Imitazione di Cristo

Dopo la Bibbia, è il libro cristiano più letto di sempre. Composta nei Paesi Bassi del primo Quattrocento e attribuita a Tommaso da Kempis, canonico regolare e voce della «devotio moderna», l'«Imitazione di Cristo» non è un trattato di teologia ma un manuale dell'anima: pagine brevi e dirette, che insegnano il disprezzo delle vanità, l'umiltà del cuore e la conversazione interiore con Dio. L'opera si compone di quattro libri; qui presentiamo i due che ne formano i pilastri. Il Libro I, gli «Avvertimenti utili per la vita spirituale», raccoglie i consigli pratici dell'ascesi, dove risuona il «Vanità delle vanità» di Qoelet; il Libro III, «Dell'interna consolazione», è il cuore dell'opera: il lungo dialogo in cui Cristo parla all'anima fedele e l'anima gli risponde. Restano fuori, per ora, il Libro II e il Libro IV (quest'ultimo dedicato all'Eucaristia). La traduzione è quella di Antonio Cesari (1815), sacerdote e sommo prosatore veronese: un italiano d'altri tempi, volutamente antico, che conserva la gravità e la dolcezza dell'originale latino.

Indice del testo

Libro I — Avvertimenti utili per la vita spirituale

Capo I — Della imitazione di Cristo, e del disprezzo delle vanità del mondo

1. Chi seguita me, non cammina nelle tenebre, dice il Signore. Queste sono parole di Cristo, con le quali confortaci d’imitare la vita, e le azioni sue, se noi vogliamo essere illuminati veracemente, e che ogni cecità ne sia rimossa dal cuore. Sia dunque nostro primo pensiere, di meditar la vita di Gesù Cristo.

2. La dottrina di Cristo avanza tutte le dottrine de’ Santi, e se altri ne avesse lo spirito, vi troverebbe dentro la manna nascosta. Ma egli avviene, che molti per udire che facciano l’Evangelio frequentemente, se ne sentono però picciola brama, perciocchè non hanno lo spirito di Cristo. Ora se v’è chi voglia aver pieno e saporito intendimento delle parole di Cristo, fa di bisogno, ch’egli si studi di conformare la propria vita a quella di lui.

3. Qual pro ti fa di ragionar cose alte della Trinità, se tu manchi nella umiltà, perchè tu dispiaci alla Trinità? In verità i sublimi ragionamenti non fanno l’uomo santo, nè giusto; ma sì il vivere virtuoso lo fa caro a Dio. Amerei molto meglio di sentire la compunzione, che di saperne la definizione. Se tu avessi a mente le parole di tutta la Bibbia, e le sentenze di tutti i filosofi, che ti gioveria tutto questo senza la carità, e la grazia di Dio? Vanità delle vanità, e tutte le cose son vanità, salvo l’amar Dio, ed il servire a lui solo. Quest’è la somma sapienza; per lo disprezzo del mondo avviarsi al regno del cielo.

4. Egli è dunque vanità il procacciare delle ricchezze che hanno a mancare, ed in quelle avere fidanza. Ed è vanità l’aver ambizione d’onore, e levarsi in altezza di stato. Anche è vanità l’andar dietro agli appetiti della carne, e quello desiderare di che tu debba esser poi agramente punito. Vanità è bramar lunga vita, e del viver bene prendersi picciola cura. Vanità è il mirar solo alla vita presente, e le cose che sono a venire, non provvedere. Vanità è l’amar ciò, che con tutta velocità passa via, e non affrettarsi colà, dove il gaudio dura per sempre.

5. Ricordati sovente di quel proverbio: che la vista non si sazia per vedere, nè per sentire s’empie l’udito. Ti sforza adunque di svellere il cuor tuo dall’amore delle cose visibili, ed alle invisibili rivoltare te stesso. Imperciocchè quelli che seguitano i loro appetiti, macchiano la coscienza, e dissipano la grazia di Dio.

Capo II — Del sentire bassamente di sè

1. Egli è naturale ad ogni uomo il desiderio di sapere: ma il sapere senza il timor di Dio che rileva? Egli è in verità migliore l’umile contadino che serve a Dio, del superbo filosofo, il quale dimenticata la cura di se medesimo, specola il corso del cielo. Qualunque a pieno conosce se stesso, a se medesimo diventa vile, nè delle lodi degli uomini prende diletto. Se io sapessi tutte le cose del mondo, nè fossi in grazia, che mi gioverebbe davanti a Dio, il quale dee giudicarmi dall’opere?

2. Fa che tu ti rattempri dalla troppa cupidigia di sapere; perchè ivi si trova assai distrazione ed inganno. Coloro che sanno, amano d’esser veduti, e detti sapienti. Ci sono di molte cose, le quali a sapere, poco o nulla è giovamento per l’anima. Egli è assai pazzo colui, il quale ad altro intende, che a quelle cose, le quali servono alla propria salute. Le molte parole niente appagano l’anima; ma la santa vita riconforta la mente, e la coscienza monda porge grande fiducia appo Dio.

3. Quanto più e meglio tu sai, tanto sarai più distrettamente giudicato, ove tu non sia vissuto con più santitá. Non voler dunque levarti in alto per arte, o scienza che tu ti abbia: piuttosto temi della dottrina che ti fu conceduta. Se ti pare aver scienza di molte cose, ed in quelle essere assai profondo, bada però che sono troppo più quelle, che tu non sai. Non voler sentire altamente; ma piuttosto confessa la tua ignoranza. Perchè vuoi tu metterti innanzi ad alcuno; conciossiachè molti ci sieno più dotti, e più nella legge versati di te? Se nulla tu vuoi sapere, ed imparare utilmente, ama di non esser saputo, ed essere tenuto da nulla.

4. Quest’è altissima lezione e utilissima, il verace conoscimento, e lo spregio di se medesimo. Il non tener di sè verun conto, e degli altri sempre bene ed onorevolmente sentire, è gran sapienza e perfezione. Quando tu pur vedessi altrui apertamente commettere qualche peccato, eziandio de’ più gravi, non dovresti per questo tenerti migliore di lui, perciocchè tu non sai fino a quanto tu possi perseverare nel bene. Tutti quanti noi siamo fragili; ma tu nessun altro vorrai credere più fragile di te stesso.

Capo III — Della Dottrina della verità

1. Felice colui, il quale la verità per se stessa ammaestra, non per mezzo d’immagini e di voci che passano; ma così com’ella è in se medesima. La nostra opinione e il nostro sentimento spesse volte c’ingannano e veggono poco. Che giova mai il gran sofisticare di cose arcane ed oscure, delle quali, per non averle sapute, non saremo condannati nel dì del giudizio?

Grande stoltezza è, che noi trascurate le cose utili e necessarie, a bella posta attendiamo alle curiose e dannevoli. Avendo noi gli occhi, non ci veggiamo.

2. Or che ci prendiam noi pensiero intorno a’ generi, ed alla specie? Quegli, a cui parla l’eterno Verbo, si libera da una farraggine d’opinioni. Per lo solo Verbo tutte sono le cose, e lui solo tutte ci dicono, e questo è il principio, che parla anche a noi. Nessuno intende senza di lui, o giudica dirittamente. Quegli, a cui tutte le cose sono pur una, e ad una tutte le trae, e tutte in una le vede, può egli di cuore essere stabile, e pacificamente in Dio riposarsi. O Verità Dio, fammi teco una cosa in amore perpetuo. Spesse volte m’annoja il leggere, e l’ascoltar tante cose: in te tutto si trova, che io mi sappia volere, o desiderare. Si tacciano tutti i maestri; ammutoliscano tutte quante le creature davanti da te: a me parla tu solo.

3. Quanto altri più sia in se stesso raccolto, e più dell’animo semplice divenuto, tanto più cose, e più alte senza travaglio comprenderà; perciocchè egli di su riceve lume d’intelligenza. Lo spirito puro, semplice, e stabile non è distratto nelle molte faccende; perch’egli ogni cosa adopera all’onore di Dio, e si studia di rimanersi da ogni sua propria soddisfazione. Che è quello, che più c’impedisce e molesta, quanto l’immortificata affezion del tuo cuore? L’uomo divoto e dabbene prima dentro ordina le azioni sue, che egli dee recare in atto; nè quelle il traggono a’ desiderj del vizioso appetito, anzi esso le torce alla norma della diritta ragione. Chi è che sostenga più dura battaglia di quello, il quale si sforza di vincere se medesimo? Nostra occupazione dovrebb’essere questa; domare se stesso, e diventare ogni dì più sopra se stesso più forte, e in meglio alcuna cosa avanzarsi.

4. Non v’è perfezione in questa vita che non sia accompagnata da alcun difetto; ed ogni nostro speculare non è senza una qualche oscurità. L’umile conoscimento di te ti è strada a Dio più sicura della profonda investigazion della scienza. Non è da doversi incolpare la scienza, o qualunque altra semplice cognizione di cosa, la quale buona è inverso di se medesima riguardata, ed è ordinata da Dio; ma le si dee sempre mettere innanzi la buona coscienza, e la vita virtuosa. Ma perchè i più maggior pena si danno del sapere, che del ben vivere; perciò assai volte son trasviati, e portano picciolo frutto, o quasi nessuno.

5. Oh! fosse pure che tanta diligenza usassero a diradicare i vizi e ad innestar le virtù, quanta a mover questioni; che non ne seguirebbono sì gravi mali, e scandali nella gente, nè tanta rilassatezza ne’ monasteri. In verità, venuto il dì del giudizio, noi non saremo domandati di quello che avremo letto, ma sì di quello che avremo fatto; nè quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamente vivuto. Or dimmi, dove son eglino adesso tutti que’ dottori e maestri, i quali tu ben conoscesti, mentre che essi viveano, e per istudio fiorivano? Le loro rendite oggimai altri possegono, e già non so bene se tengano di loro memoria. In vita sembravano essere qualche gran fatto, ed ora di loro nè pur si fa motto.

6. Oh come prestamente passa la gloria del mondo! Piacessse a Dio, che la vita di costoro si fosse accordata col loro sapere! Allora sì che utilmente avrebbono letto, e studiato. Quanti nel secolo per vana scienza periscono, che poca pena si danno del servizio di Dio! E perchè si eleggono d’esser piuttosto grandi che umili, perciò vaneggiano ne’ loro divisamenti. Grande veramente è colui, che ha gran carità. Grande veramente è colui che dentro da sè è piccolo, e tiene per nulla ogni altezza d’onore. Quegli con verità è prudente, che tutte le terrene cose reputa come sozzura per far guadagno di Cristo. E in vero quegli è dotto abbastanza, che fa il volere di Dio, ed il proprio abbandona.

Capo IV — Della discrezione nell’operare

1. Non è da dar fede a tutte le parole, nè ad ogni inclinazione; ma con accorgimento e con pazienza si dee disaminare la cosa secondo Dio. Ah miseria! spesse fiate più leggermente il male è creduto e detto degli altri, che non è il bene: cotanto noi siamo infermi! Gli uomini perfetti però non credono sì di leggeri a qualunque rapportatore; perciocchè sanno essi bene la fiacchezza dell’uomo al male inchinevole, e troppo sdrucciolevole nelle parole.

