Mundaka Upanishad
La Mundaka Upanishad appartiene all'Atharvaveda ed è una delle Upanishad maggiori, tra le più limpide nel tracciare il cuore della dottrina vedantica: la distinzione fra due conoscenze, quella «inferiore» (aparā vidyā) — i Veda, i riti, le scienze ausiliarie — e quella «superiore» (parā vidyā), per cui si coglie l'Indistruttibile, il Brahman da cui tutto sorge come la tela dal ragno. Il nome è legato alla radice che indica il «rasato»: forse l'insegnamento riservato agli asceti che si rasavano il capo, o ciò che «rade via» l'ignoranza. Il testo è celebre per due immagini divenute patrimonio comune dell'India: i due uccelli compagni posati sullo stesso albero — l'uno che mangia il frutto, l'altro che osserva sereno, figura dell'anima individuale e del Sé supremo —; e la sentenza «solo il vero prevale» (satyam eva jayate), che la Repubblica Indiana ha adottato come proprio motto nazionale. Accanto a queste, l'immagine dell'Upanishad come arco, del Sé come freccia e del Brahman come bersaglio, da colpire con la mente raccolta finché il dardo non diventi una cosa sola con il segno. È un testo che congeda con dolcezza il sacrificio rituale per additare la via della conoscenza liberatrice, ripresa in più punti dalla vicina Katha Upanishad.
Indice del testo
Mundaka Upanishad
Primo Muṇḍaka · Primo Khaṇḍa
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Brahmā fu il primo degli dèi, l’artefice dell’universo, il custode del mondo. Egli rivelò la conoscenza di Brahman, fondamento di ogni conoscenza, al suo primogenito Atharvan.
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Ciò che Brahmā disse ad Atharvan, quella conoscenza di Brahman Atharvan la trasmise ad Aṅgir; questi la disse a Satyavāha Bhāradvāja, e Bhāradvāja la trasmise di seguito ad Aṅgiras.
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Śaunaka, il grande padre di famiglia, si accostò con rispetto ad Aṅgiras e gli chiese: «Signore, qual è quella cosa per cui, conosciuta che sia, tutto il resto diviene conosciuto?»
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Egli gli rispose: «Due conoscenze si devono apprendere — così dicono tutti coloro che conoscono Brahman —: la conoscenza superiore e quella inferiore.
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La conoscenza inferiore è il Ṛgveda, lo Yajurveda, il Sāmaveda, l’Atharvaveda, la fonetica, il rituale, la grammatica, l’etimologia, la metrica, l’astronomia. Ma la conoscenza superiore è quella per cui si coglie l’Indistruttibile.
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Ciò che non si può vedere né afferrare, che non ha famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, l’eterno, l’onnipresente, l’infinitamente sottile, l’imperituro: ecco ciò che i saggi riconoscono come la sorgente di tutti gli esseri.
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Come il ragno emette e ritrae il suo filo, come le piante crescono dalla terra, come dall’uomo vivente spuntano i capelli sul capo e i peli sul corpo, così da ciò che è Indistruttibile sorge qui ogni cosa.
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Brahman si dilata per la forza dell’ardore meditativo; di qui è prodotta la materia; dalla materia il respiro, la mente, il vero, i mondi, e dalle opere l’immortale.
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Da Colui che tutto percepisce e tutto conosce, il cui ardore consiste nella conoscenza, da Lui, il sommo Brahman, sono generati il Brahman manifesto, il nome, la forma e la materia.
Primo Muṇḍaka · Secondo Khaṇḍa
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Questa è la verità: le opere sacrificali che i veggenti scorsero negli inni dei Veda furono compiute in molti modi nell’età di Treta. Praticatele con diligenza, o amanti della verità: questa è la vostra via verso il mondo delle opere buone.
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Quando il fuoco è acceso e la fiamma guizza, l’uomo offra le sue oblazioni fra le due porzioni di burro fuso, come offerta fatta con fede.
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Se il sacrificio del fuoco di un uomo non è seguito dai sacrifici del novilunio e del plenilunio, da quelli dei quattro mesi e da quello del raccolto; se è privo di ospiti, non offerto affatto, o senza la cerimonia per tutti gli dèi, o non offerto secondo la regola, allora distrugge i suoi sette mondi.
