Mahāparinibbāna Sutta | La morte del Buddha

Il Mahāparinibbāna Sutta — il «grande discorso del completo nibbāna» — è il testo più lungo del Canone pāli, e narra gli ultimi mesi di vita del Buddha: l'ultimo viaggio, la malattia, la morte e i funerali. Quella che segue è la parte centrale, il cuore narrativo: dall'ultimo pasto offerto dal fabbro Cunda — dopo il quale il Buddha si ammala gravemente — fino al parinirvāṇa, l'estinzione finale fra i due alberi di Sāl a Kusinārā. È, per il buddismo, ciò che il racconto della Passione è per i cristiani: la morte del maestro, affrontata con lucida serenità, e l'estremo insegnamento ai discepoli. Il testo è qui tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio di Bhikkhu Sujato.

Indice del testo

Mahāparinibbāna Sutta — La morte del Buddha

Il Buddha, ormai ottuagenario e prossimo alla fine, è in cammino verso nord con una grande comunità di monaci. Il racconto si apre con la sosta a Pāvā, presso il fabbro Cunda.

Cunda il fabbro

Quando il Buddha ebbe soggiornato a Bhoganagara per il tempo che volle, si rivolse ad Ānanda: «Vieni, Ānanda, andiamo a Pāvā». «Sì, signore», rispose Ānanda.

Allora il Buddha, insieme a una grande comunità di monaci, giunse a Pāvā, dove soggiornò nel boschetto di manghi di Cunda il fabbro. Cunda udì che il Buddha era arrivato; andò da lui, lo salutò con un inchino e sedette in disparte. Il Buddha lo istruì, lo incoraggiò e lo ispirò con un discorso sul Dhamma. Poi Cunda gli disse: «Signore, accetti il Buddha, insieme alla comunità dei monaci, il mio pasto per domani». Il Buddha acconsentì col silenzio.

Trascorsa la notte, Cunda fece preparare nella propria casa cibi squisiti, freschi e cotti, e abbondante carne di maiale frollata. Poi fece avvertire il Buddha: «Signore, è ora: il pasto è pronto». Allora il Buddha, vestitosi al mattino e presi ciotola e veste, si recò a casa di Cunda con la comunità dei monaci, e sedette sul posto preparato. Disse a Cunda: «Cunda, servi a me la carne di maiale frollata che hai preparato, e alla comunità dei monaci gli altri cibi». «Sì, signore», rispose Cunda, e fece così.

Poi il Buddha disse a Cunda: «Cunda, quel che resta della carne di maiale frollata seppelliscilo in una fossa. Non vedo nessuno, in questo mondo con i suoi dèi, i suoi Māra e le sue divinità, fra asceti e brahmani, dèi e uomini, che possa digerirla appieno, tranne il Compiuto». «Sì, signore», rispose Cunda, e fece così; poi tornò dal Buddha, lo salutò e sedette in disparte. Il Buddha lo ispirò con un discorso sul Dhamma, quindi si alzò e se ne andò.

Dopo aver mangiato il pasto di Cunda, il Buddha fu colpito da una grave malattia, una dissenteria emorragica, con dolori atroci, vicino alla morte. Ma sopportò, imperturbato, con presenza mentale e piena consapevolezza. Poi disse ad Ānanda: «Vieni, Ānanda, andiamo a Kusinārā». «Sì, signore», rispose Ānanda.

Ho udito che, mangiato
il pasto di Cunda il fabbro,
l’attento fu colpito da grave male,
da dolori, vicino alla morte.
Un morbo violento colpì il Maestro
che aveva mangiato la carne frollata.
E mentre ancora soffriva, il Buddha disse:
«Andrò alla cittadella di Kusinārā».

L’acqua da bere

Allora il Buddha lasciò la strada e si recò ai piedi di un albero, dove disse ad Ānanda: «Su, Ānanda, piega in quattro la mia veste esterna e stendila: sono stanco e mi siederò». «Sì, signore», rispose Ānanda, e fece così. Il Buddha sedette e disse: «Su, Ānanda, portami dell’acqua: ho sete e berrò».

