Inni del Ṛgveda (selezione)

Il Ṛgveda è il più antico dei quattro Veda e uno dei più antichi testi religiosi dell'umanità: una raccolta di oltre mille inni (sūkta), composti in sanscrito vedico e trasmessi oralmente con straordinaria fedeltà per circa tre millenni. Sono inni di lode e di invocazione rivolti agli dèi — il fuoco Agni, il sovrano Varuṇa, l'aurora Uṣas — ma già affiorano in essi le domande che le Upaniṣad porteranno al centro: da dove viene il mondo, chi è il vero soggetto della parola e del pensiero. Questa pagina non offre l'intera raccolta ma una selezione di alcuni inni celebri: l'inno ad Agni che apre l'intero Ṛgveda, la Gāyatrī (il verso più sacro della tradizione), l'inno a Varuṇa sulla coscienza del peccato, l'inno all'Aurora, il Puruṣa Sūkta sul sacrificio cosmico da cui nasce il mondo, e l'inno in cui è la Parola stessa (Vāc) a prendere voce. Il celebre Inno della Creazione (Nāsadīya Sūkta, X,129) ha una pagina propria su questo sito. Ogni inno è indicato con il numero di libro (maṇḍala) e inno.

Indice del testo

Quella che segue è una scelta di inni, non l’intera raccolta. Ogni inno è preceduto dal suo riferimento — libro (maṇḍala) e numero d’inno.

Ad Agni, il fuoco · I, 1

L’inno con cui si apre l’intero Ṛgveda: la prima parola della raccolta è rivolta ad Agni, il fuoco del sacrificio, che porta agli dèi le offerte degli uomini.

  1. Lodo Agni, il sacerdote eletto, dio e ministro del sacrificio, colui che più largamente dona ricchezza.

  2. Degno è Agni di essere lodato dai veggenti di oggi come da quelli antichi: egli conduca qui gli dèi.

  3. Per mezzo di Agni l’uomo ottiene ricchezza e abbondanza che cresce di giorno in giorno, gloriosa e ricca di eroi.

  4. Agni, sacerdote dalla mente sapiente, verace, di splendida grandezza, venga il dio insieme agli dèi.

  5. Sii per noi facile ad avvicinare, come un padre per il figlio: resta con noi, Agni, per il nostro bene.

La Gāyatrī, a Savitṛ · III, 62, 10-12

Il verso 10 è la Gāyatrī, la strofa più sacra dell’India, recitata da millenni all’alba e al tramonto: una preghiera perché il dio Savitṛ, il sole che «mette in movimento», illumini l’intelligenza di chi prega.

  1. Possiamo noi raggiungere quell’eccellente splendore del dio Savitṛ: così egli stimoli i nostri pensieri.

  2. Con intelligenza e con fervore imploriamo dal dio Savitṛ la nostra parte di prosperità.

  3. Gli uomini, i cantori, venerano il dio Savitṛ con inni e riti sacri, spinti dall’impulso del loro pensiero.

A Varuṇa, il peccato e il perdono · VII, 86

Fra tutti gli inni vedici, quelli a Varuṇa — il sovrano che veglia sull’ordine cosmico e morale (ṛta) — sono i più vicini a una coscienza del peccato: il poeta Vasiṣṭha si interroga su quale colpa lo separi dal dio.

  1. Con il mio stesso cuore medito su questa domanda: come potrò riconciliarmi con Varuṇa? Quale mia offerta accetterà senza sdegno? Quando potrò guardarlo sereno e trovarlo benevolo?

  2. Desideroso di conoscere il mio peccato, interrogo gli altri; cerco i saggi, o Varuṇa, e li interrogo. E una sola risposta mi danno anche i sapienti: «Certo, questo Varuṇa è adirato con te.»

  3. Quale è stata, Varuṇa, la mia più grave trasgressione, che tu voglia colpire l’amico che canta le tue lodi? Dimmelo, signore invincibile, e subito, mondato dalla colpa, verrò a te con il mio omaggio.

  4. Liberaci dai peccati commessi dai nostri padri, e da quelli in cui noi stessi abbiamo mancato.

  5. Non fu la nostra volontà a tradirci, o Varuṇa, ma la seduzione: la sconsideratezza, il vino, il gioco, l’ira. Il più vecchio è accanto a sviare il più giovane; nemmeno il sonno allontana ogni malfatto.

All’Aurora (Uṣas) · I, 113

Uno degli inni più belli del Ṛgveda: l’aurora, giovane dea che ogni giorno risveglia il mondo, è insieme antichissima e sempre nuova, e ricorda al poeta la successione delle generazioni.

