Meister Eckhart
Frate domenicano, maestro di teologia a Parigi — donde il titolo «Meister» —, predicatore a Strasburgo e a Colonia, Eckhart (1260 circa – 1328) è il più ardito dei mistici speculativi dell'Occidente. Predicava in tedesco a monache e laici, portando nella lingua volgare la più alta metafisica scolastica e spingendola fino a formule vertiginose. Al cuore della sua predicazione stanno poche idee folgoranti: la «Deità» (Gottheit), il fondo nascosto e senza nome al di là dello stesso Dio personale; la nascita di Dio nell'anima, per cui il Padre genera eternamente il suo Verbo nel «fondo» dell'uomo; il distacco (Abgeschiedenheit), il vuoto che costringe Dio a entrare; e il nulla delle creature, poste accanto a Dio. Di qui le sue frasi più note: «l'occhio con cui vedo Dio è lo stesso con cui Dio vede me». Alcune sue proposizioni furono condannate dopo la morte dalla bolla «In agro dominico» (1329); ma Eckhart non rinnegò mai la propria fede, e la sua eredità — da Taulero e Susone a Cusano, fino al pensiero moderno — ne ha fatto uno dei maestri spirituali più letti d'Europa. Presentiamo i sette sermoni raccolti da Claud Field nella prima versione inglese (1909), qui ritradotti in italiano. La doppia mediazione — dal medio-alto-tedesco all'inglese di Field, e di qui all'italiano — ne fa una resa libera, da leggere come avviamento e non come edizione critica. Il sesto sermone, che Field intitola «Sanctification», è in realtà il celebre trattato sul distacco (Abgeschiedenheit): lo restituiamo con il suo nome.
Indice del testo
I — La forza attrattiva di Dio
«Nessuno può venire a me, se non lo attrae il Padre che mi ha mandato». — Giovanni 6, 44
Nostro Signore Gesù Cristo ha pronunciato nel Vangelo, con le sue stesse labbra benedette, queste parole: «Nessuno può venire a me, se il Padre mio non lo attrae». E altrove dice: «Io sono nel Padre e il Padre è in me». Perciò chi viene al Figlio viene al Padre. E ancora: «Io e il Padre siamo una cosa sola; dunque colui che il Padre attrae, lo attrae parimenti il Figlio». Anche sant’Agostino dice: «Le opere della santa Trinità sono inseparabili l’una dall’altra». Dunque il Padre attrae al Figlio, il Figlio attrae allo Spirito Santo, e lo Spirito Santo attrae al Padre e al Figlio; e ciascuna Persona della Trinità, quando attrae alle altre due, attrae a se stessa, perché i Tre sono Uno. Il Padre attrae con la potenza della sua forza, il Figlio con la sua sapienza insondabile, lo Spirito Santo con il suo amore. Così siamo attratti dalla sacra Trinità con le corde della Potenza, della Sapienza e dell’Amore: tratti da una cosa cattiva a una buona, da una buona a una migliore, e da una migliore alla migliore di tutte. Ora il Padre ci trae dal male del peccato alla bontà della sua grazia con la potenza della sua forza smisurata; e per convertire i peccatori gli occorrono tutte le risorse della sua forza, più che quando stava per fare il cielo e la terra, che pure creò con la sua sola potenza, senza l’aiuto di alcuna creatura. Ma quando sta per convertire un peccatore, ha sempre bisogno dell’aiuto del peccatore. «Egli non ti converte senza il tuo aiuto», dice sant’Agostino.
Il peccato mortale è perciò una frattura della natura, una morte dell’anima, un’inquietudine del cuore, un indebolimento delle forze, un accecamento dei sensi, una tristezza dello spirito, una morte della grazia, una morte della virtù, una morte delle opere buone, uno smarrimento dello spirito, una comunanza con il diavolo, un’espulsione dalla cristianità, una prigione d’inferno, un banchetto d’inferno, un’eternità d’inferno. Se dunque commetti un peccato mortale, sei reo di tutto questo e ne subisci le conseguenze. Quanto al primo punto: il peccato mortale è una frattura della natura, perché la natura di ogni uomo è immagine e somiglianza e specchio della Trinità, della Deità e dell’eternità; e tutto questo insieme viene guastato da un peccato mortale. È anche la morte dell’anima, perché morire è perdere la vita: ora, Dio è la vita dell’anima, e il peccato mortale separa da Dio. È un’inquietudine del cuore, perché ogni cosa riposa solo nel proprio luogo, e il luogo di riposo dell’anima è soltanto in Dio, come dice sant’Agostino: «Signore, ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha riposo finché non riposa in te». È un indebolimento delle forze, perché con le proprie forze nessuno può gettar via il peso del peccato né trattenersi dal peccare. È un accecamento dei sensi, perché impedisce all’uomo di riconoscere quanto sia breve il tempo che si può spendere nel piacere e quanto lunghe le pene dell’inferno e le gioie del cielo. È morte di ogni grazia, perché ogni volta che un tale peccato è commesso l’anima è spogliata di ogni grazia; e così è morte di ogni virtù e di ogni opera buona, e smarrimento dello spirito.
È anche una comunanza con il diavolo, perché ogni cosa ha comunanza con il proprio simile, e il peccato rende l’anima e Satana somiglianti. È un’espulsione dalla cristianità, perché priva il peccatore di ogni frutto che dalla cristianità proviene. È una prigione d’inferno: se l’anima rimanesse nella purezza in cui Dio l’ha creata, né angelo né demonio potrebbe rapirle la libertà; ma il peccato la rinchiude nell’inferno. Ed è un’eternità d’inferno, perché l’eternità è nella volontà, e se non fosse nella volontà non sarebbe nella coscienza.
Ora, la gente dice, quando pecca, di non voler peccare per sempre: pensa di volersi ritrarre dal peccato. Ma è come se un uomo si uccidesse credendo di potersi poi ridare la vita con le proprie forze. È impossibile; e tuttavia ritrarsi dal peccato con le proprie forze e venire a Dio è ancora molto più impossibile. Perciò chiunque debba ritrarsi dal peccato e venire a Dio nel suo regno celeste, deve essere attratto dal Padre celeste con la potenza della sua forza divina. Il Padre attrae anche il Figlio, che ci viene in aiuto con la sua grazia, stimolando il nostro libero arbitrio a ritrarsi dal peccato e a odiarlo — quel peccato che ci ha tratti lontano da Dio e dall’immutabile bontà della Deità. Allora, se l’anima è consenziente, egli versa in lei il dono della sua grazia, ed essa rinuncia a tutta la sua miseria e al suo peccato, e tutte le sue opere si fanno vive. Questa grazia sgorga dal centro della Deità e dal cuore del Padre, e fluisce perpetuamente, né mai cessa, se l’anima obbedisce al suo amore eterno. Perciò egli dice nei profeti: «Ti ho amato di amore eterno, per questo con benevolenza ti ho attratto». Dalla sovrabbondanza del suo amore universale egli desidera attrarre tutti a sé, al suo Figlio unigenito e allo Spirito Santo, nella gioia del regno celeste. Ora, dobbiamo sapere che, prima ancora che nostro Signore Gesù Cristo nascesse, il Padre celeste attrasse gli uomini con tutta la sua forza per cinquemiladuecento anni; eppure, per quanto ne sappiamo, non ne condusse neppure uno nel regno celeste. Sicché, quando il Figlio vide che il Padre aveva attratto gli uomini con tanta forza, affaticandosi, senza riuscirvi, disse al Padre: «Io li attrarrò con le corde di un uomo». Come se dicesse: «Vedo bene, Padre, che con tutta la tua forza non vi riesci; perciò li attrarrò io stesso con le corde di un uomo».
Perciò il Figlio discese dal cielo, si fece carne da una Vergine e prese su di sé tutte le nostre debolezze corporee — eccetto il peccato e la follia in cui Adamo ci aveva gettati —, e di tutte le sue parole e opere, delle sue membra e dei suoi nervi fece una corda, e ci attrasse con tanta maestria e tanto ardore che il sudore di sangue gli colò dal sacro corpo. E dopo aver attratto gli uomini senza posa per trentatré anni, scorse il primo muoversi e la redenzione di tutte le cose che ne sarebbe seguita. Perciò disse: «E io, quando sarò innalzato sulla croce, attrarrò tutti a me». Fu dunque disteso sulla croce, e depose ogni sua gloria e tutto ciò che potesse ostacolare l’attrarre a sé gli uomini.