Ānanda rispose: «Signore, or ora cinquecento carri sono passati di qui. L’acqua bassa, smossa dalle loro ruote, scorre torbida e fangosa. Ma il fiume Kakudhā non è lontano, con acqua limpida, dolce e fresca, dalle rive piacevoli: là il Buddha potrà bere e rinfrescare le membra». Una seconda volta il Buddha chiese da bere, e una seconda volta Ānanda propose il Kakudhā. E una terza volta il Buddha disse: «Su, Ānanda, portami dell’acqua: ho sete e berrò». «Sì, signore», rispose Ānanda; e presa la ciotola andò al ruscello.

Ora, benché quell’acqua bassa fosse stata smossa dalle ruote e scorresse torbida, all’avvicinarsi di Ānanda essa prese a scorrere trasparente e limpida. Ānanda pensò: «Che meraviglia, che prodigio! Tale è il potere del Compiuto!». Riempita la ciotola, tornò dal Buddha: «È un prodigio, signore! L’acqua era torbida, e al mio avvicinarmi è tornata limpida. Bevi, o Beato! Bevi, o Santo!». E il Buddha bevve l’acqua.

Pukkusa dei Malla

In quel tempo Pukkusa dei Malla, discepolo di Āḷāra Kālāma, viaggiava sulla strada da Kusinārā a Pāvā. Vide il Buddha seduto ai piedi di un albero, gli si avvicinò, lo salutò, sedette in disparte e disse: «È meraviglioso, signore, come coloro che hanno lasciato il mondo dimorino in meditazioni così serene! Una volta accadde che Āḷāra Kālāma, viaggiando, sedesse ai piedi di un albero per meditare. Cinquecento carri gli passarono accanto. Un uomo che li seguiva gli chiese: “Signore, non hai visto passare i cinquecento carri?”. “No, non li ho visti.” “Non hai udito un suono?” “No.” “Eri addormentato?” “No, amico.” “Eri cosciente?” “Sì.” “Dunque, da sveglio e cosciente, non hai né visto né udito cinquecento carri passarti accanto? Eppure persino la tua veste è coperta di polvere!” “Proprio così.” E quell’uomo, dichiarata la sua fiducia in Āḷāra Kālāma, se ne andò pieno di meraviglia».

«Che ne pensi, Pukkusa? Che cosa è più difficile: non vedere né udire cinquecento carri che passano accanto, oppure non vedere né udire mentre il cielo scroscia di pioggia, lampeggia e tuona?». «Che cosa contano cinquecento carri, signore, o mille, o centomila? È ben più difficile non vedere né udire mentre il cielo scroscia, lampeggia e tuona!».

«Una volta, Pukkusa, soggiornavo presso Ātumā, in un capanno per la trebbiatura. Il cielo scrosciava, lampeggiava e tuonava, e poco lontano furono uccisi due contadini, due fratelli, e quattro buoi. Una gran folla accorse. Io intanto camminavo all’aperto, presso la porta del capanno. Un uomo si staccò dalla folla e mi chiese perché si fosse radunata. “Or ora,” disse, “il cielo scrosciava, lampeggiava e tuonava, e due fratelli e quattro buoi sono stati uccisi. Ma tu dov’eri?” “Ero proprio qui.” “E hai visto?” “No.” “Hai udito?” “No.” “Eri addormentato?” “No.” “Eri cosciente?” “Sì.” “Dunque, da sveglio e cosciente, non hai né visto né udito mentre il cielo scrosciava, lampeggiava e tuonava?” “Proprio così.” E quell’uomo se ne andò pieno di meraviglia per me».

A queste parole Pukkusa disse: «La fiducia che avevo in Āḷāra Kālāma la disperdo come al vento forte, la lascio scorrere via come in una corrente impetuosa. Magnifico, signore! Come si raddrizza ciò che era rovesciato, si svela ciò che era nascosto, si mostra la via a chi si era smarrito o si tiene una lampada nel buio, così il Buddha ha reso chiaro l’insegnamento in molti modi. Prendo rifugio nel Buddha, nel Dhamma e nella comunità dei monaci. Mi accolga il Buddha, da questo giorno e finché avrò vita, come discepolo laico».

Poi Pukkusa fece portare un paio di vesti pronte da indossare, del colore dell’oro di montagna, e le offrì al Buddha: «Signore, accettale da me, per compassione». «Ebbene, Pukkusa, rivesti me con una e Ānanda con l’altra». «Sì, signore», rispose Pukkusa, e fece così. Allora il Buddha lo ispirò con un discorso sul Dhamma; e Pukkusa si alzò, lo salutò e se ne andò.

