Il Vangelo dell'infanzia di Tommaso

Il Vangelo dell'infanzia di Tommaso (da non confondere con il Vangelo di Tommaso gnostico, una raccolta di detti) è un apocrifo del II secolo che racconta i prodigi di Gesù bambino, dai cinque ai dodici anni — gli «anni nascosti» su cui i Vangeli canonici tacciono. Ne emerge una figura sorprendente e a tratti inquietante: il fanciullo che plasma dodici passeri di creta e li fa volare, ma anche che fulmina o acceca chi lo contraria, salvo poi risanarlo. Accanto agli episodi più celebri — i passeri, l'acqua portata nel mantello, il letto allungato nella bottega di Giuseppe, le lezioni in cui il bambino umilia i maestri sulla «natura dell'Alfa» — il testo si chiude con l'unico episodio condiviso con il canone: Gesù dodicenne fra i dottori del Tempio. Più che un'opera teologica è un racconto di pietà popolare, che ha alimentato per secoli l'iconografia dell'infanzia di Cristo. Il testo è qui tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio di M.R. James (1924), dal testo greco A; i punti in cui l'originale è guasto sono segnalati con […].

Il Vangelo dell’infanzia di Tommaso

Le storie di Tommaso l’Israelita, il filosofo, sulle opere dell’infanzia del Signore.

I. Io, Tommaso l’Israelita, racconto a voi, fratelli che venite dai Gentili, per farvi conoscere le opere dell’infanzia del nostro Signore Gesù Cristo e i suoi prodigi, tutto ciò che egli fece dopo essere nato nella nostra terra. Il principio è questo.

II. Questo bambino Gesù, quando aveva cinque anni, giocava al guado di un ruscello: raccoglieva in pozze le acque che vi scorrevano e le rendeva subito pure, comandandole con la sola parola. Poi, fatta della creta molle, ne modellò dodici passeri. Ed era sabato quando fece queste cose. E vi erano anche molti altri bambini che giocavano con lui.

Un Giudeo, vedendo ciò che Gesù faceva di sabato, andò subito a riferirlo a suo padre Giuseppe: «Ecco, il tuo bambino è al ruscello, e ha preso della creta e ne ha modellato dodici uccellini, e ha profanato il sabato». E Giuseppe venne sul luogo e, vedendo, gli gridò: «Perché fai di sabato ciò che non è lecito fare?». Ma Gesù batté le mani e gridò ai passeri: «Andate!». E i passeri spiccarono il volo e se ne andarono cinguettando. I Giudei, vedendo ciò, si stupirono, e andarono a raccontare ai loro capi quello che avevano visto fare a Gesù.

III. Ma il figlio di Anna lo scriba era là con Giuseppe; e, preso un ramo di salice, disperse le acque che Gesù aveva raccolto. Vedendo ciò, Gesù si adirò e gli disse: «O malvagio, empio e stolto, che male ti hanno fatto le pozze e le acque? Ecco, ora anche tu inaridirai come un albero, e non porterai foglie, né radice, né frutto». E subito quel ragazzo si seccò tutto. Gesù se ne andò alla casa di Giuseppe. Ma i genitori del ragazzo inaridito lo presero, piangendone la giovane età, e lo portarono a Giuseppe, accusandolo: «Tu che hai un tale figlio, che compie simili opere!».

IV. Poi, di nuovo, attraversava il villaggio, e un bambino corse e lo urtò alla spalla. Gesù, irritato, gli disse: «Tu non finirai il tuo cammino». E subito quello cadde a terra e morì. Alcuni, vedendo l’accaduto, dissero: «Donde è nato questo bambino, che ogni sua parola è un’opera compiuta?». E i genitori del morto vennero da Giuseppe e lo rimproverarono: «Tu che hai un tale figlio non puoi abitare con noi nel villaggio; oppure insegnagli a benedire e non a maledire, perché uccide i nostri figli».

V. E Giuseppe chiamò il bambino in disparte e lo ammonì: «Perché fai queste cose, sì che costoro soffrono e ci odiano e ci perseguitano?». Ma Gesù disse: «So che queste parole non sono tue; tuttavia, per amor tuo, tacerò; ma essi porteranno il loro castigo». E subito i suoi accusatori furono colpiti da cecità. Coloro che videro furono presi da gran timore, e dicevano di lui che ogni sua parola, buona o cattiva, diventava un fatto e un prodigio. E Giuseppe, vedendo ciò, si alzò e lo prese per l’orecchio, tirandolo forte. Ma il bambino, adirato, gli disse: «Ti basti cercare e non trovare; in verità hai agito stoltamente: non sai che sono tuo? Non irritarmi».