Sulla croce, tra l’ora terza e l’ora nona, Cristo attrasse a sé più persone, con tre mezzi naturali, di quante ne avesse attratte prima nei trentatré anni della sua vita. Il primo mezzo con cui attrae è l’affinità, quell’affinità che riunisce le creature della stessa specie e accosta il simile al simile. Con questa corda dell’affinità egli attrasse gli uomini alla Deità, a cui sempre somiglia. E perché Dio attragga più a sé e dimentichi la sua ira, il Figlio dice: «Padre amato, poiché non hai voluto perdonare i peccati per tutti i sacrifici offerti in passato, ecco: io, il tuo Figlio unigenito, che somiglio alla tua Deità in ogni cosa, in cui hai nascosto tutte le ricchezze dell’amore divino, vengo alla croce per essere un sacrificio vivo davanti ai tuoi occhi; affinché, per la tua paterna compassione, ti pieghi e guardi me, tuo unico Figlio, e il mio sangue che scorre dalle ferite, e spenga la spada di fuoco con cui, nella mano dell’angelo, hai sbarrato la via del Paradiso, perché tutti coloro che per mezzo mio si sono pentiti e hanno pianto i loro peccati possano entrarvi».
Il secondo mezzo di attrazione che usò è il vuoto. Lo vediamo quando immergiamo nell’acqua l’estremità di un tubo cavo e aspiriamo: l’acqua sale lungo lo stelo fino alla bocca, perché il vuoto del tubo, da cui l’aria è stata tratta, attira a sé l’acqua. Così nostro Signore Gesù Cristo si fece vuoto, per attrarre sapientemente a sé tutte le cose. Lasciò perciò scorrere tutto il sangue che era nel suo corpo, e così attirò a sé tutta la compassione e la grazia che erano nel cuore del Padre, così pienamente e fruttuosamente da bastare al mondo intero. Perciò il Padre disse: «Mai dimenticherò la mia compassione»; e ancora: «Ora, Figlio mio, sii ardito e forte, per condurre tutto il popolo nella terra che ho promesso, la terra delle gioie celesti, la terra che stilla il miele della mia Deità e il latte della tua umanità».
Il terzo mezzo di attrazione è questo: come vediamo il sole sollevare le nebbie dalla terra al cielo, così il cuore di nostro Signore Gesù Cristo si fece rovente come una fornace di fuoco sulla croce, tanto fieramente ardeva la fiamma dell’amore che egli sentiva verso il mondo intero. Così, con il calore del suo amore, a cui nulla poteva sottrarsi, tanto era intenso, egli attrasse a sé il mondo intero. Mai nostro Signore Gesù Cristo mostrò amore tanto grande come quando soffrì il supplizio della croce, quando diede la sua vita per noi e lavò i nostri peccati con il suo prezioso sangue. Perciò con le corde dell’Amore ci attrasse tutti a sé sulla croce, affinché coloro che sentono l’attrazione della sua morte e del suo martirio vivano con lui in eterna felicità.
Ora, quando lo Spirito Santo vide che il Figlio unigenito del Padre aveva attratto così sapientemente da guadagnare a sé tutte le cose in cielo e in terra, anch’egli si sentì spinto dal proprio amore e dalla propria bontà ad attrarre. Disse perciò: «Anch’io attrarrò con le mie corde e con la mia rete». E fece una rete dei sette eccelsi attributi del Padre, delle sette grazie del Figlio, dei suoi sette doni e delle sette virtù cristiane. Così ci assicura che non periremo mai, perché siamo presi così saldamente dalla sua bontà che egli scaccia da noi tutte le opere cattive della carne e produce in noi i suoi frutti, sì che otteniamo il premio della vita eterna. Il Padre con il suo amore, il Figlio con la sua grazia e lo Spirito Santo con la sua comunione ci concedano di esserne degni. Amen.
II — La vicinanza del Regno
«Sappiate che il Regno di Dio è vicino». — Luca 21, 31
Nostro Signore dice che il Regno di Dio ci è vicino. Anzi, il Regno di Dio è dentro di noi, come dice san Paolo: «la nostra salvezza è più vicina di quando credemmo». Ora dobbiamo sapere in che modo il Regno di Dio ci sia vicino; prestiamo dunque diligente attenzione al senso delle parole. Se io fossi re e non lo sapessi, non sarei davvero re. Ma se fossi pienamente persuaso di essere re, e tutti gli uomini concordassero nella mia convinzione, e io sapessi che la condividono, allora sarei davvero re, e tutta la ricchezza del re sarebbe mia. Se invece una sola di queste tre condizioni mancasse, non sarei davvero re.
Allo stesso modo la nostra salvezza dipende dal conoscere e riconoscere il Bene sommo, che è Dio stesso. Ho nell’anima una capacità di accogliere Dio interamente. Sono certo, com’è certo che vivo, che nulla mi è tanto vicino quanto Dio: Dio mi è più vicino di quanto io lo sia a me stesso; la mia stessa esistenza dipende dalla vicinanza e dalla presenza di Dio. Egli è vicino anche alle cose di legno e di pietra, ma esse non lo sanno. Se un pezzo di legno divenisse consapevole della vicinanza di Dio come lo è un arcangelo, sarebbe felice come un arcangelo. Per questo l’uomo è più felice del legno inanimato: perché conosce e comprende quanto Dio gli sia vicino. La sua felicità cresce e diminuisce in proporzione del crescere e diminuire di questa conoscenza. La sua beatitudine non nasce dal fatto che Dio gli è vicino, e in lui, e ch’egli possiede Dio; ma dal fatto che conosce la vicinanza di Dio, e lo ama, ed è consapevole che «il Regno di Dio è vicino». Perciò, quando penso al Regno di Dio, sono costretto a tacere per la sua immensità, perché il Regno di Dio non è altro che Dio stesso con tutte le sue ricchezze. Il Regno di Dio non è cosa da poco: potremmo passare in rassegna con l’immaginazione tutti i mondi della creazione di Dio, e non sarebbero il Regno di Dio. Nell’anima in cui il Regno di Dio appare, e che conosce il Regno di Dio, quell’anima non ha bisogno di predicazione né di istruzione umana: è ammaestrata dall’interno e assicurata della vita eterna. Chi conosce e riconosce quanto il Regno di Dio gli sia vicino può dire con Giacobbe: «Dio è in questo luogo, e io non lo sapevo».
Dio è egualmente vicino in tutte le creature. Dice il saggio: «Dio ha steso la sua rete su tutte le creature, sì che chiunque desideri scoprirlo possa trovarlo e riconoscerlo in ciascuna di esse». E un altro: «Conosce rettamente Dio chi lo riconosce egualmente in tutte le cose». Servire Dio con timore è bene; servirlo per amore è meglio; ma temerlo e amarlo insieme è la cosa migliore di tutte. Avere in Dio una vita riposata e tranquilla è bene; sopportare con pazienza una vita di dolore è meglio; ma avere la pace in mezzo al dolore è la cosa migliore di tutte.
Un uomo può andare nei campi e dire la sua preghiera ed essere consapevole di Dio; oppure può essere in chiesa ed esserne consapevole. Ma se ne è più consapevole perché si trova in un luogo quieto, ciò è una sua deficienza, e non dipende da Dio, il quale è egualmente presente in tutte le cose e in tutti i luoghi, e desidera donarsi ovunque, per quanto sta in lui. Conosce rettamente Dio chi lo conosce dappertutto. Dice san Bernardo: «Come avviene che il mio occhio, e non il mio piede, veda il cielo? Perché il mio occhio è più simile al cielo di quanto lo sia il mio piede. Così, se la mia anima deve conoscere Dio, deve essere simile a Dio».
Ora, come può l’anima giungere a questo stato celeste, in cui riconosce Dio in sé e sa che le è vicino? Imitando i cieli, che non possono ricevere dall’esterno alcun impulso capace di turbarne la quiete. Così l’anima che vuol conoscere Dio deve essere radicata e fondata in lui tanto saldamente da non patire alcuna perturbazione di timore o di speranza, di gioia o di dolore, di amore o di odio, né nulla che ne turbi la pace.