2. Ella è grande saviezza non essere alle opere precipitoso, nè perfidiare ne’ proprj sentimenti. A questa pure appartiene il non prestar credenza ad ogni cosa, che ti sia detta; nè le udite, o credute riversar di presente nell’altrui orecchie. Prendi consiglio da uomo saggio, e di buona coscienza, ed ama piuttosto di essere ammaestrato da migliore di te, che non di seguitare i tuoi ritrovamenti. La santa vita fa l’uomo saggio secondo Iddio, e conoscente di molte cose. Quanto altri sarà in se stesso più umile, e più a Dio soggetto, tanto sarà in tutte le cose più savio, e più riposato.

Capo V — Della lettura delle sante Scritture

1. Nelle sante Scritture si dee voler cercare la verità, e non l’eloquenza. Tutti i santi libri con quello spirito sono da leggere, che e’ furon dettati. Nelle Scritture si vuole ricercare anzi l’utile, che la sottilità del parlare. Così volentieri dobbiamo noi leggere i divoti e’ semplici libri, come i sublimi e’ profondi. Non ti muova l’autorità di chi scrive, se egli sia di grande, o di piccola letteratura; ma sì l’amore della pura verità a leggere ti conduca. Non indagar chi abbia detto la cotal cosa; ma a quello che è detto riguarda.

2. Gli uomini vanno al niente, ma la verità del Signore dura in eterno. Senza accettazion di persone in varie maniere ci parla Iddio. Ma la nostra curiosità spesse volte ci dà impedimento nella lezione delle Scritture, quando vogliamo intendere, e disaminare in que’ luoghi, ne’ quali sarebbe anzi da passar oltre semplicemente. Se tu vuoi cavarne profitto, leggi con umiltà, con semplicità e con fede, nè affettar mai il nome di saggio. Interroga di buon grado, e ascolta in silenzio le parole de’ Santi; nè avere in dispetto i proverbi de’ vecchi; perchè a caso non furono profferiti senza consiglio.

Capo VI — Degli appetiti disordinati

1. Qualunque volta l’uomo appetisce alcuna cosa disordinatamente, ne diventa subito inquieto in se stesso. Il superbo, e l’avaro non hanno mai posa: il povero e l’umile di spirito vivono in abbondanza di pace. L’uomo che non ancora perfettamente è morto dentro di sè, leggermente è tentato, e vinto in cose picciole e vili. Quegli che dello spirito è infermo, e ancora in certo modo carnale, e alle sensibili cose inclinato, a stento si può interamente disviluppare da’ desiderj terreni. E per questo frequentemente porta tristezza, quando se ne ritrae; leggermente ancora si cruccia, se alcun gli contrasta.

2. Come poi egli abbia conseguito quello che brama, di presente dalla reità della coscienza è gravato; perchè egli ha seguitata la sua passione, la quale niente gli giova ad aver quella pace, che egli cercò. Resistendo adunque alle passioni, e non loro servendo si trova la vera pace del cuore. Non è dunque pace nel cuore dell’uomo carnale, e non in chi è dato alle cose esteriori, ma sì nello spirituale e fervente.

Capo VII — Del fuggire la vana speranza, e la superbia

1. Vano è colui, il quale colloca la sua speranza negli uomini, o nelle cose create. Non ti vergognare di farti servo degli altri per l’amore di Gesù Cristo, e di comparire povero in questo mondo. Non ti appoggiare sopra te stesso, ma in Dio ferma la tua speranza. Fa quello che è in te, e Dio porgerà la mano al tuo buon volere. Non ti fidare nella tua scienza, o nell’accortezza di uomo che viva; ma piuttosto nella grazia di Dio, il quale dà ajuto agli umili, e deprime coloro, che presumono di se stessi.

2. Non ti gloriare delle ricchezze, se ne hai, nè degli amici, per esser potenti; ma sì di Dio, che dona tutto, e sopra ogni cosa vuole donare se stesso. Non ti gonfiare della grandezza, o della bellezza del corpo; ch’ella si guasta, e si disforma per picciola infermità. Non ti compiacere in te stesso della tua abilità, o del tuo ingegno: che tu ne verresti in odio a Dio, di cui tutto è, checchè tu ti abbia di naturale bontà.

3. Non ti tener migliore degli altri, che tu potresti esser peggiore a Dio, il quale vede quel d’entro. Non ti dar vanto delle opere buone; perchè altramenti stanno i giudizi di Dio da quelli degli uomini, al quale spesse volte dispiacciono quelle cose, che piacciono agli uomini. Se tu abbi alcun bene, credi meglio degli altri, per mantener l’umiltà. Non ti fa danno, se tu ti ponga sotto a tutti; ma ben ti nuoce assaissimo, se pure ad un solo ti metta sopra. Continua pace è con l’umile; ma nel cuor del superbo gelosia, e cruccio frequente.

Capo VIII — Del fuggire la troppa dimestichezza

1. Non t’aprire a chicchessia; ma con uomo saggio, e timoroso di Dio tratta le cose tue. Fa che tu sia di rado co’ giovani e con gli stranieri. I ricchi non carezzarli, ed a’ grandi non amar di lasciarti vedere. Usa con gli umili, e co’ semplici, co’ divoti, e co’ costumati, e di quelle cose ragiona, che sieno a edificazione. Non sii dimestico d’alcuna femmina; ma in generale raccomanda a Dio tutte le buone. A Dio solo, e agli angeli suoi ama d’essere famigliare, e schiva la conoscenza degli uomini.

2. A tutti si dee aver amore, ma l’intrinsichezza non torna bene. Alcuna volta avviene, che una persona sconosciuta, acquisti chiarezza per buona opinione: e la sua presenza appanna gli occhi di chi la vede. C’immaginiamo alle volte con l’addomesticarci, piacere altrui; laddove cominciamo a dispiacer loro, per la malvagia vita in noi conosciuta.

Capo IX — Dell’obbedienza, e della soggezione

1. Egli è assai gran bene lo starsi a obbedienza, il viver soggetto ad un superiore, e non esser libero di sè. Egli è più sicuro lo stare in soggezione, che in prefettura. Molti sono sotto obbedienza più per forza, che per amore: questi vivono in pena, e di leggeri ne mormorano. Ora costoro la libertà dello spirito non acquisteranno giammai, se per l’amore di Dio non si rendano altrui di tutto cuore soggetti. Corri qua, o là, non ti verrà mai trovato riposo, salvochè nell’umile soggezione al governo di un capo. Il fingersi luoghi migliori, e il cambiare ne ha tratto molti in inganno.

2. Vero è che ciascheduno volentieri seguita il proprio talento, e pende più verso coloro, i quali la sentono come lui; ma se tra di noi è Dio, bisogna che noi ci dipartiamo alcuna volta per lo ben della pace dal nostro sentire. Chi è così dotto, che possa pienamente sapere tutte le cose? Non voler dunque troppo fidarti nel tuo giudizio; ma ti contenta di prendere di buona voglia quello degli altri. Se buono è il tuo giudizio, e per amore di Dio tu il lasci, un altro seguendone, tu ne farai più guadagno.

3. Imperciocchè io ho udito dire più volte, ch’egli è più sicuro l’ascoltare, e ricever consiglio, di quello che darlo. Può ancora avvenire, che il parere di questo e di quello sia buono; ma il non volersi acquetare a quello degli altri, ove diritto e cagione alcuna il richiegga, è argomento di caparbietà e di superbia.

Capo X — Del fuggire il soverchio parlare

1. Guardati a tuo potere dal tumulto degli uomini; imperciocchè molto imbarazzano i discorsi delle secolari faccende, quantunque con semplice intenzione sien fatti: e noi restiamo facilmente imbrattati e presi dalla vanità. Io vorrei aver taciuto più volte, e non essere stato tra gli uomini. Ma donde nasce che noi sì volentieri parliamo, e tra di noi novelliamo, quando rade volte senza danno della coscienza ci rimettiamo in silenzio? Per ciò è che noi tanto favelliam di buon grado, perchè per i vicendevoli ragionamenti procacciamo sollazzo gli uni dagli altri, e il cuore dalle molteplici cure gravato desideriamo di ricreare; e assai diletto prendiamo del ragionare, e pensare di quelle cose, che molto amiamo e appetiamo, ovvero ci pungono.

2. Ma, ahimè! frequentemente a vuoto, e senza alcun pro. Imperciocchè questa consolazione esteriore, dell’interiore e divina non è picciolo detrimento. Però è da vegliare, ed orare, acciocchè il tempo non ci fugga, standoci indarno. Se ti è dato di parlare, e se ti vien bello, dì cose di edificazione. La mala usanza, e il non darci pena fanno a renderci trascurati sopra la nostra lingua. Giovano per altro non poco ad avanzamento per l’anima, le divote conferenze di cose spirituali; massimamente dove persone di spirito e di cuore conformi sieno insieme nel Signore raccolte.

Capo XI — Dell’acquistar la pace, e dello studio di profittare

1. Noi potremmo aver molta pace, se non fossimo vaghi di darci briga de’ fatti, e detti degli altri, e di quelle cose, ch’alla nostra cura niente appartengono. Come può lungamente tenersi in pace colui, che delle faccende altrui s’intramette, che ne cerca occasioni di fuori, che poco, o quasi non mai si raccoglie dentro da sè? Beati i semplici, perciocchè avrannosi molta pace.

2. Donde fu, che molti de’ Santi cotanto furon perfetti, e contemplativi? perchè posero ogni studio in mortificare se stessi da qualunque desiderio di terra; e pertanto poterono con tutte le midolle del cuore starsi attaccati a Dio, e a sè attendere liberamente. Troppo noi siamo impacciati dalle proprie nostre passioni, e troppo dalle cose passeggiere solleticati. Di rado ancora noi riportiamo pure d’un solo vizio compiuta vittoria, ed al quotidiano avanzamento ne accendiamo: ed è per questo, che ci rimanghiamo tiepidi e freddi.

3. Se noi fossimo del tutto morti a noi stessi, e niente di dentro invescati, potremmo allora sentir gusto eziandio delle cose divine, e qualche saggio provare della celeste contemplazione. Totale e massimo impedimento ci è, che noi non siamo franchi delle nostre passioni e cupidità, e non ci sforziamo d’entrare alla via perfetta de’ Santi, e quando pure leggier sinistro c’incontra, troppo presto cadiamo d’animo, e ci rivolgiamo alle consolazioni degli uomini.

4. Se noi da uomini prodi contendessimo di durarla nella battaglia, sì certo sopra di noi vedremmo l’ajuto del Signore dal cielo. Imperciocchè egli è presto d’ajutar chi combatte, e chi nella sua grazia si fida: egli che ne porge occasioni di pugna, per darne vittoria. Se noi pognamo il profitto della religione in queste osservanze esteriori soltanto, la nostra divozione sarà in breve finita. Mettiamo però la scure alla radice, sicchè ripurgati dalle passioni, la nostra mente tegnamo in pace.

