Plotino
Con Plotino (205–270 d.C.) la filosofia greca tocca la sua ultima grande vetta. Egiziano di nascita, maestro a Roma, lasciò che fosse il discepolo Porfirio a raccogliere e ordinare i suoi scritti in sei gruppi di nove trattati — le «Enneadi». Al centro del suo pensiero stanno tre realtà ultime: l'Uno (il Bene), ineffabile sorgente di ogni cosa; l'Intelletto (il Nous), in cui risplendono le Idee; e l'Anima, che dall'alto plasma il mondo. Da quell'Uno tutto procede, e a quell'Uno tutto aspira a tornare. «Sul Bello» è uno dei suoi primi trattati e fra i più letti di sempre. La tesi è folgorante: il bello non è simmetria né proporzione, ma la presenza della Forma — dell'Idea — che irraggia dal divino e vince la dispersione della materia. Di qui l'ascesa: dalla bellezza dei corpi a quella delle anime e delle virtù, e da queste alla Bellezza prima, che è tutt'uno con il Bene. Sono di queste pagine immagini divenute celebri: lo scultore che leva dal marmo la propria statua interiore, la «fuga verso l'amata patria», e il detto che «mai l'occhio vide il sole senza esser prima divenuto simile al sole». È un testo che ha plasmato l'Occidente: per suo tramite il platonismo è passato in Agostino, nello pseudo-Dionigi, in Ficino e nel Rinascimento, fino all'estetica romantica. E parla la stessa lingua dell'ascesa che si ritrova nel Poimandres ermetico e, secoli dopo, nella mistica di Meister Eckhart — dove l'occhio che si fa simile al sole diventa l'occhio con cui Dio e l'anima si guardano. Il testo è qui ritradotto dalla versione inglese di Stephen MacKenna (1917), una delle più celebri rese di Plotino: va dunque letto come avviamento, con la doppia mediazione dal greco tenuta presente.
Plotino — Enneade I, 6: «Sul Bello»
1. Il bello si rivolge anzitutto alla vista; ma c’è un bello anche per l’udito, in certe combinazioni di parole e in ogni sorta di musica, perché melodie e cadenze sono belle; e le menti che si levano al di sopra del regno dei sensi, verso un ordine più alto, avvertono il bello nella condotta della vita, nelle azioni, nel carattere, nelle occupazioni dell’intelletto; e c’è il bello delle virtù. Se vi sia un bello ancora più alto, il nostro discorso lo porterà alla luce.
Che cos’è dunque che dà avvenenza alle forme materiali, e attira l’orecchio alla dolcezza percepita nei suoni, e qual è il segreto del bello che è in tutto ciò che deriva dall’Anima?
C’è un solo Principio da cui tutte le cose traggono la loro grazia, o c’è un bello proprio di ciò che ha corpo e un altro per ciò che è senza corpo? E infine, uno o molti, che cosa sarebbe un tale Principio?
Si consideri che alcune cose — le forme materiali, per esempio — sono graziose non per qualcosa di intrinseco, ma per qualcosa di comunicato; mentre altre sono belle di per sé, come, ad esempio, la Virtù.
Gli stessi corpi appaiono ora belli, ora no: sicché v’è gran differenza tra l’essere corpo e l’essere bello.
Che cos’è dunque questo qualcosa che si mostra in certe forme materiali? Questo è il punto di partenza naturale della nostra indagine.
Che cos’è che attrae gli occhi di chi si vede presentare un oggetto bello, e li chiama, li alletta verso di esso, e li colma di gioia alla vista? Se ce ne impadroniamo, avremo subito un punto d’osservazione per una veduta più ampia.
Quasi tutti dichiarano che è la simmetria delle parti l’una verso l’altra e verso un tutto, insieme a un certo incanto del colore, a costituire il bello riconosciuto dall’occhio; e che nelle cose visibili, come in ogni altra cosa universalmente, il bello è essenzialmente simmetrico, ordinato secondo un disegno.
Ma si consideri che cosa ciò implichi.