I cieli sono dovunque egualmente remoti dalla terra: così l’anima sia egualmente remota da tutte le cose terrene, senza essere più vicina a una che a un’altra. Mantenga lo stesso distacco nell’amore e nell’odio, nel possesso e nella rinuncia: sia cioè, a un tempo, morta, rassegnata e innalzata. I cieli sono puri e limpidi, senza ombra di macchia, fuori dello spazio e fuori del tempo; nulla di corporeo vi si trova. Le loro rivoluzioni sono incredibilmente rapide e indipendenti dal tempo, benché il tempo dipenda da esse. Nulla ostacola tanto l’anima nel pervenire alla conoscenza di Dio quanto il tempo e il luogo. Perciò, se l’anima deve conoscere Dio, deve conoscerlo fuori del tempo e del luogo, poiché Dio non è in questo o in quello, ma è Uno e sopra di essi. Se l’anima deve vedere Dio, non deve guardare nulla nel tempo; perché finché è occupata dal tempo, dal luogo o da una qualunque immagine, non può riconoscere Dio. Se deve conoscerlo, non deve aver comunanza con il nulla. Conosce Dio solo chi riconosce che tutte le creature sono un nulla. Perché, se si pone una creatura accanto a un’altra, può apparire bella e qualcosa; ma se la si pone accanto a Dio, è nulla. Dico di più: se l’anima deve conoscere Dio, deve dimenticare se stessa e perdersi; perché, finché contempla se stessa, non può contemplare Dio. Quando ha perduto se stessa e ogni cosa in Dio, allora si ritrova in Dio, nel momento in cui ne raggiunge la conoscenza, e ritrova anche, intero in Dio, tutto ciò a cui aveva rinunciato. Se devo conoscere il Bene sommo e l’eterna Deità veramente, devo conoscerli come sono in se stessi, a prescindere dalla creazione. Se devo conoscere l’essere reale, devo conoscerlo come è in sé, non come è frammentato nelle creature.
Tutto l’Essere di Dio è contenuto in Dio solo. L’intera umanità non è contenuta in un solo uomo, perché un uomo non è tutti gli uomini; ma in Dio l’anima conosce tutta l’umanità, e tutte le cose nel loro più alto grado d’essere, perché le conosce nella loro essenza. Si immagini qualcuno in una casa splendidamente adorna: ne saprà molto più di chi non vi è mai entrato, e pure vorrebbe parlarne a lungo. Così sono certo, come lo sono della mia stessa esistenza e di quella di Dio, che, se l’anima deve conoscere Dio, deve conoscerlo fuori del tempo e del luogo. E un’anima tale conoscerà chiaramente quanto sia vicino il Regno di Dio.
I maestri si sono spesso chiesti come sia possibile all’anima conoscere Dio. Non è per severità che Dio esige molto dall’uomo perché ne ottenga la conoscenza: è per bontà che vuole che l’anima, con lo sforzo, si renda capace di ricevere molto, perché egli molto possa dare. Nessuno pensi che attingere questa conoscenza sia troppo difficile, per quanto possa sembrarlo: difficile è invero il principio, e la rinuncia a tutte le cose. Ma quando vi si perviene, non c’è vita più facile, né più dolce, né più amabile, perché Dio sempre si adopera per abitare con l’uomo e ammaestrarlo, così da condurlo a sé. Nessuno desidera cosa alcuna con tanto ardore quanto Dio desidera condurre gli uomini alla conoscenza di sé. Dio è sempre pronto, e noi assai impreparati. Dio ci è vicino, e noi siamo lontani da lui. Dio è dentro, e noi siamo fuori. Dio è amico, e noi estranei. Dice il profeta: «Dio conduce il giusto per un sentiero stretto in un luogo ampio e spazioso», cioè nella vera libertà di coloro che sono divenuti un solo spirito con Dio. Dio ci aiuti tutti a seguirlo, perché ci conduca a sé. Amen.
III — Il saluto dell’angelo
«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». — Luca 1, 28
Qui sono tre le cose da intendere: la prima, la modestia dell’angelo; la seconda, ch’egli si stimò indegno di rivolgersi alla Madre di Dio; la terza, che non parlò soltanto a lei, ma alla gran moltitudine delle anime che anelano a Dio.
Affermo che, se la Vergine non avesse prima generato Dio spiritualmente, egli non sarebbe mai nato da lei corporalmente. Una donna disse a Cristo: «Beato il grembo che ti ha portato». Al che Cristo rispose: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono». È più degno di Dio nascere spiritualmente da ogni anima pura e vergine che nascere da Maria. Da ciò dobbiamo intendere che l’umanità è, per così dire, il Figlio di Dio generato dall’eternità. Il Padre produsse tutte le creature, e me tra esse, e io uscii da lui con tutte le creature, e tuttavia rimango nel Padre. Come la parola che ora pronuncio è concepita e detta da me, e voi tutti la ricevete, e nondimeno essa rimane in me: così io e tutte le creature rimaniamo nel Padre.
Aggiungo qui una parabola. C’erano un uomo e una donna; la donna per disgrazia perse un occhio, e ne fu grandemente afflitta. Il marito allora le disse: «Donna, perché ti affliggi?». Ella rispose: «Non è la perdita dell’occhio che mi affligge, ma il pensiero che tu possa amarmi meno per questa perdita». Egli disse: «Ti amo egualmente». Non molto dopo si cavò uno dei propri occhi, e venne dalla moglie e disse: «Donna, perché tu creda che ti amo, mi sono reso simile a te: anch’io ora ho un occhio solo». Così gli uomini stentavano a credere che Dio li amasse, finché Dio non si cavò uno dei suoi occhi, cioè non prese su di sé la natura umana e si fece uomo. Come il fuoco infonde la sua essenza e la sua chiarezza nel legno secco, così ha fatto Dio con l’uomo: ha creato l’anima umana e vi ha infuso la sua gloria, e tuttavia nella sua propria essenza è rimasto immutabile. Se mi chiedi se, dato che la mia nascita spirituale è fuori del tempo, io sia un figlio eterno, rispondo «Sì» e «No». Nell’eterna prescienza di Dio io dormivo come una parola non detta; egli mi ha generato suo figlio a immagine della sua eterna paternità, perché anch’io sia padre e generi lui. È come se uno stesse davanti a un alto monte e gridasse: «Sei tu là?». L’eco torna: «Sei tu là?». Se uno grida: «Vieni fuori», l’eco risponde: «Vieni fuori».
E ancora: se io sono in un luogo più alto e dico a qualcuno «Sali quassù», ciò può essergli difficile; ma se dico «Siediti», è facile. Così fa Dio con noi. Quando l’uomo si umilia, Dio non può trattenere la sua misericordia: deve discendere e versare la sua grazia nell’uomo umile, e si dona soprattutto, e tutto in una volta, al più piccolo di tutti. È proprio di Dio donare, perché la sua essenza è la sua bontà, e la sua bontà è il suo amore. L’amore è la radice di ogni gioia e di ogni dolore. Il timore servile di Dio va deposto; il timore giusto è il timore di perdere Dio. Se la terra fuggisse all’ingiù lontano dal cielo, troverebbe il cielo sotto di sé; se fuggisse all’insù, tornerebbe di nuovo al cielo. La terra non può fuggire dal cielo: che fugga in su o in giù, il cielo riversa su di essa il suo influsso, vi imprime il suo sigillo e la rende feconda, voglia o non voglia. Così fa Dio con gli uomini: chi pensa di sfuggirgli, vola nel suo seno, perché ogni angolo gli è aperto. Dio genera in te il suo Figlio, ti piaccia o no, che tu dorma o vegli; Dio opera la propria volontà. Che l’uomo non se ne avveda, è colpa dell’uomo, perché il suo gusto è tanto guasto dal nutrirsi di cose terrene che non sa più assaporare l’amore di Dio. Se avessimo amore per Dio, gusteremmo Dio e tutte le sue opere; riceveremmo ogni cosa da Dio, e opereremmo le stesse opere ch’egli opera.
Dio creò l’anima a immagine della sua più alta perfezione. Egli uscì dal tesoro dell’eterna Paternità in cui aveva riposato dall’eternità. Allora il Figlio aprì la tenda della sua gloria eterna e venne fuori dal suo luogo eccelso per condurre la sua Sposa — che il Padre gli aveva fidanzata dall’eternità — di nuovo a quel cielo da cui ella era venuta. Perciò venne fuori esultando come uno sposo, e patì le pene dell’amore. Poi tornò alla sua camera segreta, nel silenzio e nella quiete dell’eterna Paternità. Come era venuto fuori dall’Altissimo, così tornò all’Altissimo con la sua Sposa, e le rivelò i tesori nascosti della sua Deità.
Il primo principio è in vista dell’ultimo fine. Dio stesso non riposa perché è il principio, ma perché è il fine e la meta di tutta la creazione. Questo fine è celato nella tenebra dell’eterna Deità, ed è ignoto, e mai fu conosciuto, e mai sarà conosciuto. Dio stesso rimane sconosciuto: la luce dell’eterno Padre risplende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa. La verità di cui abbiamo parlato ci conduca alla verità. Amen.