5. Se ciascun anno estirpassimo un solo vizio, noi diverremmo in breve perfetti. Ma ora per lo più ci avveggiamo, che la cosa è tutta in contrario; conciossiachè noi ci troviamo essere stati migliori, e più puri nel principio della nostra conversione, che dopo molti anni di professione. Il fervore, e ’l profitto dovrebbe ogni dì crescer più; ma ora ci pare gran fatto, se altri sappia ritener parte del fervore primiero. Se picciola forza ci facessimo nel cominciare, allora potremmo d’indi in poi far ogni cosa con facilità, e con allegrezza.

6. Egli è grave a dismetter le usanze, ma grava più l’andare a ritroso della propria volontà. Or se tu non sai vincere le cose picciole e lievi, quando vincerai tu le più dure? Ripugna sulle prime alle tue inclinazioni, e disvézzati dal cattivo costume, che per avventura non ti conduca a poco a poco a maggiore difficoltà. Oh! se attendessi di quanta pace a te, e di quanta allegrezza agli altri tu saresti cagione reggendoti bene, credo io che più saresti sollecito del tuo profitto spirituale.

Capo XII — Dell’utile delle avversità

1. Egli è bene per noi, che alcuna volta sostegnamo qualche travaglio, e contrarietà; perchè spesso fanno ritornar l’uomo al cuore, ed accorgere ch’egli è in uno esiglio, nè riporre la sua speranza in cosa del mondo. Ci torna pur bene di patire talvolta contraddizioni, e che altri reamente e sinistramente senta di noi, benchè il nostro operare, e la intenzione sia buona. Ciò soventi volte giova a tenerci in umiltà, e dalla vanagloria ci guarda. Imperciocchè allora è che meglio noi addomandiamo Dio testimonio di dentro, quando di fuori siamo vilipesi dagli uomini, e non troviamo presso lor troppa fede.

2. Pertanto dovrebbe l’uomo in tal guisa fermare se stesso in Dio, che non gli facesse bisogno di cercare molte consolazioni dagli uomini. Quando l’uomo dabbene è afflitto, o tentato, o da cattive immaginazioni nojato, allora conosce d’essere più bisognoso di Dio, senza il quale sente egli di non poter nessun bene. Allora pure s’attrista, geme, ed ora per le miserie che soffre. allora gli pesa di più avanti vivere, e brama che venga la morte, che lo sciolga dal corpo, e il faccia viver con Cristo. allora s’avvede anche bene, che sicurezza perfetta e compiuta pace nel mondo non si può dare.

Capo XIII — Del resistere alle tentazioni

1. Infinattantochè noi viviamo in questo mondo, non ci possiamo essere senza tribolazione, e tentazione. Onde è scritto in Giobbe; Tentazione è la vita dell’uomo sopra la terra. Per questo dovrebbe ciascuno esser sollecito sopra le sue tentazioni, e vegliare in preghiere, acciocchè il diavolo non trovi opportunità d’ingannarci; egli che mai non dorme, ma va cercando attorno come alcuno se ne divori. Nessuno è perfetto e santo così, che alcuna volta non sia combattuto da tentazioni; e non possiam esserne del tutto senza.

2. Sono tuttavia spesse volte le tentazioni assai profittevoli all’uomo, comechè gravi sieno e moleste; perchè in quelle è egli umiliato, ripurgato, ed ammaestrato. Tutti i Santi passarono per mezzo a molte tribolazioni, e tentazioni, e ne migliorarono; ma quegli che non seppero sostenerle, si son fatti reprobi, ed apostatarono. Non v’è ordine così santo, nè tanto appartato luogo, che non vi si trovino tentazioni, nè avversità.

3. Non è l’uomo, finchè egli vive, affatto sicuro da tentazioni: perocchè in noi è quello, onde siamo tentati, da che fummo ingenerati di concupiscenza. Come una tentazione, o tribolazione dato abbia luogo, così tosto un’altra ne sopravviene; e sempre abbiamo che sofferire, avendo noi perduto il bene della nostra felicità. Molti procacciano di fuggire le tentazioni, e vi inciampano con più pericolo. Per lo solo fuggire noi non possiamo riportare vittoria; ma per la pazienza, e vera umiltà acquistiamo più forza sopra tutti i nemici.

4. Qualunque si guarda soltanto dal mal di fuori, nè sbarbica la radice, farà picciol profitto; anzi più presto si sentirà tornare le tentazioni, e peggiori. A poco a poco, e per sofferenza e longanimità tu potrai meglio col favor di Dio superarle, che non faresti con importuna durezza. Nella tentazione prendi frequentemente consiglio, ed a colui ch’è tentato non esser aspro; ma dagli quella consolazione, che tu ameresti per te medesimo.

A’ principj t’oppon; se tu ritardi,
Prende il mal forza, ed il rimedio è tardi.

Imperciocchè da prima s’appresenta alla mente la semplice idea; di poi una gagliarda immaginazione; quindi la dilettazione, ed il movimento cattivo, e appresso il consentimento. E così passo passo entra affatto il maligno avversario, se da principio non gli sia fatta forza. E quanto altri più a resistergli sia stato pigro, tanto egli in sè diventa ogni giorno più debole, e il nemico sopra di lui più potente.

6. Alcuni al principio della lor conversione sostengono tentazioni più gravi, e altri nel fine. Alcuni poi quasi tutta la loro vita ne son travagliati. Alcuni altri anzi leggermente che non sono tentati, secondo la sapienza, e la discrezione della divina provvidenza, la quale bilancia gli stati, e i meriti degli uomini, e tutte le cose preordina alla salute de’ suoi eletti.

7. Per la qual cosa noi non dobbiamo perdere la speranza, quando siamo tentati, anzi vie più fervorosamente pregare Iddio, perchè egli degni donarci ajuto in ogni nostra tribolazione; il quale in vero, secondo il detto di Paolo, ci darà colla tentazione tale soccorso da poter sostenerla. Abbassiamo dunque le anime nostre sotto la mano di Dio in ogni tentazione, e tribolazione; perciocchè egli salverà gli umili di spirito, e li metterà in alto.

8. Nelle tentazioni e tribolazioni si prova l’uomo, quanto ha profittato, ne trae maggior merito, e meglio si pare la sua virtù. Nè è gran cosa che l’uomo sia divoto e servente, quando non sente gravezza; ma se egli con pazienza si regge nel tempo dell’avversità, prenda speranza di gran profitto. Alcuni si difendono dalle gravi tentazioni, e nelle picciole d’ogni giorno spesse volte son vinti: acciocchè umiliati non si fidino mai di se medesimi nelle grandi, che nelle sì picciole vengono meno.

Capo XIV — Del vietare i giudizi temerari

1. Ripiega lo sguardo a te stesso, e guardati dal giudicare de’ fatti altrui. Nel giudicare gli altri l’uomo si travaglia senza alcun pro, erra assai volte, e facilmente pecca: ma nel giudicare ed esaminar se medesimo sempre fruttuosamente s’adopera. Secondochè alcuna cosa ci è a cuore, così frequentemente ne giudichiamo: imperciocchè agevolmente smarriamo il retto giudizio per privata affezione. Se Iddio fosse ad ogni ora semplice fine del nostro desiderare, noi non saremmo sì di leggieri turbati, per contraddire che altri facesse al nostro sentimento.

2. Ma spesse volte si cela alcuna cosa dentro di noi, e alcun’altra vi s’accompagna di fuori, la qual dietro a sè noi parimente strascina. Parecchi cercano occultamente la loro soddisfazione in ciò che fanno, nè ben sen’avveggono. Mostrano anche di vivere in bella pace, quando le cose avvengano secondo il loro avviso e parere; che se altrimenti intervengono dal lor desiderio, tosto se ne turbano, e immalinconiscono. Per le diversità delle opinioni, e de’ sentimenti nascono assai di frequente dissensioni tra gli amici, e i cittadini, tra le persone religiose, e divote.

3. L’invecchiata usanza si abbandona difficilmente, nè fuor da ciò che l’uom pensa, si lascia volentieri condurre. Se alla tua ragione, o industria ti appoggi più, che alla virtù soggettatrice di Gesù Cristo, raro e tardi tu ne diverrai uomo illuminato; perciocchè Dio ci vuole a sè perfettamente soggetti, e che per infocato amore ci leviamo sopra ogni discorso.

Capo XV — Delle opere fatte per amore

1. Non si dee commetter peccato per cosa del mondo, nè per amor di persona: ma pure per bene di chi avesse bisogno di noi, si vuol tralasciare alcuna volta liberamente l’opera buona, o anche ad una migliore cangiarla, perchè in quel caso l’opera buona non è perduta, anzi in meglio permutata. Senza la carità l’opera esteriore non giova a nulla; laddove tutto ciò che è fatto per carità, per quantunque picciolo e vile, riesce a frutto. Conciossiachè Dio riguarda più con quanto amore altri opera, che non fa all’opera stessa.

2. Assai fa chi ama assai: assai fa chi fa bene: e fa bene colui, che serve anzi al comune, che al suo piacere. Parecchie volte mostra essere carità ciò, che è anzi carnalità: perciocchè l’inclinazion naturale, il proprio talento, la speranza della mercede, e l’amore delle comodità raro è che vogliano tenersi lungi.

3. Quegli che ha vera e perfetta carità, in nessun atto procaccia per sè; ma questo desidera senza più, che d’ogni cosa ridondi gloria al Signore. A nessuno anche invidia, non amando egli alcun privato piacere, nè volendo godere in se stesso, ma sì in Dio sopra ogni bene bramando d’esser fatto felice. Nè imputa alcun bene a persona, ma a Dio tutti li riferisce, dal quale fontalmente derivano tutte le cose, nel quale siccome in termine tutti i Santi per fruizione riposano. Oh! chi avesse pur una scintilla di vero amore: in verità proverebbe egli ogni cosa terrena essere piena di vanità.

Capo XVI — Del sofferire i difetti degli altri

1. Quelle cose che l’uomo non vale a correggere in sè, o negli altri, le dee sofferire pazientemente, infino a tanto che Dio altramenti disponga. Considera ch’egli è per avventura meglio così, per prova di te e della tua sofferenza, senza la quale poco son da apprezzare i meriti nostri. Dei però per siffatti impedimenti supplicare a Dio, che si degni soccorrerti, sicchè tu possa comportarteli in pace.

2. Se altri una e due volte ammonito, pur non s’acqueti, non voler vincere con lui la prova, ma il tutto commetti a Dio, acciocchè egli ne abbia il piacimento ed onor suo in tutti i suoi servi, il quale ottimamente sa del male far bene. Ingegnati d’esser paziente in tollerare i difetti, e qualsivoglia imperfezione altrui, conciossiachè e tu abbi altresì molto, che altri dee tollerare. Se tu non sai formare te stesso quale ti vuoi, or come potresti aver gli altri a tuo senno? Noi amiamo di vedere perfetti gli altri, nè però ci emendiamo noi de’ nostri difetti.

