Taittiriya Upanishad
La Taittirīya Upaniṣad appartiene allo Yajurveda nero ed è una delle Upaniṣad maggiori più amate e influenti, divisa in tre «valli» (vallī, letteralmente «tralci»). La prima, la Śikṣāvallī o «capitolo della pronuncia», ha tono liturgico e pedagogico: contiene la celebre esortazione che il maestro rivolge al discepolo al termine degli studi — «di' il vero, compi il tuo dovere, non trascurare lo studio del Veda; ti sia la madre come un dio, il padre come un dio, il maestro come un dio, l'ospite come un dio» —, uno dei testi più citati dell'educazione indiana. La seconda, la Ānandavallī o «capitolo della beatitudine», è il cuore speculativo: vi è esposta la dottrina dei cinque «involucri» o guaine (kośa) che rivestono il Sé l'uno dentro l'altro — quello fatto di cibo (annamaya), di respiro (prāṇamaya), di mente (manomaya), di intelletto (vijñānamaya) e infine di beatitudine (ānandamaya) —, e da qui muove la grande equazione vedāntica «Brahman è gioia» (ānanda), insieme alla celebre «scala della beatitudine» che misura per centuplicazioni la felicità dall'uomo fino a Brahman. La terza, la Bhṛguvallī, racconta come il giovane Bhṛgu, mandato per cinque volte dal padre Varuṇa a «conoscere Brahman per mezzo dell'ascesi», risalga gli stessi cinque involucri fino a riconoscere che «la beatitudine è Brahman», e si chiude con un inno gioioso dell'anima liberata. È un testo che intreccia rito, etica e metafisica, e che ha dato al Vedānta alcune delle sue formule fondative.
Indice del testo
Taittiriya Upanishad
Prima Vallī · Il capitolo della pronuncia (Śikṣāvallī)
1. Hariḥ, Om! Ci sia propizio Mitra, e Varuṇa, e anche Aryaman, Indra, Bṛhaspati e Viṣṇu dall’ampio passo. Adorazione a Brahman! Adorazione a te, o Vāyu! Tu, in verità, sei il Brahman visibile. Te solo proclamerò come il Brahman visibile. Proclamerò il retto. Proclamerò il vero. Che esso protegga me! Che protegga il maestro! Sì, che protegga me e protegga il maestro! Om! Pace! pace! pace!
2. Om! Spieghiamo la Śikṣā, la dottrina della pronuncia: la lettera, l’accento, la quantità, lo sforzo dell’articolazione, la modulazione e l’unione delle lettere (sandhi). Questa è la lezione sulla Śikṣā.
3. Venga la gloria a entrambi, maestro e discepolo! Appartenga a entrambi la luce del Veda!
Spieghiamo ora il senso segreto dell’unione (saṃhitā) sotto cinque aspetti: riguardo ai mondi, ai luminari celesti, alla conoscenza, alla progenie e al sé. Questi sono chiamati le grandi unioni.
Primo, riguardo ai mondi. La terra è l’elemento anteriore, il cielo il posteriore, l’etere la loro unione; e quell’unione avviene per mezzo di Vāyu, l’aria. Tanto riguardo ai mondi.
Riguardo ai luminari celesti. Agni, il fuoco, è l’elemento anteriore, Āditya, il sole, il posteriore, l’acqua la loro unione; e quell’unione avviene per mezzo del fulmine. Tanto riguardo ai luminari.
Riguardo alla conoscenza. Il maestro è l’elemento anteriore, il discepolo il posteriore, la conoscenza la loro unione; e quell’unione avviene per mezzo della recitazione del Veda. Tanto riguardo alla conoscenza.
Riguardo alla progenie. La madre è l’elemento anteriore, il padre il posteriore, la progenie la loro unione; e quell’unione avviene per mezzo della procreazione. Tanto riguardo alla progenie.
