Svetasvatara Upanishad

La Śvetāśvatara Upaniṣad — che prende nome dal saggio che la chiude, «colui dalla mula bianca» — appartiene allo Yajurveda nero ed è la più marcatamente teista fra le Upaniṣad maggiori: il Brahman impersonale del Vedānta vi si fa volto, e prende il nome di Rudra-Śiva, il dio unico «di cui non ammettono un secondo», causa e signore del mondo, che lo emette e alla fine dei tempi lo ritrae in sé come il ragno il suo filo. Il testo si apre con una grande domanda filosofica — qual è la causa di ciò che esiste: il tempo, la natura, la necessità, il caso, gli elementi, o la Persona? — e risponde additando la potenza propria del dio (devātmaśakti), celata nelle sue qualità. Da qui scorrono alcune delle immagini più celebri dell'India: i due uccelli compagni posati sullo stesso albero, l'uno che mangia il frutto e l'altro che osserva (condivisa con la Muṇḍaka); la Persona non più grande di un pollice nascosta nel cuore (condivisa con la Kaṭha); il Sé «più piccolo del piccolo e più grande del grande». È anche il testo in cui per la prima volta affiorano, dentro la cornice upaniṣadica, il lessico e la pratica dello Yoga — la postura eretta, il controllo del respiro, il luogo adatto alla meditazione — e i termini del futuro Sāṅkhya (prakṛti, guṇa, puruṣa, māyā), qui ancora ricondotti all'unico Signore. Per questo intreccio di devozione, filosofia e disciplina ascetica la Śvetāśvatara è uno snodo capitale fra le Upaniṣad antiche e la pietà teistica della Bhagavadgītā.

Indice del testo

Svetasvatara Upanishad

Primo Adhyāya

  1. I cercatori di Brahman si domandano: Brahman è la causa? Da dove siamo nati? Per che cosa viviamo, e dove andiamo? O voi che conoscete Brahman, diteci: per comando di chi viviamo, sia nel dolore sia nel piacere?

  2. Si devono ritenere causa il tempo, o la natura propria, o la necessità, o il caso, o gli elementi, oppure colui che è chiamato la Persona (puruṣa)? Non può essere la loro unione, perché questa non sussiste da sé; e neppure il sé ne è la causa, perché anch’esso è soggetto a una causa di bene e di male.

  3. I saggi, dediti alla meditazione e alla concentrazione, hanno veduto la potenza propria del dio stesso, nascosta nelle sue qualità (guṇa). Egli, uno, governa tutte quelle cause: il tempo, il sé e le altre.

  4. Meditiamo su colui che, simile a una ruota, ha un solo cerchione con tre fasce, sedici estremità, cinquanta raggi, venti contro-raggi e sei gruppi di otto; la cui unica fune è molteplice, che procede per tre vie diverse, e la cui illusione nasce da due cause.

  5. Meditiamo sul fiume le cui acque sono i cinque flussi, impetuoso e tortuoso per le sue cinque sorgenti, le cui onde sono i cinque soffi vitali, la cui fonte è la mente, corso dei cinque generi di percezione. Ha cinque vortici, le sue rapide sono i cinque dolori; ha cinquanta specie di sofferenza e cinque rami.

  6. In quella vasta ruota di Brahman, in cui ogni cosa vive e riposa, l’uccello svolazza finché crede che il sé, in lui, sia diverso da colui che lo muove, il dio, il signore. Quando da lui è stato benedetto, allora ottiene l’immortalità.

  7. Ma ciò che è celebrato nelle Upaniṣad è il sommo Brahman, e in esso è la triade. Il sommo Brahman è il sostegno sicuro, è imperituro. I cercatori di Brahman, conosciuto ciò che è dentro questo mondo, si fanno devoti e si immergono in Brahman, liberi dalla rinascita.

  8. Il Signore (īśa) sostiene insieme tutto questo, il perituro e l’imperituro, il manifesto e il non-manifesto. Il sé vivente, non essendo signore, è legato, perché deve godere i frutti delle opere; ma quando ha conosciuto il dio, è sciolto da ogni catena.

  9. Vi sono due esseri, l’uno conoscente (īśvara), l’altro non-conoscente (jīva), entrambi non nati, l’uno forte, l’altro debole; e vi è lei, la non-nata, per mezzo della quale ciascuno riceve la ricompensa delle proprie opere; e vi è il Sé infinito, che appare sotto tutte le forme, ma egli stesso inattivo. Quando un uomo scopre questi tre, quello è Brahman.