3. Gli altri vogliam corretti rigidamente, e non vogliamo esser noi. Ci dispiacciono le larghe licenze altrui date, e poi non patiamo che ci sia negata una nostra dimanda. Vorremmo gli altri veder costretti da leggi; e noi a niun patto comportiamo d’essere più avanti legati. Così dunque si pare, quanto di rado noi facciamo al prossimo quella ragione, che a noi. Se tutti fosser perfetti, che ci rimarrebbe a patire dagli altri per amore di Dio?

4. Or però ha Dio ordinato così, acciocchè imparassimo a portar l’uno i pesi dell’altro: conciossiachè nessuno ci abbia senza difetto, nessuno senza il suo peso, nessuno a se medesimo sufficiente, nessuno abbastanza per sè prudente: ma egli è mestieri di portarci a vicenda, di consolarci scambievolmente, d’ajutarci insieme, d’ammaestrarci, e correggerci. Ora di quanta virtù sia ciascuno, meglio si mostra, intervenendo contrarietà; imperciocchè le occasioni non fanno elle fragile l’uomo, ma danno a vedere qual egli sia.

Capo XVII — Della vita monastica

1. Ti fa bisogno d’apprendere a vincere in molte cose te stesso, se vuoi mantenere la pace, e la concordia con gli altri. Non è poco vivere ne’ monasteri, o in famiglia, e quivi usare senza querela, e perseverarvi fedele fino alla morte. Colui beato! il quale condusse ivi una buona vita, e con felice termine la fornì. Se tu vuoi starvi a dovere, e avanzarti, tienti siccome esule, e pellegrino sopra la terra. Bisogna che tu ti faccia povero per Cristo, se vuoi vivere vita religiosa.

2. L’abito, e la tonsura montano poco; ma la mutazion de’ costumi, e l’intera mortificazione delle passioni formano il vero religioso. Chiunque altro cerca che Dio puramente, e la salute dell’anima sua, non troverà che tribolazione e dolore. Non può anche a lungo durare in pace, chi non si studia di farsi il più picciolo e mettersi sotto a tutti.

3. Tu se’ venuto a servire, non a signoreggiare: attendi che tu fosti chiamato a patire, ed a faticare, non già a starti indarno, ed a novellare. Qui adunque sono gli uomini messi al cimento, come dell’oro si fa nel crogiuolo. Qui non può durarci nessuno, s’egli non voglia umiliarsi di tutto cuore per amore di Dio.

Capo XVIII — Degli esempi de’ santi Padri

1. Guarda a’ luminosi esempi de’ santi Padri, ne’ quali vera perfezione e religione rifulse, e conoscerai quanto sia poco, e quasi nulla che noi operiamo. Deh! che cosa è mai la vita nostra, posta allato alla loro? I Santi, e gli amici di Cristo servirono a Dio in fame e sete, in freddo e nudità, in travaglio e stanchezza, in vigilie e digiuni, in preghiere e sante meditazioni, in molte persecuzioni ed obbrobri.

2. Oh quante, e quanto gravi tribolazioni patirono gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, le Vergini, e tutti gli altri, che vollero seguitare le pedate di Cristo! Imperciocchè eglino odiarono le anime loro in questo mondo, acciocchè le possedessero in vita eterna. Oh quanto ristretta e sequestrata vita nell’eremo condussero i santi Padri! quanto lunghe e moleste tentazioni sostennero! quanto spesso furono travagliati dall’inimico! quanto frequenti e fervide orazioni porsero a Dio! in quanto rigorosa astinenza sono vivuti! quanto gran zelo e fervore ebbero del lor profitto spirituale! quanto dura guerra si diedero in domar le passioni! quanto pura e diritta intenzione ritennero a Dio! Lavoravano i giorni, ed insistevano in lunghe orazioni le notti: quantunque pur lavorando, niente interrompessero l’orazion della mente.

3. Tutto il tempo spendevano utilmente; ogni ora sembrava loro corta per attendere a Dio: e per la troppa dolcezza della contemplazione usciva loro di mente il bisogno del corporale ristoro. Rinunziavano ad ogni ricchezza, dignità, onore, amico, e parente: niente desideravano avere del mondo: a gran pena prendeansi il necessario alla vita; e loro doleva di dover servire al corpo infin nelle necessità. Erano dunque poveri d’avere, ma di grazia ricchissimi e di virtù. di fuori erano bisognosi, ma dentro dalla grazia, e dalla consolazion divina riconfortati.

4. Erano stranieri al mondo, ma prossimi a Dio, ed amici familiari di lui. A se medesimi sembravano un nulla, ed erano a questo mondo in dispregio; ma negli occhi di Dio pregevoli e cari. Stavano in vera umiltà, viveano in semplice obbedienza, camminavano in carità, ed in pazienza; e però ogni dì più s’avanzavano nello spirito, e assai grazia acquistavano presso Dio. Eglino furon dati in esempio ad ogni religioso; e più ci debbono provocar essi a ben profittare, che la moltitudine de’ tiepidi ad allargarci.

5. Oh quanto fu grande il fervore di tutti i religiosi nel cominciamento della loro santa instituzione! Oh quanto grande la divozione dell’orare! quanto l’emulazione della virtù! in quanto vigore stette la disciplina! quanta riverenza ed obbedienza sotto la regola del maestro in tutti fiorì! Ne fanno testimonianza le vestigie infino ad ora rimasteci, ch’essi furono uomini veramente santi, e perfetti; i quali combattendo sì virilmente, sotto a’ piedi si tennero il mondo. Oggimai grande è stimato, chi non è trasgressore, ovvero sappia portare pazientemente quel peso, che si addossò.

6. Oh tiepidezza e negligenza del nostro stato! che così presto vegnamo cadendo dal primo fervore; e omai ci dà noja il vivere, per lo rilassamento, e per la freddezza. Volesse Dio, che al progresso nelle virtù affatto non ti rallentassi tu, il quale più volte hai veduto molti esempi di persone divote.

Capo XIX — Degli esercizi del buon Religioso

1. La vita del buon Religioso dee esser fornita d’ogni maniera di virtù, acciocchè nell’interno sia tale, quale nell’esterno apparisce alla gente. Anzi meritamente molto più vi dee esser di dentro, che non apparire di fuori: perciocchè nostro riguardatore è Iddio, il quale dobbiamo avere in altissima riverenza, dovunque noi siamo, e nel cospetto di lui mondi al par degli angeli camminare. Si dee ciascun dì rinnovare da noi il nostro proposito, e noi stessi eccitare al fervore, come se oggi la prima volta venuti fossimo a conversione, e dire: Ajutami tu, o Signore Iddio, nel buon proponimento, e nel santo servizio tuo, e dammi ora, ch’oggi perfettamente cominci: perocchè niente è quello, ch’io ho fatto fino a quest’ora.

2. Secondo il nostro proposito procede il nostro profitto: e di molta diligenza è bisogno, chi vuol bene avanzarsi. Che se colui, il quale stabilmente alcuna cosa propone, manca più volte; che farà colui, che il fa di rado, o men fermamente? Ora avviene in varie maniere il venir meno al nostro proposito, e una lieve ommissione de’ nostri esercizi appena è che vada senza qualche discapito. Il proponimento de’ giusti anzi che dal proprio sapere, dipende dalla grazia di Dio, nel quale sempre si fidano, checchè si mettano a fare. Imperciocchè l’uomo propone, ma Dio dispone, nè sta in mano dell’uomo la propria via.

3. Se per cagion di pietà, o a fine di giovare altrui, si interrompe alcuna volta il consueto esercizio, agevolmente si potrà ristorare di poi. ma se per noja d’animo, o per negligenza leggermente si lascia, non è picciola colpa, e ce ne sentirem dello scapito. Sforziamoci a tutto potere; e noi tuttavia in molte cose mancherem di leggieri. Si vuol nonpertanto propor sempre qualche cosa determinata, e massime contra di ciò che ne dà impedimento maggiore. Le cose nostre interiori, ed esteriori si debbono egualmente disaminare ed acconciare, perchè le une, e le altre conferiscono all’avanzamento.

4. Se tu non puoi stare raccolto di continuo, fa di potere almeno di quando in quando, e per lo meno una volta il giorno, la mattina cioè, o la sera. La mattina proponi, la sera esamina i tuoi portamenti, quale oggi se’ stato nelle parole, nelle opere, e ne’ pensieri: che in questi forse offendesti Dio ed il prossimo frequentemente. Apparecchiati da prode contra le malizie del diavolo. Raffrena la gola, e con maggiore facilità ti verrà domato ogni appetito di carne. Non esser mai affatto ozioso; ma o ti sta leggendo, o scrivendo, o pregando, o meditando, o lavorando in altro, che serva al comune. I corporali esercizi però si debbono discretamente usare, nè pigliar da tutti ad un modo.

5. Le cose che non sono comuni, non è da farle in pubblico: poichè le cose singolari più sicuramente si praticano in segreto. Ti dei per altro guardare, che tu non sii pigro agli uffizi comuni, ed a’ particolari più pronto; ma fornite interamente e fedelmente le cose debite e ingiunte, se tempo t’avanza, renditi a te, secondo che desidera la tua divozione. Non possono tutti fare un medesimo uffizio; ma uno per questo, un altro fa meglio per quello. Anche, secondo che porta il tempo, piacciono diversi esercizi: perciocchè altri ne’ festivi, altri ci vengono più dilettevoli ne’ dì di lavoro. D’alcuni abbisognamo in tempo di tentazione, d’altri in tempo di pace e di quiete. Altro godiam di pensare, quando siam tristi; altro quando nel Signore ci stiamo allegri.

6. Intorno alle principali festività si vogliono rinnovare i buoni esercizi, e con più di fervore impetrare l’intercessione de’ Santi. Di festa in festa dobbiamo fare i proponimenti, come se allora fossimo per passare di questo secolo, e alla festa eterna dovessimo pervenire. E però sollecitamente abbiamo da prepararci ne’ tempi santi, e vivere con più divozione, ed ogni ordinazione più sottilmente osservare, come fossimo per ricever fra poco il premio dell’opera nostra.

7. E se egli ci sia differito, crediamo d’esservici meno acconciamente preparati, e tegnamoci tuttavia indegni di tanta gloria, la quale sarà in noi manifestata nel tempo predestinato, e diamo opera a meglio apparecchiarci per la partenza. Beato il servo (dice l’Evangelista Luca), cui il padrone, quando sia venuto, troverà vigilante. in verità vi dico, che egli il costituirà sopra tutti i suoi beni.

Capo XX — Dell’amore alla solitudine, ed al silenzio

1. Cerca tempo opportuno d’attendere a te, e pensa frequentemente i benefizj di Dio. Lascia le cose curiose. va leggendo di tali materie, che ti dieno più compunzione, che occupazione. Se tu ti rattenga dal parlare superfluo, e dallo scioperato vagare, come anche dall’udir novelle e romori, troverai tempo bastante ed acconcio da occuparti in buone meditazioni. I primi de’ Santi quanto poteano più, schivavano la conversazione degli uomini, ed amavano meglio di servire al Signore in segreto.