  1. È giunta questa luce, la più bella fra tutte le luci; è nato lo splendore radioso e sconfinato. La Notte, mandata via all’apparire del sole, ha ceduto il suo luogo al Mattino.

  2. La Bella, la Lucente è venuta con la sua bianca prole; a lei l’Oscura ha ceduto la dimora. Affini, immortali, l’una dietro l’altra, mutando i loro colori, i due cieli avanzano.

  3. Guida luminosa di suoni lieti, i nostri occhi la contemplano; splendida nei colori, ha spalancato le porte. Destando il mondo, ci ha mostrato le sue ricchezze: l’Aurora ha risvegliato ogni creatura vivente.

  4. Prima delle innumerevoli aurore che verranno, ella segue il cammino di quelle che sono partite. Sorgendo, l’Aurora sospinge i viventi; ma chi è morto, non lo desta dal suo sonno.

  5. Se ne sono andati gli uomini che nei giorni prima di noi videro sorgere l’aurora antica. Noi, noi che viviamo, ora contempliamo il suo splendore; e vengono coloro che la vedranno dopo di noi.

  6. Da giorni eterni ha brillato l’Aurora, la dea, e mostra oggi la sua luce, ricca di doni. Così brillerà nei giorni a venire: immortale, procede con la sua stessa forza, senza invecchiare.

  7. Sorgi! Il respiro, la vita di nuovo ci ha raggiunti. Le tenebre sono passate, e la luce si avvicina. Ella ha lasciato al sole un cammino da percorrere: siamo giunti là dove gli uomini prolungano la loro esistenza.

Il Puruṣa Sūkta: il sacrificio cosmico · X, 90

Uno degli inni più celebri e discussi: dal sacrificio dell’Uomo primordiale (Puruṣa) nasce il mondo intero. Qui compare per la prima volta la divisione della società in quattro classi (varṇa), fatta risalire alle parti del corpo cosmico.

  1. Mille teste ha il Puruṣa, mille occhi, mille piedi. Avvolgendo la terra da ogni lato, egli la oltrepassa d’una spanna.

  2. Il Puruṣa è tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà: il signore dell’immortalità, che cresce ancora più grande per mezzo del cibo.

  3. Quando gli dèi prepararono il sacrificio avendo il Puruṣa come offerta, la primavera ne fu il burro, l’estate la legna, l’autunno l’oblazione.

  4. La sua bocca divenne il brāhmaṇa; delle sue braccia fu fatto il guerriero (rājanya); le sue cosce divennero il vaiśya; dai suoi piedi nacque lo śūdra.

  5. La luna nacque dalla sua mente, dal suo occhio ebbe origine il sole; dalla sua bocca nacquero Indra e Agni, e dal suo respiro il vento.

  6. Dal suo ombelico venne l’atmosfera; dal suo capo si formò il cielo; dai piedi la terra, dall’orecchio le regioni. Così essi plasmarono i mondi.

Vāc, la Parola, prende voce · X, 125

Un inno singolare: a parlare, in prima persona, è la dea Parola (Vāc), che si proclama sostegno degli dèi e degli uomini. Un testo che, per la sua voce femminile e assoluta, richiama da lontano il gnostico Tuono, mente perfetta.

  1. Io viaggio con i Rudra e con i Vasu, con gli Āditya e con tutti gli dèi io vado. Io sostengo Varuṇa e Mitra, Indra e Agni, e la coppia degli Aśvin.

  2. Io sono la Regina, colei che raccoglie i tesori, la più saggia, la prima fra coloro che meritano culto. Così gli dèi mi hanno posta in molti luoghi, con molte dimore in cui entrare e restare.

  3. Per mezzo mio soltanto ognuno si nutre del cibo che lo sazia — ogni uomo che vede, che respira, che ode la parola pronunciata. Non lo sanno, eppure abitano accanto a me. Ascolta, tu che ascolti: ciò che ti annuncio è verità.

  4. Io stessa proclamo e pronuncio la parola che dèi e uomini accoglieranno. Colui che amo, io lo rendo possente, lo faccio saggio, veggente e conoscitore del sacro.

  5. Sulla vetta del mondo io genero il Padre; la mia dimora è nelle acque, nell’oceano. Di là mi estendo su tutte le creature che esistono, e tocco con la fronte il cielo lassù.

  6. Come il vento e la tempesta io soffio un possente respiro, mentre tengo insieme tutto ciò che esiste. Al di là di questa vasta terra e al di là dei cieli, tanto sono divenuta grande nella mia grandezza.