Poco dopo, Ānanda pose le vesti color oro accanto al corpo del Buddha; ma, poste accanto al suo corpo, esse parvero perdere lo splendore. Ānanda disse: «È meraviglioso, signore, come la pelle del Compiuto sia pura e luminosa: accanto al tuo corpo, queste vesti color oro sembrano spente». «Proprio così, Ānanda. Vi sono due momenti in cui la pelle del Compiuto diventa straordinariamente pura e luminosa: la notte in cui si risveglia al supremo perfetto risveglio, e la notte in cui si estingue pienamente nell’elemento del nibbāna senza residui. Oggi, Ānanda, nell’ultima veglia della notte, fra i due alberi di Sāl nella foresta dei Malla a Upavattana, presso Kusinārā, avverrà il pieno nibbāna del Compiuto. Vieni, andiamo al fiume Kakudhā». «Sì, signore», rispose Ānanda.

Un paio di vesti color oro di montagna
furono offerte da Pukkusa;
e quando il Maestro ne fu rivestito,
la sua pelle d’oro di neve risplendette.

Allora il Buddha andò al fiume Kakudhā, vi si immerse, si bagnò e bevve; e, uscito, andò al boschetto di manghi. Là disse al venerabile Cundaka: «Su, Cundaka, piega in quattro la mia veste e stendila: sono stanco e mi sdraierò». E il Buddha si sdraiò nella posizione del leone — sul fianco destro, un piede sopra l’altro — presente e consapevole, con in mente il momento di alzarsi. Cundaka sedette davanti a lui.

Poi il Buddha disse ad Ānanda: «Può darsi, Ānanda, che qualcuno susciti rimorso in Cunda il fabbro, dicendo: “È una sventura per te, Cunda, che il Compiuto si sia estinto dopo aver mangiato il suo ultimo pasto da te”. Dovrai dissipare così il suo rimorso: “È una fortuna per te, Cunda, anzi una grande fortuna, che il Compiuto si sia estinto dopo aver mangiato il suo ultimo pasto proprio da te. L’ho udito dalla bocca stessa del Buddha: vi sono due offerte di cibo che hanno frutto identico, più fecondo di ogni altra — quella dopo la quale un Compiuto si risveglia al supremo perfetto risveglio, e quella dopo la quale si estingue nel nibbāna senza residui. Hai accumulato un’azione che conduce a lunga vita, bellezza, felicità, fama, cielo e sovranità”».

Comprendendo ciò, in quel momento il Buddha espresse questo sentimento accorato:

A chi dona, il merito cresce;
in chi ha dominio di sé non si accumula inimicizia.
L’uomo virtuoso abbandona il male:
con la fine di avidità, avversione e illusione, è estinto.

Qui termina la quarta sezione di recitazione.

I due alberi di Sāl

Poi il Buddha disse ad Ānanda: «Vieni, passiamo all’altra riva del fiume Hiraññavatī, e andiamo alla foresta di Sāl dei Malla a Upavattana, presso Kusinārā». E là si recarono. Allora il Buddha disse: «Su, Ānanda, preparami un giaciglio fra i due alberi gemelli di Sāl, con il capo a settentrione: sono stanco e mi sdraierò». «Sì, signore», rispose Ānanda, e fece così. E il Buddha si sdraiò nella posizione del leone — sul fianco destro, un piede sopra l’altro — presente e consapevole.

In quel tempo i due alberi gemelli di Sāl erano tutti in fiore, benché non fosse la stagione, e cospargevano di fiori il corpo del Compiuto, in suo onore. E dal cielo cadevano fiori dell’albero celeste di corallo, e polvere di sandalo celeste, e risuonavano nell’aria musiche e cori celesti, in onore del Compiuto.

Allora il Buddha disse ad Ānanda: «Non è in questo, però, che il Compiuto è davvero onorato. Il monaco o la monaca, il discepolo o la discepola laici che pratica secondo l’insegnamento, vivendo rettamente secondo il Dhamma: costui onora il Compiuto con l’onore più alto. Perciò, Ānanda, addèstrati così: “Praticheremo secondo l’insegnamento, vivendo rettamente secondo il Dhamma”».

