Anomaly detection: come identificare valori anomali nei dati

Abbiamo avuto modo di esaminare, nel corso di questo percorso, strumenti per descrivere i dati, per testare ipotesi, per costruire modelli. Ma c’è una domanda che precede tutte le altre, e che troppo spesso viene ignorata: questi dati sono affidabili?

In qualsiasi dataset — sessioni giornaliere, click organici, tassi di conversione — possono nascondersi valori che non si comportano come gli altri. Valori che si discostano in modo anomalo dal resto della distribuzione. In statistica li chiamiamo outlier, o valori anomali.

Un punto va chiarito subito: un valore anomalo non è necessariamente un errore. Può essere un errore di misurazione, certo (un tag di tracciamento rotto, un bot che gonfia le sessioni). Ma può anche essere il segnale più importante dell’intero dataset: un aggiornamento dell’algoritmo di Google, un contenuto che diventa virale, un problema tecnico che abbatte il traffico. La questione non è eliminare le anomalie, ma riconoscerle — e poi decidere cosa farne.

In questo articolo esaminiamo tre metodi statistici per identificare i valori anomali, dal più intuitivo al più formale. Per ciascuno vedremo la logica, i limiti e l’applicazione pratica con R.

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Statistica bayesiana: come imparare dai dati, un passo alla volta

Abbiamo avuto modo di esaminare, nel corso dei precedenti articoli, l’inferenza statistica da una prospettiva precisa e coerente: formulare un’ipotesi, raccogliere dati, calcolare un p-value, costruire un intervallo di confidenza. Abbiamo condotto test delle ipotesi, confrontato varianti con l’A/B testing, e visto con il Teorema del Limite Centrale perché tutto questo funziona anche quando i dati non sono normali.

Questo approccio — che si chiama frequentista — ha una logica chiara: il parametro che vogliamo stimare è un valore fisso (anche se sconosciuto), e noi lo “inseguiamo” con i dati. Ma esiste un altro modo di pensare l’incertezza, un modo che permette di aggiornare le nostre convinzioni man mano che arrivano nuovi dati. Si chiama approccio bayesiano, e in questo articolo ne costruiamo le fondamenta.

Partiamo da un esempio concreto. Immaginiamo di aver appena lanciato una campagna di advertising e di non conoscere il vero tasso di click. Abbiamo un’opinione iniziale, basata sull’esperienza (“di solito i tassi di click stanno tra lo 0% e il 20%”), e poi arrivano i dati. L’approccio bayesiano ci permette di combinare la nostra opinione iniziale con i dati osservati per ottenere una stima aggiornata — e di ripetere questo processo ogni volta che arrivano nuove informazioni.

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A/B Testing: come condurre esperimenti statisticamente validi (e gli errori da evitare)

Abbiamo avuto modo di esaminare, nel corso dei precedenti articoli, come funziona il test delle ipotesi e come il t-test per due campioni ci permetta di confrontare due gruppi in modo rigoroso. Abbiamo anche costruito intervalli di confidenza, imparato a quantificare l’incertezza delle nostre stime, e visto con il Teorema del Limite Centrale perché tutto questo funziona anche quando i dati non sono normali.

Ma c’è una domanda che, nella realtà operativa di chi fa SEO e marketing, si presenta con una frequenza quasi quotidiana: quale variante funziona meglio? Quale title tag porta più click? Quale landing page converte di più? Quale meta description attira l’attenzione? Non è una domanda accademica: è la domanda che separa le decisioni basate sui dati dalle opinioni travestite da strategie.

La buona notizia è che per rispondere abbiamo già tutti gli strumenti. L’A/B testing non è altro che l’applicazione diretta dei concetti di inferenza statistica che abbiamo costruito passo dopo passo: test delle ipotesi, confronto tra gruppi, significatività. In questo articolo mettiamo tutto insieme.

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PCA (Analisi delle Componenti Principali): ridurre la complessità dei dati SEO senza perderne il senso

L’analisi SEO e di web marketing ci presenta quasi sempre lo stesso problema: abbiamo troppe metriche e non sappiamo quali contano davvero. Volume di ricerca, CPC, concorrenza, CTR, frequenza di rimbalzo, tempo sulla pagina, conversioni per fonte, posizione media — l’elenco si allunga a ogni nuovo tool che aggiungiamo al nostro stack.

Il problema non è la mancanza di dati: è che queste metriche sono spesso correlate tra loro (più impressioni portano più click, che portano più conversioni, che aumentano i costi). Quando le variabili si muovono insieme, gran parte dell’informazione che contengono è ridondante. L’Analisi delle Componenti Principali (PCA) è lo strumento che abbiamo per tagliare questa ridondanza: riduce un set di molte variabili correlate a poche componenti non correlate che catturano la maggior parte dell’informazione originale.

In termini più chiari e diretti: la PCA trova le “direzioni” in cui i nostri dati variano di più, e ci permette di proiettare tutto il resto su quelle poche dimensioni. È come guardare un oggetto tridimensionale dalla sua angolazione più informativa invece che da un punto casuale.

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Quale test statistico usare per il tuo A/B test? Guida pratica con esempi in R

test statistici sono strumenti fondamentali per l’analisi dei dati e la presa di decisioni informate. Scegliere il test appropriato dipende dalle caratteristiche dei dati, dalle ipotesi da testare e dalle assunzioni sottostanti.

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