Riguardo al sé, il corpo. La mascella inferiore è l’elemento anteriore, la superiore il posteriore, la parola la loro unione; e quell’unione avviene per mezzo della parola. Tanto riguardo al sé. Queste sono le grandi unioni. Chi le conosce, come qui spiegate, è congiunto a progenie, bestiame, luce del Veda, cibo e al mondo celeste.
4. Colui che è il forte toro dei Veda, che assume ogni forma, che è sorto dai Veda, dall’Immortale — quell’Indra, il signore, mi rafforzi con la saggezza! Possa io, o Dio, divenire un sostenitore dell’Immortale! Sia abile il mio corpo, dolce la mia lingua, possa io udire molto con le orecchie! Tu, Om, sei lo scrigno di Brahman, coperto dalla saggezza: custodisci ciò che ho appreso.
Lei, la prosperità (Śrī), avvicina e diffonde, e prepara senza indugio per sé vesti, vacche, cibo e bevanda in ogni tempo: perciò portami quella prosperità, ricca di greggi e di armenti. Svāhā! Vengano a me i discepoli di Brahman, svāhā! Vengano da ogni parte, svāhā! Vengano avanti a me, svāhā! Pratichino l’autodisciplina, svāhā! Godano la pace, svāhā!
Possa io essere una gloria fra gli uomini, svāhā! Possa io essere migliore del più ricco, svāhā! Possa io entrare in te, o tesoro, svāhā! Tu, o tesoro, entra in me, svāhā! In te, che hai mille rami, in te, o tesoro, io sono purificato, svāhā! Come l’acqua scorre verso il basso, come i mesi vanno nell’anno, così, o custode del mondo, mi vengano sempre da ogni parte i discepoli di Brahman, svāhā! Tu sei un rifugio! Illuminami! Prendi possesso di me!
5. Bhū, Bhuvas, Suvas: queste sono le tre sacre interiezioni (vyāhṛti). Māhācamasya ne insegnò una quarta, Mahas, che è Brahman, che è il Sé; le altre divinità ne sono le membra.
Bhū è questo mondo, Bhuvas è il cielo, Suvas è l’altro mondo. Mahas è il sole: tutti i mondi sono accresciuti dal sole. Bhū è Agni, Bhuvas è Vāyu, Suvas è Āditya. Mahas è la luna: tutti i luminari sono accresciuti dalla luna. Bhū è i versi del Ṛk, Bhuvas i canti del Sāman, Suvas le formule dello Yajus. Mahas è Brahman: tutti i Veda sono accresciuti da Brahman. Bhū è il prāṇa, il soffio che sale; Bhuvas l’apāna, il soffio che scende; Suvas il vyāna, il soffio diffuso. Mahas è il cibo: tutti i respiri sono accresciuti dal cibo. Così queste sacre interiezioni sono quattro volte quattro. Chi le conosce, conosce Brahman; e a lui tutti gli dèi recano offerte.
6. Vi è l’etere dentro il cuore, e in esso la Persona (puruṣa) fatta di mente, immortale, aurea. Fra i due palati pende l’ugola, come un capezzolo: è il punto di partenza di Indra, il signore. Là, dove la radice dei capelli si divide, egli apre i due lati del capo, e dicendo «Bhū» entra in Agni, il fuoco; dicendo «Bhuvas» entra in Vāyu, l’aria; dicendo «Suvas» entra in Āditya, il sole; dicendo «Mahas» entra in Brahman. Là ottiene la signoria, raggiunge il signore della mente; diviene signore della parola, signore della vista, signore dell’udito, signore della conoscenza. E più ancora: diviene il Brahman il cui corpo è l’etere, la cui natura è il vero, che gioisce nei sensi, si diletta nella mente, è perfetto nella pace e immortale. Adòralo così, o Prācīnayogya!