VI. Ora un maestro, di nome Zaccheo, stava là e udì in parte ciò che Gesù diceva a suo padre, e si meravigliò grandemente che, pur essendo un bambino, parlasse di tali cose. E dopo pochi giorni si avvicinò a Giuseppe e gli disse: «Hai un figlio saggio e intelligente. Su, affidalo a me, perché impari le lettere». E gli insegnò tutte le lettere, dall’Alfa all’Omega, con chiarezza. Ma Gesù, guardando il maestro Zaccheo, gli disse: «Tu che non conosci la natura dell’Alfa, come puoi insegnare agli altri il Beta? Ipocrita, insegna prima l’Alfa, se lo conosci, e allora ti crederemo riguardo al Beta». E cominciò a confondere la bocca del maestro intorno alla prima lettera, ed egli non seppe rispondergli. E davanti a molti il bambino disse a Zaccheo: «Ascolta, o maestro, l’ordine della prima lettera, e considera come essa abbia […]: ecco le regole dell’Alfa».

VII. Quando il maestro Zaccheo udì tante spiegazioni della prima lettera dalla bocca del bambino, restò sgomento per la sua dottrina così grande, e disse ai presenti: «Ahimè, misero me, sono confuso: ho coperto me stesso di vergogna attirando a me questo bambino. Portamelo via, ti prego, fratello Giuseppe: non sopporto la severità del suo sguardo, non riesco a chiarire una sola parola. Questo bambino non è nato sulla terra: può domare persino il fuoco; forse fu generato prima della creazione del mondo. Quale ventre lo portò, quale grembo lo nutrì? Non lo so. Ahimè, amico mio, mi fa uscire di senno, non posso seguire la sua intelligenza. Mi sono ingannato, tre volte misero: cercavo un discepolo e mi sono trovato un maestro. Portalo via nella tua casa, perché egli è qualcosa di grande, un dio o un angelo, non so come chiamarlo».

VIII. E mentre i Giudei consigliavano Zaccheo, il bambino rise forte e disse: «Ora portino frutto quelli che erano sterili, e vedano quelli che erano ciechi di cuore. Io sono venuto dall’alto per liberarli e chiamarli alle cose di lassù, come ha comandato colui che mi ha mandato per voi». E appena il bambino ebbe finito di parlare, subito tutti coloro che erano caduti sotto la sua maledizione furono risanati. E da allora nessuno osò più irritarlo.

IX. Dopo alcuni giorni, Gesù giocava al piano superiore di una casa, e uno dei bambini che giocavano con lui cadde e morì. Gli altri, vedendo ciò, fuggirono, e Gesù rimase solo. E i genitori del morto vennero ad accusarlo di averlo gettato giù. Ma Gesù disse: «Io non l’ho gettato giù»; ed essi continuavano a ingiuriarlo. Allora Gesù saltò giù dal tetto, si fermò presso il corpo del bambino e gridò a gran voce: «Zenone (così infatti si chiamava), àlzati e dimmi: ti ho forse gettato giù io?». E subito quello si alzò e disse: «No, Signore, non mi hai gettato giù, anzi mi hai risuscitato». Vedendo ciò, si stupirono; e i genitori del bambino glorificarono Dio per il segno avvenuto, e adorarono Gesù.

X. Dopo pochi giorni, un giovane spaccava legna lì vicino, e la scure gli cadde tagliandogli la pianta del piede, e, perdendo molto sangue, era sul punto di morire. Nel tumulto e nell’accorrere della gente, anche il bambino Gesù corse là e, passando a forza tra la folla, prese il piede ferito del giovane, e subito esso fu guarito. E gli disse: «Àlzati ora, spacca la legna e ricordati di me». Vedendo l’accaduto, la folla adorò il bambino, dicendo: «Davvero lo spirito di Dio abita in questo bambino».

XI. Quando aveva sei anni, sua madre lo mandò ad attingere acqua e a portarla in casa, e gli diede una brocca; ma nella calca egli la urtò contro un’altra, e la brocca si ruppe. Allora Gesù stese il mantello che aveva addosso, lo riempì d’acqua e la portò a sua madre. E sua madre, vedendo ciò, lo baciò; e custodiva dentro di sé i misteri che gli vedeva compiere.

XII. Di nuovo, al tempo della semina, il bambino uscì col padre a seminare il grano nel loro campo; e mentre il padre seminava, anche il bambino Gesù seminò un solo chicco di grano. E lo mietè, lo trebbiò e ne ricavò cento misure; e chiamò tutti i poveri del villaggio all’aia e diede loro il grano. E aveva otto anni quando compì questo segno.

XIII. Suo padre era falegname, e a quel tempo faceva aratri e gioghi. Un uomo ricco gli commissionò un letto. Ma poiché una delle assi, quella detta «traversa», era troppo corta, e Giuseppe non sapeva che fare, il bambino Gesù gli disse: «Posa a terra i due pezzi di legno e pareggiali all’estremità vicino a te». E Giuseppe fece così. E Gesù si pose all’altra estremità, afferrò l’asse più corta, la tirò e la rese uguale all’altra. E suo padre Giuseppe, vedendo ciò, si meravigliò; e abbracciò il bambino e lo baciò, dicendo: «Felice me, che Dio mi ha dato questo bambino».

