Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (estratti)

La Bṛhadāraṇyaka — il «grande [libro] della foresta» — è la più estesa e, per molti studiosi, la più antica delle Upaniṣad maggiori; è legata allo Śatapatha Brāhmaṇa del Yajurveda bianco. Vi domina la figura del saggio Yājñavalkya, il primo grande dialettico del pensiero indiano, che nei dibattiti alla corte del re Janaka e nel colloquio con la moglie Maitreyī definisce il Sé (ātman) per via negativa — «non così, non così» (neti neti) — come ciò che nulla può afferrare perché è il soggetto ultimo di ogni conoscenza. Da qui provengono alcune delle parole più note dell'India antica: la preghiera «dall'irreale conducimi al reale, dalle tenebre alla luce, dalla morte all'immortalità», e l'affermazione «io sono Brahman» (aham brahmāsmi). Data la mole dell'opera — sei libri (adhyāya) —, questa pagina ne offre non il testo integrale ma una selezione dei passi capitali, ciascuno indicato con la numerazione tradizionale di libro, capitolo e versetto.

Indice del testo

Quella che segue è una scelta di passi, non l’opera intera. Ogni brano è preceduto dal suo riferimento — libro, capitolo, versetto — secondo la numerazione tradizionale.

«Dall’irreale conducimi al reale» · I, 3, 28

Mentre il sacerdote intona il canto, colui che offre il sacrificio reciti questi versi:

«Dall’irreale conducimi al reale. Dalle tenebre conducimi alla luce. Dalla morte conducimi all’immortalità.»

Quando dice «dall’irreale conducimi al reale», l’irreale è la morte, il reale è l’immortalità: egli dunque dice «dalla morte conducimi all’immortalità, rendimi immortale». Quando dice «dalle tenebre conducimi alla luce», le tenebre sono la morte, la luce è l’immortalità: egli dunque dice «dalla morte conducimi all’immortalità, rendimi immortale».

«In principio era il Sé»: la creazione · I, 4

  1. In principio questo mondo era il Sé soltanto (ātman), in forma di persona (puruṣa). Guardandosi intorno, non vide altro che il proprio Sé. E per prima cosa disse: «Io sono» (aham). Di qui venne il nome «io». Perciò ancor oggi, se qualcuno è interpellato, prima risponde «sono io», e poi pronuncia l’altro nome che porta.

  2. Egli ebbe paura; perciò chi è solo ha paura. Ma pensò: «Poiché non v’è null’altro che me, di che avrei paura?» E la sua paura svanì; ché la paura non nasce se non da un secondo.

  3. Ma non provava gioia; perciò chi è solo non prova gioia. Desiderò un secondo. Era grande quanto una donna e un uomo abbracciati; fece cadere in due questo suo Sé, e di lì nacquero marito e moglie. La abbracciò, e nacquero gli uomini.

  4. Ella pensò: «Come può abbracciarmi, dopo avermi generata da sé? Mi nasconderò.» Divenne una vacca, l’altro divenne un toro e la abbracciò, e di lì nacquero i bovini. Così egli creò ogni cosa che esiste in coppie, fino alle formiche.

  5. Allora questo mondo era indistinto. Divenne distinto per nome e forma, sì che si può dire: «Costui, che ha questo nome, è di questa forma». Egli — il Sé — vi penetrò fin dentro le unghie delle dita, come un rasoio è chiuso nel suo astuccio, come il fuoco è celato nel focolare. Non lo si può vedere, perché è incompleto quando, respirando, lo si chiama respiro; quando parla, parola; quando vede, occhio; quando ode, orecchio; quando pensa, mente: questi non sono che i nomi delle sue azioni. Chi lo adora come l’uno o l’altro di questi, non lo conosce. Lo si adori come il Sé, perché nel Sé tutti questi diventano uno.

  6. In principio questo mondo era Brahman. Esso conosceva soltanto se stesso, e diceva: «Io sono Brahman» (aham brahmāsmi). Di qui divenne il Tutto. E fra gli dèi, chiunque si destò a questa conoscenza, quello divenne il Tutto; e così fra i veggenti, e così fra gli uomini. Ancor oggi, chi in tal modo sa «io sono Brahman» diventa tutto questo, e nemmeno gli dèi possono impedirlo, ché egli è il loro stesso Sé.