IV — Il vero ascolto
«Chi mi ascolta non sarà confuso». — Siracide 24, 30
L’eterna e paterna sapienza dice: «Chi mi ascolta non si vergognerà». Se di qualcosa si vergogna, si vergogna di vergognarsi. Chi opera in me non pecca; chi mi confessa e mi teme avrà la vita eterna. Chi vuole ascoltare la sapienza del Padre deve dimorare in profondità, restare in casa propria ed essere in unità con se stesso. Tre cose ci impediscono di ascoltare il Verbo eterno: la prima è la carnalità, la seconda la distrazione, la terza l’illusione del tempo. Se un uomo potesse liberarsi di queste, dimorerebbe nell’eternità, e nello spirito, e nella solitudine, e nel deserto, e là ascolterebbe il Verbo eterno. Dice nostro Signore: «Nessuno può ascoltare la mia parola né il mio insegnamento senza rinunciare a se stesso». Tutto ciò che il Padre eterno insegna e rivela è il suo essere, la sua natura e la sua Deità, che ci manifesta nel suo Figlio, insegnandoci che anche noi siamo suo Figlio.
Tutto ciò che Dio opera e insegna, lo opera nel suo Figlio. Tutta la sua opera è ordinata a questo fine: che anche noi siamo suo Figlio. Quando Dio vede che siamo davvero suo figlio, anela a noi, e dal profondo del suo Essere divino erompono onde di desiderio, per rivelarci l’abisso della sua Deità e la pienezza della sua essenza; si affretta a identificarsi con noi. In ciò egli ha gioia e letizia in piena misura. Dio non ama gli uomini meno di quanto ami se stesso. Se ami davvero te stesso, ami tutti gli uomini come te stesso; finché ami qualcuno meno di te stesso, non ami davvero te stesso. È nel giusto colui che ama tutti gli uomini come se stesso.
Alcuni dicono: «Amo i miei amici, che mi fanno del bene, più delle altre persone». Un tale amore è imperfetto e incompiuto; è come avere le vele riempite di vento solo a metà. Quando amo qualcuno quanto me stesso, vorrei che gioia o dolore, morte o vita fossero miei come sono suoi. Questo sarebbe il dettato della retta ragione.
San Paolo provò un tale amore quando disse: «Vorrei essere separato da Dio per amore dei miei fratelli». Ora, essere separati da Dio equivale a patire le pene dell’inferno. Alcuni si chiedono se san Paolo fosse in cammino verso la perfezione o fosse perfetto. Rispondo: era perfetto, altrimenti avrebbe parlato diversamente.
Voglio chiarire ancora questo detto di san Paolo, ch’egli era disposto a essere separato da Dio. Il più alto atto di rinuncia per l’uomo è abbandonare Dio per amore di Dio: ed è ciò che san Paolo era disposto a fare, rinunciare a tutti i beni che avrebbe potuto ricevere da Dio. Quando per amore di Dio egli rinunciò a Dio, Dio nondimeno rimase con lui, poiché l’essenza di Dio è Dio stesso, non una qualche impressione o ricezione di sé. Chi così fa è un uomo vero, a cui non può accadere alcun dolore, più di quanto ne accada all’Essere divino. C’è un che nell’anima che è, per così dire, consanguineo di Dio. È uno, non ha nulla in comune con nulla, né è simile al nulla. Tutto ciò che è creato è nulla: tutto lontano dall’anima ed estraneo a essa. Potessi trovarmi un solo istante in quella sfera di puro essere, mi stimerei da meno di un verme.
Sorge una questione sugli angeli che dimorano con noi, ci servono e ci proteggono: se le loro gioie siano pari a quelle degli angeli in cielo, o siano diminuite dal fatto che ci proteggono e ci servono. No, certamente non lo sono; perché l’opera degli angeli è la volontà di Dio, e la volontà di Dio è l’opera degli angeli: il loro servirci non ostacola né la loro gioia né il loro operare. Se Dio dicesse a un angelo di andare a un albero a coglierne i bruchi, l’angelo sarebbe pronto a farlo, e sarebbe la sua felicità, purché fosse la volontà di Dio.
L’uomo che dimora nella volontà di Dio nulla vuole se non ciò che Dio è e ciò che egli vuole. Se fosse malato, non desidererebbe guarire. Se davvero dimora nella volontà di Dio, ogni pena gli è gioia, ogni complicazione semplice: anzi, perfino le pene dell’inferno gli sarebbero gioia. È libero, ed è uscito da se stesso; e da tutto ciò che riceve deve restare libero. Se il mio occhio deve discernere il colore, deve esso stesso essere libero da ogni colore. L’occhio con cui vedo Dio è lo stesso con cui Dio vede me. Il mio occhio e l’occhio di Dio sono un solo occhio, e una sola visione, e una sola conoscenza, e un solo amore.
L’uomo che dimora nell’amore di Dio deve essere morto a se stesso e a tutte le cose create, e stimarsi una semplice unità fra mille milioni. Un tale uomo deve rinunciare a se stesso e al mondo intero. Si supponga che un uomo possedesse il mondo intero e lo rendesse a Dio intatto, proprio come l’ha ricevuto: Dio gli ridarebbe il mondo intero, e in più la vita eterna. E si supponga un altro uomo che non avesse nulla se non una buona volontà, e pensasse nel suo cuore: «Signore, fosse mio tutto questo mondo, e due mondi ancora di più, li renderei, e renderei anche me stesso, a te, come da te li ho ricevuti»: a quell’uomo Dio renderebbe altrettanto di quanto egli ha dato. E si supponga un uomo che avesse rinunciato a se stesso per vent’anni: se per un solo istante riprendesse se stesso, la sua rinuncia sarebbe come nulla. L’uomo che ha davvero rinunciato a se stesso, e non getta neppure uno sguardo su ciò a cui ha rinunciato, e così resta immobile e immutabile, quell’uomo soltanto ha davvero rinunciato a sé. Dio e l’eterna Sapienza ci concedano di rimanere altrettanto immobili e immutabili con lui. Amen.
V — Dio che si comunica
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». — Giovanni 14, 23
Leggiamo nei Vangeli che nostro Signore sfamò molta gente con cinque pani e due pesci. Parlando per parabola, possiamo dire che il primo pane è questo: che conosciamo noi stessi — ciò che siamo stati da sempre per Dio, e ciò che ora siamo per lui. Il secondo: che abbiamo pietà del nostro fratello cristiano che è accecato, e la sua perdita ci affligga quanto la nostra. Il terzo: che conosciamo la vita di nostro Signore Gesù Cristo, e la seguiamo per quanto è in nostra capacità. Il quarto: che conosciamo i giudizi di Dio. Tutto ciò che si può dire delle pene dell’inferno è vero. Dice san Dionigi: «Essere separati da Dio è l’inferno, e la vista del volto di Dio è il cielo». Il quinto è: che conosciamo la Deità, la quale è fluita nel Padre e l’ha colmato di gioia, ed è fluita nel Figlio e l’ha colmato di sapienza, e i Due sono essenzialmente uno. Perciò disse Cristo: «Dove sono io, là è il Padre mio, e dove è il Padre mio, là sono io». Ed essi sono fluiti nello Spirito Santo e l’hanno colmato di buona volontà. Perciò disse Cristo: «Io e il Padre mio abbiamo un solo Spirito»; e lo Spirito Santo è fluito nell’anima.
L’anima ha per natura due capacità. La prima è l’intelletto, che può comprendere la santa Trinità con tutte le sue opere ed esserne contenuto, come l’acqua è contenuta da un vaso. Quando il vaso è pieno, ha racchiuso tutto ciò che contiene, ed è unito a ciò che ha racchiuso e di cui è pieno. Così l’intelletto si fa uno con ciò che ha inteso e compreso: è unito a esso per grazia, come il Figlio è uno con il Padre.
La seconda capacità è la Volontà. È più nobile, e il suo carattere essenziale è gettarsi nell’Ignoto che è Dio. Là la Volontà afferra Dio in modo misterioso, e il Dio ignoto imprime in essa il suo sigillo. La Volontà trae con sé il pensiero e tutte le forze dell’anima nel suo seguito, sì che l’anima si fa una con Dio per grazia, come lo Spirito Santo è uno con il Padre e con il Figlio per natura. In Dio l’anima è più degna di essere amata che in se stessa; perciò dice sant’Agostino che l’anima è più grande per la sua forza di amare che per la sua forza di vivere. Se l’uomo potesse soltanto dimorare in questa unione, e compiere tutte le opere mai compiute dalle creature, non sarebbe altro che Dio, se le sue facoltà superiori tenessero così sotto controllo le inferiori da poter operare soltanto opere divine. Ma questo non è dato; e perciò la facoltà più alta dell’uomo contempla Dio come meglio può, e così influenza le facoltà inferiori, che esse sappiano discernere fra il bene e il male.