2. Disse un tale: Quante volte io sono stato fra gli uomini, tante ne son tornato men uomo. Questo noi sperimentiamo sovente ne’ lunghi ragionamenti. Egli è più facile il tacere del tutto, che il non trasandare nelle parole. è più facile lo stare in casa nascosto, che non è il sapersi custodir di fuori tanto che basti. Quegli adunque, che intende di giugnere al raccoglimento, ed alla spiritualità, bisogna che si cessi con Gesù dalla moltitudine. Nessuno si fa vedere con sicurezza, salvo chi volentier vive occulto. nessuno parla con sicurezza, salvo chi volentieri si tace. nessuno con sicurezza soprasta, salvo chi sta volentieri soggetto, nessuno con sicurezza comanda, salvo chi imparò a bene obbedire.

3. Nessuno ha sicura allegrezza, s’e’ non abbia buon testimonio dentro dalla coscienza. Egli fu però sempre la sicurezza de’ Santi piena del timore di Dio; nè per questo furono in sè men solleciti ed umili, che per grazia e per grandi virtù risplendessero. Ma la franchezza degli empi procede da superbia e da presunzione, e infine va ad ingannar se medesima. Non ti prometter mai sicurtà in questa vita, quantunque ti sembri essere buon monaco, o divoto romito.

4. Molte volte coloro, che dagli uomini eran creduti migliori, caddero con maggiore stroscio per troppa loro fidanza. Per lo che a molti torna meglio, ch’e’ non vadano affatto liberi da tentazioni, anzi che ne sieno spesso infestati; acciocchè non si tengano troppo sicuri, e non si levino per avventura in superbia, nè anche troppo sfrenatamente si abbandonino alle consolazioni esteriori. Oh! chi non cercasse mai passeggera allegrezza! oh! chi mai non s’impacciasse col mondo! in quanto buona coscienza non si manterrebbe egli! Oh! chi ogni vana sollecitudine recidesse da sè, e solo delle cose utili e divine si desse cura, e tutta in Dio riponesse la sua speranza: quanto gran pace, e quiete possederebbe!

5. Nessuno è degno della celeste consolazione, s’egli non siasi esercitato con ogni studio nella santa compunzione. Se vuoi nel cuore compungerti, entra nella tua stanza, e ne schiudi i tumulti del mondo, siccome è scritto: Compungetevi ne’ vostri letti. Nella cella tu troverai ciò, che fuori ne perderesti. La cella di continuo abitata diventa dolce, e malamente guardata partorisce fastidio. Se fin dal principio della tua conversione l’avrai bene abitata e guardata, ella ti diverrà poi diletta amica, e gratissima ricreazione.

6. Nel silenzio, e nella quiete ne migliora l’anima divota, ed apprende i segreti delle divine scritture. Ritrova quivi ruscelli di lagrime, con le quali tutte le notti si lavi, e si mondi; per divenir al suo creatore tanto più familiare, quanto da ogni tumulto del secolo più vive lontana. Chi dunque si dilunga dagli amici, e da’ conoscenti, a costui si farà Iddio vicino con gli angeli suoi. Meglio è vivere sconosciuto, e tener cura di sè, di quello che, trascurato se stesso, far de’ miracoli. È lode per l’uomo religioso, uscir fuori di rado, schifare d’esser veduto, anzi non voler pure veder persona.

7. Or che vuoi tu vedere di quelle cose, che non t’è dato d’avere? Passa il mondo, e la sua concupiscenza con lui. Gli appetiti della sensualità allettano allo spassarsi: ma come sia in questo un’ora passata, che ne riporti tu, altro che angustia di coscienza, e svagamento di cuore? Una lieta partenza frequentemente fa un tristo ritorno; e un’allegra veglia notturna un tristo mattino. Così ogni carnale diletto entra dolcemente, ma in fine morde ed uccide. Qual cosa puoi tu altrove vedere, che qui non vegga? eccoti il cielo e la terra, e tutti gli elementi; ora di questi pure son fatte tutte le cose.

8. Qual cosa puoi tu in alcun luogo vedere, che possa lungamente durare sotto del sole? Tu credi forse di poter in queste saziarti; ma ciò non ti verrà fatto giammai. Se tutte le cose tu vedessi presenti, che sarebbe egli ciò, se non se una vana visione? Leva gli occhi tuoi a Dio in alto, e prega per le tue colpe e negligenze. Lascia a’ vani le vanità; e tu attendi a quelle cose, che il Signore t’ha comandate. Chiuditi dietro l’uscio tuo, e chiama a te il tuo diletto Gesù. Rimanti in cella con essolui; poichè tu non potresti altrettanta pace trovare altrove. Se tu non ne fossi uscito giammai, in più bella pace saresti rimaso. Da che ti piace alcuna volta sentir novelle, egli t’è forza di sostener quindi turbamento di cuore.

Capo XXI — Della compunzione del cuore

1. Se vuoi punto avanzarti, conservati nel timore di Dio, nè voler essere troppo libero; ma sotto disciplina raffrena tutti i tuoi sentimenti, e non ti abbandonare ad una vana letizia. Datti a compunzione di cuore, e troverai divozione. La compunzione ci apre di molti beni, i quali la dissolutezza fu usata dissipar prestamente. È maraviglia, che possa mai l’uomo compiutamente in questa vita esser lieto, s’egli consideri e pensi il suo esilio, e i tanti pericoli ne’ quali è posta l’anima Sua.

2. Per la leggerezza del cuore, e per non por mente a’ nostri difetti, noi non sentiamo le infermità dell’anima nostra; anzi spesse volte vanamente ridiamo, quando meritamente dovremmo piangere. Non ci ha vera libertà, nè retta allegrezza, se non se nel timore di Dio, e nella buona coscienza. Felice! chi può gittare da sè ogni impedimento che il distragga, e nella compunzione ricoverar se medesimo. Felice! chi rimove da sè tutto ciò, che può macchiare, o aggravare la sua coscienza. Combatti da forte: l’usanza vinta è dall’usanza. Se tu sai lasciare andar gli uomini, ed eglino lasceran fare a te i fatti tuoi quietamente.

3. Non accattar briga degli altrui fatti, nè t’impacciare nelle questioni de’ grandi. La prima cosa, tien sempre l’occhio sopra di te, e innanzi a tutti i tuoi cari, correggi spezialmente te stesso. Se tu non hai favore dagli uomini, non attristartene: ma questo pur ti doglia, che tu troppo ben non ti porti, nè vivi così a riguardo, come sarebbe richiesto di fare ad un servo di Dio, e ad un divoto religioso. È spesse volte più utile e più sicuro all’uomo, ch’egli non abbia in questa vita troppe consolazioni, massimamente secondo la carne. del non aver però le divine, o del sentirle assai raro, noi siamo in colpa; perchè non ci procuriamo la compunzione del cuore, e non rifiutiamo del tutto le vane, ed esterne consolazioni.

4. Riconosciti immeritevole della divina consolazione, ma degno piuttosto di molte tribolazioni. Quando sia l’uomo perfettamente compunto, allora il mondo tutto gli vien nojoso ed amaro. L’uomo dabbene trova bastante materia di dolore, e di pianto. imperciocchè o egli consideri se medesimo, o ponga mente al suo prossimo, sa bene nessuno poter qui vivere, che non sia tribolato. E quanto più sottilmente ricerca se stesso, tanto se ne duol più. Materia di giusto dolore, e d’interno compungimento sono i vizi nostri e peccati, ne’ quali così giaciamo ravvolti, che di rado possiam rilevarcene a contemplare le cose celesti.

5. Se tu pensassi della tua morte più spesso, che della lunghezza della vita, non è dubbio che ad emendarti non ti dessi con più fervore. Se tu ancora meditassi di cuore le pene dell’inferno avvenire, o del purgatorio, io porto ferma credenza che tu della buona voglia tollereresti ogni travaglio e dolore, nè asprezza non temeresti. Ma perciocchè queste cose non ci passano al cuore, ed a miamo tuttavia d’essere carezzati, pertanto ci rimanghiamo freddi, e assai neghittosi.

6. Frequentemente vien da inopia di spirito, che sì di leggieri il misero corpo si lagna. Prega dunque umilmente il Signore, che ti dia spirito di compunzione, e dì col Profeta: Mi pasci, o Signore, di pane di pianto, e dammi beveraggio di lagrime con misura.

Capo XXII — Della considerazione dell’umana miseria

1. Tu sei misero, dovunque tu sia, e ove che tu ti volga, se a Dio non ti volgi. Or che ti turbi, se cosa non ti vien fatta, secondochè vuoi e desideri? e chi è colui, il quale a suo piacere si abbia tutte le cose? non io, nè tu, nè persona del mondo. Nessun ci vive senza qualche tribolazione, o molestia; sia egli Re, o Papa. Or chi ne sta dunque meglio? in vero colui, che sa alcuna cosa patire per amor di Dio.

2. Dicono parecchi deboli e infermi: Ecco quanto beata vita mena colui! com’egli è ricco! quanto grande! in quale alto stato, e quanto potente! Ma guarda a’ beni del cielo, e vedrai come tutti questi della terra son nulla, anzi pur molto incerti, e forte gravosi; perchè non sono mai senza sollecitudine e timor posseduti. Non è felicità per l’uomo avere le cose temporali a ribocco, ma bastagli la mediocrità. Egli è veracemente miseria a vivere sopra la terra. quanto l’uomo vorrà più essere spirituale, tanto la vita presente gli diventa più amara; poichè meglio sente, e vede più chiaro i difetti della corruttibile vita. Conciossiachè mangiare, bere, vegliare, dormire, riposarsi, lavorare, e servire alle altre naturali necessità, è veramente grande miseria ed afflizione all’uomo divoto, il quale amerebbe d’esser libero e sciolto da tante noje.

3. Imperciocchè è assai gravato in questo mondo l’uomo spirituale dalle necessità corporali. onde Davidde prega divotamente di poterne esser liberato, dicendo: Dalle mie necessità mi franca, o Signore. Ma guai a chi non conosce la propria miseria! e vie più guai a coloro, che questa misera, e corruttibile vita hanno cara! Essendo che taluni a questa cotanto si stringono (quantunque pure a stento lavorando, o mendicando guadagnin la vita), che se potessero viverci sempre, nessuna pena si prenderebbono del regno di Dio.

4. O stolti, e miscredenti di cuore! i quali tanto giacciono sprofondati nelle cose terrene, che niente altro non gustano, che beni di carne. Ma essi infelici! che pur alla fine con dolore s’accorgeranno, quanto vil cosa, anzi nulla era quello, in che posero il loro amore. Laddove i Santi di Dio, e tutti i divoti amici di Cristo niente attesero a quelle cose, che la carne gradì, nè a quelle che in questo secolo furono in pregio; ma tutta la loro speranza, ed intenzione aspirava a’ beni eterni. Ogni loro desiderare spingevasi in alto alle cose durevoli ed invisibili, per non essere dall’amore delle visibili tirati abbasso. Non volere, o fratello, perdere la fiducia d’avanzarti nelle cose spirituali: tu ne hai tuttavia modo e tempo.