Il monaco Upavāṇa

In quel tempo il venerabile Upavāṇa stava davanti al Buddha facendogli vento. Il Buddha lo fece spostare: «Spòstati, monaco, non stare davanti a me». Ānanda pensò: «Questo venerabile è stato a lungo l’attendente del Buddha; eppure, nella sua ultima ora, il Buddha lo fa spostare. Quale ne è la ragione?». E lo chiese.

«Ānanda, le divinità di dieci sistemi di mondi si sono radunate per vedere il Compiuto. Per dodici leghe attorno a questa foresta di Sāl non c’è spazio, neppure quanto la punta di un capello, che non sia gremito di splendide divinità. Ed esse si lamentano: “Siamo venute da tanto lontano per vedere il Compiuto! Solo di rado sorgono al mondo i pienamente risvegliati. E questa notte stessa, nell’ultima veglia, il Compiuto si estinguerà. Ma questo illustre monaco gli sta davanti e ci blocca la vista: non potremo vederlo nella sua ultima ora!”».

«Ma di quali divinità parli, signore?». «Vi sono divinità, Ānanda, nello spazio e sulla terra, ancora legate ai sensi: con i capelli scarmigliati e le braccia levate, si gettano a terra rotolando avanti e indietro e lamentandosi: “Troppo presto il Beato si estinguerà! Troppo presto l’Occhio del Mondo scomparirà!”. Ma le divinità libere dal desiderio sopportano, presenti e consapevoli, pensando: “Le cose composte sono impermanenti: come potrebbe essere altrimenti?”».

I quattro luoghi che ispirano

«Un tempo, signore, i monaci, terminata la stagione delle piogge, venivano a vedere il Compiuto, e noi potevamo incontrarli e rendere loro omaggio. Ma quando il Buddha sarà morto, non potremo più farlo».

«Ānanda, il devoto dovrebbe visitare quattro luoghi che ispirano. Quali quattro? Pensando: “Qui il Compiuto è nato!” — ecco un luogo che ispira. “Qui il Compiuto si è risvegliato al supremo perfetto risveglio!” — un luogo che ispira. “Qui il Compiuto ha messo in moto la suprema Ruota del Dhamma!” — un luogo che ispira. “Qui il Compiuto si è estinto nel nibbāna senza residui!” — un luogo che ispira. E chiunque muoia in pellegrinaggio a questi santuari, alla dissoluzione del corpo, dopo la morte, rinascerà in un mondo celeste».

Le domande di Ānanda

«Signore, come dobbiamo comportarci con le donne?». «Non guardandole, Ānanda». «Ma se le guardiamo?». «Non parlando con loro». «E se parliamo?». «Mantenete la presenza mentale, Ānanda».

«Signore, e come dobbiamo comportarci con il corpo del Compiuto?». «Non occupatevene, Ānanda. Voi tutti, sforzatevi e praticate per la vostra meta! Meditate diligenti, ardenti e risoluti! Vi sono saggi nobili, brahmani e capifamiglia devoti al Compiuto: saranno loro a rendere onore al suo corpo». «Ma come, signore?». «Come si fa con il corpo di un monarca che fa girare la ruota: si avvolge il corpo in tessuto nuovo e in cotone cardato, strato su strato, per cinquecento doppi strati; lo si pone in un sarcofago di ferro colmo d’olio, chiuso da un altro sarcofago, e su una pira di aromi lo si crema. Poi si erige un monumento a un crocevia. Così si faccia anche per il corpo del Compiuto. E chiunque vi deponga ghirlande, profumi o polveri, o vi si inchini con fede nel cuore, ne avrà durevole bene e felicità».

Coloro che meritano un monumento

«Ānanda, quattro meritano un monumento. Quali quattro? Un Compiuto, perfetto e pienamente risvegliato; un Buddha solitario; un discepolo del Compiuto; e un giusto monarca che fa girare la ruota. E per quale ragione? Perché molti, vedendone il monumento, rinsaldino la fede nel cuore pensando: “Questo è il monumento di quel Beato!” — o di quel Buddha solitario, o di quel discepolo, o di quel giusto re —; e così, alla dissoluzione del corpo, dopo la morte, rinascano in un mondo celeste. Per questo questi quattro meritano un monumento».

