Atti di Paolo e Tecla

Gli Atti di Paolo e Tecla sono l'episodio più celebre degli «Atti di Paolo», un romanzo cristiano del II secolo. Raccontano la storia di Tecla, una giovane di Iconio già promessa sposa che, ascoltando dalla finestra la predicazione di Paolo sulla castità e la continenza, rompe il fidanzamento e si consacra a Cristo. Ne seguono le peripezie: condannata al rogo, è salvata da un acquazzone prodigioso; gettata alle belve nell'arena di Antiochia, è difesa da una leonessa e — gesto clamoroso — si battezza da sé in una vasca d'acqua. Tecla divenne la più venerata fra le vergini martiri, con un culto diffusissimo in Oriente e Occidente. Il testo conserva anche il più antico ritratto fisico di san Paolo, «un uomo di piccola statura, coi capelli radi, le gambe storte… ora simile a un uomo, ora col volto di un angelo». Il testo è qui tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio di M.R. James (1924).

Atti di Paolo e Tecla

  1. Quando Paolo salì a Iconio, dopo essere fuggito da Antiochia, viaggiavano con lui Dema ed Ermògene il ramaio, pieni d’ipocrisia, che lo adulavano come se lo amassero. Ma Paolo, guardando solo alla bontà di Cristo, non faceva loro alcun male, anzi li amava, e si studiava di rendere loro dolci tutti gli oracoli del Signore, l’insegnamento e l’interpretazione del Vangelo, la nascita e la resurrezione dell’Amato, narrando loro parola per parola le grandi opere di Cristo, così come gli erano state rivelate.

  2. Un uomo di nome Onesìforo, udito che Paolo era giunto a Iconio, gli andò incontro con i figli Simmia e Zenone e la moglie Lectra, per accoglierlo in casa sua: poiché Tito gli aveva descritto l’aspetto di Paolo, che egli non aveva mai visto di persona, ma solo nello spirito.

  3. Si recò dunque sulla via regia che porta a Listra e stette ad attenderlo, scrutando quanti passavano secondo la descrizione di Tito. E vide venire Paolo: un uomo di piccola statura, coi capelli radi sul capo, le gambe storte, di buona corporatura, le sopracciglia unite e il naso un po’ adunco, pieno di grazia; poiché a volte appariva come un uomo, e a volte aveva il volto di un angelo.

  4. Quando Paolo vide Onesìforo, sorrise; e Onesìforo disse: «Salve, servo del Dio benedetto». Ed egli rispose: «La grazia sia con te e con la tua casa». Ma Dema ed Ermògene, invidiosi, accrebbero la loro ipocrisia, sì che Dema disse: «Non siamo forse anche noi servi del Benedetto, che non ci hai salutati così?». E Onesìforo disse: «Non vedo in voi alcun frutto di giustizia; ma se siete tali, venite anche voi nella mia casa e ristoratevi».

  5. Quando Paolo entrò nella casa di Onesìforo, vi fu grande gioia, e ci si inginocchiò e si spezzò il pane, e si udì la parola di Dio sulla continenza e sulla resurrezione; poiché Paolo disse:
    «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
    Beati coloro che mantengono casta la carne, perché diverranno tempio di Dio.
    Beati i continenti, perché a loro Dio parlerà.
    Beati coloro che hanno rinunciato a questo mondo, perché saranno graditi a Dio.
    Beati coloro che hanno moglie come se non l’avessero, perché erediteranno Dio.
    Beati coloro che hanno il timore di Dio, perché diverranno angeli di Dio.

  6. Beati coloro che tremano agli oracoli di Dio, perché saranno consolati.
    Beati coloro che ricevono la sapienza di Gesù Cristo, perché saranno chiamati figli dell’Altissimo.
    Beati coloro che hanno conservato puro il loro battesimo, perché riposeranno col Padre e col Figlio.
    Beati coloro che hanno abbracciato l’intelligenza di Gesù Cristo, perché saranno nella luce.
    Beati coloro che per amore di Dio si sono allontanati dalle vanità di questo mondo, perché giudicheranno gli angeli e saranno benedetti alla destra del Padre.
    Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia e non vedranno l’amaro giorno del giudizio.
    Beati i corpi delle vergini, perché saranno graditi a Dio e non perderanno la ricompensa della loro castità; poiché la parola del Padre sarà per loro opera di salvezza nel giorno del Figlio, e avranno riposo senza fine».