Adamo possedeva quell’unione con Dio di cui abbiamo parlato; e finché la ebbe, la sua capacità conteneva le capacità di tutte le creature. La calamita attrae l’ago, e l’ago riceve la forza magnetica, sì che può a sua volta attrarre altri aghi e trarli alla calamita; ma se si toglie il primo ago, tutti gli altri vengono via con esso. Così fu con Adamo: quando, nella sua più alta capacità, fu separato da Dio, tutte le sue capacità decaddero. Di lì vennero anche la discordia e il cozzare di volontà avverse nella creazione inferiore, e il deperimento delle loro forze fino all’infimo grado. È necessario perciò che tutte le creature uscite da Dio cooperino con tutte le loro forze a formare un Uomo che possa di nuovo attingere quell’unione con Dio di cui Adamo godeva prima della caduta, e che possa restituire alle creature le forze perdute. Questo si compie in Cristo, come egli stesso disse: «Io, quando sarò innalzato, attrarrò tutti a me». Vuol dire: se sarà esaltato nella nostra conoscenza, ci attrarrà a sé. In lui la natura umana si fece divina, e rese grazie a Dio e lo amò di amore smisurato. E si addice a Dio amare la natura umana di amore tanto grande. Vi consiglio, sorelle e fratelli, di crescere nella conoscenza, e di rendere grazie a Dio, mentre siete nel tempo, perché vi trasse dal non essere all’essere e vi unì alla Natura divina. Ma se la Natura divina è oltre la vostra comprensione, credete semplicemente in Cristo; seguite il suo santo esempio e rimanete saldi. Convertite Giudei, pagani, eretici, cattivi cristiani e tutti coloro che non godono della vostra conoscenza di Dio e ancora vanno errando.
Ora rallegratevi, voi tutte forze della mia anima, perché siete così unite a Dio che nessuno può separarvi da lui. Non posso lodarlo né amarlo appieno: perciò devo morire e gettarmi nel vuoto divino, finché non risorga dal non essere all’essere. Se anche dovessi restare sepolto nella carne fino al giorno del giudizio e patire le pene dell’inferno, sarebbe per me cosa da poco da sopportare per il mio amato Signore Gesù Cristo, purché avessi alfine la certezza di non essere separato da lui. Mentre sono qui, egli è in me; dopo questa vita, io sono in lui. Tutto perciò mi è possibile, se sono unito a colui che tutto può. Prima non sapevo distinguere se fossimo divini per natura o per grazia; poi venne Gesù e mi illuminò, sì che riconobbi nella Natura divina Tre Persone, e che il Padre è il Generatore di tutte le cose, come dice san Giacomo: «ogni dono perfetto discende dal Padre delle luci».
Il Padre e il Figlio hanno una sola Volontà, e quella Volontà è lo Spirito Santo, che si dona all’anima, sì che la Natura divina permea le forze dell’anima ed essa può operare soltanto opere divine. Come una sorgente che perpetuamente fluisce e irriga le radici dei fiori, sì che i fiori sbocciano e ricevono i loro colori dall’acqua della sorgente, così la Deità si comunica alle capacità dell’anima, perché essa cresca nella somiglianza di Dio. Quanto più l’anima riceve della Natura divina, tanto più le diviene simile, e tanto più stretta si fa la sua unione con Dio. Può giungere a un’unione così intima che Dio alfine la trae interamente a sé, sì che nella coscienza dell’anima non resta più distinzione fra sé e Dio — benché Dio la consideri pur sempre creatura. Perciò non lasciatevi sviare dalla luce della natura: quanto più alto è il grado di conoscenza che l’anima attinge nella luce della grazia, tanto più oscura le appare la luce della natura. Se l’anima vuol conoscere la vera verità, deve esaminare se stessa: se si è ritratta da tutte le cose, se ha perduto se stessa, se ama Dio puramente con l’amore di lui e con nulla di proprio, sì da non poterne essere separata da alcuna cosa, e se Dio solo dimora in essa. Se ha perduto se stessa, è come quando la Vergine Maria perse Cristo: lo cercò per tre giorni, e pure era certa che l’avrebbe trovato. Per tutto quel tempo Cristo era nella più alta classe della scuola del Padre suo, inconsapevole che la madre lo cercasse. Così avviene all’anima nobile che va a scuola da Dio, e là impara che cosa è Dio nella sua essenza, e che cosa è nella Trinità, e che cosa è nell’uomo, e che cosa gli è più accetto. Dice sant’Agostino che la giustizia di Dio nella Deità, nella Trinità e in tutte le creature è la sorgente della gioia somma che è in cielo. Dio nella natura umana è una lampada di luce vivente, e «la luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa». Le tenebre devono per sempre fuggire la luce, come la notte fugge il giorno. Così l’anima impara a conoscere la volontà di Dio. Dice san Paolo: «Questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione». E questa è la nostra santificazione: conoscere ciò che fummo prima del tempo, ciò che siamo nel tempo, e ciò che saremo dopo il tempo. Così l’anima si perde in questi tre, e nulla si cura del corpo, finché non ritorna a esso nel tempio, e gli obbedisce senza mormorare. Il Padre è una rivelazione della Deità, il Figlio è immagine e volto del Padre, e lo Spirito Santo è uno splendore di quel volto, e un amore reciproco fra loro; e queste proprietà essi le hanno sempre possedute in se stessi. Le Tre Persone si sono chinate per pietà sulla natura umana, e il Figlio si fece uomo, e fu l’uomo più disprezzato sulla terra, e patì dolore per mano delle creature che egli stesso aveva creato con il Padre, per la cui volontà si fece uomo. Tale fu Cristo fino alla morte; e quando risorse dai morti, allora si vide il più disprezzato di tutti gli uomini unito alla Deità nella Persona di Cristo.
VI — Il distacco
«Una cosa sola è necessaria». — Luca 10, 42
Ho letto molti scritti, di filosofi pagani e di profeti ispirati, antichi e moderni, e ho cercato con ardore di scoprire quale sia la qualità migliore e più alta per cui l’uomo possa accostarsi quanto più possibile all’unione con Dio, e somigliare il più possibile all’ideale di sé che era in Dio prima ch’egli creasse l’uomo. E dopo aver scrutato a fondo questi scritti, per quanto la mia ragione può penetrare, non trovo qualità più alta del distacco, ossia della separazione da tutte le creature. Perciò nostro Signore disse a Marta: «Una cosa sola è necessaria», come a dire: «Chi vuole essere imperturbato e contento deve avere una cosa sola, ed è il distacco».
Vari maestri hanno molto lodato l’amore, come fa san Paolo quando dice: «A qualunque altezza io giunga, se non ho amore, non sono nulla». Ma io pongo il distacco perfino al di sopra dell’amore. In primo luogo, perché la cosa migliore dell’amore è che mi costringe ad amare Dio; ora, è cosa più grande che io costringa Dio a venire a me, che non ch’io costringa me stesso ad andare a Dio. E il distacco costringe Dio a venire a me; lo provo così:
Ogni cosa si posa nel proprio luogo appropriato; ora, il luogo proprio di Dio è quello dell’unità e della santità; e queste vengono dal distacco; perciò Dio deve necessariamente donarsi a un cuore distaccato.
In secondo luogo pongo il distacco al di sopra dell’amore perché l’amore mi costringe a patire ogni cosa per amore di Dio, mentre il distacco mi costringe a non ricevere nulla all’infuori di Dio. Ora, è stato più alto non ricevere nulla all’infuori di Dio che patire ogni cosa per Dio; perché nel patire si deve pur avere qualche riguardo alla persona che infligge la sofferenza, mentre il distacco è indipendente da tutte le creature.
Molti maestri lodano anche l’umiltà come virtù. Ma io pongo il distacco al di sopra dell’umiltà, per questa ragione: l’umiltà può esistere senza il distacco, ma il distacco perfetto non può esistere senza l’umiltà perfetta. L’umiltà perfetta tende all’annientamento di sé; e il distacco è così prossimo all’annientamento di sé che nulla può frapporsi fra loro. Perciò il distacco perfetto non può esistere senza umiltà; e avere entrambe queste virtù è meglio che averne una sola.
