Chāndogya Upaniṣad (estratti)
La Chāndogya è una delle Upaniṣad più antiche ed estese, legata al Sāmaveda, il Veda del canto. Al suo interno matura alcune delle idee-cardine di tutto il pensiero indiano: che dietro la molteplicità del mondo vi sia un unico principio, l'Essere (Sat), e che questo principio coincida con il Sé più intimo dell'uomo (ātman). È qui che risuona la formula più celebre delle Upaniṣad, il «grande detto» (mahāvākya) Tat tvam asi, «Tu sei quello», ripetuto da un padre al figlio come un ritornello dopo ogni immagine. Data la lunghezza dell'opera — otto libri (prapāṭhaka) — questa pagina non ne offre il testo integrale ma una selezione dei passi più importanti: la dottrina di Śāṇḍilya sul Sé nel cuore, il grande dialogo di Uddālaka con il figlio Śvetaketu e la meditazione sullo «spazio nel cuore». Le sezioni sono indicate con il numero di libro e capitolo.
Indice del testo
Quella che segue è una scelta di passi, non l’opera intera. Ogni brano è preceduto dal suo riferimento (libro e capitolo) secondo la numerazione tradizionale.
«Tutto questo è Brahman»: la dottrina di Śāṇḍilya · III, 14
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Tutto questo è Brahman. Da esso ogni cosa nasce, in esso si dissolve, in esso respira: lo si mediti dunque nella quiete. Ora, l’uomo è fatto di volontà: quale è la sua volontà in questo mondo, tale egli diventerà una volta partito di qui. Coltivi perciò questa volontà e questa fede.
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Colui il cui corpo è spirito, la cui forma è luce, i cui pensieri sono veri, la cui natura è come l’etere — onnipresente e invisibile —, da cui procedono tutte le opere, tutti i desideri, tutti i profumi e i sapori; colui che abbraccia ogni cosa, che mai parla e di nulla si meraviglia:
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egli è il mio Sé nell’intimo del cuore, più piccolo di un chicco di riso, di un chicco d’orzo, di un granello di senape, più piccolo di un grano di miglio o del suo nòcciolo. Ed egli è il mio Sé nell’intimo del cuore, più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi.
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Colui da cui procedono tutte le opere e tutti i desideri, che abbraccia ogni cosa, che mai parla e di nulla si meraviglia, egli, il mio Sé nell’intimo del cuore, è quel Brahman. A lui, quando sarò partito di qui, io perverrò. Chi ha questa fede non conosce dubbio. Così disse Śāṇḍilya, così egli disse.
Śvetaketu e suo padre: ciò per cui si conosce ogni cosa · VI, 1
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Viveva un tempo Śvetaketu, nipote di Aruṇa. Suo padre gli disse: «Śvetaketu, va’ a studiare; ché nessuno, mio caro, della nostra stirpe è mai stato brahmano soltanto per nascita, senza aver studiato.»
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Avendo cominciato il tirocinio a dodici anni, Śvetaketu tornò dal padre a ventiquattro, dopo aver studiato tutti i Veda: pieno di sé, tenendosi per dotto, e altero.
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Il padre gli disse: «Śvetaketu, poiché ti tieni per tanto dotto e sei così altero, hai domandato anche quell’insegnamento per cui si ode ciò che non si può udire, si percepisce ciò che non si può percepire, si conosce ciò che non si può conoscere?»
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«Quale è questo insegnamento, signore?» chiese.
Il padre rispose: «Come da una sola zolla d’argilla si conosce tutto ciò che è d’argilla — la differenza essendo solo un nome, che nasce dalla parola, mentre la verità è che tutto è argilla;
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e come da un solo lingotto d’oro si conosce tutto ciò che è d’oro, la differenza essendo solo un nome, che nasce dalla parola, mentre la verità è che tutto è oro;
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e come da un solo paio di forbici di ferro si conosce tutto ciò che è di ferro, la differenza essendo solo un nome, che nasce dalla parola, mentre la verità è che tutto è ferro: tale, mio caro, è quell’insegnamento.»
«In principio era l’Essere» · VI, 2
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«In principio, mio caro, vi era soltanto ciò che è (Sat), uno solo, senza secondo. Alcuni dicono: in principio vi era soltanto ciò che non è, uno solo, senza secondo; e da ciò che non è nacque ciò che è.