7. «La terra, il cielo, il firmamento, i quattro punti cardinali e quelli intermedi»; «Agni, Vāyu, Āditya, Candramas e le stelle»; «l’acqua, le erbe, gli alberi, l’etere, il Sé universale (virāj)»: tanto riguardo agli oggetti materiali. Ora riguardo al sé, il corpo: «il prāṇa, l’apāna, il vyāna, l’udāna e il samāna»; «l’occhio, l’orecchio, la mente, la parola e il tatto»; «la pelle, la carne, i muscoli, l’osso e il midollo». Avendo meditato su questo, un ṛṣi disse: «Tutto ciò che esiste è quintuplice.» Per mezzo dell’una serie quintuplice — quella del corpo — egli completa l’altra.
8. Om significa Brahman. Om significa tutto questo. Om significa obbedienza. Quando dicono «Om, parla!», si parla. Dopo l’Om si cantano i Sāman. Dopo l’Om si recitano gli inni. Dopo l’Om l’Adhvaryu dà la risposta. Dopo l’Om il sacerdote-brahman dà gli ordini. Dopo l’Om il sacrificante consente l’offerta dell’Agnihotra. Quando un brāhmaṇa sta per cominciare la sua lezione, dice: «Om, possa io acquistare Brahman, il Veda.» E così acquista il Veda.
9. Il vero, e l’apprendere e praticare il Veda. L’ascesi, e l’apprendere e praticare il Veda. L’autodisciplina, e l’apprendere e praticare il Veda. La tranquillità, e l’apprendere e praticare il Veda. I fuochi da consacrare, e l’apprendere e praticare il Veda. Il sacrificio dell’Agnihotra, e l’apprendere e praticare il Veda. Gli ospiti da onorare, e l’apprendere e praticare il Veda. Il dovere verso gli uomini, e l’apprendere e praticare il Veda. I figli, e l’apprendere e praticare il Veda. Il matrimonio, e l’apprendere e praticare il Veda. I figli dei figli, e l’apprendere e praticare il Veda.
Satyavacas Rāthītara ritiene che solo il vero sia necessario. Taponitya Pauruśiṣṭi ritiene che solo l’ascesi. Nāka Maudgalya ritiene che solo l’apprendere e praticare il Veda — poiché quella è ascesi, quella è ascesi.
10. «Io sono colui che scuote l’albero del mondo. La mia gloria è come la cima di un monte. Io, la cui pura luce si è levata in alto, sono ciò che è veramente immortale, come dimora nel sole. Io sono il tesoro più splendente. Io sono sapiente, immortale, imperituro.» Questo è l’insegnamento del Veda, dato dal poeta Triśaṅku.
11. Dopo aver insegnato il Veda, il maestro istruisce il discepolo: «Di’ il vero! Compi il tuo dovere! Non trascurare lo studio del Veda! Dopo aver recato al tuo maestro il dono dovuto, non spezzare la linea dei figli! Non deviare dal vero! Non deviare dal dovere! Non trascurare ciò che è utile! Non trascurare la grandezza! Non trascurare l’apprendere e l’insegnare il Veda!
«Non trascurare le opere dovute agli dèi e ai padri! Ti sia la madre come un dio! Ti sia il padre come un dio! Ti sia il maestro come un dio! Ti sia l’ospite come un dio! Quali che siano le azioni irreprensibili, quelle vanno seguite, non altre. Quali che siano le opere buone da noi compiute, quelle vanno da te osservate, non altre. E quanto ai brāhmaṇa migliori di noi, dà loro conforto offrendo loro un seggio. Ciò che si dona, si doni con fede, non senza fede; con gioia, con modestia, con timore, con benevolenza. Se nella tua mente sorgesse qualche dubbio riguardo a un atto sacro o alla condotta, comportati come si comportano in ciò i brāhmaṇa di buon giudizio, devoti al dovere e non troppo severi. Questa è la regola, questo l’insegnamento, questo il vero senso segreto (Upaniṣad) del Veda, questo il comando. Così devi osservare, così questo va osservato.»