La seconda ragione per cui pongo il distacco al di sopra dell’umiltà è che l’umiltà si abbassa al di sotto di tutte le creature, e così facendo esce da se stessa; il distacco invece rimane raccolto in sé. E rimanere raccolti in sé è più nobile che uscire da sé per qualunque scopo; perciò dice il Salmista: «Tutta la gloria della figlia del re è di dentro», cioè tutta la sua gloria viene dalla sua interiorità. Il distacco perfetto non ha inclinazione né uscita verso alcuna creatura; non vuole essere né sopra né sotto, né simile né dissimile ad alcuna creatura, ma solo essere uno. Chi vuole essere questo o quello vuole essere qualcosa; ma il distacco vuole essere nulla.
Ma qualcuno potrebbe dire: «Tutte le virtù devono essere esistite in pienezza nella nostra Signora, dunque in lei dovette esserci il distacco perfetto. Se il distacco è più alto dell’umiltà, perché la nostra Signora parlò della sua umiltà e non del suo distacco, quando disse: “Ha guardato l’umiltà della sua serva”?». A ciò rispondo che Dio possiede sia il distacco sia l’umiltà, per quanto possiamo attribuire virtù a Dio. Or devi sapere che fu la sua umiltà a indurre Dio a chinarsi sulla natura umana; e la nostra Signora sapeva ch’egli desiderava la stessa qualità in lei, e in ciò ebbe riguardo soltanto alla propria umiltà. Perciò fece menzione della sua umiltà e non del suo distacco, nel quale rimase immota e inalterata. Se avesse detto «Ha guardato il distacco della sua serva», il suo distacco ne sarebbe stato turbato, perché sarebbe stato, per così dire, un uscire da se stessa. Perciò disse il Salmista: «Ascolterò ciò che il Signore Dio dirà in me», come a dire: «Se Dio vuol parlarmi, venga lui dentro, perché io non voglio uscire». E Boezio dice: «Uomini, perché cercate fuori di voi ciò che è dentro di voi — la salvezza?».
Pongo il distacco anche al di sopra della pietà; perché la pietà non è altro che un uscire da se stessi per compatire i dolori del proprio simile. Da un tale uscire il distacco è libero, e rimane in sé, e non si lascia turbare. Per dirla in breve: quando considero tutte le virtù, non ne trovo alcuna così interamente senza difetto, e così conducente all’unione con Dio, quanto il distacco.
Il filosofo Avicenna dice: «Lo spirito veramente distaccato attinge un grado così alto che tutto ciò che vede è reale, tutto ciò che desidera gli è concesso, e in tutto ciò che comanda è obbedito». Quando lo spirito libero è stabilito nel vero distacco, attrae Dio a sé; e se fosse posto fuori della portata di ogni contingenza, assumerebbe le proprietà di Dio. Ma queste Dio non può cederle ad alcuno; tutto ciò che può fare per lo spirito distaccato è comunicargli se stesso. L’uomo interamente distaccato è così attratto verso l’Eterno che nessuna cosa transitoria può muoverlo, nessuna cosa corporea toccarlo, nessuna cosa terrena attrarlo. Questo era il senso delle parole di san Paolo: «Vivo, ma non più io: Cristo vive in me».
Ora sorge la domanda: che cos’è il distacco, dato che ha rango così alto? Devi sapere che il vero distacco consiste in questo: che lo spirito rimanga immobile e inalterato a ogni urto di amore o di odio, di gioia o di dolore, di onore o di vergogna, come un’enorme montagna è immota a una lieve brezza. Questo distacco immobile rende l’uomo simile a Dio quanto più è possibile a una creatura. L’essenza stessa di Dio consiste nella sua immobile santità: di lì sgorgano la sua gloria, la sua unità e la sua impassibilità. Se un uomo deve divenire simile a Dio quanto una creatura può, ciò avverrà per il distacco. È questo che innalza l’uomo alla gloria, e dalla gloria all’unità, e dall’unità all’impassibilità, e produce una somiglianza fra Dio e l’uomo. L’agente principale di tutto questo è la grazia, perché la grazia trae l’uomo dal transitorio e lo purifica dal terreno. E devi sapere che essere vuoti di ogni amore di creatura è essere pieni di Dio, ed essere pieni di amore di creatura è essere vuoti di Dio.
Dio è rimasto dall’eternità nell’immobile santità, e tuttora vi rimane. Quando creò il cielo e la terra e tutte le creature, la sua santità ne fu toccata tanto poco come se non avesse creato nulla. Dico di più: la santità di Dio è toccata dalle opere buone e dalle preghiere degli uomini tanto poco come se essi non ne avessero compiuta alcuna, e per tali mezzi egli non è più favorevolmente disposto verso gli uomini di quanto lo sarebbe se cessassero di pregare e di operare. Dico ancora di più: quando il Figlio divino si fece uomo e patì, ciò toccò la santità di Dio tanto poco come se egli non si fosse mai fatto uomo.
Qui qualcuno potrebbe obiettare: «Sono dunque gettate via tutte le opere buone e le preghiere, dato che Dio ne è immoto, e nello stesso tempo ci è detto di pregarlo per ogni cosa?». Rispondo che Dio dall’eternità vide tutto ciò che sarebbe accaduto, e anche quando e come avrebbe creato tutte le creature: previde anche tutte le preghiere che sarebbero state offerte, e quali di esse avrebbe esaudito. Vide le fervide preghiere che offrirai domani; ma non le ascolterà domani, perché le ha udite nell’eternità, prima ancora che tu fossi un uomo. Se invece la tua preghiera è tiepida e non fervida, Dio non te la negherà ora, perché te l’ha negata nell’eternità. Così Dio rimane sempre nella sua immobile santità; ma la preghiera sincera e le opere buone non vanno perdute, perché chi opera bene sarà ben ricompensato.
Quando Dio sembra adirato o sembra farci un beneficio, siamo noi a essere mutati, mentre egli rimane immutabile: come uno stesso raggio di sole è nocivo agli occhi deboli e benefico ai forti, pur rimanendo in sé il medesimo. A questo proposito Isidoro, nel suo libro sul sommo bene, dice: «La gente chiede che cosa facesse Dio prima di creare il cielo e la terra, o donde venne in Dio il nuovo desiderio di creare». E risponde: «Nessun nuovo desiderio sorse in Dio, poiché la creazione era eternamente presente in lui, nel suo intelletto». Mosè disse a Dio: «Quando il faraone mi chiederà chi sei, che cosa risponderò?». Dio disse: «Di’: “Io Sono” mi ha mandato a voi», cioè: «Colui che è immutabile mi ha mandato».
Forse qualcuno chiederà: «Era dunque immutabile anche Cristo, quando disse: “L’anima mia è triste fino alla morte”, o Maria quando stava sotto la croce e si lamentava?». Qui devi sapere che in ogni uomo vi sono due uomini, l’esteriore e l’interiore. Ogni uomo che ama Dio usa i sensi esteriori solo per quanto è strettamente necessario, e bada che non lo trascinino al livello delle bestie, come fanno con alcuni che meriterebbero d’esser detti bestie più che uomini. L’anima dell’uomo spirituale, che Dio muove ad amarlo con tutte le sue forze, concentra tutte le sue energie nell’uomo interiore. Perciò egli dice: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore». Vi sono invece alcuni che sprecano le forze dell’anima per l’uso dell’uomo esteriore: sono coloro che volgono ogni loro pensiero e desiderio alle cose transitorie, e nulla sanno della vita interiore. Ma l’uomo buono talvolta priva di ogni forza il suo uomo esteriore, per volgerla a un oggetto più alto, mentre i sensuali privano di ogni forza l’uomo interiore, per usarla a vantaggio dell’esteriore.
L’uomo esteriore può attraversare svariate esperienze, mentre l’uomo interiore resta del tutto libero e immobile. Ora, sia in Cristo sia nella nostra Signora vi erano un uomo interiore e un uomo esteriore; quando parlavano di cose esteriori, lo facevano con l’uomo esteriore, mentre l’uomo interiore rimaneva immobile.
Si potrebbe chiedere: «Qual è l’oggetto di questa immobile santità?». Rispondo: «Nessuno» — cioè, nella misura in cui Dio ha la sua via con un uomo, perché non con tutti gli uomini egli ha la sua via.