3. Perchè vuoi tu menar d’oggi in domani il tuo proponimento? Levati su, e di presente comincia, e dì: Ora è tempo d’operare, ora è tempo di combattere, ora è comodità d’emendarsi. Quando sei a mal punto, e tribolato, allora è tempo da meritare. Egli ti bisogna passare per fuoco, e per acqua, innanzi che tu venga a refrigerio. Se tu non ti farai forza, non vincerai vizio alcuno. Finattanto che noi portiamo questo fragile corpo, non possiam essere senza peccato, nè viverci senza tedio e dolore. Noi vorremmo riposarci d’ogni molestia; ma poichè per la colpa perdemmo l’innocenza, perdemmo ad un’ora la vera beatitudine. Per la qual cosa ci fa d’uopo di mantenerci in pazienza, ed aspettare la misericordia di Dio, finchè sia passato questo rio tempo, e ciò che è mortale, assorto dalla vita.

6. Oh quanto è grande l’umana fralezza, la quale è sempre al vizio correvole! Oggi tu confessi i tuoi peccati, e domani commetti da capo le colpe, c’hai confessate. Adesso proponi di star sull’avviso, e dopo un’ora in guisa operi, come se nulla avessi proposto. Meritamente adunque ci conviene umiliarci, nè mai tenerci per nulla di grande, essendo noi tanto fragili ed incostanti. Si può ancora presto perdere per negligenza quello, che a gran fatica s’è appena una volta acquistato per grazia.

7. Or che sarà di noi nella fine, se intiepidiamo sì di buon’ora? Guai a noi! se così ci vogliam ricogliere al riposo, come se già fusse tempo di sicurezza e di pace, non apparendo però ancora nel nostro vivere vestigio di vera santità. Vero è che noi avremmo bisogno d’essere un’altra volta, siccome buoni novizi, ammaestrati della santa vita; se per avventura ci fosse speranza in avvenire di alcuna ammenda, e di maggiore spirituale profitto.

Capo XXIII — Della meditazione della morte

1. Assai presto sarà qui finita per te. or vedi d’altra parte come tu stai. Oggi è l’uomo, e dimani non comparisce più. Come poi egli ti sarà stato tolto dagli occhi, così in breve ti fuggirà della mente. Oh! insensataggine, e durezza del cuore umano; che solo pensa alle cose presenti, e non si provvede anzi per le avvenire. Così tu dovresti in ogni tuo atto e pensiere portarti, come se oggi dovessi morire. Se tu avessi buona coscienza, non temeresti troppo la morte. Egli è meglio guardarsi da’ peccati, che fuggir dalla morte. Se oggi tu non se’ acconcio, dimani come sarai? il giorno di domani è incerto; e che sai tu se l’avrai?

2. Qual pro ci fa di vivere lungamente, se ci emendiamo sì poco? Ah! che la vita lunga non sempre emenda, anzi le più volte aggiugne alle colpe. Volesse pur Dio, che pure un sol dì fossimo bene vivuti nel mondo! Parecchi contano gli anni della lor conversione; ma spesse fiate è piccolo il frutto dell’emendazione. Se paurosa cosa è il morire, egli è forse di più pericolo il vivere lungamente. Beato chi tiene ad ogni momento dinanzi agli occhi l’ora della sua morte, ed ogni dì s’apparecchia a morire. Se alcuna volta vedesti morir persona, pensa che e tu farai il medesimo passo.

3. Quando sia il mattino, fa ragione di non dover venire alla sera. fatta poi sera, non osar di prometterti la mattina. Sta dunque preparato mai sempre, e vivi per forma, che la morte non ti colga mai sprovveduto. Molti di subito e impensatamente si muoiono. imperciocchè a quell’ora ch’altri non pensa, è per venire il Figliuolo dell’uomo. Come sia venuta quell’ultim’ora, tu comincierai a giudicar molto altramenti di tutta la tua preterita vita, e ti dorrà forte d’essere stato sì negligente e rimesso.

4. Quanto felice ed avveduto è colui, che tale adesso si studia d’essere in vita, quale desidera esser trovato alla morte! Conciossiachè grande fidanza di lieta morte ne darà l’intero disprezzo del mondo, lo studio fervente di crescere nelle virtù, l’amore della disciplina, il disagio della penitenza, la prontezza dell’obbedire, il rinnegamento di se medesimo, e la tolleranza di qualsivoglia travaglio per l’amore di Cristo. Molto di bene puoi adoperare mentre sei sano; ma ammalato, non so che cosa potrai. Pochi migliorano di malattia; e così quelli che vanno molto pellegrinando, di rado diventano santi.

5. Non ti confidar degli amici, nè de’ congiunti, nè differire al domani la cura di tua salute: perciocchè troppo più presto gli uomini si dimenticheranno di te, che non pensi. Meglio è provvedersi ora mentre è pur tempo, e alcun bene mandarci innanzi, che stare a speranza dell’ajuto degli altri. Se tu non sei adesso sollecito di te medesimo, chi sarà in tua vece nell’avvenire? Adesso è il tempo molto prezioso, adesso sono i giorni della salute, adesso il momento accettevole. Ma ohimè! che a maggior tuo profitto non metti il presente, nel quale tu puoi meritarti onde vivere eternalmente. Verrà tempo che tu vorrai un giorno, ed un’ora per emendarti, nè so se l’avrai.

6. Deh! vedi, carissimo, da quanto grande pericolo tu puoi riscuoterti, da quanto gran paura campare, se tu viva ora sempre sospettoso e timido della morte. Ingegnati adesso di vivere in modo, che nell’ora della tua morte tu debba anzi godere, che paventare. Avvezzati a morire ora al mondo, per cominciare allora a vivere con Cristo. Impara adesso a spregiare ogni cosa, acciocchè allora tu possi speditamente andartene a Cristo. Castiga adesso il tuo corpo per penitenza, sicchè allora tu possa aver sicura fiducia.

7. Ah pazzo! che vai tu divisando del viver lungo, non avendo pure un giorno in tua mano? Quanti ci rimasero colti, e fuor d’ogni loro pensiero divelti dal corpo? Quante fiate hai tu udito dire: Il tale morì di spada, quegli annegò, l’altro caduto dall’alto si fiaccò il capo, questi mangiando assiderò, quegli in sul giuocare finì la vita? Altri è morto di fuoco, altri di ferro, altri di peste, altri di assassinamento: e così fine di tutte le cose è la morte; e la vita degli uomini, in men ch’io nol dico, siccome ombra trapassa via.

8. Chi avrà di te memoria dopo la morte? e chi farà preghiere per te? Fa ora, fa, dilettissimo, tutto quello che puoi: perciocchè tu non sai ’l quando debba morire, e nè eziandio quello che sia per avvenirti dopo la morte. Mentrechè hai tempo, ti aduna ricchezze che mai non ti vengano meno. Dalla tua salute in fuori, niente altro voler pensare: datti cura solo delle cose, che riguardano a Dio. Adesso ti fa degli amici, onorando i Santi di Dio, e facendo ritratto dalle loro azioni; acciocchè, come tu sia uscito di questa vita, essi ti ricolgano ne’ tabernacoli eterni.

9. Guarda te stesso, siccome pellegrino e forestiere sopra la terra, a cui niente appartenga de’ negozi del mondo. Conserva libero, e a Dio in alto levato il cuor tuo; perciocchè tu non hai qui ferma stanza. Colà rivolgi le preghiere e’ gemiti, e le lagrime ciascun giorno; acciocchè l’anima tua meriti di passare dopo la morte felicemente al Signore. Così sia.

Capo XXIV — Del Giudizio, e delle pene de’ peccatori

1. In ogni tuo atto riguarda al fine, e come ti converrà stare davanti a rigido giudice, al quale niente è celato; il quale nè si placa per doni, nè ammette scuse, ma secondo giustizia giudicherà. O infelicissimo e stolido peccatore, or che potrai tu rispondere a Dio, che tutte sa le tue colpe; tu, il quale talora temi la guardatura d’un uomo adirato? E perchè non ti provvedi per lo dì del giudizio, quando nessuno potrà essere per altrui scusato o difeso, ma ciascheduno avrà assai che fare da sè? Adesso è fruttuosa la tua fatica, il tuo pianto accettabile, impetrativo il tuo gemito, satisfattorio e purgativo il tuo dolore.

2. Grave e salutevole purgatorio fa l’uomo paziente, il quale essendo ingiuriato, si duole più dell’altrui malizia, che dell’onta a sè fatta; il quale pe’ suoi contradditori volentier prega, e di cuore rimette le offese; che non indugia a chiedere altrui perdono, che più alla misericordia è pronto, che all’ira; il quale frequentemente fa forza a se stesso, e studiasi di sottomettere la carne interamente al suo spirito. Egli è meglio purgare adesso i peccati, e risecare i vizi, che riservarli a purgare in futuro. Noi inganniamo veracemente noi stessi per l’amore disordinato, ch’abbiamo alla carne.

3. Che altro dee consumare quel fuoco, se non se i tuoi peccati? Quanto più adesso tu ti risparmi, e studi la carne, tanto più dura pena pagherai poi, e ti raguni maggior materia pel fuoco. In ciò che l’uomo ha peccato, in quello sarà più agramente punito. Quivi gli accidiosi saranno frugati da accesi stimoli, e i golosi di sete e fame fierissima trangosceranno: ivi i lussuriosi, e gli amatori delle voluttà saranno impiastricciati di pece bollente e di fetido zolfo; e come rabbiosi cani, gli in vidiosi metteran urli per lo dolore.

4. Non sarà vizio alcuno, che non abbia il suo peculiare tormento. Ivi i superbi saran ricolmi d’ogni vergogna, e gli avari stretti da amarissima povertà. Colà sara più grave la pena d’un’ora sola, che qui non sarebbe la durissima penitenza di cento anni. Ivi nessuna requie, nessun conforto avranno i dannati: che qui pur talora si ristà l’uomo di faticare, e ci allevia la consolazion degli amici. Sii adesso sollecito, e dolgati delle tue colpe; sicchè nel dì del giudizio tu sii co’ beati posto in sicuro. Imperciocchè in quel dì staranno i giusti in grande fidanza a rimpetto di quelli, che gli hanno angustiati e depressi. Allora sederà a giudicare colui, che adesso si assoggetta a’ giudizi degli uomini. allora avrà gran baldanza il povero, e l’umile; e d’ogni parte sarà spaurito il superbo. quelli, che gli hanno angustiati e depressi. Allora sederà a giudicare colui, che adesso si assoggetta a’ giudizj degli uomini. allora avrà gran baldanza il povero, e l’umile; e d’ogni parte sarà spaurito il superbo.

5. Si parrà allora, essere stato saggio colui, che imparò ad essere stolto e vile per Cristo. allora ci sarà caro d’aver sofferto pazientemente qualunque tribolazione, e a gli empi sarà turata la bocca. Godranno allora tutte le persone divote, e le irreligiose saranno triste. esulterà allora più la carne tenuta a disagio, che se ella fosse stata sempre nutrita in delizie. allora risplenderà la roba spregevole, e la veste sottile sarà intenebrata. allora sarà più lodato il povero casolare, dell’indorato palazzo. allora ci gioverà più la tolleranza costante, che la signoria di tutta la terra. allora sarà più esaltata la semplice obbedienza, che tutti gli accorgimenti del secolo.