Le qualità straordinarie di Ānanda

Allora il venerabile Ānanda entrò in un edificio e, appoggiato allo stipite della porta, pianse: «Ahimè! Io sono ancora un discepolo che ha un cammino da compiere, e il mio Maestro, che mi è così caro, sta per estinguersi!». Il Buddha lo fece chiamare e gli disse: «Basta, Ānanda! Non affliggerti, non lamentarti. Non te l’ho forse insegnato, che dobbiamo separarci da tutto ciò che ci è caro e diletto? Come potrebbe ciò che è nato, prodotto, composto e soggetto a disgregarsi, non disgregarsi — fosse pure il corpo del Compiuto? Per lungo tempo, Ānanda, mi hai servito con atti del corpo, della parola e della mente amorevoli, benefici e senza misura. Hai compiuto del bene: dèdicati alla meditazione, e presto sarai libero dalle impurità».

Poi il Buddha disse ai monaci: «Anche i pienamente risvegliati del passato e del futuro ebbero ed avranno attendenti come Ānanda è per me. Ānanda è saggio e accorto. Vi sono quattro cose straordinarie e meravigliose in lui: se un’assemblea di monaci — o di monache, di laici o di laiche — va a vederlo, è rallegrata dal vederlo e dall’udirlo parlare; e quando egli tace, non se ne ha mai abbastanza. Le stesse quattro cose si dicono di un monarca che fa girare la ruota».

L’obiezione di Ānanda

A queste parole il venerabile Ānanda disse: «Signore, non estinguerti in questo piccolo villaggio sperduto, un villaggio di rami nella giungla! Vi sono grandi città — Campā, Rājagaha, Sāvatthī, Sāketa, Kosambī, Vārāṇasī: estinguiti là, dove molti nobili, brahmani e capifamiglia devoti renderanno onore al tuo corpo».

«Non dire così, Ānanda! Non chiamarlo un misero villaggio della giungla. Un tempo qui regnava Mahāsudassana, un monarca che faceva girare la ruota, giusto e retto, signore delle quattro regioni. La sua capitale era proprio questa Kusinārā, che allora si chiamava Kusāvatī, e si stendeva per dodici leghe da oriente a occidente: prospera, popolosa, ricca, simile ad Āḷakamandā, la città degli dèi. Giorno e notte non era mai priva di dieci suoni: il barrito degli elefanti, i cavalli, i carri, i tamburi, le arpe, il canto, i corni, i gong e i campanelli, e per decimo il grido: “Mangiate, bevete, godete!”. Va’, Ānanda, a Kusinārā, e annuncia ai Malla: “Questa notte stessa, o Vāseṭṭha, nell’ultima veglia, il Compiuto si estinguerà. Venite! Non rimpiangetelo poi, pensando: ‘Il Compiuto si è estinto nel nostro territorio, e non abbiamo potuto vederlo nella sua ultima ora’”». «Sì, signore», rispose Ānanda; e, preso ciotola e veste, entrò a Kusinārā con un compagno.

I Malla rendono omaggio

In quel tempo i Malla di Kusinārā erano riuniti nella sala del consiglio. Ānanda andò da loro e annunciò: «Questa notte stessa, nell’ultima veglia, il Compiuto si estinguerà. Venite! Non rimpiangetelo poi». Udite le sue parole, i Malla, con i figli, le nuore e le mogli, furono colmi di angoscia e di dolore; e alcuni, con i capelli scarmigliati e le braccia levate, si gettavano a terra rotolando e lamentandosi: «Troppo presto il Beato si estinguerà! Troppo presto l’Occhio del Mondo scomparirà!». Poi, addolorati, si recarono alla foresta di Sāl a Upavattana. E Ānanda, pensando che presentarli uno per uno avrebbe richiesto fino all’alba, li fece accostare famiglia per famiglia, dicendo: «Signore, il Malla tale, con i figli, le mogli e il seguito, si prostra ai tuoi piedi». E così, nella prima veglia della notte, i Malla terminarono di rendere omaggio al Buddha.

Subhadda, l’ultimo discepolo

In quel tempo un asceta errante di nome Subhadda dimorava presso Kusinārā. Udì che quella notte stessa, nell’ultima veglia, vi sarebbe stata l’estinzione dell’asceta Gotama, e pensò: «Ho udito dai vecchi brahmani che solo di rado sorgono al mondo i Compiuti. E questa notte stessa Gotama si estinguerà. È sorto in me un dubbio: ho fiducia che il Buddha sappia insegnarmi in modo da scioglierlo».