  10. Ciò che è perituro è il Pradhāna; l’immortale e imperituro è Hara. L’unico dio governa il perituro e il sé vivente. Meditando su di lui, unendosi a lui, divenendo una cosa sola con lui, alla fine ogni illusione cessa per sempre.

  11. Quando quel dio è conosciuto, tutte le catene cadono; le sofferenze sono distrutte, e la nascita e la morte cessano. Dalla meditazione su di lui sorge, alla dissoluzione del corpo, un terzo stato, quello della signoria universale; ma soltanto chi è solo è appagato.

  12. Questo, che dimora eternamente nel sé, dev’essere conosciuto; e oltre a questo nulla resta da conoscere. Conoscendo colui che gode, ciò che è goduto e colui che governa, ogni cosa è stata dichiarata triplice: e questo è Brahman.

  13. Come la forma del fuoco, mentre è racchiusa nella legna, non si vede, eppure il suo seme non è distrutto, ma può essere ridestata di nuovo dal legno per mezzo del bastoncello, così, in entrambi i casi, il Sé dev’essere afferrato nel corpo per mezzo del praṇava, la sillaba Om.

  14. Facendo del proprio corpo il legno inferiore e della sillaba Om il legno superiore, l’uomo, ripetendo l’esercizio della meditazione come si trivella il fuoco, scorgerà il dio splendente, come la scintilla nascosta nel legno.

  15. Come l’olio nei semi, come il burro nella panna, come l’acqua nei letti asciutti dei fiumi, come il fuoco nel legno, così il Sé è colto dentro il sé, se l’uomo lo cerca con la verità e l’ascesi:

  16. se cerca il Sé che tutto pervade, come il burro è contenuto nel latte, e le cui radici sono la conoscenza del sé e l’ascesi. Questo è il Brahman insegnato dall’Upaniṣad.

Secondo Adhyāya

  1. Savitṛ, il sole, dapprima raccolta la sua mente e dispiegati i suoi pensieri, condusse Agni, il fuoco, quando ne ebbe scoperto la luce, sopra la terra.

  2. Con le menti raccolte, siamo al comando del divino Savitṛ, per ottenere la beatitudine.

  3. Possa Savitṛ, dopo aver raggiunto col pensiero gli dèi che salgono al cielo, e coi suoi pensieri il cielo stesso, concedere a questi dèi di far risplendere una grande luce.

  4. I saggi del gran saggio raccolgono la mente e raccolgono i pensieri. Colui che solo conosce la legge ha ordinato le invocazioni; grande è la lode del divino Savitṛ.

  5. La vostra antica preghiera dev’essere congiunta alle lodi. Vada il mio canto come il cammino del sole! Ascoltino tutti i figli dell’Immortale, coloro che hanno raggiunto le loro dimore celesti.

  6. Dove il fuoco è acceso per sfregamento, dove il vento è trattenuto, dove il Soma trabocca, là nasce la mente.

  7. Amiamo l’antico Brahman per grazia di Savitṛ; se porrai là la tua dimora, la via non ti potrà nuocere.

  8. Se il saggio tiene il corpo eretto nelle sue tre parti — petto, collo e capo — e volge i sensi con la mente verso il cuore, attraverserà allora, sulla barca di Brahman, tutti i torrenti che incutono paura.

  9. Comprimendo i suoi respiri, colui che ha domato ogni moto respiri pian piano per il naso con soffio leggero. Senza posa il saggio trattenga la mente, quel carro aggiogato a cavalli indocili.

  10. Compia i suoi esercizi in un luogo piano, puro, libero da ghiaia, fuoco e polvere, gradevole per i suoi suoni, le sue acque e i suoi pergolati, non penoso all’occhio, ricco di ripari e di grotte.

  11. Quando lo Yoga si compie, le forme che vengono per prime, producendo apparizioni in Brahman, sono quelle di una nebbia fumosa, del sole, del fuoco, del vento, delle lucciole, dei lampi e di una luna di cristallo.

  12. Quando, come terra, acqua, luce, calore ed etere, sorge la quintuplice qualità dello Yoga, allora non vi è più malattia, né vecchiaia, né dolore per colui che ha ottenuto un corpo prodotto dal fuoco dello Yoga.

  13. I primi frutti dello Yoga, dicono, sono la leggerezza, la salute, la fermezza, un buon colorito, una pronuncia facile, un odore soave e scarse escrezioni.