12. Ci sia propizio Mitra, e Varuṇa, e anche Aryaman, Indra, Bṛhaspati e Viṣṇu dall’ampio passo! Adorazione a Brahman! Adorazione a te, o Vāyu! Tu, in verità, sei il Brahman visibile. Te solo ho proclamato come il Brahman visibile. Ho proclamato il retto. Ho proclamato il vero. Esso mi ha protetto. Ha protetto il maestro. Sì, ha protetto me, ha protetto il maestro. Om! Pace! pace! pace!
Seconda Vallī · Il capitolo della beatitudine (Ānandavallī)
Hariḥ, Om! Ci protegga entrambi, maestro e discepolo! Ci nutra entrambi! Acquistiamo insieme il vigore! Si faccia luminosa la nostra conoscenza! Mai possiamo contendere! Pace! pace! pace!
1. Chi conosce Brahman raggiunge il Supremo. Su questo è tramandato il verso: «Chi conosce Brahman — che è (causa, non effetto), che è coscienza, che è senza fine — nascosto nella profondità del cuore, nel sommo etere, costui gode ogni bene, una cosa sola con Brahman onnisciente.»
Da quel Sé (Brahman) sorse l’etere (ākāśa); dall’etere l’aria; dall’aria il fuoco; dal fuoco l’acqua; dall’acqua la terra; dalla terra le erbe; dalle erbe il cibo; dal cibo il seme; dal seme l’uomo. L’uomo, dunque, è fatto dell’essenza del cibo. Questo è il suo capo, questo il suo braccio destro, questo il suo braccio sinistro, questo il suo tronco, questo la base che lo sostiene.
2. «Dal cibo sono prodotte tutte le creature che dimorano sulla terra; poi per il cibo esse vivono, e alla fine al cibo ritornano. Poiché il cibo è il più antico di tutti gli esseri, è chiamato la panacea, l’erba di ogni rimedio.» Coloro che adorano il cibo come Brahman ottengono ogni cibo. Poiché il cibo è il più antico di tutti gli esseri, è chiamato panacea. Dal cibo tutte le creature nascono; per il cibo, nate, crescono. Poiché è mangiato e mangia gli esseri, è chiamato cibo (anna).
Diverso da questo, fatto dell’essenza del cibo, è l’altro Sé interiore, fatto di respiro. Il primo è riempito da questo. Anch’esso ha forma d’uomo; alla forma umana del primo è conforme la forma umana del secondo. Il prāṇa è il suo capo, il vyāna il braccio destro, l’apāna il braccio sinistro, l’etere il tronco, la terra la base che lo sostiene.
3. «Gli dèi respirano secondo il respiro (prāṇa), e così gli uomini e gli animali. Il respiro è la vita degli esseri, perciò è chiamato sarvāyuṣa, ciò che dà vita a tutto.» Coloro che adorano il respiro come Brahman ottengono la pienezza della vita. Poiché il respiro è la vita di tutti gli esseri, è chiamato sarvāyuṣa. Il Sé incarnato di questo, fatto di respiro, è il medesimo di quello precedente, fatto di cibo.
Diverso da questo, fatto di respiro, è l’altro Sé interiore, fatto di mente. Il primo è riempito da questo. Anch’esso ha forma d’uomo. Lo Yajus è il suo capo, il Ṛk il braccio destro, il Sāman il braccio sinistro, la dottrina (il Brāhmaṇa) il tronco, gli inni Atharvāṅgiras la base che lo sostiene.
4. «Chi conosce la beatitudine di quel Brahman — da cui ogni parola, insieme con la mente, si ritrae senza poterlo raggiungere — costui non teme mai nulla.» Il Sé incarnato di questo, fatto di mente, è il medesimo di quello precedente, fatto di respiro.