  7. E mentre Paolo diceva queste cose in mezzo all’assemblea, nella casa di Onesìforo, una vergine di nome Tecla, figlia di Teoclìa e promessa sposa a un uomo di nome Tàmiri, sedeva a una finestra lì vicino e ascoltava notte e giorno la parola sulla castità pronunciata da Paolo. Non si staccava dalla finestra, ma era spinta dalla fede, esultando grandemente; e quando vide molte donne e vergini entrare da Paolo, desiderò ardentemente anch’ella essere ritenuta degna di stare al cospetto di Paolo e udire la parola di Cristo; poiché non aveva ancora visto il suo aspetto, ma solo udito la sua voce.

  8. Poiché ella non si toglieva dalla finestra, sua madre mandò a chiamare Tàmiri, che venne con gran gioia, come se già dovesse prenderla in moglie. Tàmiri disse dunque a Teoclìa: «Dov’è la mia Tecla?». E Teoclìa rispose: «Ho una cosa strana da dirti, Tàmiri: da tre giorni e tre notti Tecla non si alza dalla finestra, né per mangiare né per bere, ma fissa lo sguardo come su un lieto spettacolo, e tanto è presa da uno straniero che insegna parole ingannevoli, che mi stupisco di come il grande pudore della fanciulla sia così sopraffatto.

  9. O Tàmiri, costui sconvolge tutta la città di Iconio, e anche la tua Tecla; perché tutte le donne e i giovani vanno da lui e si lasciano istruire. “Bisogna,” dice, “temere un solo Dio e vivere castamente”. E mia figlia, come un ragno alla finestra, legata dalle sue parole, è presa da un nuovo desiderio e da una passione tremenda: pende dalle cose che egli dice, e la fanciulla è catturata. Ma va’ tu da lei e parlale, poiché ti è promessa».

  10. E Tàmiri andò da lei, insieme amandola e temendo per il suo smarrimento, e disse: «Tecla, mia promessa, perché siedi così? quale passione ti tiene attonita? Vòlgiti al tuo Tàmiri e vergògnati». E anche sua madre diceva lo stesso: «Tecla, perché siedi così, con lo sguardo a terra, senza rispondere, come colpita?». E piangevano forte: Tàmiri perché perdeva una sposa, Teoclìa una figlia, e le serve una padrona; vi era dunque gran confusione di lutto nella casa. E in tutto questo Tecla non si voltava, ma badava solo alla parola di Paolo.

  11. Ma Tàmiri balzò in piedi e uscì nella strada, e osservava quanti entravano e uscivano da Paolo. E vide due uomini litigare aspramente fra loro, e disse: «Uomini, ditemi chi siete e chi è colui che sta dentro con voi, che fa errare le anime dei giovani e delle fanciulle, ingannandole perché non vi siano matrimoni ma vivano come sono. Vi prometto molto denaro se me ne parlerete, poiché sono un notabile della città».

  12. E Dema ed Ermògene gli dissero: «Chi sia costui, non lo sappiamo; ma egli priva i giovani delle mogli e le fanciulle dei mariti, dicendo: “Non avrete altrimenti resurrezione, se non rimanendo casti e non contaminando la carne, ma mantenendola pura”».

  13. E Tàmiri disse loro: «Venite, uomini, nella mia casa e ristoratevi con me». E andarono a un lauto banchetto, con molto vino e gran ricchezza e una tavola splendida. E Tàmiri li fece bere, perché amava Tecla e desiderava prenderla in moglie; e durante la cena disse: «Ditemi, uomini, qual è il suo insegnamento, perché lo conosca anch’io; poiché non poco mi affliggo per Tecla, che tanto ama quello straniero, e io sono frodato delle mie nozze».

  14. E Dema ed Ermògene dissero: «Conducilo davanti al governatore Castelio come uno che persuade le folle con la nuova dottrina dei cristiani; così egli lo farà perire e tu avrai la tua sposa Tecla. E noi ti insegneremo quella resurrezione che egli predica: che essa è già avvenuta nei figli che generiamo, e che noi risorgiamo quando giungiamo alla conoscenza del vero Dio».