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Nera, Terribile, Veloce-come-il-pensiero, Rossissima, Color-di-fumo, Scintillante e la splendente dalle-mille-forme: tutte queste, guizzando, sono chiamate le sette lingue del fuoco.
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Se un uomo compie le sue opere sacre mentre queste fiamme risplendono, e le oblazioni seguono al tempo giusto, allora esse lo conducono, come raggi di sole, là dove dimora l’unico Signore degli dèi.
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«Vieni, vieni!» gli dicono le splendenti oblazioni, e portano il sacrificante sui raggi del sole, mentre gli rivolgono dolci parole e lo lodano: «Questo è il tuo santo mondo di Brahman, guadagnato con le tue opere buone.»
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Ma fragili, in verità, sono quelle barche — i diciotto riti del sacrificio — in cui è racchiuso questo cerimoniale inferiore. Gli stolti che lo lodano come il bene supremo cadono ancora e ancora nella vecchiaia e nella morte.
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Dimorando nelle tenebre, ma saggi ai propri occhi e gonfi di vana scienza, gli stolti vanno girando in tondo, barcollando qua e là, come ciechi guidati da ciechi.
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I fanciulli, vissuti a lungo nell’ignoranza, si credono felici. Ma poiché chi confida nelle proprie opere, per le sue passioni, non provvede a sé, costoro cadono e diventano miseri quando la loro vita è finita.
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Stimando il sacrificio e le opere buone come il meglio, questi stolti non conoscono un bene più alto; e dopo aver goduto la loro ricompensa sull’altura del cielo, guadagnata con le opere, rientrano in questo mondo, o in uno inferiore.
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Ma coloro che praticano nella foresta l’ascesi e la fede, quieti, sapienti, vivendo di elemosina, partono liberi dalla passione, attraverso il sole, là dove dimora quell’immortale Persona, la cui natura è imperitura.
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Dopo aver esaminato tutti questi mondi guadagnati con le opere, il brahmano giunga alla libertà da ogni desiderio: ciò che è eterno non si ottiene per mezzo di ciò che non è eterno. Per comprendere questo, prenda in mano la legna da ardere e si accosti a un maestro che sia dotto e tutto dimori in Brahman.
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A quel discepolo che gli si è accostato con rispetto, la cui mente non è turbata da alcun desiderio e che ha raggiunto la pace perfetta, il saggio maestro rivelò in verità quella conoscenza di Brahman per cui si conosce la Persona eterna e vera.
Secondo Muṇḍaka · Primo Khaṇḍa
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Questa è la verità: come da un fuoco ardente sprizzano a migliaia le scintille, a esso simili, così dall’Imperituro nascono i molteplici esseri, o amico, e a esso ritornano.
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Quella Persona celeste è senza corpo; è insieme fuori e dentro; non generata, senza respiro e senza mente, pura, più alta del sommo Imperituro.
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Da Lui nascono il respiro, la mente e tutti gli organi dei sensi, l’etere, l’aria, la luce, l’acqua e la terra, sostegno di tutto.
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Il fuoco celeste è il suo capo, i suoi occhi il sole e la luna, le regioni le sue orecchie, la sua voce i Veda rivelati, il vento il suo respiro, il suo cuore l’universo; dai suoi piedi venne la terra. Egli è davvero il Sé interiore di tutte le cose.
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Da Lui viene il fuoco, di cui il sole è il combustibile; dalla luna viene la pioggia; dalla terra le erbe; e l’uomo dà il seme alla donna. Così molti esseri sono generati dalla Persona.
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Da Lui vengono gli inni del Ṛk, i canti del Sāman, le formule dello Yajus, i riti d’iniziazione, tutti i sacrifici, le offerte e i doni ai sacerdoti, e l’anno, e il sacrificante, e i mondi in cui splendono la luna e il sole.
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Da Lui sono generati anche i molti dèi, i geni celesti, gli uomini, il bestiame, gli uccelli, il respiro che sale e quello che scende, il riso e il grano per i sacrifici, l’ascesi, la fede, la verità, la castità e la legge.