Andò dunque alla foresta di Sāl e chiese ad Ānanda di poter vedere l’asceta Gotama. «Basta, Subhadda, non disturbare il Compiuto: è stanco», rispose Ānanda. Una seconda e una terza volta Subhadda insistette, e una terza volta Ānanda rifiutò. Ma il Buddha udì quel colloquio e disse: «Basta, Ānanda, non impedirlo: lascia che Subhadda mi veda. Qualunque cosa mi chieda, la chiederà per comprendere, non per disturbarmi; e comprenderà rapidamente la mia risposta». Allora Ānanda disse a Subhadda: «Va’, il Buddha ti concede udienza».

Subhadda si avvicinò, lo salutò e, seduto in disparte, disse: «O venerabile Gotama, vi sono asceti e brahmani celebri, ritenuti santi da molti — Pūraṇa Kassapa, Makkhali Gosāla, Ajita Kesakambala, Pakudha Kaccāyana, Sañjaya Belaṭṭhiputta e il Jain dei Ñātika. Hanno essi davvero, come pretendono, conoscenza diretta, o nessuno di loro, o solo alcuni?». «Basta, Subhadda, lascia perdere questo. Ti insegnerò il Dhamma: ascolta e applica bene la mente.

In qualunque dottrina e disciplina non si trovi il nobile ottuplice sentiero, non vi si trova un vero asceta, né un secondo, né un terzo, né un quarto. Ma in qualunque dottrina e disciplina si trovi il nobile ottuplice sentiero, vi si trovano il primo, il secondo, il terzo e il quarto asceta. In questa dottrina e disciplina si trova il nobile ottuplice sentiero: solo qui vi sono questi asceti; le altre scuole ne sono prive. Se questi monaci vivranno rettamente, il mondo non sarà privo di perfetti. A ventinove anni andai errante in cerca del bene; e più di cinquant’anni sono passati da allora. Fuori di qui non c’è asceta che percorra la retta via».

A queste parole Subhadda disse: «Magnifico, signore! Come si raddrizza ciò che era rovesciato, si svela ciò che era nascosto, si mostra la via a chi si era smarrito o si tiene una lampada nel buio, così il Buddha ha reso chiaro l’insegnamento. Prendo rifugio nel Buddha, nel Dhamma e nel Saṅgha. Signore, possa io ricevere l’ordinazione alla tua presenza?».

«Subhadda, chi era prima ordinato in un’altra scuola e desidera l’ordinazione in questa dottrina deve trascorrere quattro mesi di prova; e poi, se i monaci sono soddisfatti, la riceve. Ma in questa cosa riconosco le differenze fra le persone». «Signore, se occorrono quattro mesi, ne trascorrerò quattro anni!». Allora il Buddha disse ad Ānanda: «Ebbene, concedi a Subhadda l’ammissione».

E Subhadda ricevette l’ordinazione alla presenza del Buddha. Non molto dopo, vivendo solo, ritirato, diligente e risoluto, realizzò in questa stessa vita la suprema meta della vita santa, e comprese: «La nascita è esaurita, la vita santa è compiuta, ciò che doveva essere fatto è stato fatto». E così il venerabile Subhadda divenne uno dei perfetti. Fu l’ultimo discepolo che il Buddha accolse di persona.

Qui termina la quinta sezione di recitazione.

Le ultime parole

Poi il Buddha disse ad Ānanda: «Può darsi, Ānanda, che qualcuno di voi pensi: “La parola del maestro è finita; non abbiamo più un Maestro”. Ma non dovete vederla così. La dottrina e la disciplina che vi ho insegnato e mostrato: quello sarà il vostro Maestro, quando io non ci sarò più.

Se lo vorrà, dopo la mia morte il Saṅgha potrà abolire le regole minori. E al monaco Channa, dopo la mia morte, si imponga la “punizione suprema”». «Ma qual è, signore, la punizione suprema?». «Channa dica pure ciò che vuole, ma i monaci non lo correggano, non lo consiglino, non lo istruiscano».

Poi il Buddha disse ai monaci: «Forse anche un solo monaco ha un dubbio sul Buddha, sul Dhamma, sul Saṅgha, sul sentiero o sulla pratica. Domandate, monaci! Non rimpiangetelo poi, pensando: “Eravamo alla presenza del Maestro e non gli abbiamo chiesto”». Ma i monaci tacquero. Una seconda e una terza volta il Buddha li esortò, e tacquero. «Forse non domandate per rispetto del Maestro: allora che un amico lo dica a un amico». E ancora tacquero.