  14. Come un disco di metallo, lo specchio, offuscato dalla polvere, torna a risplendere luminoso quando è stato pulito, così l’essere incarnato, una volta veduta la vera natura del Sé, è appagato e libero dal dolore.

  15. E quando, per mezzo della vera natura del proprio sé, vede come per mezzo di una lampada la vera natura di Brahman, allora, conosciuto il dio non nato, eterno, che è al di là di tutte le nature, è sciolto da ogni catena.

  16. Egli, in verità, è il dio che pervade tutte le regioni: è il primogenito, come Hiraṇyagarbha, ed è nel grembo. È nato, e nascerà ancora. Sta dietro a tutte le creature, guardando in ogni direzione.

  17. Il dio che è nel fuoco, il dio che è nell’acqua, il dio che è penetrato nel mondo intero, il dio che è nelle piante, il dio che è negli alberi: a quel dio adorazione, adorazione!

Terzo Adhyāya

  1. Colui che, solo, con le sue potenze tiene tutto nella sua rete e governa tutti i mondi, che resta uno e il medesimo mentre le cose sorgono e sussistono — coloro che lo conoscono sono immortali.

  2. Poiché vi è un solo Rudra, e non ne ammettono un secondo, che governa tutti i mondi con le sue potenze. Egli sta dietro a tutte le creature; e dopo aver creato tutti i mondi, lui, il protettore, alla fine dei tempi li ritrae in sé.

  3. Quel dio unico, che ha occhi, volto, braccia e piedi in ogni luogo, quando produce il cielo e la terra, li forgia insieme con le sue braccia e con le sue ali.

  4. Egli, creatore e sostegno degli dèi, Rudra, il gran veggente, il signore di tutto, che un tempo generò Hiraṇyagarbha: possa egli dotarci di buoni pensieri.

  5. O Rudra, tu che dimori sui monti, guardaci con quella tua forma benignissima, che è propizia, non terribile, e non rivela alcun male!

  6. O signore dei monti, rendi benigna quella freccia che tu, dimorante sui monti, tieni in mano per scoccarla. Non far male all’uomo né alla bestia!

  7. Coloro che conoscono, al di là di questo, l’alto Brahman, il vasto, nascosto nei corpi di tutte le creature e che, solo, tutto avvolge, come il Signore, divengono immortali.

  8. Io conosco quella grande Persona (puruṣa), di splendore solare, al di là delle tenebre. Solo chi la conosce davvero supera la morte; non v’è altra via da percorrere.

  9. Tutto questo universo è riempito da questa Persona, di cui nulla è più alto, da cui nulla è diverso, di cui nulla è più piccolo o più grande, che sta sola, ferma come un albero nel cielo.

  10. Ciò che è al di là di questo mondo è senza forma e senza sofferenza. Coloro che lo conoscono divengono immortali; gli altri, invece, soffrono il dolore.

  11. Quel Beato (Bhagavat) è presente nei volti, nei capi, nei colli di tutti; dimora nella caverna del cuore di ogni essere; tutto pervade: perciò è l’onnipresente Śiva.

  12. Quella Persona è il gran signore; egli è il motore dell’esistenza, possiede quella purissima potenza che tutto raggiunge; è luce, è indistruttibile.

  13. La Persona, non più grande di un pollice, che dimora dentro, sempre nel cuore dell’uomo, è percepita dal cuore, dal pensiero, dalla mente. Coloro che la conoscono divengono immortali.

  14. La Persona dai mille capi, dai mille occhi, dai mille piedi, dopo aver avvolto la terra da ogni lato, la oltrepassa di dieci dita.

  15. Quella Persona, sola, è tutto questo: ciò che è stato e ciò che sarà; è anche il signore dell’immortalità; è tutto ciò che cresce per mezzo del cibo.

  16. Le sue mani e i suoi piedi sono dovunque, i suoi occhi e il suo capo dovunque, le sue orecchie dovunque: egli sta avvolgendo ogni cosa nel mondo.

  17. Distinto da tutti i sensi, eppure riflettendo le qualità di tutti i sensi, egli è il signore e il sovrano di tutto, il grande rifugio di tutto.

  18. Lo spirito incarnato, nella città dalle nove porte, l’uccello, svolazza verso l’esterno: signore del mondo intero, di tutto ciò che riposa e di tutto ciò che si muove.

  19. Afferrando senza mani, correndo senza piedi, egli vede senza occhi, ode senza orecchie. Conosce tutto ciò che è conoscibile, ma nessuno conosce lui: lo chiamano il primo, la grande Persona.