Per quanto Dio sia onnipotente, può operare in un cuore solo quando vi trova la disponibilità, o la crea. Egli opera negli uomini diversamente che nelle pietre. Possiamo prenderne questa immagine: se cuociamo in un solo forno tre pani — uno d’orzo, uno di segale e uno di frumento —, troveremo che lo stesso calore del forno li tocca diversamente: quando l’uno è ben cotto, l’altro è ancora crudo, e un terzo più crudo ancora. Ciò non dipende dal calore, ma dalla varietà delle materie. Allo stesso modo Dio opera in tutti i cuori non egualmente, ma in proporzione di quanto li trova preparati e ricettivi. Se il cuore deve essere pronto per la cosa più alta, deve essere vuoto di ogni altra cosa. Se voglio scrivere su una tavoletta bianca, qualunque altra cosa vi sia già scritta, per quanto nobile, mi è d’impaccio. Se devo scrivere, devo nettare la tavoletta di tutto, ed essa è massimamente adatta al mio scopo quando è vuota. Allo stesso modo, se Dio deve scrivere nel mio cuore, ogni altra cosa deve uscirne, finché esso sia veramente distaccato. Solo così Dio può operare la sua più alta volontà; e così il cuore distaccato non ha alcun oggetto esteriore.
Sorge la domanda: ma per che cosa prega allora il cuore distaccato? Rispondo che, quando è veramente distaccato, esso non prega per nulla; perché chiunque prega chiede a Dio di dargli qualche bene o di togliergli qualche male. Ma il cuore distaccato nulla desidera, e nulla contiene da cui voglia essere liberato. È perciò libero da ogni mancanza, eccetto che vuole essere simile a Dio. San Dionigi, commentando il testo «Non sapete che tutti corrono, ma uno solo riceve il premio?», dice: «Questo correre non è altro che un volgersi via da tutte le creature e unirsi all’Increato». Quando l’anima giunge a questo punto, perde la propria distinzione e svanisce in Dio, come il rosso dell’aurora svanisce nel sole. A questa meta può giungere solo il puro distacco.
Dice sant’Agostino: «La forte attrazione dell’anima verso il Divino riduce ogni cosa al nulla: in terra questa attrazione si manifesta come distacco. Quando questo processo ha raggiunto il suo culmine, la conoscenza si fa ignoranza, il desiderio indifferenza, la luce tenebra». La ragione per cui Dio desidera un cuore distaccato più di ogni altra cosa appare chiara quando ci poniamo la domanda: «Che cosa cerca Dio in tutte le cose?». La bocca della Sapienza ci dice: «In tutte le cose cerco riposo»; e il riposo si trova solo nel cuore distaccato; perciò là Dio dimora più volentieri che in ogni altra cosa.
Devi anche sapere che quanto più un uomo si dispone a ricevere l’influsso divino, tanto più è felice: chi più vi si dispone, è il più felice. Ora, nessuno può raggiungere questa condizione di ricettività se non per conformità con Dio, che viene dalla sottomissione a Dio. Questo intende san Paolo quando dice: «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo», cioè «siate conformi a Cristo». Chi vuole comprendere l’alto rango e il giovamento del distacco, consideri le parole di Cristo ai suoi discepoli a proposito della sua umanità: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, il Consolatore non verrà a voi». Come a dire: «Avete tanto desiderio verso la mia forma esteriore e naturale che non potete desiderare appieno lo Spirito Santo». Perciò deponete le forme e unitevi all’Essere senza forma; perché il conforto spirituale di Dio è offerto solo a coloro che disprezzano il conforto terreno.
Ora, voi tutti che pensate, ascoltatemi! Nessuno può essere veramente felice se non chi dimora nel più rigoroso distacco. Nessun diletto corporeo e carnale può aver luogo senza perdita spirituale, perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne. Perciò, quanto più un uomo fugge dal creato, tanto più il Creatore si affretta verso di lui. E considera questo: se il piacere che proviamo nell’immagine esteriore di nostro Signore Gesù Cristo diminuisce la nostra capacità di ricevere lo Spirito Santo, quanto più la diminuirà il nostro sfrenato desiderio dei conforti terreni!
Perciò il distacco è la migliore di tutte le cose, perché purifica l’anima, illumina la coscienza, accende il cuore, ridesta lo spirito, cinge i fianchi, glorifica la virtù, ci separa dalle creature e ci unisce a Dio. Il mezzo più rapido per condurci alla perfezione è la sofferenza; nessuno gode dell’eterna beatitudine più di coloro che condividono con Cristo le pene più amare. Nulla è più aspro del soffrire, nulla più dolce dell’aver sofferto. Il fondamento più sicuro su cui questa perfezione può posare è l’umiltà; chi qui striscia nella più profonda abiezione, quello lo Spirito solleva fino alle altezze di Dio, perché l’amore reca sofferenza, e la sofferenza reca amore. I modi di vivere sono molti: uno vive così, un altro così; ma chiunque voglia attingere la vita più alta, oda in poche parole la conclusione di tutto: tieniti libero da tutti gli uomini, tieniti libero da tutte le immagini che si affollano nella mente, liberati da tutto ciò che è contingente, irretente e ingombrante, e dirigi sempre la mente a contemplare Dio nel tuo cuore, con uno sguardo fermo che mai vacilla; quanto agli altri esercizi spirituali — digiuno, veglia e preghiera —, dirigili tutti a quest’unico fine, e praticali nella misura in cui vi possono giovare: così perverrai alla perfezione. Qui qualcuno potrebbe chiedere: «Chi può così contemplare sempre, senza vacillare, un oggetto divino?». Rispondo: «Nessuno di coloro che ora vivono». Questo ti è stato detto solo perché tu sappia qual è la cosa più alta, e perché tu la desideri. Ma quando perdi di vista il Divino, dovresti sentirti come privato dell’eterna salvezza, e bramare di riaverlo, e vegliare su te stesso a ogni ora, e dirigere a esso le tue mire e il tuo desiderio. Sia Dio benedetto in eterno. Amen.
VII — Moralità esteriore e interiore
«La grazia di Dio». — 1 Corinzi 15, 10
La grazia viene da Dio, e opera nel profondo dell’anima, di cui adopera le forze. È una luce che esce a prestar servizio sotto la guida dello Spirito. La Luce divina permea l’anima e la solleva al di sopra del tumulto delle cose temporali, per farla riposare in Dio. L’anima non può progredire se non con la luce che Dio le ha dato come dono nuziale; l’amore imprime nell’anima la somiglianza di Dio. La pace, la libertà e la beatitudine di ogni anima consistono nel suo dimorare nella volontà di Dio. Verso questa unione con Dio, per cui è creata, l’anima tende perpetuamente. Il fuoco converte il legno nella propria somiglianza, e quanto più forte soffia il vento, tanto più cresce il fuoco. Or per il fuoco intendi l’amore, e per il vento lo Spirito Santo: quanto più forte è l’influsso dello Spirito Santo, tanto più vivo arde il fuoco dell’amore — ma non tutto in una volta, bensì gradualmente, a misura che l’anima cresce. La luce fa crescere i fiori e le piante e dà loro frutto; negli animali produce la vita, ma negli uomini la beatitudine. Questo viene dalla grazia di Dio, che innalza l’anima; perché, se l’anima deve crescere simile a Dio, deve essere innalzata al di sopra di se stessa.
Per produrre una vera libertà morale, la grazia di Dio e la volontà dell’uomo devono cooperare. Come Dio è il Primo Motore della natura, così crea anche i liberi impulsi verso di sé e verso ogni cosa buona. La grazia rende libera la volontà, perché essa possa fare ogni cosa con l’aiuto di Dio, servendosi della grazia come di uno strumento che le appartiene. Così la volontà perviene alla libertà attraverso l’amore, anzi diviene essa stessa amore, perché l’amore unisce a Dio. Ogni vera moralità, interiore ed esteriore, è compresa nell’amore, perché l’amore è il fondamento di tutti i comandamenti.
Ogni moralità esteriore deve edificarsi su questo fondamento, non sull’interesse di sé. Finché l’uomo ama qualcosa d’altro che Dio, o fuori di Dio, non è libero, perché non ha amore. Perciò non vi è libertà interiore che non si manifesti in opere di amore. La vera libertà è il governo della natura, in e fuori dell’uomo, da parte di Dio; la libertà è l’essere essenziale non toccato dalle creature. Ma l’amore comincia spesso con il timore: il timore è l’avvio all’amore; il timore è come la lesina che tira il filo del calzolaio attraverso il cuoio.