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Da Lui scaturiscono i sette sensi, le sette luci, le sette specie di combustibile, i sette atti di percezione, e questi sette mondi in cui i sensi si muovono, che riposano nella caverna del cuore, disposti là a sette a sette.
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Da Lui vengono i mari e tutti i monti; da Lui scorrono i fiumi di ogni specie; da Lui vengono tutte le erbe e la linfa per cui il Sé interiore sussiste insieme agli elementi.
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La Persona è tutto questo: sacrificio, ascesi, Brahman, il sommo immortale. Chi la conosce celata nella caverna del cuore, costui, o amico, scioglie quaggiù il nodo dell’ignoranza.
Secondo Muṇḍaka · Secondo Khaṇḍa
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Manifesto, vicino, mobile nella caverna del cuore è il grande Essere. In esso è raccolto tutto ciò che voi conoscete come ciò che si muove, respira e batte le palpebre, come l’essere e il non-essere, come l’adorabile, come il meglio, che è al di là dell’intelletto delle creature.
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Ciò che è splendente, più piccolo del piccolo, ciò su cui i mondi sono fondati e i loro abitanti, quello è l’indistruttibile Brahman, quello è il respiro, la parola, la mente; quello è il vero, quello è l’immortale. Quello è da colpire. Colpiscilo, o amico!
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Presa l’Upaniṣad come arco, la grande arma, vi ponga la freccia aguzzata dalla devozione; e tesolo con un pensiero rivolto a Ciò che è, colpisci il bersaglio, o amico: l’Indistruttibile!
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Oṃ è l’arco, il Sé è la freccia, Brahman è chiamato il bersaglio. Deve colpirlo l’uomo non sconsiderato; e allora, come la freccia diviene una cosa sola col bersaglio, egli diverrà una cosa sola con Brahman.
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In Lui sono intessuti il cielo, la terra e l’atmosfera, e la mente con tutti i sensi. Conosci Lui solo come il Sé, e lascia ogni altra parola! Egli è il ponte verso l’Immortale.
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Egli si muove, facendosi molteplice, dentro il cuore dove le arterie si incontrano, come raggi fissati al mozzo. Meditate sul Sé come Oṃ! Salute a voi, affinché possiate attraversare oltre il mare delle tenebre!
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Colui che tutto comprende e tutto conosce, a cui appartiene ogni gloria nel mondo, il Sé, dimora nell’etere, nella celeste città di Brahman, il cuore. Egli assume la natura della mente ed è la guida del corpo e dei sensi. Sussiste nel cibo, in intima vicinanza al cuore. I saggi che comprendono questo contemplano l’Immortale che risplende, colmo di beatitudine.
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Il vincolo del cuore è spezzato, sciolti tutti i dubbi, e le sue opere si dissolvono, quando è stato veduto Colui che è alto e basso, causa ed effetto.
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Nel sommo involucro d’oro è il Brahman, senza passioni e senza parti. Esso è puro, è la luce delle luci, è ciò che conoscono coloro che conoscono il Sé.
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Là il sole non risplende, né la luna e le stelle, né questi lampi, e tanto meno questo fuoco. Quando Egli risplende, ogni cosa risplende dopo di lui; della sua luce tutto questo è illuminato.
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Quell’immortale Brahman è davanti, quel Brahman è dietro, quel Brahman è a destra e a sinistra. Si estende in basso e in alto; Brahman solo è tutto questo: esso è il sommo bene.
Terzo Muṇḍaka · Primo Khaṇḍa
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Due uccelli, compagni inseparabili, stanno avvinti al medesimo albero. Uno di essi mangia il frutto dolce, l’altro guarda senza mangiare.
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Sullo stesso albero l’uomo siede afflitto, immerso nello sgomento, smarrito dalla propria impotenza; ma quando vede l’altro, il Signore, appagato, e ne conosce la gloria, allora la sua afflizione svanisce.
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Quando il veggente scorge l’artefice splendente, il Signore, come la Persona che ha in Brahman la sua sorgente, allora egli è sapiente e, scrollati via il bene e il male, raggiunge senza passioni la suprema unità.
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Egli infatti è il Respiro che risplende in tutti gli esseri; e chi lo comprende diviene davvero sapiente, non un semplice parlatore. Egli si diletta nel Sé, gioisce nel Sé, e, compiute le sue opere, riposa saldamente stabilito in Brahman, il migliore fra coloro che conoscono Brahman.
