Kālāma Sutta | Il libero esame
Il Kālāma Sutta è forse il discorso del Buddha più caro alla sensibilità moderna, e viene spesso citato come la «carta del libero esame». Gli abitanti di Kesamutta, della tribù dei Kālāma, sono confusi: maestri di ogni scuola passano per il loro villaggio, ciascuno lodando la propria dottrina e screditando quelle altrui. A chi credere? La risposta del Buddha non offre una nuova autorità a cui sottomettersi, ma un criterio: non accettare nulla per tradizione, per sentito dire, per autorità delle scritture o per prestigio del maestro — e neppure perché lo dice lui stesso —, bensì mettere alla prova ogni insegnamento nell'esperienza diretta, osservando se conduce al bene o al male, alla felicità o alla sofferenza, per sé e per gli altri. Il discorso applica poi questo metodo alle radici dell'agire — l'avidità, l'avversione e l'illusione, con i loro contrari — e culmina nelle «quattro consolazioni» di chi vive con il cuore libero da ostilità, al riparo da ogni scommessa sull'aldilà. È un testo dell'Aṅguttara Nikāya, la raccolta dei discorsi «numerici» del Canone pāli, qui tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio di Bhikkhu Sujato.
Kālāma Sutta
Così ho udito. Un tempo il Buddha, mentre attraversava la terra dei Kosala con una grande comunità di monaci, giunse a una cittadina dei Kālāma chiamata Kesamutta.
I Kālāma di Kesamutta udirono dire: «L’asceta Gotama — un Sakya, che ha abbandonato la casa di una famiglia sakya — è giunto a Kesamutta. Di lui corre questa bella fama: “Quel Beato è il perfetto, il pienamente risvegliato…”. È bene poter vedere uomini così perfetti.»
Allora i Kālāma si recarono dal Buddha. Prima di sedersi in disparte, alcuni si inchinarono, altri scambiarono con lui saluti e cortesi parole, altri giunsero le mani verso di lui, altri annunciarono il proprio nome e casato, altri ancora restarono in silenzio. Seduti in disparte, i Kālāma gli dissero:
«Signore, alcuni asceti e brahmani giungono a Kesamutta. Costoro espongono e celebrano soltanto la propria dottrina, mentre attaccano, denigrano, sminuiscono e infangano le dottrine altrui. Poi giungono altri asceti e brahmani, e anch’essi espongono e celebrano soltanto la propria dottrina, attaccando e infangando quelle degli altri. Per questo, signore, siamo nel dubbio e nell’incertezza: chi, fra questi venerabili asceti e brahmani, dice il vero, e chi dice il falso?»
«È giusto che dubitiate, o Kālāma, è giusto che siate incerti: il dubbio è sorto in voi di fronte a una cosa che è davvero incerta.
Ora, o Kālāma, non lasciatevi guidare dalla tradizione orale, né dalla successione dei maestri, né dal sentito dire, né dall’autorità delle scritture, né dalla pura logica, né dalla pura inferenza, né dal ragionamento concatenato, né dall’accettazione di un’opinione dopo averla a lungo ponderata, né dall’apparenza di competenza di chi parla, né dal pensiero: “Questo asceta è il nostro maestro venerato”. Ma quando da voi stessi conoscete: “Queste cose sono nocive, biasimevoli, condannate dai saggi, e se praticate conducono a danno e sofferenza”, allora dovete abbandonarle.
Che ne pensate, o Kālāma? Quando in una persona sorge l’avidità, è per il suo bene o per il suo danno?» — «Per il suo danno, signore.» — «E un uomo avido, vinto dall’avidità, uccide esseri viventi, ruba, commette adulterio, mente e spinge altri a fare altrettanto: non è forse per il suo danno e la sua sofferenza durevoli?» — «Sì, signore.»
«Che ne pensate, o Kālāma? Quando in una persona sorge l’avversione, è per il suo bene o per il suo danno?» — «Per il suo danno, signore.» — «E un uomo pieno d’odio, vinto dall’avversione, uccide, ruba, commette adulterio, mente e spinge altri a fare altrettanto: non è forse per il suo danno e la sua sofferenza durevoli?» — «Sì, signore.»
«Che ne pensate, o Kālāma? Quando in una persona sorge l’illusione, è per il suo bene o per il suo danno?» — «Per il suo danno, signore.» — «E un uomo ottenebrato, vinto dall’illusione, uccide, ruba, commette adulterio, mente e spinge altri a fare altrettanto: non è forse per il suo danno e la sua sofferenza durevoli?» — «Sì, signore.»