6. Allora ci darà più allegrezza la monda e buona coscienza, che la dotta filosofia. allora sarà più apprezzato il dispregio delle ricchezze, di quanti tesori sono nel mondo. allora sarai più consolato della divota preghiera, che del dilicato mangiare. più godrai del silenzio guardato, che de’ lunghi cicalamenti. ti varranno più allora le sante operazioni, che i molti parlari ed ornati. piacerà allora più la stretta vita, e la rigida penitenza, d’ogni terreno dilettamento. Impara adesso a sopportare te stesso nel poco, per poter allora campare da peggio. Prendi qui prima esperimento, quello che tu debba poter di poi. se ora tu sai patir così poco, or come potrai sostenere gli eterni tormenti? se adesso un picciolo patimento ti fa tanto impaziente, qual ti farà allora l’inferno? Or vedi bene: tu non puoi aver doppia allegrezza; prenderti qui diletto nel mondo, e poi regnare con Cristo.

7. Se tu fino al dì d’oggi fossi vivuto in onori, e in piaceri, qual merto avresti di tutto ciò, se di presente t’incogliesse di morire? Vanità sono dunque tutte le cose, eccettochè l’amar Dio, ed il servire a lui solo. Imperciocchè chi ama di tutto cuore Iddio, non teme nè di morte, nè di tormento, nè di giudizio, nè d’inferno: poichè l’amore perfetto ci dà di poterci a Dio appressare sicuramente. Ma chi pur dilettasi del peccare, non è maraviglia ch’egli paventi la morte, e il giudizio. Egli è tuttavia alcun bene; che se non ancora l’amore ti ritira dal male, il timore almen dell’inferno te ne raffreni. Ma chi si getta dopo le spalle il timore di Dio, non potrà perseverar lungamente nel bene, ma assai presto verrà a dar ne’ lacci del diavolo.

Capo XXV — Della fervente emendazione di tutta la vita

1. Sii svigilante, e fa di servire a Dio con tutta sollecitudine; e pensa frequentemente: A che sei tu venuto? non fu egli per vivere a Dio, e per diventarne uomo spirituale? T’accendi dunque al profitto; perciocchè tu riceverai di qui a poco la mercede de’ tuoi travagli; e allora non avrà più in te luogo paura, o dolore. Per lieve fatica, che adesso tu porti, grande riposo, anzi perpetua allegrezza riceverai. Se tu duri ad esser fedele e fervoroso nell’operare, e Dio ti sarà senza dubbio fedele, e largo della mercede. Tu dei star bene a buona speranza, finchè sii giunto alla palma: ma il prendere sicurezza non t’è opportuno, acciocchè tu non ne intorpidissi, o ne diventassi superbo.

2. Essendo un cotale turbato dell’animo, e spesso ondeggiando tra paura e speranza, pur una volta dal dolor vinto, essendosi gettato in certa chiesa appiè d’un altare, in questi pensieri andavasi ravvolgendo, e diceva: Oh s’io sapessi ch’io dovessi perseverare! e di subito sentì dentro la divina risposta: Or se questo sapessi, che cosa vorrestu fare? fa adesso ciò che allora vorresti, e vivi sicuro. E così tosto consolato, e riconfortato, tutto si mise a Dio, e l’affannoso turbamento cessò. nè volle investigare curiosamente quello, che dovesse esser di lui; ma piuttosto si studiò di cercare qual fosse il perfetto beneplacito della divina volontà, a cominciare ciascun’opera buona, e a fornirla.

3. Spera nel Signore, e fa il bene (dice Davidde), ed abita la terra; e sarai pasciuto nelle delizie di lei. Una cosa è, che parecchi ritrae dal procedere innanzi e dalla emendazione fervente; la paura cioè della difficoltà, o sia la pena della battaglia. Conciossiachè coloro massimamente sopra tutti gli altri s’avanzano nella virtù, che più virilmente si sforzano di vincere quelle cose, dalle quali si sentono più gravare e combattere. Essendo che ivi l’uomo migliora più, e vien meritandosi maggior grazia, dove più vince se stesso, e dello spirito si mortifica.

4. Tutti però non hanno egualmente molto da vincere, e da mortificare. Contuttociò l’attento zelatore sarà più valente al profitto, comechè egli più passioni sostenga, di quello che altri che non ne sia troppo nojato, ma però alle virtù sia meno fervente. Due cose singolarmente ajutano l’emendazione; cioè, distaccarci a viva forza da ciò, che la natura viziosamente appetisce, e dare studiosa opera al bene, quanto altri più n’abbisogna. Metti anche più studio a schifare, ed a vincere quelle cose, che più spesso vedi con dispiacere negli altri.

5. Traggi d’ogni cosa profitto: sicchè qualor tu vegga de’ buoni esempi, o ne ascolti, t’accenda ad imitazione. Ma ove tu vegga nulla di riprensibile, ti guarda di far tu lo stesso; o se il facesti giammai, tostamente t’adopera d’emendartene. Così come l’occhio tuo considera gli altri, tu sei altresì dagli altri osservato. Quanto gradita, e dolce cosa si è a vedere i ferventi, e divoti fratelli ben costumati, e disciplinati! quanto malinconiosa, e grave vederne di quelli, che senza legge camminano, e niente fanno di quelle cose, alle quali furon chiamati! Quanto gran danno è il non curarsi del fine della sua vocazione, e a quelle cose volger l’affetto, che non ci sono ordinate!

6. Ti ricorda dell’impreso proponimento, e l’immagine ti metti innanzi del Crocifisso. Tu hai bene onde arrossire, riguardata la vita di Gesù Cristo; che più non ti sei studiato di ritrarre da lei, quantunque nella via del Signore tu sii stato gran tempo. Il religioso che nello studio della vita e passione santissima del Signore intentamente, e divotamente s’esercita, troverà in quella abbondevolmente tutte le cose utili e necessarie, nè gli farà bisogno di cercarne altra migliore fuor di Gesù. Oh se venisse nel nostro cuore Gesù crocifisso! quanto presto, e come abbastanza noi ne saremmo ammaestrati!

7. Il fervido religioso a tutte le cose comandate assoggettasi, e volentieri vi mette la mano. Il religioso tiepido e negligente sostiene tribolazione sopra tribolazione, e patisce d’ogni parte strettezza: perciocchè egli è privato della consolazione interiore, e la esteriore non gli è lasciata cercare. Il religioso che vive sciolto da disciplina, sta a pericolo di grave caduta. Colui che cerca le cose più larghe, e più comode, vivrà sempre in angustia; perchè o questa, o quella gli verrà in noja.

8. Or come fanno tanti altri religiosi, che pure assai vivon ristretti sotto disciplina nel chiostro? Escon di rado, vivono segregati, mangiano poverissimamente, vestono grossolano, lavorano assai, parlano poco, vegliano lungamente, per tempo si levano, protraggono le orazioni, leggono di frequente, e in ogni maniera di disciplina guardan se stessi. Vedi quelli della Certosa, e que’ di Cistercio, e gli altri di diverso ordine monaci, e suore, come ciascuna notte sorgono a salmeggiare al Signore. E perciò sarebbe vergogna, se a così santa opera fossi tu dormiglioso, a quell’ora che sì gran moltitudine di religiosi comincia a giubilare al Signore

9. Oh se tu non avessi altro carico, salvo di lodare con tutto il cuore, e a tutte labbra il Signor nostro Iddio! Oh se mai non ti facesse bisogno nè di mangiar, nè di bere, nè di dormire! ma ad ogni ora potessi dar lodi a Dio, ed agli esercizi spirituali attendere solamente! allora tu saresti assai più felice, che ora non sei, mentrechè per qualsivoglia necessità servi al tuo corpo. Così non ci fossero cotali necessità, ma solamente rifezioni spirituali dell’anima; le quali (oh Dio!) noi gustiamo troppo di rado.

10. Come a questo sia giunto l’uomo, ch’egli non cerchi nessuna consolazione da creatura, allora imprima Dio gli comincia a saper buono perfettamente; ed allor sarà altresì contento, checchè s’avvenga nel mondo. allora nè del molto allegrezza, nè del poco sentirà pena: essendo che egli commette interamente, e fiducialmente se stesso a Dio, che è a lui tutto in tutte le cose, al quale nessuna cosa in vero perisce, nè muore; anzi tutte a lui vivono, e al cenno di lui servono incontanente.

11. Ricorditi sempre del fine, e come il tempo gittato non torna più. Senza sollecitudine e diligenza non ti verrà mai acquistata virtù. Se tu cominci a intiepidire, comincerai pure a star male. Che se ti dai al fervore, troverai somma pace, e sentirai la fatica più lieve per la grazia di Dio, e per lo studio della virtù. L’uomo fervido e diligente è presto a tutte le cose. Egli è maggior pena a resistere a’ vizi ed alle passioni, di quello che a sudare negli esercizi del corpo. Chi non ischiva i leggieri difetti, a poco a poco verrà sdrucciolando a più gravi. Tu godrai sempre la sera, se tu abbi speso la giornata con frutto. Veglia sopra te stesso, riscuoti te stesso, ammonisci te stesso, e (checchè s’avvenga degli altri) non trascurare te stesso. Tanto avrai fatto profitto, quanto a te stesso avrai fatto di forza.

Qui finiscono gli Avvertimenti

per la vita spirituale.

Libro III — Dell’interna consolazione

Capo I — Dell’interno parlare di Cristo all’anima fedele

1. Io starò ad ascoltare quello che parli il Signore Iddio dentro di me. Beata l’anima, che al Signore che dentro le parla, porge l’udito; e parole di consolazione sente dalla sua bocca. Beate le orecchie, che ricevono il lieve sibilo del divin fiato, ed a’ frastuoni di questo mondo non danno mente. Beatissime orecchie! che non già una voce, che suoni di fuora, ma sì la Verità ascoltano, che le ammaestra di dentro. Beati gli occhi! che alle cose esteriori serrati, alle interiori stan pure intenti. Beati coloro! che dentro si chiudono nel lor segreto, e per quotidiano esercizio più e più s’ingegnano di disporsi a comprendere gli arcani celesti. Beati que’ che sospirano d’attendere a Dio, ed ogni impedimento del secolo si gittan dattorno! Bada bene a queste cose, o anima mia, e chiudi gli usci de’ tuoi sentimenti; acciocchè tu possa sentire quello, che il Signore Iddio tuo parli dentro di te.

2. Quest’è che ti dice l’amato tuo: Io son tua salute, io tua pace, e tua vita. tienti vicina a me, e troverai pace. lascia andare tutte le cose passeggere, e cerca le eterne. Che altro son elle tutte le cose temporali, se non lacciuoli? E qual pro ti faranno tutte le creature, se tu sii abbandonata dal creatore? Adunque rigettate tutte le cose, fa di renderti gradita e fedele al tuo creatore, affinchè tu possa conseguire la vera beatitudine.