Diverso da questo, fatto di mente, è l’altro Sé interiore, fatto di intelletto (vijñāna). Il primo è riempito da questo. Anch’esso ha forma d’uomo. La fede è il suo capo, il retto il braccio destro, il vero il braccio sinistro, l’assorbimento (yoga) il tronco, il grande intelletto la base che lo sostiene.
5. «L’intelletto compie il sacrificio e compie tutti gli atti sacri. Tutti gli dèi adorano l’intelletto come Brahman, come il più antico. Chi conosce l’intelletto come Brahman, e non se ne allontana, lascia dietro di sé nel corpo ogni male e ottiene tutti i suoi desideri.» Il Sé incarnato di questo, fatto di intelletto, è il medesimo di quello precedente, fatto di mente.
Diverso da questo, fatto di intelletto, è l’altro Sé interiore, fatto di beatitudine (ānanda). Il primo è riempito da questo. Anch’esso ha forma d’uomo. La gioia è il suo capo, il piacere il braccio destro, il grande piacere il braccio sinistro, la beatitudine il tronco, Brahman la base che lo sostiene.
6. «Chi conosce Brahman come non-esistente, diviene egli stesso non-esistente. Chi conosce Brahman come esistente, costui noi lo conosciamo come esistente.» Il Sé incarnato di questa beatitudine è il medesimo di quello precedente, l’intelletto.
Seguono le domande del discepolo: «Anche chi non conosce, dopo aver lasciato questa vita, giunge a quel mondo? Oppure solo chi conosce, dopo essere partito, giunge a quel mondo?»
Egli desiderò: «Possa io essere molteplice, possa io crescere.» Meditò ardentemente su se stesso. Dopo aver così meditato, emise (creò) tutto ciò che esiste. Emessolo, in esso entrò. Entratovi, divenne il manifesto e il non-manifesto, il definito e l’indefinito, il sostenuto e il non-sostenuto, il dotato di conoscenza e il privo di conoscenza, il reale e l’irreale. Il Vero divenne tutto questo, qualunque cosa esista; e perciò i saggi lo chiamano il Vero (sat-tya).
7. «In principio questo era il non-esistente, non ancora definito da forma e nome. Da esso nacque ciò che esiste. Esso fece di se stesso il proprio Sé; perciò è chiamato il Sé-fatto.» Ciò che è Sé-fatto è un sapore (rasa), poiché solo dopo aver gustato un sapore si può provare gioia. Chi potrebbe respirare, chi potrebbe esalare il respiro, se quella beatitudine non fosse nell’etere del cuore? Poiché è lui solo a dare la beatitudine.
Quando si trova senza timore e si riposa in ciò che è invisibile, incorporeo, indefinito, senza sostegno, allora si è raggiunto il senza-paura. Ma se vi pone anche la più piccola distinzione, allora per lui sorge il timore: e quel timore esiste solo per chi si crede sapiente, non per il vero saggio.
8. «Per terrore di esso (Brahman) soffia il vento; per terrore sorge il sole; per terrore di esso corrono Agni e Indra, e la Morte come quinta.»
Ora segue un’indagine sulla beatitudine (ānanda). Vi sia un giovane nobile, ben versato nel Veda, svelto, fermo e forte, e tutto il mondo sia colmo di ricchezze per lui: questa è una misura della beatitudine umana.
Cento volte questa beatitudine umana è una misura della beatitudine dei Gandharva umani, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine dei Gandharva umani è una misura della beatitudine dei Gandharva divini, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine dei Gandharva divini è una misura della beatitudine dei Padri, nel loro lungo soggiorno, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine dei Padri è una misura della beatitudine degli dèi nati nel cielo Ājāna, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine degli dèi nati nel cielo Ājāna è una misura della beatitudine degli dèi sacrificali, che divengono dèi per mezzo dei loro sacrifici vedici, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine degli dèi sacrificali è una misura della beatitudine dei trentatré dèi, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine dei trentatré dèi è una misura della beatitudine di Indra, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine di Indra è una misura della beatitudine di Bṛhaspati, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine di Bṛhaspati è una misura della beatitudine di Prajāpati, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Cento volte la beatitudine di Prajāpati è una misura della beatitudine di Brahman, e così pure di un gran saggio libero da desideri.
