano comunemente «omerocentoni» quei poetastri che cuciono insieme, a mo’ di rappezzo, opere proprie con i versi di Omero, raccolti qua e là. Senza dubbio le divine Scritture sono assai più feconde di risorse per questa facilità. Né rischio smentita affermando che le Scritture stesse furono disposte per volontà di Dio in modo da fornire materia agli eretici, poiché leggo che «devono esservi eresie» (1 Cor 11,19), le quali non possono esservi senza le Scritture.
40. Sorge la domanda: da chi va interpretato il senso dei passi che fanno gioco alle eresie? Dal diavolo, naturalmente, cui appartengono quelle astuzie che pervertono la verità, e che con i riti mistici dei suoi idoli rivaleggia perfino con le parti essenziali dei sacramenti di Dio. Anch’egli battezza alcuni — i suoi credenti e fedeli —; promette la remissione dei peccati per un suo lavacro; e, se ben ricordo, Mitra là, nel regno di Satana, segna sulla fronte i suoi soldati; celebra anche l’offerta del pane, introduce un’immagine della risurrezione, e davanti a una spada intreccia una corona. E che dire del fatto che limita il suo sommo sacerdote a un solo matrimonio? Anch’egli ha le sue vergini, anch’egli i suoi proficienti nella continenza. Consideriamo poi le superstizioni di Numa Pompilio, i suoi uffici sacerdotali, le insegne, i privilegi, i servizi sacrificali, gli strumenti e i vasi dei sacrifici, i curiosi riti delle espiazioni e dei voti: non è chiaro che il diavolo imitò la nota severità della legge giudaica? Avendo dunque mostrato tanta emulazione nel riprodurre, nelle cose della sua idolatria, proprio ciò di cui consta l’amministrazione dei sacramenti di Cristo, ne segue che il medesimo essere, col medesimo ingegno, mirò e riuscì ad adattare al suo profano e rivale credo i documenti stessi delle cose divine e dei santi cristiani — la sua interpretazione dalle loro interpretazioni, le sue parole dalle loro parole, le sue parabole dalle loro parabole. Per questo nessuno deve dubitare che le malizie spirituali, da cui vengono anche le eresie, siano state introdotte dal diavolo, né che vi sia reale differenza tra le eresie e l’idolatria, appartenendo entrambe al medesimo autore e alla medesima opera. O fingono un altro dio in opposizione al Creatore, o, pur riconoscendo che il Creatore è l’unico Dio, lo trattano come un essere diverso da ciò che è in verità. La conseguenza è che ogni menzogna che dicono di Dio è, in un certo senso, una specie di idolatria.
La condotta degli eretici
41. Non devo tralasciare un resoconto anche della condotta degli eretici — quanto sia frivola, mondana, meramente umana, senza serietà, senza autorità, senza disciplina, come si addice al loro credo. Anzitutto, è incerto chi sia catecumeno e chi credente: tutti hanno uguale accesso, uguale ascolto, uguale preghiera — anche i pagani, se per caso ne capitano tra loro. Ciò che è santo lo getteranno ai cani, e le loro perle, benché — a dire il vero — non siano vere, le getteranno ai porci. La semplicità, per loro, consiste nel rovesciamento della disciplina, mentre la nostra cura di essa la chiamano lenocinio. La pace la rabberciano alla meglio con tutti, perché poco importa loro che diversa sia la trattazione dei temi, purché possano congiurare insieme contro la rocca dell’unica Verità. Tutti sono gonfi, tutti promettono conoscenza. I loro catecumeni sono perfetti prima d’essere istruiti. Le loro stesse donne, come sono sfrontate! ardiscono insegnare, disputare, fare esorcismi, promettere guarigioni, forse anche battezzare. Le loro ordinazioni sono incaute, capricciose, mutevoli: ora mettono in carica dei novizi, ora uomini legati a qualche impiego secolare, ora persone che hanno apostatato da noi, per legarle con la vanagloria, non potendo con la verità. In nessun luogo la promozione è più facile che nel campo dei ribelli, dove il solo esserci è già un primo merito. E così avviene che oggi uno è il loro vescovo, domani un altro; oggi è diacono chi domani è lettore; oggi è presbitero chi domani è laico. Anche ai laici, infatti, impongono funzioni sacerdotali.