«Non così, non così» (neti neti) · II, 3, 6

Vi sono due forme di Brahman: il materiale e l’immateriale, il mortale e l’immortale, ciò che è saldo e ciò che scorre, l’essere e ciò che è al di là. Ma dell’immateriale, dell’immortale, di ciò che è al di là, non si può dire nulla di positivo. Segue perciò l’insegnamento di Brahman per mezzo del «non così, non così» (neti neti): ché nulla vi è di più alto di questo — dire «non è così». E il suo nome è «il Vero del vero».

Yājñavalkya e Maitreyī · II, 4

  1. Stando per ritirarsi in un altro stato di vita, Yājñavalkya disse: «Maitreyī, io me ne vado da questa casa verso la foresta. Lascia che divida i miei beni fra te e Kātyāyanī, la mia altra moglie.»

  2. Maitreyī disse: «Mio signore, se anche tutta questa terra colma di ricchezze fosse mia, diverrei per questo immortale?» «No», rispose Yājñavalkya; «la tua vita sarebbe come quella dei ricchi. Ma di immortalità non v’è speranza per via di ricchezza.»

  3. E Maitreyī disse: «Che me ne farei di ciò che non mi rende immortale? Quello che il mio signore conosce, dillo a me.»

  4. Egli disse: «In verità, non per amore del marito il marito è caro, ma per amore del Sé il marito è caro. Non per amore della moglie la moglie è cara, ma per amore del Sé la moglie è cara. Non per amore dei figli i figli sono cari, ma per amore del Sé i figli sono cari. Non per amore della ricchezza la ricchezza è cara, ma per amore del Sé la ricchezza è cara. Non per amore di tutte le cose tutte le cose sono care, ma per amore del Sé tutte le cose sono care.

In verità, il Sé si deve vedere, si deve udire, si deve percepire, si deve meditare, o Maitreyī. Quando si è visto, udito, percepito e conosciuto il Sé, allora tutto questo è conosciuto.

  1. Come un blocco di sale gettato nell’acqua vi si dissolve, sì che non lo si può più ritirare, ma dovunque se ne assaggi l’acqua è salata, così, o Maitreyī, questo grande Essere, infinito, senza confini, non è che un puro accumulo di conoscenza. Sorge da questi elementi e in essi di nuovo svanisce. Quando se n’è andato, non v’è più conoscenza separata: questo io dico, o Maitreyī.»

  2. Maitreyī disse: «Qui, signore, m’hai lasciata smarrita, dicendo che, una volta partito, non v’è più conoscenza.» Ma Yājñavalkya rispose: «Nulla dico che sia sconcertante, o beneamata; questo basta per la sapienza. Poiché là dove vi è come una dualità, l’uno vede l’altro, l’uno ode l’altro, l’uno conosce l’altro; ma quando tutto è divenuto il Sé soltanto, come potrebbe vedere un altro, come udire un altro, come conoscere un altro? Come potrebbe conoscere Colui per cui conosce ogni cosa? Come, o beneamata, potrebbe conoscere il Conoscitore?»

Gārgī e l’Imperituro · III, 8

  1. Gārgī disse: «Yājñavalkya, ciò che è sopra il cielo e sotto la terra, ciò che abbraccia cielo e terra, il passato, il presente e il futuro: in che cosa è intessuto, come ordito e trama?»

  2. Yājñavalkya rispose: «Ciò che è sopra il cielo e sotto la terra, ciò che abbraccia cielo e terra, il passato, il presente e il futuro, è intessuto nell’etere (ākāśa).» Gārgī disse: «E l’etere, in che cosa è intessuto?»

  3. Egli disse: «O Gārgī, i conoscitori di Brahman lo chiamano l’Imperituro (akṣara). Non è né grossolano né sottile, né corto né lungo, né rosso come il fuoco né fluido come l’acqua; senza ombra e senza tenebra, senza aria e senza etere, senza contatto, senza sapore, senza odore, senza occhi, senza orecchi, senza voce, senza mente, senza calore, senza respiro, senza bocca, senza misura, senza un dentro e senza un fuori. Nulla esso divora, e nessuno lo divora.

  4. Per comando di questo Imperituro, o Gārgī, il sole e la luna stanno separati; per suo comando stanno separati il cielo e la terra; per suo comando stanno distinti gli istanti, le ore, i giorni e le notti, le stagioni e gli anni.

  5. Quel Brahman, o Gārgī, è ciò che non è visto ma vede, non è udito ma ode, non è percepito ma percepisce, non è conosciuto ma conosce. Non v’è altri che veda, oda, percepisca e conosca fuori di lui. In questo Imperituro è intessuto l’etere, come ordito e trama.»