Solo un composto può essere bello, mai ciò che è privo di parti; e solo un intero: le singole parti non avranno bellezza in se stesse, ma solo in quanto cooperano a dare un insieme avvenente. Eppure la bellezza in un aggregato esige bellezza nei dettagli: non può costruirsi dal brutto; la sua legge deve percorrere il tutto.
Tutta la bellezza del colore, e perfino la luce del sole, essendo prive di parti e dunque non belle per simmetria, dovrebbero allora essere escluse dal regno del bello. Ma come mai l’oro è cosa bella? E il lampo nella notte, e le stelle, perché sono così belli?
Anche nei suoni il semplice andrebbe proscritto, benché spesso, in un’intera nobile composizione, ogni singola nota sia deliziosa in se stessa.
E ancora: poiché lo stesso volto, costante nella sua simmetria, appare ora bello ora no, possiamo dubitare che il bello sia qualcosa di più della simmetria, e che la simmetria stessa debba la sua bellezza a un principio più remoto?
Volgiamoci a ciò che è attraente nei modi di vivere o nell’espressione del pensiero: dovremo invocare anche qui la simmetria? Quale simmetria si trova in una nobile condotta, in leggi eccellenti, in una qualunque attività della mente?
Quale simmetria può esserci nei princìpi del pensiero astratto?
L’essere in accordo l’uno con l’altro? Ma può esserci accordo, o persino identità completa, là dove non c’è che bruttezza: la tesi che l’onestà sia soltanto una generosa ingenuità si accorda nella più perfetta armonia con la tesi che la moralità sia debolezza di volontà; l’accordo è completo.
E poi, tutte le virtù sono una bellezza dell’anima, una bellezza autentica più di ogni altra; ma come vi entrerebbe la simmetria? L’anima, è vero, non è una semplice unità; eppure la sua virtù non può avere la simmetria della grandezza o del numero: quale criterio di misura potrebbe presiedere al comporsi o al fondersi delle facoltà e dei fini dell’anima?
E infine, secondo questa teoria, come ci sarebbe bellezza nell’Intelletto, che è per essenza il Solitario?
2. Torniamo allora alla sorgente, e indichiamo subito il Principio che conferisce bellezza alle cose materiali.
Senza dubbio questo Principio esiste; è qualcosa che si percepisce al primo sguardo, qualcosa che l’anima nomina come per un’antica conoscenza, e riconoscendolo gli dà il benvenuto ed entra in accordo con esso.
Ma lasciate che l’anima s’imbatta nel Brutto, e subito si ritrae in se stessa, lo rinnega, se ne distoglie, non in accordo, respingendolo.
La nostra interpretazione è questa: l’anima — per la verità stessa della sua natura, per la sua affinità con gli Esseri più nobili nella gerarchia dell’Essere — quando vede qualcosa di affine, o una qualunque traccia di quell’affinità, freme di un diletto immediato, accoglie ciò che le appartiene, e così si ridesta al senso della propria natura e di tutta la propria parentela.
Ma c’è davvero una tale somiglianza tra la bellezza di questo mondo e gli splendori del Sommo? Una somiglianza nei particolari renderebbe simili i due ordini: ma che cosa c’è in comune tra il bello di quaggiù e il bello di Lassù?
Riteniamo che tutta la bellezza di questo mondo venga dalla partecipazione alla Forma ideale.
Tutto ciò che è informe — pur essendo del genere che ammette disegno e forma —, finché rimane fuori della Ragione e dell’Idea, è brutto proprio per questo suo isolamento dal Pensiero divino. E questo è il Brutto assoluto: una cosa brutta è qualcosa che non è stato interamente dominato dalla forma, cioè dalla Ragione, perché la Materia non cede in ogni punto e sotto ogni rispetto alla Forma ideale.
Ma là dove la Forma ideale è entrata, essa ha raccolto e coordinato in unità ciò che da una diversità di parti doveva divenire uno: ha richiamato la confusione alla cooperazione; ha fatto della somma un’unica coerenza armoniosa; perché l’Idea è unità, e ciò che essa plasma deve venire all’unità per quanto la molteplicità lo consente.
E su ciò che è stato così compattato in unità, la Bellezza prende il suo trono, donandosi alle parti come al tutto: quando si posa su un’unità naturale, una cosa fatta di parti simili, allora si dona a quell’intero. Così, per fare un esempio, c’è la bellezza che l’arte conferisce a tutta una casa con tutte le sue parti, e la bellezza che una qualche qualità naturale può dare a una singola pietra.