42. Che dire poi del ministero della parola, dal momento che si propongono non di convertire i pagani, ma di sovvertire i nostri? È questa la gloria che inseguono: provocare la caduta di chi sta in piedi, non il risollevamento di chi è caduto. Poiché l’opera che si prefiggono non viene dall’edificazione della propria società, ma dalla demolizione della verità, minano i nostri edifici per erigere i propri. Toglietegli soltanto la legge di Mosè, i profeti e la divinità del Creatore, e non hanno più altra obiezione di cui parlare. Ne segue che più facilmente compiono la rovina di case in piedi che l’innalzamento di rovine cadute. Solo quando hanno questi fini in vista si mostrano umili, blandi e rispettosi; altrimenti non hanno rispetto neppure per i loro stessi capi. Di qui si ritiene che raramente avvengano scismi tra gli eretici, perché, anche quando ci sono, non sono evidenti: la loro stessa unità è scisma. M’inganno di molto se essi non deviano tra loro perfino dalle proprie regole, poiché ciascuno modifica a suo talento le tradizioni ricevute, come fece colui che gliele trasmise, plasmandole a suo arbitrio. Il progredire della cosa svela insieme il suo carattere e il modo della sua nascita: era lecito ai Valentiniani ciò che era stato lecito a Valentino, era permesso ai Marcioniti ciò che aveva fatto Marcione — perfino innovare sulla fede a proprio piacimento. Insomma, tutte le eresie, ben esaminate, si scoprono dissenzienti in molti punti perfino dai propri fondatori. La maggior parte non ha neppure chiese: senza madre, senza casa, senza credo, esuli, vagano nella loro essenziale nullità.
43. Si è anche notato quanto sia frequente il commercio che gli eretici tengono con i maghi, i ciarlatani, gli astrologi, i filosofi: la ragione è che sono uomini dediti alle questioni curiose. «Cercate e troverete» è sempre nella loro mente. Così, dalla natura stessa della loro condotta, si può misurare la qualità della loro fede: nella loro disciplina abbiamo un indice della loro dottrina. Dicono che Dio non è da temere; perciò tutto, ai loro occhi, è libero e senza freno. Ma dove non si teme Dio, se non dove egli non è? Dove Dio non è, là non è neppure la verità; e dove non c’è verità, naturalmente, c’è anche una disciplina come la loro. Ma dove è Dio, là è il timore di Dio, che è il principio della sapienza; e dove è il timore di Dio, là è serietà, una diligenza onorevole e insieme premurosa, una cura attenta, una ponderata ammissione al sacro ministero, una comunione custodita con sicurezza, una promozione dopo il buon servizio, una scrupolosa sottomissione all’autorità, una devota assiduità, un contegno modesto, una chiesa unita, e Dio in tutte le cose.
44. Queste prove, dunque, di una più rigorosa disciplina esistente fra noi sono un’ulteriore prova della verità, dalla quale nessuno può deviare senza pericolo, se ricorda quel giudizio futuro in cui dovremo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo (2 Cor 5,10), per rendere conto, prima di tutto, della nostra stessa fede. Che diranno allora coloro che l’avranno contaminata — quella vergine che Cristo affidò loro — con l’adulterio degli eretici? Suppongo addurranno che nessun ordine fu loro mai dato, da lui o dai suoi apostoli, riguardo a dottrine depravate e perverse che li assalivano, né di evitarle e aborrirle. Riconosceranno forse che la colpa sta piuttosto in lui e nei suoi discepoli, per non averci dato avvertimento e istruzione preventivi! Aggiungeranno, inoltre, molto sull’alta autorità di ciascun dottore d’eresia — come costoro abbiano potentemente rafforzato la fede nella propria dottrina, abbiano risuscitato i morti, guarito i malati, predetto il futuro, sì da meritare d’essere ritenuti apostoli. Come se non fosse anch’esso messo per iscritto, l’avvertimento: che molti sarebbero venuti a operare perfino i più grandi prodigi, a difesa dell’inganno della loro corrotta predicazione. Così, dunque, meriteranno d’essere perdonati! Se invece qualcuno, memore degli scritti e delle denunce del Signore e degli apostoli, sarà rimasto saldo nell’integrità della fede, suppongo correrà gran rischio di mancare il perdono, quando il Signore risponderà: «Vi avevo chiaramente preavvertiti che vi sarebbero stati maestri di falsa dottrina nel mio nome, come anche profeti e apostoli; e ai miei discepoli diedi l’incarico di predicarvi le stesse cose. Ma quanto a voi, non era certo da supporsi che mi avreste creduto! Una volta diedi ai miei apostoli il vangelo e la dottrina di quella regola; ma poi mi piacque mutarla considerevolmente! Avevo promesso una risurrezione, anche della carne; ma, ripensandoci, mi parve di non poter mantenere la promessa! Mi ero mostrato nato da una vergine; ma questo mi sembrò poi cosa disonorevole. Avevo detto che mio Padre era colui che fa il sole e le piogge; ma un altro e migliore padre mi ha adottato! Vi avevo proibito di prestare orecchio agli eretici; ma in questo errai!». Tali bestemmie possono entrare nella mente di chi esce dal retto cammino e non difende la vera fede dal pericolo che la insidia. In questa occasione, in verità, il nostro trattato ha preso una posizione generale contro le eresie, mostrando che tutte vanno confutate con regole definite, eque e necessarie, senza alcun confronto con le Scritture. Per il resto, se Dio nella sua grazia lo permetterà, prepareremo risposte a certune di queste eresie in trattati separati. A coloro che vorranno dedicare il loro tempo a leggere queste pagine, nella fede della verità, sia pace, e la grazia del nostro Dio Gesù Cristo per sempre.