  20. Il Sé, più piccolo del piccolo, più grande del grande, è nascosto nel cuore della creatura. Colui che ha lasciato dietro di sé ogni dolore vede la maestà, il Signore, il senza-passioni, per grazia del creatore.

  21. Io conosco questo essere indistruttibile, antico, il sé di tutte le cose, infinito e onnipresente. Dichiarano che in lui ogni nascita è arrestata, poiché i cercatori di Brahman lo proclamano eterno.

Quarto Adhyāya

  1. Egli, il sole, senza alcun colore, che con disegno deliberato, per mezzo della sua potenza (śakti), produce colori senza fine, in cui tutto questo si raccoglie al principio e si dissolve alla fine — possa egli, il dio, dotarci di buoni pensieri.

  2. Quel Sé, in verità, è Agni, il fuoco; è Āditya, il sole; è Vāyu, il vento; è Candramas, la luna; lo stesso è anche il firmamento stellato, è Brahman, è l’acqua, è Prajāpati.

  3. Tu sei la donna, tu sei l’uomo; tu sei il giovane, tu sei la fanciulla; tu, come un vecchio, vacilli appoggiato al bastone; tu nasci col volto rivolto in ogni direzione.

  4. Tu sei l’ape azzurra, tu sei il pappagallo verde dagli occhi rossi, tu sei la nube tempestosa, le stagioni, i mari. Tu sei senza principio, perché sei infinito, tu da cui tutti i mondi sono nati.

  5. Vi è un essere non nato, femmina, rossa, bianca e nera, uniforme, eppure generatrice di una progenie molteplice. Vi è un essere non nato, maschio, che la ama e giace presso di lei; e ve n’è un altro che l’abbandona, mentre essa divora ciò che dev’essere divorato.

  6. Due uccelli, compagni inseparabili, stanno avvinti al medesimo albero. Uno di essi mangia il frutto dolce, l’altro guarda senza mangiare.

  7. Sullo stesso albero l’uomo siede afflitto, smarrito dalla propria impotenza; ma quando vede l’altro, il Signore, appagato, e ne conosce la gloria, allora la sua afflizione svanisce.

  8. Chi non conosce quell’essere indistruttibile del Ṛgveda, quel sommo Sé simile all’etere in cui dimorano tutti gli dèi, che cosa gli giova il Ṛgveda? Solo coloro che lo conoscono riposano appagati.

  9. Ciò da cui l’artefice (māyin) emette tutto questo — i versi sacri, le offerte, i sacrifici, i rimedi, il passato, il futuro e tutto ciò che i Veda proclamano — in ciò l’altro è legato per mezzo di quella māyā.

  10. Sappi dunque che la Natura (prakṛti) è māyā, l’arte illusoria, e il grande Signore il māyin, l’artefice; tutto il mondo è riempito di ciò che sono le sue membra.

  11. Se un uomo ha riconosciuto colui che, essendo uno solo, governa ogni germe, in cui tutto questo si raccoglie e di nuovo si dissolve, che è il signore, il dispensatore di benedizione, il dio adorabile, allora egli passa per sempre in quella pace.

  12. Egli, creatore e sostegno degli dèi, Rudra, il gran veggente, il signore di tutto, che vide Hiraṇyagarbha nascere: possa egli dotarci di buoni pensieri.

  13. Colui che è il sovrano degli dèi, in cui riposano tutti i mondi, che governa su tutti gli esseri a due piedi e a quattro piedi: a quel dio offriamo un’oblazione.

  14. Colui che ha conosciuto colui che è più sottile del sottile, in mezzo al caos, che crea tutte le cose, che ha molte forme e solo tutto avvolge — il Beato (Śiva) — passa per sempre nella pace.

  15. Egli fu, a suo tempo, il custode di questo mondo, il signore di tutto, nascosto in tutti gli esseri. In lui sono uniti i ṛṣi di Brahman e le divinità; e chi lo conosce recide le catene della morte.

  16. Chi conosce Śiva, il Beato, nascosto in tutti gli esseri come la sottile pellicola che si leva dal burro chiarificato, lui che solo tutto avvolge — chi conosce il dio è sciolto da ogni catena.

  17. Quel dio, artefice di ogni cosa, il gran Sé, che sempre dimora nel cuore dell’uomo, è percepito dal cuore, dall’anima, dalla mente. Coloro che lo conoscono divengono immortali.

  18. Quando la luce è sorta, non vi è giorno né notte, né essere né non-essere; solo Śiva, il Beato, è là. Quello è l’eterno, l’adorabile luce di Savitṛ; e di là procedette l’antica sapienza.