  15. Ma Tàmiri, udito ciò, si riempì di invidia e di collera, e levatosi di buon’ora andò alla casa di Onesìforo con i magistrati, gli ufficiali e una gran folla armata di bastoni, dicendo a Paolo: «Tu hai rovinato la città di Iconio e colei che mi era promessa, sì che non mi vuole più: andiamo dal governatore Castelio». E tutta la folla gridava: «Via il mago, perché ha corrotto tutte le nostre mogli!». E la moltitudine insorse contro di lui.

  16. E Tàmiri, stando davanti al tribunale, gridò forte: «O proconsole, costui è l’uomo — non sappiamo di dove sia — che non permette alle fanciulle di sposarsi: dichiari davanti a te perché insegna tali cose». E Dema ed Ermògene dissero a Tàmiri: «Di’ che è un cristiano, e così lo farai perire». Ma il governatore tenne saldo l’animo e chiamò Paolo, dicendogli: «Chi sei, e che cosa insegni? poiché non è lieve l’accusa che costoro ti muovono».

  17. E Paolo levò la voce e disse: «Se oggi sono interrogato su ciò che insegno, ascolta, o proconsole. Il Dio vivente, il Dio che fa giustizia, il Dio geloso, il Dio che di nulla ha bisogno ma desidera la salvezza degli uomini, mi ha mandato perché io li distolga dalla corruzione, dall’impurità, da ogni piacere e dalla morte, perché non pecchino più. Perciò Dio ha mandato il suo Figlio, che io predico e insegno, affinché gli uomini ripongano speranza in lui, il solo che abbia avuto compassione del mondo errante; affinché non siano più sotto giudizio, ma abbiano fede, timore di Dio, conoscenza della sobrietà e amore della verità. Se dunque insegno le cose che Dio mi ha rivelato, che male faccio, o proconsole?». E il governatore, udito ciò, comandò che Paolo fosse legato e condotto in prigione, finché non avesse agio di ascoltarlo più attentamente.

  18. Ma Tecla, di notte, si tolse i braccialetti e li diede al portinaio; e quando le fu aperta la porta, entrò nella prigione, diede al carceriere uno specchio d’argento, ed entrò da Paolo; e sedette ai suoi piedi e udì le mirabili opere di Dio. E Paolo non aveva alcun timore, ma camminava nella fiducia di Dio; e anche la fede di lei cresceva, mentre baciava le sue catene.

  19. Ora, quando Tecla fu cercata dai suoi e da Tàmiri, la cercavano per le strade come una perduta; e uno dei compagni del portinaio raccontò che era uscita di notte. Interrogarono il portinaio, che disse essere ella andata dallo straniero, in prigione; e vi andarono, e la trovarono come legata a lui nell’affetto. Uscirono di là, radunarono la folla e lo riferirono al governatore.

  20. Ed egli comandò che Paolo fosse condotto al tribunale; ma Tecla si rotolava sul luogo dove Paolo aveva insegnato, stando in prigione. E il governatore comandò che anche lei fosse condotta al tribunale, ed ella vi andò esultante di gioia. E quando Paolo fu condotto la seconda volta, il popolo gridava più forte: «È uno stregone, via con lui!». Ma il governatore ascoltava volentieri Paolo intorno alle sante opere di Cristo; e, presa consiglio, chiamò Tecla e disse: «Perché non vuoi sposare Tàmiri, secondo la legge degli Iconii?». Ma ella stava fissando intensamente Paolo; e poiché non rispondeva, sua madre Teoclìa gridò: «Brucia la senza-legge, brucia in mezzo al teatro colei che non vuol essere sposa, perché tutte le donne istruite da quest’uomo siano atterrite!».

  21. E il governatore ne fu molto turbato; flagellò Paolo e lo cacciò dalla città, ma Tecla la condannò al rogo. E subito si alzò e andò al teatro, e tutta la folla uscì al terribile spettacolo. Ma Tecla, come l’agnello nel deserto cerca con lo sguardo il pastore, così cercava Paolo; e guardando la folla vide il Signore seduto, simile a Paolo, e disse: «Come se io non fossi capace di resistere, Paolo è venuto a vegliare su di me». E lo fissava attentamente; ma egli salì ai cieli.