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Ma come potrebbe essere così, mio caro?» continuò il padre. «Come potrebbe ciò che è nascere da ciò che non è? No, mio caro: in principio vi era soltanto ciò che è, uno solo, senza secondo.
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Esso pensò: possa io essere molti, possa crescere. E mandò fuori il fuoco. Il fuoco pensò: possa io essere molti, possa crescere. E mandò fuori l’acqua. L’acqua pensò: possa io essere molti, possa crescere. E mandò fuori il cibo, la terra.»
Le api e il miele · VI, 9
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«Come le api, figlio mio, fanno il miele raccogliendo i succhi di alberi lontani e li riducono a un solo succo,
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e come questi succhi non serbano distinzione, sì da poter dire “io sono il succo di quest’albero, io di quello”, così, figlio mio, tutte queste creature, quando si sono fuse nell’Essere — sia nel sonno profondo sia nella morte — non sanno di essersi fuse nell’Essere.
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Ciò che è quella sottile essenza, in essa tutto ciò che esiste ha il suo Sé. Essa è il Vero. Essa è il Sé. E tu, o Śvetaketu, sei quello.»
Il seme del fico · VI, 12
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«Portami un frutto di quel fico (nyagrodha).» «Eccolo, signore.» «Spezzalo.» «È spezzato, signore.» «Che cosa vi vedi?» «Questi semi minutissimi.» «Spezzane uno.» «È spezzato, signore.» «Che cosa vi vedi?» «Nulla, signore.»
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Il padre disse: «Figlio mio, quella sottile essenza che tu non percepisci, di quella stessa essenza è fatto questo grande albero di fico.
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Credilo, figlio mio: ciò che è quella sottile essenza, in essa tutto ciò che esiste ha il suo Sé. Essa è il Vero. Essa è il Sé. E tu, o Śvetaketu, sei quello.»
Il sale nell’acqua · VI, 13
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«Metti questo sale nell’acqua, e domattina torna da me.» Il figlio fece come gli era stato ordinato. Il padre gli disse: «Portami il sale che ieri sera hai messo nell’acqua.» Il figlio lo cercò, ma non lo trovò più, ché s’era disciolto.
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Il padre disse: «Assaggia l’acqua dalla superficie. Com’è?» «È salata.» «Assaggiala dal mezzo. Com’è?» «È salata.» «Assaggiala dal fondo. Com’è?» «È salata.» Il padre disse: «Il sale è là, anche se tu non lo vedi; e così, in questo corpo, non percepisci l’Essere, eppure là esso è.
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Ciò che è quella sottile essenza, in essa tutto ciò che esiste ha il suo Sé. Essa è il Vero. Essa è il Sé. E tu, o Śvetaketu, sei quello.»
Lo spazio nel cuore: la città di Brahman · VIII, 1
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Vi è questa città di Brahman — il corpo —, e in essa il palazzo, il piccolo loto del cuore, e dentro di esso un piccolo spazio. Ciò che dimora in quel piccolo spazio, quello si deve cercare, quello si deve comprendere.
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E se gli chiederanno: «In questa città di Brahman, nel piccolo loto del cuore e nel piccolo spazio che è dentro, che cosa vi è che meriti di essere cercato e compreso?»,
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egli risponderà: «Quanto è vasto questo spazio, tanto è vasto lo spazio dentro il cuore. In esso sono contenuti il cielo e la terra, il fuoco e l’aria, il sole e la luna, il lampo e le stelle; e tutto ciò che qui appartiene all’uomo, e tutto ciò che non appartiene, tutto è contenuto in esso.»
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E se gli chiederanno: «Se in questa città di Brahman è contenuto tutto ciò che esiste, tutti gli esseri e tutti i desideri, che cosa ne resta quando la vecchiaia la raggiunge e la disperde, o quando essa cade in rovina?»,
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egli risponderà: «Con la vecchiaia del corpo, quello non invecchia; con la morte del corpo, quello non è ucciso. Quello è la vera città di Brahman: in esso sono contenuti tutti i desideri. È il Sé, libero dal male, libero dalla vecchiaia, dalla morte e dal dolore, dalla fame e dalla sete, che nulla desidera se non ciò che deve desiderare.»