«Che ne pensate, o Kālāma: queste cose sono salutari o nocive?» — «Nocive, signore.» — «Biasimevoli o irreprensibili?» — «Biasimevoli, signore.» — «Condannate o lodate dai saggi?» — «Condannate dai saggi, signore.» — «E quando vengono praticate, conducono a danno e sofferenza, oppure no? Come la vedete?» — «Quando vengono praticate, conducono a danno e sofferenza: così la vediamo.»
«Ecco, o Kālāma, perché ho detto di non lasciarvi guidare dalla tradizione orale, né dal sentito dire, né dall’autorità delle scritture, né dal pensiero “Questo asceta è il nostro maestro venerato”, ma di abbandonare ciò che, conosciuto da voi stessi, si rivela nocivo, biasimevole, condannato dai saggi e fonte di sofferenza. È per questo che l’ho detto.
E ora, o Kālāma: non lasciatevi guidare dalla tradizione orale, né dalla successione dei maestri, né dal sentito dire, né dall’autorità delle scritture, né dalla pura logica, né dalla pura inferenza, né dal ragionamento concatenato, né dall’accettazione di un’opinione dopo averla ponderata, né dall’apparenza di competenza, né dal pensiero: “Questo asceta è il nostro maestro venerato”. Ma quando da voi stessi conoscete: “Queste cose sono salutari, irreprensibili, lodate dai saggi, e se praticate conducono al bene e alla felicità”, allora fatele vostre e custoditele.
Che ne pensate, o Kālāma? Quando in una persona sorge l’assenza di avidità, è per il suo bene o per il suo danno?» — «Per il suo bene, signore.» — «E un uomo non avido, che non è vinto dall’avidità, non uccide, non ruba, non commette adulterio, non mente, e non spinge altri a farlo: non è forse per il suo bene e la sua felicità durevoli?» — «Sì, signore.»
«E così quando sorgono la benevolenza… e la retta comprensione: non sono forse per il bene e la felicità durevoli di chi le coltiva?» — «Sì, signore.»
«Che ne pensate, o Kālāma: queste cose sono salutari o nocive?» — «Salutari, signore.» — «Biasimevoli o irreprensibili?» — «Irreprensibili, signore.» — «Condannate o lodate dai saggi?» — «Lodate dai saggi, signore.» — «E quando vengono praticate, conducono al bene e alla felicità, oppure no?» — «Quando vengono praticate, conducono al bene e alla felicità: così la vediamo.»
«Ecco, o Kālāma, perché ho parlato così. Quel nobile discepolo, libero da brama e da malanimo, lucido e consapevole, dimora pervadendo con un cuore colmo di benevolenza una direzione, poi una seconda, una terza, una quarta; e così in alto, in basso, attorno e dovunque, verso tutti come verso se stesso, pervade il mondo intero con un cuore colmo di benevolenza, vasto, immenso, senza limiti, libero da ostilità e da malanimo.
Allo stesso modo dimora pervadendo il mondo intero con un cuore colmo di compassione… di gioia compartecipe… di equanimità: vasto, immenso, senza limiti, libero da ostilità e da malanimo.
Quando un nobile discepolo ha così la mente libera da ostilità e da malanimo, non corrotta e purificata, egli ha conseguito già in questa vita quattro consolazioni.
“Se esiste un altro mondo, e le azioni buone e cattive portano frutto, allora alla dissoluzione del corpo, dopo la morte, rinascerò in un luogo felice, in un mondo celeste”: questa è la prima consolazione.
“E se non esiste un altro mondo, e le azioni buone e cattive non portano frutto, allora già qui, in questa vita, mi mantengo libero da ostilità e da malanimo, senza affanni e felice”: questa è la seconda consolazione.
“E se il male ricade su chi fa il male, poiché io non nutro alcuna cattiva intenzione, come potrebbe la sofferenza toccare me, che non compio il male?”: questa è la terza consolazione.
“E se il male non ricade su chi fa il male, anche allora io mi vedo puro sotto entrambi gli aspetti”: questa è la quarta consolazione.
Quando un nobile discepolo ha la mente libera da ostilità e da malanimo, non corrotta e purificata, egli ha conseguito già in questa vita queste quattro consolazioni.»
«Proprio così, o Beato! Proprio così, o Santo! Quando un nobile discepolo ha la mente libera da ostilità e da malanimo, non corrotta e purificata, egli ha conseguito già in questa vita queste quattro consolazioni.
Magnifico, signore, magnifico! È come raddrizzare ciò che era rovesciato, svelare ciò che era nascosto, mostrare la via a chi si era smarrito, o tenere una lampada nel buio perché chi ha occhi possa vedere: così il Beato ha reso chiaro il suo insegnamento in molti modi. Noi prendiamo rifugio nel Buddha, nel suo insegnamento e nella comunità dei monaci. Ci accolga il Beato come discepoli laici che, da questo giorno e finché avranno vita, hanno preso in lui rifugio.»