  22. I ragazzi e le fanciulle portavano legna e fieno per bruciare Tecla; e quando ella fu introdotta nuda, il governatore pianse e si meravigliò della potenza che era in lei. Disposero la legna, e il carnefice le ordinò di salire sulla pira; ed ella, fatto il segno della croce, salì sulla legna. L’accesero; ma benché divampasse un gran fuoco, esso non la toccò; poiché Dio ebbe compassione di lei, e fece risuonare un rombo sotto la terra, e una nube la coprì dall’alto, gravida di pioggia e di grandine, e tutto il suo contenuto si riversò, sì che molti furono in pericolo di morte; e il fuoco si spense, e Tecla fu salva.

  23. Ora Paolo digiunava con Onesìforo, sua moglie e i suoi figli in un sepolcro aperto, sulla via che da Iconio porta a Dafne. E passati molti giorni di digiuno, i fanciulli dissero a Paolo: «Abbiamo fame». E non avevano con che comprare il pane, poiché Onesìforo aveva lasciato i beni di questo mondo e seguito Paolo con tutta la casa. Ma Paolo si tolse il mantello e disse: «Va’, figlio, compra alcuni pani e portali». E mentre il fanciullo comprava, vide la sua vicina Tecla, e stupito disse: «Tecla, dove vai?». Ed ella rispose: «Cerco Paolo, poiché sono stata salvata dal fuoco». E il fanciullo disse: «Vieni, ti condurrò da lui, poiché ti piange, e prega e digiuna ormai da sei giorni».

  24. E quando giunse al sepolcro, presso Paolo che era inginocchiato e pregava dicendo: «O Padre di Cristo, non lasciare che il fuoco prenda Tecla, ma risparmiala, perché è tua», ella stando dietro di lui gridò: «O Padre che hai fatto il cielo e la terra, Padre del tuo amato figlio Gesù Cristo, ti benedico perché mi hai salvata dal fuoco, affinché vedessi Paolo». E Paolo si alzò, la vide e disse: «O Dio che conosci i cuori, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti benedico perché hai prontamente compiuto ciò che ti ho chiesto, e mi hai esaudito».

  25. E vi fu molto amore nel sepolcro, perché Paolo gioiva, e Onesìforo e tutti loro. Avevano cinque pani, erbe e acqua, e si rallegravano per le sante opere di Cristo. E Tecla disse a Paolo: «Mi taglierò i capelli tutt’intorno e ti seguirò dovunque andrai». Ma egli disse: «I tempi sono cattivi e tu sei avvenente: bada che un’altra tentazione, peggiore della prima, non ti colga, e tu non vi resista ma ti perda d’animo». E Tecla disse: «Dammi solo il sigillo in Cristo, e nessuna tentazione mi toccherà». E Paolo disse: «Abbi pazienza, Tecla, e riceverai l’acqua».

  26. E Paolo rimandò Onesìforo con tutta la sua casa a Iconio, e così, presa con sé Tecla, entrò in Antiochia. E come entravano, un certo Alessandro, un siriarca, vide Tecla e se ne invaghì, e cercò di blandire Paolo con denaro e doni. Ma Paolo disse: «Non conosco la donna di cui parli, né è mia». Ma quello, essendo molto potente, l’abbracciò lì sulla via; ed ella non lo sopportò, ma cercava Paolo e gridava amaramente: «Non far violenza alla straniera, non far violenza alla serva di Dio! Sono fra i primi di Iconio, e perché non volli sposare Tàmiri, sono stata cacciata dalla città». E afferrò Alessandro, gli strappò il mantello, gli tolse la corona dal capo e lo rese oggetto di scherno.

  27. Ma egli, insieme amandola e vergognandosi dell’accaduto, la condusse davanti al governatore; e poiché ella confessò di averlo fatto, la condannò alle belve. Ma le donne erano grandemente sbigottite e gridavano davanti al tribunale: «Giudizio iniquo, giudizio empio!». E Tecla chiese al governatore di rimanere vergine fino al combattimento con le belve; e una ricca regina, di nome Trifena, la cui figlia era morta, la prese sotto la sua protezione e ne ebbe consolazione.

  28. Quando le belve furono condotte in processione, legarono Tecla a una feroce leonessa, e la regina Trifena la seguiva; ma la leonessa, postavi sopra Tecla, le leccò i piedi, e tutto il popolo si meravigliò. L’iscrizione della sua accusa diceva: «Colpevole di sacrilegio». E le donne con i loro figli gridavano dall’alto: «O Dio, un giudizio empio si compie in questa città!». E dopo la processione Trifena la riprese con sé. Poiché la sua figlia Falconilla, che era morta, le aveva detto in sogno: «Madre, prendi al mio posto Tecla, la straniera derelitta, perché preghi per me e io sia trasferita nel luogo dei giusti».