Ecco dunque come la cosa materiale diventa bella: partecipando del pensiero che fluisce dal Divino.
3. E l’anima possiede una facoltà rivolta in modo particolare alla Bellezza, una facoltà incomparabilmente sicura nell’apprezzare ciò che le è proprio, mai in dubbio ogni volta che una cosa bella si presenta al suo giudizio.
O forse l’anima stessa agisce immediatamente, affermando il Bello là dove trova qualcosa in accordo con la Forma ideale che è in lei, usando quest’Idea come canone di esattezza nel suo giudizio.
Ma quale accordo c’è tra ciò che è materiale e ciò che precede ogni Materia?
In virtù di quale principio l’architetto, quando trova la casa che gli sta davanti corrispondente all’idea interiore che ha di una casa, la dichiara bella? Non è forse perché la casa che gli sta davanti — al netto delle pietre — è l’idea interiore impressa sulla massa della materia esteriore, l’indivisibile esibito nella diversità?
Così è per la facoltà percettiva: discernendo in certi oggetti la Forma ideale che ha legato e dominato la materia informe, di natura contraria all’Idea; scorgendo inoltre, impressa sulle forme comuni, una forma eccellente sopra il comune, essa raccoglie in unità ciò che ancora resta frammentario, lo afferra e lo porta dentro di sé, non più cosa fatta di parti, e lo presenta al Principio ideale come qualcosa di concorde e congeniale, un amico naturale: la gioia, qui, è simile a quella di un uomo buono che scorge in un giovane i primi segni di una virtù consonante con la perfezione già raggiunta nella propria anima.
Anche la bellezza del colore è frutto di un’unificazione: deriva dalla forma, dalla vittoria sulla tenebra insita nella Materia per mezzo dell’irrompere della luce, la quale è incorporea, ed è un principio razionale e una Forma ideale.
Per questo il Fuoco stesso è splendido al di sopra di tutti i corpi materiali, tenendo il rango di Principio ideale rispetto agli altri elementi: sempre teso verso l’alto, il più sottile e vivace di tutti i corpi, in quanto prossimo all’incorporeo; esso solo non ammette altro in sé, mentre tutti gli altri sono penetrati da lui: prendono calore, ma esso non è mai freddo; ha il colore in modo primario, e gli altri ricevono da lui la Forma del colore. Di qui lo splendore della sua luce, lo splendore che appartiene all’Idea. E tutto ciò che ha resistito ed è trattenuto solo malfermamente dalla sua luce rimane fuori della bellezza, per non aver assorbito la pienezza della Forma del colore.
E armonie non udite nel suono creano le armonie che udiamo, e ridestano l’anima alla coscienza del bello, mostrandole la medesima essenza in un altro genere: perché le misure della nostra musica sensibile non sono arbitrarie, ma determinate dal Principio il cui compito è dominare la Materia e portare all’essere il disegno.
Fin qui delle bellezze del regno dei sensi: immagini e dipinti d’ombra, fuggitivi entrati nella Materia per adornarla, e per rapire dove sono veduti.
4. Ma vi sono bellezze più antiche e più alte di queste. Nella vita legata ai sensi non ci è più dato conoscerle; ma l’anima, senza alcun aiuto degli organi, le vede e le proclama. A contemplarle dobbiamo salire, lasciando il senso al suo basso luogo.
Come non spetta parlare delle forme leggiadre del mondo materiale a chi non le ha mai vedute né ne ha conosciuto la grazia — ai nati ciechi, supponiamo —, così devono tacere sulla bellezza della nobile condotta e del sapere e di tutto quell’ordine coloro che non si sono mai curati di simili cose; né possono dire dello splendore della virtù coloro che non hanno mai veduto il volto della Giustizia e della Saggezza morale, belle oltre la bellezza della Sera e dell’Aurora.
Una tale visione è solo per coloro che vedono con la vista dell’Anima; e alla visione gioiranno, e un timore reverente cadrà su di loro, e un turbamento più profondo di ogni altro, perché ora si muovono nel regno della Verità.