  19. Nessuno lo ha afferrato in alto, né di traverso, né in mezzo. Non vi è immagine di colui il cui nome è Grande Gloria.

  20. La sua forma non si può vedere, nessuno lo percepisce con l’occhio. Coloro che, col cuore e con la mente, lo conoscono così dimorante nel cuore, divengono immortali.

  21. «Tu sei non nato»: con queste parole qualcuno ti si accosta, tremante. O Rudra, la tua faccia benigna mi protegga per sempre!

  22. O Rudra! non farci male nella nostra progenie e nei nostri discendenti, non farci male nelle nostre vite, né nelle nostre vacche, né nei nostri cavalli! Non colpire i nostri uomini nella tua ira, perché, recando oblazioni, ti invochiamo sempre.

Quinto Adhyāya

  1. Nell’imperituro e infinito sommo Brahman, in cui sono celate le due, conoscenza e ignoranza, l’una — l’ignoranza — perisce, l’altra — la conoscenza — è immortale; ma colui che governa entrambe, conoscenza e ignoranza, è un altro.

  2. È lui che, essendo uno solo, governa ogni germe, ogni forma e tutte le cause; è lui che, al principio, porta nei suoi pensieri il figlio sapiente, il fiammeggiante, che desidera vedere mentre nasce.

  3. In quel campo in cui il dio, dispiegando una rete dopo l’altra in vari modi, di nuovo la ritrae, il Signore, il gran Sé, dopo aver creato i signori, esercita così la sua signoria su tutto.

  4. Come il carro del sole risplende illuminando tutte le regioni — in alto, in basso e di traverso —, così quel dio, il santo, l’adorabile, essendo uno, governa tutto ciò che ha natura di germe.

  5. Egli, essendo uno, governa tutto e ogni cosa, sì che il germe universale matura la propria natura, diversifica tutte le nature che possono maturare, e determina tutte le qualità.

  6. Brahmā conosce questo, che è nascosto nelle Upaniṣad, le quali sono nascoste nei Veda, come il germe di Brahman. Gli antichi dèi e poeti che lo conobbero divennero esso, e furono immortali.

  7. Ma colui che è dotato di qualità e compie opere destinate a dar frutto, e gode la ricompensa di quanto ha fatto, migra attraverso le proprie opere, signore della vita, assumendo tutte le forme, guidato dai tre guṇa e seguendo le tre vie.

  8. Anche quell’altro, inferiore, non più grande di un pollice, ma splendente come il sole, dotato di personalità e di pensieri, con la qualità della mente e la qualità del corpo, si vede piccolo perfino come la punta di un pungolo.

  9. Quell’anima vivente è da conoscere come la centesima parte della punta di un capello, divisa cento volte; eppure è infinita.

  10. Non è femmina, non è maschio, e neppure neutro; qualunque corpo assuma, con quello soltanto si congiunge.

  11. Per mezzo dei pensieri, del tatto, della vista e delle passioni, il Sé incarnato assume di volta in volta, in luoghi diversi, forme diverse, secondo le sue opere, così come il corpo cresce quando vi si versano cibo e bevanda.

  12. Quel Sé incarnato, secondo le proprie qualità, sceglie molte forme, grossolane o sottili; e, avendo egli stesso causato la propria unione con esse, è veduto come l’uno e l’altro, attraverso le qualità delle sue azioni e del suo corpo.

  13. Chi conosce colui che non ha principio né fine, in mezzo al caos, che crea tutte le cose, che ha molte forme e solo tutto avvolge, è sciolto da ogni catena.

  14. Coloro che conoscono colui che dev’essere còlto con la mente, che non dev’essere chiamato «nido» — il corpo —, che fa essere e non-essere, il Beato (Śiva), che crea anche gli elementi — costoro hanno lasciato il corpo.

Sesto Adhyāya

  1. Alcuni sapienti, ingannati, parlano della Natura, altri del Tempo come causa di ogni cosa; ma è la grandezza di Dio per cui questa ruota di Brahman è fatta girare.

  2. È al comando di colui che sempre ricopre questo mondo, il conoscente, il tempo del tempo, che assume le qualità e ogni conoscenza; è al suo comando che si dispiega quest’opera, la creazione, che si chiama terra, acqua, fuoco, aria ed etere.