  29. Quando dunque Trifena la riprese dopo la processione, insieme la piangeva, perché l’indomani avrebbe combattuto con le belve, e insieme l’amava teneramente come la propria figlia Falconilla; e disse: «Tecla, mia seconda figlia, vieni, prega per la mia bambina, perché viva in eterno; questo ho visto in sogno». Ed ella, senza indugio, levò la voce e disse: «O mio Dio, Figlio dell’Altissimo che sei nei cieli, concedi a costei secondo il suo desiderio, che sua figlia Falconilla viva in eterno». E detto questo, Trifena la piangeva, pensando che tanta bellezza sarebbe stata gettata alle belve.

  30. E all’alba venne Alessandro a prenderla — era lui infatti a dare i giochi — dicendo: «Il governatore è insediato e il popolo ci incalza: dammi colei che deve combattere le belve, perché la conduca via». Ma Trifena gridò così forte che egli fuggì, dicendo: «Un secondo lutto per la mia Falconilla viene nella mia casa, e non c’è chi aiuti: né figlia, perché è morta, né congiunto, perché sono vedova. O Dio di Tecla, mia figlia, aiuta tu Tecla!».

  31. E il governatore mandò soldati a prendere Tecla; ma Trifena non la lasciava, anzi la prese per mano e la condusse, dicendo: «La mia figlia Falconilla l’ho condotta al sepolcro; ma te, Tecla, ti conduco a combattere le belve». E Tecla pianse amaramente e gemette al Signore, dicendo: «Signore Dio in cui credo, presso cui ho cercato rifugio, tu che mi salvasti dal fuoco, ricompensa Trifena, che ha avuto pietà della tua serva e mi ha conservata pura».

  32. Vi fu dunque tumulto, e ruggito di belve, e clamore del popolo e delle donne che sedevano insieme; alcuni gridavano: «Porta la sacrilega!», e le donne dicevano: «Perisca la città per questa azione iniqua! Periamo tutte noi, o proconsole! È uno spettacolo amaro, un giudizio iniquo!».

  33. Ma Tecla, tolta dalle mani di Trifena, fu spogliata, le fu messa una cintura e fu gettata nell’arena; e furono aizzati contro di lei leoni e orsi. E una feroce leonessa, corsa a lei, si accovacciò ai suoi piedi, e la folla delle donne gridò forte. Un orso le si lanciò contro; ma la leonessa gli corse incontro e lo sbranò. E ancora un leone, ammaestrato contro gli uomini, di proprietà di Alessandro, le si avventò; ma la leonessa lottò con lui e fu uccisa insieme a lui. E le donne piansero ancora di più, vedendo morta anche la leonessa che l’aveva soccorsa.

  34. Allora vi misero molte belve, mentre ella stava ritta, le mani protese, e pregava. E finita la preghiera, si voltò e vide una gran vasca piena d’acqua, e disse: «È tempo ormai che io mi lavi». E vi si gettò dentro, dicendo: «Nel nome di Gesù Cristo io battezzo me stessa, nell’ultimo giorno». E tutte le donne, vedendolo, e tutto il popolo, piangevano dicendo: «Non gettarti nell’acqua!»; sì che anche il governatore pianse, che tanta bellezza fosse divorata dalle foche. Ma ella si gettò nell’acqua nel nome di Gesù Cristo; e le foche, vedendo il bagliore di un lampo di fuoco, galleggiarono morte a galla. E intorno a lei vi era una nube di fuoco, sì che né le belve la toccarono, né ella apparve nuda.

  35. Ora le donne, quando furono introdotte altre belve più terribili, gridarono forte; e alcune gettavano foglie, altre nardo, altre cassia, altre balsamo, sì che vi fu una moltitudine di profumi; e tutte le belve così colpite rimasero come addormentate e non la toccarono. Allora Alessandro disse al governatore: «Ho dei tori spaventosi: leghiamo a loro la condannata». E il governatore, accigliato, acconsentì, dicendo: «Fa’ ciò che vuoi». E la legarono per i piedi fra i tori, e posero ferri roventi sotto i loro ventri, perché più infuriati la uccidessero. Quelli balzarono in avanti; ma la fiamma che ardeva intorno a lei bruciò le corde, ed ella fu come una che non è legata.