Questo è lo spirito che la Bellezza deve sempre suscitare: meraviglia, e un turbamento delizioso, desiderio e amore, e un tremito che è tutto diletto. Perché per l’invisibile si può provare tutto questo come per il visibile; e così lo provano le Anime, ogni anima in qualche grado, ma più profondamente quelle che sono più veramente disposte a questo amore più alto — come tutti godono della bellezza del corpo, ma non tutti ne sono punti con eguale acutezza, e solo coloro che sentono la ferita più viva sono detti Amanti.
5. Questi Amanti, dunque, amanti della bellezza che è oltre i sensi, vanno indotti a dichiararsi.
Che cosa provate in presenza della grazia che discernete nelle azioni, nei costumi, nella sana moralità, in tutte le opere e i frutti della virtù, nella bellezza delle anime? Quando vedete che voi stessi siete belli di dentro, che cosa provate? Che cos’è questa esultanza dionisiaca che freme attraverso il vostro essere, questo tendere verso l’alto di tutta la vostra Anima, questo desiderio di staccarvi dal corpo e di vivere immersi nel vero sé?
Non sono altro che le emozioni delle Anime sotto l’incanto dell’amore.
Ma che cos’è che desta tutta questa passione? Nessuna figura, nessun colore, nessuna grandezza di massa: tutto è per un’Anima, qualcosa la cui bellezza non posa su alcun colore — la saggezza morale che l’Anima racchiude, e tutto l’altro splendore senza tinta delle virtù. È che tu trovi in te stesso, o ammiri in un altro, l’altezza dello spirito, la rettitudine della vita, la purezza disciplinata, il coraggio dal volto maestoso, la gravità, il pudore che procede impavido, tranquillo e senza passione; e, splendente al di sopra di tutto, la luce dell’Intellezione divina.
Tutte queste nobili qualità sono certo da venerare e da amare; ma che cosa dà loro il diritto di esser dette belle?
Esse esistono; si manifestano a noi; chiunque le vede deve ammettere che hanno realtà d’Essere; e l’Essere reale non è forse realmente bello?
Ma non abbiamo ancora mostrato per quale proprietà esse abbiano reso bella l’Anima: che cos’è questa grazia, questo splendore come di Luce, che posa su tutte le virtù?
Prendiamo il contrario, la bruttezza dell’Anima, e poniamola accanto alla sua bellezza: comprendere a un tempo che cos’è questa bruttezza e come venga ad apparire nell’Anima ci aprirà certamente la via.
Supponiamo dunque un’Anima brutta: dissoluta, ingiusta; brulicante di ogni cupidigia; lacerata da discordia interiore; assediata dai timori della sua viltà e dalle invidie della sua meschinità; che pensa, nel poco pensiero che ha, solo a ciò che è perituro e vile; perversa in ogni suo impulso; amica di piaceri immondi; che vive una vita di abbandono alla sensazione corporea e si diletta della propria deformità.
Che cosa dobbiamo pensare, se non che tutta questa vergogna è qualcosa che si è accumulato attorno all’Anima, un male estraneo che la oltraggia, la insudicia, sì che, ingombra d’ogni sorta di turpitudine, non ha più un’attività pura né una sensazione pura, ma dispone solo di una vita che cova sorda sotto la crosta del male; che, sprofondata in una morte molteplice, non vede più ciò che un’Anima dovrebbe vedere, né può più riposare nel proprio essere, trascinata com’è di continuo verso l’esterno, verso il basso, verso il buio?
Cosa immonda, oso dire; che guizza qua e là al richiamo degli oggetti dei sensi, profondamente infetta dal contagio del corpo, occupata sempre nella Materia, e che assorbe la Materia in se stessa; nel suo commercio con l’Ignobile ha barattato, per una natura aliena, la propria Idea essenziale.
Se un uomo è stato immerso nel fango o imbrattato di mota, la sua nativa avvenenza scompare, e tutto ciò che si vede è la lordura che lo ricopre: la sua condizione brutta è dovuta alla materia aliena che lo ha incrostato; e se vuole riconquistare la sua grazia, deve darsi a strofinarsi e purificarsi, e tornare a essere ciò che era.