  3. Colui che, dopo aver compiuto quell’opera e di nuovo riposato, e dopo aver congiunto un’essenza — il sé — con l’altra — la materia —, con uno, due, tre o otto, e anche col tempo e con le sottili qualità della mente,

  4. colui che, avviate le opere dotate delle tre qualità, può ordinare ogni cosa, eppure, venute meno tutte queste, e operata la distruzione dell’opera, prosegue essendo in verità diverso da tutto ciò che ha prodotto;

  5. egli è il principio, che produce le cause che congiungono l’anima al corpo; e, stando al di sopra dei tre tempi — passato, presente, futuro —, è veduto come senza parti, dopo che dapprima abbiamo adorato quel dio adorabile, dalle molte forme, vera sorgente di ogni cosa, come dimorante nella nostra stessa mente.

  6. Egli è al di là di tutte le forme dell’albero del mondo e del tempo; è l’altro, da cui questo mondo si volge in cerchio, una volta che si è conosciuto colui che reca il bene e rimuove il male, il signore della beatitudine, come dimorante dentro il sé, l’immortale, il sostegno di tutto.

  7. Conosciamo quel sommo gran signore dei signori, la suprema divinità delle divinità, il padrone dei padroni, l’altissimo, come dio, signore del mondo, adorabile.

  8. Di lui non si conosce effetto né causa, e non si vede alcuno simile a lui o migliore; la sua alta potenza si rivela molteplice, a lui connaturata, operante come forza e come conoscenza.

  9. Non vi è nel mondo un padrone di lui, né un sovrano, né un segno da cui dedurlo. Egli è la causa, il signore dei signori degli organi; e di lui non vi è genitore né signore.

  10. Quell’unico dio, che spontaneamente si è ricoperto, come il ragno, dei fili tratti dalla causa prima (pradhāna), ci conceda l’ingresso in Brahman.

  11. Egli è l’unico Dio, nascosto in tutti gli esseri, che tutto pervade, il Sé interiore di tutti gli esseri, che veglia su tutte le opere, dimorante in ogni essere, il testimone, colui che percepisce, l’unico, libero da qualità.

  12. Egli è l’unico reggitore dei molti che non agiscono davvero; egli fa molteplice l’unico seme. I saggi che lo scorgono dentro il proprio sé — a loro appartiene la felicità eterna, non agli altri.

  13. Egli è l’eterno fra gli eterni, il pensante fra i pensanti, che, pur essendo uno, appaga i desideri di molti. Chi ha conosciuto quella causa, da cogliere mediante il Sāṅkhya e lo Yoga, è sciolto da ogni catena.

  14. Là non risplende il sole, né la luna e le stelle, né questi lampi, e tanto meno questo fuoco. Quando egli risplende, ogni cosa risplende dopo di lui; della sua luce tutto questo è illuminato.

  15. Egli è l’unico uccello in mezzo al mondo; è anche come il fuoco del sole che è tramontato nell’oceano. Solo chi lo conosce davvero supera la morte; non v’è altra via da percorrere.

  16. Egli fa ogni cosa, conosce ogni cosa, il sé-causato, il conoscente, il tempo del tempo, che assume le qualità e tutto conosce, signore della natura e dell’uomo, signore dei tre guṇa, causa del legame, dell’esistenza e della liberazione del mondo.

  17. Colui che è divenuto quello è l’immortale, che rimane il signore, il conoscente, il custode sempre presente di questo mondo, che lo governa per sempre; poiché nessun altro è in grado di governarlo.

  18. In cerca di libertà, mi rifugio in quel Dio che è la luce dei propri pensieri, colui che dapprima crea Brahmā e gli consegna i Veda;

  19. che è senza parti, senza azioni, tranquillo, senza colpa, senza macchia, il sommo ponte verso l’immortalità — come un fuoco che ha consumato la sua legna.

  20. Solo quando gli uomini arrotoleranno il cielo come una pelle, vi sarà fine alla miseria — a meno che prima non si sia conosciuto Dio.

  21. Per la potenza della sua ascesi e per la grazia di Dio, il saggio Śvetāśvatara ha rettamente proclamato Brahman, il sommo e santissimo, al migliore degli asceti, come approvato dalla schiera dei ṛṣi.

  22. Questo sommo mistero del Vedānta, trasmesso in un’età antica, non dev’essere dato a chi non ha domato le passioni, né a chi non sia un figlio o un discepolo.

  23. Se queste verità sono state dette a un uomo dall’animo alto, che nutre la più alta devozione per Dio, e per il suo guru come per Dio, allora esse risplenderanno — sì, allora risplenderanno davvero.