  36. Ma Trifena, ritta presso l’arena, svenne all’ingresso, sì che le sue ancelle dissero: «La regina Trifena è morta!». E il governatore interruppe i giochi, e tutta la città fu atterrita; e Alessandro, gettandosi ai piedi del governatore, disse: «Abbi pietà di me e della città, e lascia andare la condannata, perché la città non perisca con lei; poiché se Cesare ode questo, forse distruggerà noi e la città, perché la sua parente, la regina Trifena, è morta all’ingresso».

  37. E il governatore chiamò Tecla di fra le belve e le disse: «Chi sei? e che cos’hai con te, che nessuna belva ti ha toccata?». Ed ella disse: «Sono la serva del Dio vivente; e ciò che ho con me è che ho creduto in quel suo Figlio in cui Dio si è compiaciuto, per amore del quale nessuna belva mi ha toccata. Egli solo è la via della salvezza e la sostanza della vita immortale; per chi è sbattuto qua e là è rifugio, per l’oppresso sollievo, per il disperato riparo; e, in una parola, chiunque non crede in lui non vivrà, ma morrà in eterno».

  38. Udito ciò, il governatore fece portare delle vesti e disse: «Indossa queste vesti». Ed ella disse: «Colui che mi ha rivestita quando ero nuda fra le belve, lui stesso, nel giorno del giudizio, mi rivestirà di salvezza». E prese le vesti e le indossò. E il governatore subito emanò un decreto, dicendo: «Rendo libera a voi Tecla, la pia, la serva di Dio». E tutte le donne gridarono a gran voce e, come a una sola bocca, lodarono Dio dicendo: «Uno è il Dio che ha salvato Tecla!»; sì che al loro grido tutta la città tremò.

  39. E Trifena, quando le fu data la lieta novella, le andò incontro con molta gente, abbracciò Tecla e disse: «Ora credo che i morti risorgono; ora credo che la mia bambina vive! Entra, e ti farò erede di tutti i miei beni». Tecla dunque entrò con lei e riposò in casa sua otto giorni, insegnandole la parola di Dio, sì che la maggior parte delle ancelle credette, e vi fu grande gioia nella casa.

  40. Ma Tecla anelava a Paolo e lo cercava, mandando dappertutto; e le fu detto che era a Mira. E presi con sé giovani e fanciulle, si cinse, cucì il suo mantello a foggia d’uomo, e partì per Mira; e trovò Paolo che annunciava la parola di Dio, e andò da lui. Ma egli, vedendo lei e la gente con lei, si stupì, pensando fra sé: «È forse venuta su di lei un’altra tentazione?». Ma ella se ne avvide e gli disse: «Ho ricevuto il lavacro, o Paolo; poiché colui che ha operato con te nel Vangelo ha operato anche con me per il mio battesimo».

  41. E Paolo la prese per mano e la condusse nella casa di Ermia, e udì da lei ogni cosa; sì che Paolo si meravigliò molto, e quanti udivano furono confermati nella fede e pregarono per Trifena. E Tecla si alzò e disse a Paolo: «Vado a Iconio». E Paolo disse: «Va’, e insegna la parola di Dio». Ora Trifena le aveva mandato molte vesti e oro, sì che ne lasciò a Paolo parte per il servizio dei poveri.

  42. Ma ella partì per Iconio. Ed entrò nella casa di Onesìforo, e si gettò a terra sul luogo dove Paolo si era seduto e aveva insegnato gli oracoli di Dio, e pianse dicendo: «O Dio mio e di questa casa, dove la luce risplendette su di me, Gesù Cristo Figlio di Dio, mio aiuto in prigione, mio aiuto davanti ai governatori, mio aiuto nel fuoco, mio aiuto fra le belve, tu sei Dio, e a te sia gloria in eterno. Amen».

  43. E trovò Tàmiri morto, ma sua madre viva. E vide sua madre e le disse: «Teoclìa, madre mia, puoi credere che il Signore vive nei cieli? Poiché, se desideri denaro, il Signore te lo darà per mezzo mio; o se desideri tua figlia, ecco, sono qui davanti a te». E dopo aver così testimoniato, partì per Selèucia; e dopo aver illuminato molti con la parola di Dio, si addormentò di un buon sonno.