Così, possiamo a buon diritto dire, un’Anima diventa brutta per qualcosa che le viene imposto, per uno sprofondare in ciò che le è alieno, per una caduta, una discesa nel corpo, nella Materia. Il disonore dell’Anima è il suo cessare di essere pura e separata. L’oro è degradato quando è mescolato a particelle terrose; se queste vengono eliminate, l’oro resta ed è bello, isolato da tutto ciò che gli è estraneo, oro con oro soltanto. E così l’Anima: sia essa solo purgata dei desideri che le vengono dal suo troppo intimo commercio con il corpo, emancipata da tutte le passioni, mondata di tutto ciò che l’incarnazione le ha imposto, ritirata, solitaria, di nuovo in se stessa — in quel momento la bruttezza che veniva solo dall’estraneo è strappata via.
6. Perché, come insegnava l’antica dottrina, la disciplina morale e il coraggio e ogni virtù, non eccettuata la Saggezza stessa, tutto è purificazione.
Per questo i Misteri, a buona ragione, adombrano l’immersione di chi non è purificato nel fango, perfino nel Mondo inferiore, poiché l’impuro ama il fango per la sua stessa lordura, e i porci dal corpo immondo trovano la loro gioia nell’immondezza.
Che altro è la temperanza, propriamente intesa, se non il non prender parte ai piaceri del corpo, lo staccarsene come da cose immonde e indegne di chi è puro? Così pure il coraggio non è altro che l’essere senza paura di quella morte che è soltanto il separarsi dell’Anima dal corpo, evento che nessuno può temere se la sua gioia è di essere il proprio sé non mescolato. E la magnanimità non è altro che il disprezzo del richiamo delle cose di quaggiù. E la Saggezza non è altro che l’Atto dell’Intelletto ritirato dai luoghi inferiori e che conduce l’Anima verso l’Alto.
L’Anima così mondata è tutta Idea e Ragione, interamente libera dal corpo, intellettiva, tutta di quell’ordine divino da cui sgorga la sorgente della Bellezza e tutta la stirpe del Bello.
Per questo l’Anima innalzata all’Intelletto è bella con tutta la sua potenza. Perché l’Intellezione, e tutto ciò che dall’Intellezione procede, è la bellezza dell’Anima, una grazia a lei nativa e non estranea, poiché solo con queste cose essa è veramente Anima. Ed è giusto dire che il divenire dell’Anima cosa buona e bella è il suo divenire simile a Dio, perché dal Divino viene ogni Bellezza e ogni Bene negli esseri.
Possiamo anzi dire che la Bellezza è l’Essere autentico, e la Bruttezza è il principio contrario all’Essere; e il Brutto è anche il male primo: perciò il suo contrario è a un tempo bene e bello, ossia è Bene e Bellezza. E così un solo metodo ci scoprirà insieme il Bello-Bene e il Brutto-Male.
E la Bellezza — questa Bellezza che è anche il Bene — va posta come il Primo. Direttamente da questo Primo deriva l’Intelletto, che è per eccellenza la manifestazione della Bellezza; attraverso l’Intelletto l’Anima è bella. La bellezza nelle cose di ordine inferiore — le azioni e le occupazioni, per esempio — viene dall’opera dell’Anima formatrice, che è anche l’autrice della bellezza che si trova nel mondo dei sensi. Perché l’Anima, cosa divina, frammento per così dire della Bellezza prima, rende belle nella pienezza della loro capacità tutte le cose, quali esse siano, che afferra e plasma.
7. Dobbiamo dunque risalire di nuovo verso il Bene, il desiderato di ogni Anima. Chiunque abbia veduto Questo sa che cosa intendo quando dico che è bello. Anche il desiderio di esso è da desiderare come un Bene. Conseguirlo è dato a coloro che prenderanno la via verso l’alto, che volgeranno a esso tutte le loro forze, che si spoglieranno di tutto ciò che abbiamo indossato nella nostra discesa — come a coloro che si accostano alle sante Celebrazioni dei Misteri sono prescritte purificazioni, e la deposizione delle vesti portate prima, e l’ingresso nella nudità —, finché, oltrepassando, nel cammino ascendente, tutto ciò che è altro dal Dio, ciascuno nella solitudine di se stesso contemplerà quell’Esistenza che dimora solitaria, il Separato, il Non-mescolato, il Puro, Ciò da cui tutte le cose dipendono, verso cui tutte guardano, e vivono, e agiscono, e conoscono, la Sorgente della Vita, dell’Intellezione e dell’Essere.