Il venerabile Ānanda disse: «È meraviglioso, signore! Ho la certezza che non vi è in questo Saṅgha un solo monaco che abbia dubbio sul Buddha, sul Dhamma, sul Saṅgha, sul sentiero o sulla pratica». «Tu parli per fede, Ānanda; ma il Compiuto lo sa: non vi è qui un solo monaco che abbia un tale dubbio. Anche l’ultimo di questi cinquecento monaci è entrato nella corrente, sicuro, avviato al risveglio».

Poi il Buddha disse ai monaci: «Orsù, monaci, ve lo dico: tutte le cose composte sono soggette a dissolversi. Adoperatevi con diligenza». Queste furono le ultime parole del Compiuto.

Il parinirvāṇa

Allora il Buddha entrò nel primo assorbimento; uscitone, entrò nel secondo, poi nel terzo, poi nel quarto; quindi nella dimensione dello spazio infinito, in quella della coscienza infinita, in quella del nulla, e in quella della né-percezione-né-non-percezione; e infine entrò nella cessazione della percezione e della sensazione.

Allora il venerabile Ānanda chiese al venerabile Anuruddha: «Onorevole Anuruddha, il Buddha si è estinto?». «No, Ānanda: è entrato nella cessazione della percezione e della sensazione».

Allora il Buddha, uscito dalla cessazione, ridiscese a ritroso tutti i livelli fino al primo assorbimento; poi risalì di nuovo fino al quarto assorbimento; e, uscito dal quarto assorbimento, subito si estinse pienamente.

Quando il Buddha si estinse, vi fu un grande terremoto, tremendo e da far rizzare i capelli, e il tuono squarciò il cielo.

Quando il Buddha si estinse, il dio Brahmā Sahampati pronunciò questo verso:

Tutte le creature di questo mondo
dovranno deporre questo sacco d’ossa.
Anche un Maestro come questo,
senza pari al mondo,
il Compiuto, giunto alla potenza,
anche il Buddha si è estinto.

E Sakka, signore degli dèi, pronunciò questo verso:

Ahimè! Le cose composte sono impermanenti,
loro natura è sorgere e svanire;
sorte, esse cessano:
il loro acquietarsi è beatitudine.

E il venerabile Anuruddha pronunciò questo verso:

Non vi fu più respiro
per colui dal cuore saldo e imperturbabile.
Votato alla pace, senza turbamento,
il saggio ha concluso il suo tempo.
Con animo fermo sopportò
le sensazioni dolorose:
la liberazione del suo cuore
fu come lo spegnersi di una lampada.

E il venerabile Ānanda pronunciò questo verso:

Allora fu terrore!
Allora rabbrividirono!
quando il Buddha, dotato di ogni perfezione,
si estinse pienamente.

Quando il Buddha si estinse, alcuni monaci non ancora liberi dal desiderio, con le braccia levate, si gettavano a terra rotolando e lamentandosi: «Troppo presto il Beato si è estinto! Troppo presto l’Occhio del Mondo è scomparso!». Ma i monaci liberi dal desiderio sopportavano, presenti e consapevoli, pensando: «Le cose composte sono impermanenti: come potrebbe essere altrimenti?».

Allora il venerabile Anuruddha disse: «Basta, fratelli, non affliggetevi, non lamentatevi. Non ci ha forse preparati a questo il Buddha, insegnando che dobbiamo separarci da tutto ciò che ci è caro? Come potrebbe ciò che è nato, composto e soggetto a disgregarsi, non disgregarsi?».

Ānanda e Anuruddha trascorsero il resto della notte parlando del Dhamma. Poi, al mattino, Ānanda entrò a Kusinārā e annunciò ai Malla, riuniti nella sala del consiglio: «O Vāseṭṭha, il Buddha si è estinto. Venite, quando vi è possibile». Udite le sue parole, i Malla, con i figli, le nuore e le mogli, furono colmi di angoscia e di dolore, e si lamentavano: «Troppo presto il Beato si è estinto! Troppo presto l’Occhio del Mondo è scomparso!».

Qui si chiude il racconto della morte. Il Mahāparinibbāna Sutta prosegue con la cremazione del corpo del Buddha e la spartizione delle reliquie fra i popoli, sulle quali sorsero gli otto grandi stūpa.