Colui che è questo (Brahman) nell’uomo, e colui che è quello (Brahman) nel sole, sono una cosa sola. Chi conosce questo, quando ha lasciato questo mondo, raggiunge e comprende il Sé fatto di cibo, il Sé fatto di respiro, il Sé fatto di mente, il Sé fatto di intelletto, il Sé fatto di beatitudine.
9. «Chi conosce la beatitudine di quel Brahman — da cui ogni parola, insieme con la mente, si ritrae senza poterlo raggiungere — costui non teme nulla.» Egli non si tormenta col pensiero: «Perché non ho fatto il bene? Perché ho fatto il male?» Chi così conosce questi due, bene e male, libera se stesso. Chi conosce entrambi, libera se stesso. Questa è l’Upaniṣad.
Terza Vallī · Il capitolo di Bhṛgu (Bhṛguvallī)
Hariḥ, Om! Ci protegga entrambi! Ci nutra entrambi! Acquistiamo insieme il vigore! Si faccia luminosa la nostra conoscenza! Mai possiamo contendere! Pace! pace! pace!
1. Bhṛgu Vāruṇi andò da suo padre Varuṇa e disse: «Signore, insegnami Brahman.» Egli gli indicò questo: il cibo, il respiro, l’occhio, l’orecchio, la mente, la parola. Poi gli disse: «Ciò da cui questi esseri nascono, ciò per cui, nati, vivono, ciò in cui entrano morendo: cerca di conoscere quello. Quello è Brahman.» Egli compì un’ascesi. Compiuta l’ascesi,
2. comprese che il cibo è Brahman, poiché dal cibo questi esseri nascono, per il cibo, nati, vivono, e nel cibo entrano morendo. Compreso questo, andò di nuovo dal padre Varuṇa: «Signore, insegnami Brahman.» Gli disse: «Cerca di conoscere Brahman con l’ascesi, poiché l’ascesi è il mezzo per conoscere Brahman.» Egli compì un’ascesi. Compiuta l’ascesi,
3. comprese che il respiro è Brahman, poiché dal respiro questi esseri nascono, per il respiro vivono, nel respiro entrano morendo. Compreso questo, andò di nuovo dal padre: «Signore, insegnami Brahman.» Gli disse: «Cerca di conoscere Brahman con l’ascesi, poiché l’ascesi è il mezzo per conoscere Brahman.» Egli compì un’ascesi. Compiuta l’ascesi,
4. comprese che la mente (manas) è Brahman, poiché dalla mente questi esseri nascono, per la mente vivono, nella mente entrano morendo. Compreso questo, andò di nuovo dal padre: «Signore, insegnami Brahman.» Gli disse: «Cerca di conoscere Brahman con l’ascesi, poiché l’ascesi è il mezzo per conoscere Brahman.» Egli compì un’ascesi. Compiuta l’ascesi,
5. comprese che l’intelletto (vijñāna) è Brahman, poiché dall’intelletto questi esseri nascono, per l’intelletto vivono, nell’intelletto entrano morendo. Compreso questo, andò di nuovo dal padre: «Signore, insegnami Brahman.» Gli disse: «Cerca di conoscere Brahman con l’ascesi, poiché l’ascesi è il mezzo per conoscere Brahman.» Egli compì un’ascesi. Compiuta l’ascesi,
6. comprese che la beatitudine (ānanda) è Brahman, poiché dalla beatitudine questi esseri nascono, per la beatitudine vivono, nella beatitudine entrano morendo. Questa è la conoscenza di Bhṛgu e Varuṇa, posta nel sommo cielo, nel cuore. Chi la conosce diviene saldo, ricco di cibo e capace di nutrirsi, grande per progenie, bestiame e splendore della sua conoscenza, grande per fama.