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Per mezzo della verità, dell’ascesi, della retta conoscenza e della castità si deve conquistare quel Sé; il Sé che gli asceti immacolati raggiungono è puro, come una luce dentro il corpo.
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Il vero prevale, non il falso; per mezzo del vero è tracciata la via, il sentiero degli dèi, su cui gli antichi saggi, appagati nei loro desideri, procedono verso quella suprema dimora del Vero.
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Quel vero Brahman risplende grande, divino, inconcepibile, più piccolo del piccolo; è ben oltre ciò che è lontano, eppure qui vicino, celato nella caverna del cuore presso coloro che lo vedono già quaggiù.
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Non lo si coglie con l’occhio, né con la parola, né con gli altri sensi, né con l’ascesi o le opere buone. Quando la natura dell’uomo si è purificata nella serena luce della conoscenza, allora egli lo vede, meditandolo come privo di parti.
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Quel sottile Sé è da conoscere col pensiero, là dove il respiro è entrato quintuplice; ogni pensiero degli uomini è intessuto coi sensi, e quando il pensiero è purificato, allora il Sé si rivela.
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Qualunque stato un uomo dalla natura purificata immagini, e qualunque desiderio desideri, quello stato egli conquista e quei desideri ottiene. Perciò chi desidera la felicità onori colui che conosce il Sé.
Terzo Muṇḍaka · Secondo Khaṇḍa
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Egli, il conoscitore del Sé, conosce quella suprema dimora di Brahman, in cui tutto è contenuto e risplende luminoso. I saggi che, senza bramare felicità, venerano quella Persona, trascendono questo seme e non rinascono più.
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Chi forma desideri nella mente rinasce qua e là per i suoi desideri. Ma a colui i cui desideri sono appagati e che è consapevole del vero Sé, tutti i desideri svaniscono già quaggiù sulla terra.
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Quel Sé non si ottiene con il Veda, né con l’intelletto, né con molta erudizione. Colui che il Sé sceglie, da lui il Sé è ottenuto; a lui il Sé svela la propria natura.
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Né si ottiene quel Sé da chi è privo di forza, o senza fervore, o senza retta meditazione. Ma se il sapiente si sforza verso di esso con questi mezzi — forza, fervore e retta meditazione —, allora il suo Sé entra nella dimora di Brahman.
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Quando lo hanno raggiunto, i saggi divengono appagati nella conoscenza, consapevoli del proprio Sé; le loro passioni sono svanite, ed essi sono tranquilli. I sapienti, raggiunto Colui che è onnipresente dovunque, devoti al Sé, entrano in lui per intero.
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Avendo ben accertato l’oggetto della conoscenza del Vedānta, e purificata la propria natura con lo yoga della rinuncia, tutti gli asceti, godendo la suprema immortalità, divengono liberi al tempo della grande fine, nei mondi di Brahmā.
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Le loro quindici parti entrano nei rispettivi elementi, i loro sensi nelle divinità corrispondenti. Le loro opere e il loro Sé, con tutta la sua conoscenza, divengono una sola cosa nel sommo Imperituro.
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Come i fiumi che scorrono spariscono nel mare, perdendo nome e forma, così il sapiente, libero da nome e forma, va alla divina Persona, più grande del grande.
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Chi conosce quel sommo Brahman diviene Brahman stesso. Nella sua stirpe nessuno nasce ignaro di Brahman. Egli supera il dolore, supera il male; libero dai lacci del cuore, diviene immortale.
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E ciò è dichiarato da questo verso: «Si trasmetta questa scienza di Brahman solo a coloro che hanno compiuto tutti i riti dovuti, che sono versati nei Veda e saldamente stabiliti nel Brahman inferiore, che offrono essi stessi in oblazione l’unico Ṛṣi, pieni di fede, e da cui è stato compiuto il rito del fuoco sul capo, secondo la regola.»
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Il Ṛṣi Aṅgiras un tempo rivelò questa vera scienza; chi non ha compiuto i riti dovuti non la legge. Adorazione ai sommi Ṛṣi! Adorazione ai sommi Ṛṣi!