Quanto alle opere esteriori, esse sono ordinate a questo scopo: che l’uomo esteriore sia diretto a Dio. Ma l’opera interiore, l’opera di Dio nell’anima, è la cosa principale; quando un uomo la trova dentro di sé, può lasciare andare le cose esteriori. Nessuna legge è data al giusto, perché egli adempie la legge interiormente e la porta in sé; giacché la minima cosa fatta da Dio è migliore di tutte le opere delle creature. Ma questo è inteso per coloro che sono illuminati da Dio e dalle sante Scritture.
Eppure qui in terra l’uomo non giunge mai a essere immune dalle cose esteriori. Non vi fu mai un santo così grande da essere immobile. Io non potrò mai giungere a uno stato in cui la discordia sia gradita al mio orecchio quanto l’armonia. Alcuni vorrebbero fare a meno delle opere buone. Dico: «Questo non si può». Appena i discepoli ricevettero lo Spirito Santo, cominciarono a operare. Quando Maria sedeva ai piedi di nostro Signore, era il suo tempo di scuola; ma poi, quando Cristo salì al cielo ed ella ricevette lo Spirito Santo, cominciò a servire e fu ancella dei discepoli. Quando i santi divengono santi, cominciano a operare, e così si raccolgono nel rifugio dell’eterna sicurezza.
Come può un uomo dimorare nell’amore, se non osserva i comandamenti di Dio, che sgorgano dall’amore? Come può l’uomo interiore nascere in Dio, se l’uomo esteriore non dimora nella sequela di Cristo, nella mortificazione di sé e nella sofferenza? Perché non vi è nascita da Dio se non per mezzo di Cristo. L’amore è il compimento di tutti i comandamenti; perciò, per quanto l’uomo si sforzi di raggiungere questa libertà, il corpo non può mai attingerla del tutto, e deve essere sempre in conflitto. Poiché le opere buone sono la testimonianza dello Spirito Santo, l’uomo non può mai farne a meno. Il fine dell’uomo non è la santità esteriore delle opere, ma la vita in Dio; e tuttavia quest’ultima si esprime in opere di amore.
Tanto la moralità esteriore quanto l’interiore concorrono a formare l’idea della vera libertà cristiana. Abbiamo ragione di insistere sull’interiorità; ma in questo mondo non vi è interiorità senza un’espressione esteriore. Se consideriamo l’anima come principio formante del corpo, e Dio come principio formante dell’anima, abbiamo un principio etico più profondo di quello che si trova nel panteismo. Il pensiero fondamentale di questa concezione è la reale distinzione fra Dio e il mondo, insieme alla loro reale inseparabilità; perché solo elementi realmente distinti possono compenetrarsi a vicenda.
L’opera interiore è anzitutto l’opera della grazia di Dio nel profondo dell’anima, che poi si distribuisce fra le facoltà dell’anima: nella Ragione apparendo come Fede, nella Volontà come Amore, nel Desiderio come Speranza. Quando la Luce divina penetra l’anima, essa è unita a Dio come luce a luce: questa è la luce della fede. La fede porta l’anima ad altezze irraggiungibili ai suoi sensi e alle sue facoltà naturali.
Come è proprio dell’occhio vedere forma e colore, e dell’orecchio udire dolci suoni e voci, così è propria dell’anima l’aspirazione. Allentare l’incessante aspirazione è peccato. Questa energia dell’aspirazione, diretta a Dio e protesa ad afferrarlo per quanto è possibile alla creatura, si chiama Speranza, che è anch’essa una virtù divina. Per questa facoltà l’anima acquista una fiducia così grande da stimare che nulla, nella Natura divina, sia al di là della sua portata.
La terza facoltà è la Volontà interiore, la quale, sempre rivolta a Dio come un volto, assorbe in sé l’amore da Dio. Secondo le diverse direzioni in cui la Grazia redentrice, per opera dello Spirito Santo, è comunicata alle diverse facoltà dell’uomo, essa trova espressione corrispondente come uno dei sette doni dello Spirito. Questa comunicazione costituisce la nascita spirituale dell’uomo, che lo trae dal peccato a uno stato di grazia, mentre la nascita naturale lo fa peccatore.
Come Dio può essere visto solo per la sua propria luce, così può essere amato solo per il suo proprio amore. L’uomo meramente naturale ne è incapace, perché la natura, da sé, è incapace di rispondere all’Amore divino, ed è confinata nel proprio cerchio. È necessario perciò che la Grazia, che è una semplice potenza soprannaturale, elevi le facoltà naturali all’unione in Dio, al di sopra degli oggetti meramente temporali dell’esistenza. La possibilità di amare Dio è fondata nella relativa somiglianza fra l’uomo e Dio. Se l’anima deve raggiungere il suo fine morale, cioè la somiglianza con Dio, deve divenire interiormente simile a Dio per la grazia, e per una nascita spirituale che è la sorgente della vera moralità. L’opera interiore che l’uomo deve compiere è la realizzazione pratica della Grazia: senza di essa, ogni opera esteriore è inefficace alla salvezza. La virtù non è mai mera virtù: è da Dio, o per Dio, o in Dio. Tutte le opere dell’anima che devono ereditare un’eterna ricompensa vanno compiute in Dio: sono ricompensate da lui in proporzione di quanto sono compiute in lui, perché l’anima è uno strumento di cui Dio si serve per condurre la sua opera.
L’essenza della moralità è l’interiorità: l’intensità della volontà da cui nasce, e la nobiltà del fine per cui è praticata. Quando un’opera buona è compiuta da un uomo, egli ne è libero, e per quella libertà è più simile e più vicino al suo Originale di quanto fosse prima.
Il compito morale dell’uomo è un processo di spiritualizzazione. Tutte le creature sono intermediari, e noi siamo posti nel tempo perché, con la diligenza nelle cose dello spirito, cresciamo più simili e più vicini a Dio. Il fine dell’uomo è al di là del temporale, nella serena regione dell’eterno Presente.
In questo senso la Nuova Nascita dell’uomo è il fuoco verso cui tende tutta la creazione, perché l’uomo è l’immagine di Dio a somiglianza della quale il mondo è creato. Tutto il tempo tende verso l’eternità, ossia verso l’Ora senza tempo, da cui scaturì nella creazione. La vita meramente temporale è in se stessa una negazione dell’essere reale, perché dipende da se stessa e non dal più profondo fondamento della vita; perciò anche l’amore naturale è angusto, finito e difettoso. Deve, per grazia, essere innalzato alla più alta sfera dell’esistenza e attingere la libertà al di fuori degli stretti confini del naturale. Per ciò l’amore diviene amore reale, perché solo ciò che è compreso e amato nella sua essenza è reale. Solo per grazia l’uomo passa dal temporale e transitorio all’essere uno con Dio. Questo innalzamento della molteplicità all’unità è il fine supremo dell’etica; e così, dal lato dell’uomo, si compie la nascita divina.
Questo passaggio dal nulla all’essere reale, questo lasciare se stessi, è una nascita accompagnata dal dolore, perché per essa l’amore naturale è escluso. Ogni afflizione, eccetto quella per il peccato, viene dall’amore del mondo. In Dio non vi è né tristezza, né afflizione, né turbamento. Se vuoi essere libero da ogni afflizione e turbamento, dimora e cammina in Dio, e verso Dio solo. Finché l’amore della creatura è in noi, il dolore non può cessare.
È questo il significato principale della sofferenza di Cristo per noi: che gettiamo ogni nostra afflizione nell’oceano della sua sofferenza. Se soffri solo riguardo a te stesso, da qualunque causa derivi, quella sofferenza ti reca afflizione ed è dura da portare; ma se soffri riguardo a Dio, e a lui solo, quella sofferenza non è grave né dura da portare, perché Dio ne porta il peso. L’amore della croce deve inghiottire il nostro dolore personale. Per chi non soffre per amore, il dolore è dolore e duro da portare; ma chi soffre per amore non si affligge, e la sua sofferenza è feconda in Dio. Perciò il dolore è tanto nobile: chi più si affligge è il più nobile. Ora, il dolore di nessun mortale fu pari a quello che Cristo sopportò; perciò egli è di gran lunga più nobile di ogni uomo. In verità, se vi fosse qualcosa di più nobile del dolore, Dio ne avrebbe redento l’uomo. Il dolore è la radice di ogni virtù.
Per il più alto amore, tutta la vita dell’uomo deve essere innalzata dall’egoismo temporale alla sorgente di ogni amore, a Dio; l’uomo tornerà a essere signore della natura, dimorando in Dio e innalzando la natura a Dio.