E chi giungerà a questa visione, da quale passione d’amore non sarà preso, da quale fitta di desiderio, da quale brama di fondersi in uno con Questo, da quale meraviglioso diletto! Perché, se chi non ha mai veduto questo Essere deve aver fame di Lui come del suo proprio bene, chi lo ha conosciuto deve amarlo e venerarlo come la Bellezza stessa; sarà inondato di reverenza e di letizia, colpito da un salutare terrore; ama di vero amore, di acuto desiderio; ogni altro amore che non sia questo deve disprezzarlo, e disdegnare tutto ciò che un tempo gli pareva bello.
Tale è infatti l’animo perfino di coloro che, avendo veduto la manifestazione di Dèi o di Esseri superni, non possono più provare l’antico diletto nell’avvenenza delle forme materiali: che dovremo pensare, allora, di chi contempla la Bellezza assoluta nella sua integrità essenziale — non un cumulo di carne e di materia, non un abitante della terra o dei cieli, tanto perfetta è la sua purezza —, ben al di sopra di tutte queste cose, in quanto esse sono non essenziali, composite, non prime, ma discendenti da Questo?
Contemplando questo Essere — il Corego di tutta l’Esistenza, Colui che, intento a sé, sempre dona e mai prende —, riposando, rapito, nella visione e nel possesso di una bellezza tanto eccelsa, crescendo a sua somiglianza, quale Bellezza può ancora mancare all’anima? Perché Questo, la Bellezza suprema, l’assoluta e la prima, foggia i suoi amanti alla Bellezza e li rende a loro volta degni d’amore.
E per Questo è posto alle Anime il combattimento più aspro ed estremo; tutta la nostra fatica è per Questo, perché non restiamo senza parte in questa nobilissima visione: conseguirla è essere beati nella beata vista, fallirla è fallire del tutto.
Perché non ha fallito chi è mancato della gioia che è nel colore o nelle forme visibili, né chi è mancato di potere o di onori o di regno, ma soltanto chi è mancato di questo solo, per il cui guadagno dovrebbe rinunciare a regni e al dominio sulla terra, sull’oceano e sul cielo, se solo, spregiando sotto i suoi piedi il mondo dei sensi e protendendosi a Questo, potesse vedere.
8. Ma che cosa dobbiamo fare? Come si presenta il cammino? Come giungere alla visione dell’inaccessibile Bellezza, che dimora come in recinti consacrati, lontano dalle vie comuni dove tutti, anche i profani, possono vedere?
Chi ne ha la forza, si levi e si ritiri in se stesso, abbandonando tutto ciò che è conosciuto dagli occhi, distogliendosi per sempre dalla bellezza materiale che un tempo era la sua gioia. Quando percepisce quelle forme di grazia che si mostrano nei corpi, non le insegua: deve riconoscerle per copie, vestigia, ombre, e affrettarsi via verso Ciò di cui esse parlano. Perché se uno insegue ciò che è simile a una bella forma che gioca sull’acqua — non c’è forse un mito che racconta in simbolo di un tale ingannato, come sprofondò nelle correnti e fu travolto nel nulla? — così pure chi è trattenuto dalla bellezza materiale e non vuole spezzare il legame sarà precipitato, non nel corpo ma nell’Anima, giù nelle oscure profondità aborrite dall’essere intellettivo, dove, cieco perfino nel Mondo inferiore, avrà commercio solo con ombre, là come qui.
«Fuggiamo dunque verso l’amata patria»: questo è il consiglio più saldo. Ma che cos’è questa fuga? Come guadagnare l’alto mare? Perché Odisseo è certo per noi una parabola, quando comanda la fuga dagli incantesimi di Circe o di Calipso — non pago d’indugiare per tutto il piacere offerto ai suoi occhi e per tutta la delizia dei sensi che colmava i suoi giorni.