XIV. Ma quando Giuseppe vide l’intelligenza del bambino e la sua età ormai matura, pensò di nuovo che non dovesse restare ignaro delle lettere; e lo affidò a un altro maestro. E il maestro disse a Giuseppe: «Prima gli insegnerò le lettere greche, poi le ebraiche»; poiché conosceva l’abilità del bambino e ne aveva timore. Tuttavia scrisse l’alfabeto, e Gesù vi rifletté a lungo senza rispondergli. Poi gli disse: «Se sei davvero un maestro e conosci bene le lettere, dimmi la potenza dell’Alfa, e allora io ti dirò quella del Beta». E il maestro, irritato, lo colpì sul capo. Il bambino, ferito, lo maledisse, e subito quello svenne e cadde bocconi a terra. E il bambino tornò alla casa di Giuseppe; e Giuseppe, addolorato, ordinò a sua madre: «Non lasciarlo uscire dalla porta, perché muoiono tutti quelli che lo provocano all’ira».

XV. Dopo qualche tempo, un altro maestro, fedele amico di Giuseppe, gli disse: «Conducimi il bambino a scuola: forse, con le buone, riuscirò a insegnargli le lettere». E Giuseppe disse: «Se non hai timore, fratello, prendilo con te». E lo prese con sé, con timore e gran turbamento d’animo, ma il bambino lo seguì volentieri. Ed entrato con sicurezza nella scuola, trovò un libro posato sul leggio, lo prese, e non lesse le lettere che vi erano scritte, ma aprì la bocca e parlò per Spirito Santo, e insegnava la legge ai presenti. E una gran folla si radunò ad ascoltare, e si meravigliava della bellezza del suo insegnamento, che un bambino dicesse tali cose. Quando Giuseppe lo udì, ebbe paura e corse alla scuola; ma il maestro gli disse: «Sappi, fratello, che io ho accolto questo bambino come discepolo, ma egli è pieno di grazia e di sapienza; ti prego, prendilo nella tua casa». E quando il bambino udì ciò, gli sorrise e disse: «Poiché hai parlato bene e hai reso retta testimonianza, per amor tuo anche quell’altro che fu colpito sarà guarito». E subito l’altro maestro fu risanato. E Giuseppe prese il bambino e tornò a casa sua.

XVI. E Giuseppe mandò suo figlio Giacomo a legare fascine e portarle in casa, e anche il bambino Gesù lo seguì. E mentre Giacomo raccoglieva le fascine, una vipera gli morse la mano. E mentre egli era straziato dal dolore e stava per morire, Gesù si avvicinò e soffiò sul morso, e subito il dolore cessò, e il serpente scoppiò, e Giacomo all’istante tornò sano.

XVII. Dopo queste cose, nel vicinato di Giuseppe un bambino si ammalò e morì, e sua madre piangeva forte. Gesù, udito che vi era gran lutto, corse in fretta e trovò il bambino morto; gli toccò il petto e disse: «Io ti dico, bambino, non morire, ma vivi e sta’ con tua madre». E subito quello aprì gli occhi e rise. E Gesù disse alla donna: «Prendilo, dagli il latte e ricordati di me». La folla presente, vedendo ciò, si meravigliò e disse: «Davvero questo bambino è un dio o un angelo di Dio, poiché ogni sua parola è un’opera compiuta». E Gesù se ne andò di là, e giocava con gli altri bambini.

XVIII. Dopo qualche tempo, vi era un cantiere di costruzione. E si levò un gran tumulto, e Gesù si alzò e andò là; e vide un uomo giacere morto, gli prese la mano e disse: «Uomo, io ti dico, àlzati e compi il tuo lavoro». E subito quello si alzò e lo adorò. La folla, vedendo ciò, restò sbalordita e disse: «Questo bambino viene dal cielo: ha salvato molte anime dalla morte, e ha il potere di salvarle per tutta la sua vita».

XIX. E quando ebbe dodici anni, i suoi genitori andarono, secondo l’usanza, a Gerusalemme per la festa di Pasqua, con la loro comitiva; e dopo la Pasqua tornavano verso casa. Ma mentre tornavano, il bambino Gesù tornò indietro a Gerusalemme; e i suoi genitori credevano che fosse nella comitiva. Fatto un giorno di cammino, lo cercarono fra i parenti e, non trovandolo, tornarono turbati alla città a cercarlo. E dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, che li ascoltava e li interrogava. E tutti badavano a lui e si meravigliavano che, pur essendo un bambino, riducesse al silenzio gli anziani e i maestri del popolo, spiegando i capi della legge e le parabole dei profeti. E sua madre Maria si avvicinò e gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, ti abbiamo cercato con angoscia». E Gesù disse loro: «Perché mi cercate? Non sapete che io devo essere nella casa del Padre mio?». Ma gli scribi e i farisei dissero: «Sei tu la madre di questo bambino?». Ed ella disse: «Lo sono». E le dissero: «Beata te fra le donne, perché Dio ha benedetto il frutto del tuo grembo. Poiché tale gloria, tale eccellenza e sapienza non le abbiamo mai viste né udite». E Gesù si alzò, seguì sua madre e fu sottomesso ai suoi genitori; ma sua madre custodiva nel cuore tutto ciò che era avvenuto. E Gesù cresceva in sapienza, statura e grazia. A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.