7. Non disprezzi mai il cibo: questa è la regola. Il respiro è cibo, il corpo è ciò che mangia il cibo. Il corpo riposa sul respiro, il respiro riposa sul corpo. Questo è il cibo che riposa sul cibo. Chi conosce questo cibo che riposa sul cibo riposa saldo, diviene ricco di cibo e capace di nutrirsi, grande per progenie, bestiame e splendore della sua conoscenza, grande per fama.
8. Non rifiuti mai il cibo: questa è la regola. L’acqua è cibo, la luce è ciò che mangia il cibo. La luce riposa sull’acqua, l’acqua riposa sulla luce. Questo è il cibo che riposa sul cibo. Chi conosce questo cibo che riposa sul cibo riposa saldo, diviene ricco di cibo e capace di nutrirsi, grande per progenie, bestiame e splendore della sua conoscenza, grande per fama.
9. Acquisti molto cibo: questa è la regola. La terra è cibo, l’etere è ciò che mangia il cibo. L’etere riposa sulla terra, la terra riposa sull’etere. Questo è il cibo che riposa sul cibo. Chi conosce questo cibo che riposa sul cibo riposa saldo, diviene ricco di cibo e capace di nutrirsi, grande per progenie, bestiame e splendore della sua conoscenza, grande per fama.
10. Non allontani mai uno straniero dalla sua casa: questa è la regola. Perciò l’uomo acquisti in ogni modo molto cibo. Se dà cibo abbondantemente, gli sarà dato cibo abbondantemente; se lo dà mediocremente, gli sarà dato mediocremente; se lo dà meschinamente, gli sarà dato meschinamente.
Chi conosce questo venera Brahman come possesso nella parola, come acquisto e possesso nel prāṇa e nell’apāna, come azione nelle mani, come cammino nei piedi, come escrezione nel corpo. Questi sono i riconoscimenti umani di Brahman. Seguono quelli riguardo agli dèi: come appagamento nella pioggia, come potenza nel fulmine, come gloria nel bestiame, come luce nelle stelle, come procreazione, immortalità e gioia nell’organo generativo, come ogni cosa nell’etere. Lo adori come sostegno, e sarà sostenuto. Lo adori come grandezza, e diverrà grande. Lo adori come mente, e sarà dotato di mente. Lo adori come adorazione, e tutti i desideri si prostreranno davanti a lui. Lo adori come Brahman, e diverrà ricco di Brahman. Lo adori come la dissoluzione degli dèi in Brahman, e moriranno tutt’intorno a lui i nemici che lo odiano, moriranno tutt’intorno gli avversari che non ama.
Colui che è questo (Brahman) nell’uomo e colui che è quello (Brahman) nel sole, sono una cosa sola.
Chi conosce questo, quando ha lasciato questo mondo, dopo aver raggiunto e compreso il Sé fatto di cibo, il Sé fatto di respiro, il Sé fatto di mente, il Sé fatto di intelletto, il Sé fatto di beatitudine, entra in questi mondi e ne prende possesso; e avendo tutto il cibo che desidera e assumendo tutte le forme che desidera, si siede cantando questo canto di Brahman: «Hāvu, hāvu, hāvu!
«Io sono il cibo, io sono il cibo, io sono il cibo! Io sono il mangiatore del cibo, io sono il mangiatore del cibo, io sono il mangiatore del cibo! Io sono il poeta che li congiunge, io sono il poeta, io sono il poeta! Io sono il primogenito dell’Ordine (ṛta). Prima degli dèi io ero nel centro di tutto ciò che è immortale. Chi mi dona, costui solo mi conserva; io, che sono cibo, mangio come cibo colui che mangia il cibo. Io vinco il mondo intero, io, dotato di luce aurea.» Chi conosce questo, ottiene tutto ciò. Questa è l’Upaniṣad.