La patria è per noi Là, donde siamo venuti, e Là è il Padre.
Qual è dunque il nostro cammino, e qual è il modo della nostra fuga? Non è un viaggio per i piedi; i piedi non ci portano che da terra a terra; né devi pensare a cocchio o a nave che ti porti via: tutto quest’ordine di cose devi metterlo da parte e rifiutarti di vederlo; devi chiudere gli occhi e invocare invece un’altra vista, che va ridestata dentro di te, una vista che è il diritto di nascita di tutti, e di cui pochi si valgono.
9. E questa vista interiore, qual è la sua operazione?
Appena ridestata, è troppo debole per sostenere lo splendore ultimo. Perciò l’Anima va educata: ad avvezzarsi a osservare, prima, tutte le nobili occupazioni; poi le opere di bellezza prodotte non dal lavoro delle arti, ma dalla virtù di uomini noti per la loro bontà; infine, devi scrutare le anime di coloro che hanno foggiato queste belle forme.
Ma come potrai vedere dentro un’anima virtuosa e conoscerne la bellezza?
Ritirati in te stesso e guarda. E se non ti trovi ancora bello, fa’ come il creatore di una statua che deve essere resa bella: taglia via qui, leviga là, rendi questa linea più lieve, quest’altra più pura, finché un volto leggiadro non sia cresciuto sull’opera sua. Così fa’ anche tu: taglia via tutto ciò che è eccessivo, raddrizza tutto ciò che è storto, porta luce a tutto ciò che è oscurato, adòperati a fare di tutto un unico bagliore di bellezza, e non cessare mai di scolpire la tua statua, finché non risplenda su di te, da essa, lo splendore divino della virtù, finché tu non veda la perfetta bontà saldamente stabilita nel santuario immacolato.
Quando saprai di essere diventato quest’opera perfetta, quando sarai raccolto in te stesso nella purezza del tuo essere, senza che più nulla resti a infrangere quell’unità interiore, senza che nulla dall’esterno aderisca all’uomo autentico, quando ti troverai interamente fedele alla tua natura essenziale, interamente quell’unica Luce vera che non si misura nello spazio, non è ristretta entro alcuna forma circoscritta né di nuovo diffusa come cosa senza termine, ma sempre incommensurabile come qualcosa di più grande di ogni misura e oltre ogni quantità — quando ti accorgerai di essere cresciuto fino a questo, allora sei divenuto tu stesso visione: raccogli ora tutta la tua fiducia, avanza ancora di un passo — non ti occorre più una guida —, sforza lo sguardo, e vedi.
Questo è il solo occhio che vede la possente Bellezza. Se l’occhio che si avventura alla visione è offuscato dal vizio, impuro, o debole, e incapace, nel suo vile sgomento, di vedere la luminosità estrema, allora non vede nulla, anche se un altro gli indica ciò che gli sta dinanzi in piena vista. A ogni visione si deve recare un occhio adatto a ciò che va veduto, e che gli abbia qualche somiglianza. Mai l’occhio vide il sole senza esser prima divenuto simile al sole; e mai l’anima può aver visione della prima Bellezza, se essa stessa non è bella.
Perciò, prima, ciascuno divenga simile a dio e bello, se ha cura di vedere Dio e la Bellezza. Così, salendo, l’Anima verrà dapprima all’Intelletto, e contemplerà tutte le belle Idee nel Sommo, e dichiarerà che questa è la Bellezza, che le Idee sono la Bellezza. Perché per la loro efficacia viene ogni altra Bellezza, dalla progenie e dall’essenza dell’Essere intellettivo. Ciò che è oltre l’Intelletto affermiamo essere la natura del Bene, che irraggia Bellezza dinanzi a sé. Sicché, trattando il Cosmo intellettivo come uno, il primo è il Bello; e se vi facciamo distinzione, il Regno delle Idee costituisce la Bellezza della sfera intellettiva, e il Bene, che giace al di là, è la Fonte insieme e il Principio della Bellezza: il Bene primo e la Bellezza prima hanno un’unica dimora, e così, sempre, la sede della Bellezza è Là.