Capo II — Che la verità parla dentro senza strepito di parole

1. Parla, o Signore; che ’l tuo servo t’ascolta. Io sono tuo servo. dammi intendimento da saper la tua legge. Volgi il mio cuore a’ detti della tua bocca; scorrano come rugiada le tue parole. Dicevano i figliuoli d’Israello una volta a Mosè: Parla tu a noi; e noi ti udiremo: non ci parli il Signore; che forse non ne morissimo. Così no, o Signore, così no non prego io; anzi col profeta Samuele piuttosto umilmente, e affettuosamente a te supplico: Parla, o Signore; che ’l tuo servo t’ascolta. A me già non Mosè, nè alcun de’ Profeti, ma tu meglio mi parla, inspiratore, e illuminatore di tutti i Profeti: perchè tu solo senza di loro mi puoi ammaestrare perfettamente; ed essi niente mi gioverebbono senza di te.

2. Possono ben essi sonare in parole, ma non però danno lo spirito. Parlan leggiadro; ma, tacendo tu, non accendono il cuore. insegnan le lettere; ma tu apri l’intendimento. Profferiscono i misteri; ma tu dischiudi l’intelligenza delle cose adombrate. bandiscono i comandi; ma tu dai l’ajuto d’adempierli. mostran pure la via; ma tu a camminarvi conforti. Quelli adoperano solamente di fuori; ma tu i cuori ammaestri, e gli illumini. quelli innaffiamo esteriormente, ma tu doni fecondità. quelli gridano con parole; ma tu porgi intelligenza all’udito.

3. Non mi parli adunque Mosè; ma tu, o Signore Iddio mio, Verità eterna: sicchè per avventura io non muoja, nè resti ignudo di frutti, qualora io fossi di fuor solamente ammonito, nè infiammato di dentro; e non mi tornino in cagion di condanna le cose sentite, e non operate, conosciute, nè amate, credute, e non osservate. Parla dunque a me tu, o Signore, che ’l tuo servo t’ascolta; perocchè tu hai parole di vita eterna. Parlami a consolazione (qual ella si sia) del mio spirito, e ad emendazione di tutta la vita mia; come anche a tua laude, a gloria, e ad onore perpetuo.

Capo III — Che le parole di Dio si debbono ascoltare con umiltà; e che molti non le apprezzano

1. Ascolta, o figliuolo, le mie parole di tutta soavità, e che trascendono tutta la sapienza de’ filosofi, e de’ saggi di questo mondo. Le parole mie sono spirito, e vita, nè da essere con umano giudizio estimate. Non sono da torcere a vano piacere, ma da udire in silenzio, e da ricevere con ogni umiltà, e con gran tenerezza.

2. Ed io ho detto: Beato quell’uomo, al quale tu insegni, e ammaestrilo della tua legge, per iscamparlo da’ giorni rei! acciocchè egli non resti abbandonato sopra la terra.

3. Io, dice il Signore, ho instruiti dapprima i Profeti, e fino al presente non resto di parlare ad ogni uomo: ma parecchi alla mia voce son sordi, e duri. La maggior parte amano più il mondo, che Dio: più presto seguitano gli appetti della carne, che il piacere di Dio. Promette il mondo temporali e piccioli beni, e con tutto l’affanno si serve a lui: ne prometto io di sommi ed eterni, e i cuori degli uomini annighittiscono. Chi è quegli, che si dia tanta fatica di servire, e obbedire a me in tutte le cose, come si fa al mondo, ed a’ padroni mondani? Vergognati, o tu Sidone, dice il mare. e se dimandi della cagione, odi perchè: Per iscarso guadagno si cercano lontani paesi: per la vita eterna, da molti si leva a stento pur una volta piede da terra. Si va in cerca di prezzo vile, e alle volte sozzamente si litiga d’una sola moneta; e per cosa da nulla, e per poca promessa non si teme di durar fatica il giorno, e la notte.

4. Ma, oh vergogna! per uno incommutabile bene, per uno inestimabile premio, per uno altissimo onore, per una interminabile gloria ci risparmiamo di non darci pure un picciol travaglio. Vergognati adunque, servo pigro, e lamentoso; che quelli si trovino essere più pronti alla lor perdizione, che tu non sei alla vita. Godono più quelli per la vanità, che tu per la verità. Ed eglino son pure alcuna volta falliti della loro speranza; laddove la mia promessa non froda veruno, nè qualunque confida in me il lascia andar vuoto. Quello che da me fu promesso, io ’l darò; quello ch’io ho detto, l’osserverò; se pur altri perseveri ad esser fedele sino alla fine nell’amor mio. Io sono rimuneratore di tutti i buoni, e forte provatore di tutti i divoti.

5. Scrivi nel tuo cuore le mie parole, e ricercale sottilmente: perocchè in tempo di tentazione assai ti verranno opportune. Quello che in leggendo tu non intendi, nel giorno della mia visita l’intenderai. Mia usanza è di provare in due modi i miei eletti, con la tentazione cioè, e con la consolazione. e due lezioni io leggo loro per ciascun dì: l’una, riprendendogli de’ loro vizi; l’altra, confortandogli a crescere più sempre nelle virtù. Colui che tiene le mie parole, o le sprezza, ha il suo giudice per l’ultimo giorno.

Preghiera ad impetrar grazia di divozione.

6. Signore Iddio mio, tu mi sei ogni bene. E chi mi son io che ardisco di parlare con te? Io sono poverissimo, e vile tuo servo, e dispregevole vermicciuolo; troppo più povero, e più dispregevole di quello che io sappia e ardisca di dire. Ricorditi non pertanto, o Signore, ch’io sono niente, niente ho, niente vaglio. Tu solo se’ buono, tu giusto, tu santo; tu puoi tutto, dai tutto, tutto riempi; il peccatore è il solo, che tu lasci vuoto. Rammentati delle tue misericordie, ed empi della tua grazia il mio cuore, da che tu non vuoi che sieno vuote le tue fatture.

7. Or come poss’io reggermi in questa misera vita, se la misericordia e grazia tua non mi porge soccorso? Non voler rivoltar da me la tua faccia; non voler prolungar la tua visita, nè differire la tua consolazione, sicchè l’anima mia non ne diventi come terra senz’acqua davanti a te. Insegnami fare la tua volontà. insegnami degnamente e umilmente vivere alla tua presenza; perchè la mia sapienza sei tu, il quale in verità mi conosci, e conoscestimi, avanti che fosse il mondo, ed io qui fossi nato.

Capo IV — Che si dee vivere in verità ed umiltà alla presenza di Dio

1. Figliuolo, cammina alla presenza mia in verità, e nella semplicità del tuo cuore cercami sempre. Chiunque cammina alla mia presenza in verità, egli sarà difeso da’ casi rei; e la verità il camperà da’ seduttori, e dalle detrazioni degli empi. Se la verità ti faccia libero, tu ne sarai veramente, e niente ti curerai delle ciance degli uomini.

2. Signore, ciò è il vero. Deh! io ti prego, siccome tu dì, così fa con me. La tua verità mi ammaestri, ella mi guardi, e fino a salutevol termine mi custodisca. ella d’ogni cattiva affezione, e d’ogni amore disordinato mi sciolga: e io teco camminerò in grande libertà del mio cuore.

3. Io t’insegnerò (dice la Verità) le cose rette, e accettevoli davanti a me. Pensa tu i tuoi peccati con pentimento grande, e dolore; e non ti tener mai da nulla, per buona opera che tu faccia. Tu sei in verità peccatore, e a molte passioni soggetto, e impacciatovi. Da te sempre tu vai al niente, di leggier cadi, prestamente sei vinto, facilmente ti turbi, in breve ti fiacchi. Tu non hai cosa, onde possa gloriarti, ma ben n’hai troppe, onde tu debba spregiarti; perchè sei molto più debole, di quello che tu possa comprendere.

4. Nessuna dunque ti paja grande di quelle cose che fai. Niente sublime, niente pregevole, niente ammirabile; niente ti sembri degno d’estimazione; niente alto, niente in verità lodevole, e desiderabile se non quello ch’è eterno. Ti sia in piacere sopra tutte le cose l’eterna Verità; ed abbi sempre in dispetto la tua somma viltà. Niente temi così, niente così biasima e fuggi, siccome i vizi e’ peccati tuoi, de’ quali tu dei portar più dolore, che non di qualunque jattura di cosa del mondo. Ci sono di quelli, che non nettamente camminano davanti a me, ma tratti da una cotale curiosità ed arroganza, son vaghi di sapere i secreti miei, e le alte cose intendere della divinità, se stessi e la propria salute posta in non cale. Questi cotali per la superbia e curiosità loro traboccano (essendo io loro contrario) in molte tentazioni e peccati.

5. Temi i giudizi di Dio; paventa la collera dell’Onnipotente. Non voler poi investigar le opere dell’Altissimo; anzi esamina le tue iniquità, in quante cose offendesti, e quanto hai trascurato di bene. Certi la di vozion loro si portano solamente ne’ libri, altri nelle immagini, ed altri ne’ segni esteriori, e nelle figure. Alcuni mi tengono in bocca, ma poco nel cuore. Ci ha poi degli altri, i quali illustrati dell’intelletto, e dell’affetto purgati, aspirano alle cose eterne sempre; delle terrene odono parlare con noja, e alle naturali ne cessità servono con dolore. or questi cotali intendono ciò, che lo spirito di verità parla dentro di loro: poichè gli ammaestra di aver a vile le cose terrene, e d’amar le celesti; di non curare del mondo, e il cielo dì e notte desiderare.

Capo V — Dell’effetto maraviglioso dell’amore divino

1. Io ti benedico, Padre celeste, Padre del mio Signor Gesù Cristo; perchè degnasti di ricordarti di me meschino. Grazie a te, o Padre di misericordie, e Dio di tutta consolazione, che me indegno d’ogni conforto rallegri alcuna volta della tua consolazione. Io ti benedico, e glorifico sempre col Figliuolo tuo unigenito, e con lo Spirito Santo consolatore ne’ secoli eterni. Or quando tu, o Dio Signore, santo amator mio, sarai venuto dentro il mio cuore, ne giubileranno tutte le viscere mie. Tu sei la mia gloria, e la esultazion del mio cuore: tu la speranza mia, e ’l mio rifugio nel giorno della tribolazione.

2. Ma perciò che io sono tuttavia debole nell’amore, e difettoso nella virtù, pertanto m’è di bisogno d’essere consolato, e riconfortato da te: per lo che frequentemente mi visita, ed ammaestrami nelle sante discipline. Liberami da’ rei appetiti, e d’ogni affetto disordinato sana il mio cuore; acciocchè di dentro risanato e bene purgato, io sia meglio disposto ad amare, a patire più forte, ed a perseverare più fermo.

3. Grande cosa è l’amore, e al tutto gran bene; che solo rende leggiero ogni peso, e senza mutarsi regge al mutar delle cose. Imperciocchè porta il peso, senza che gliene gravi, e fa tornar dolce e saporito ogni amaro. L’amor di Gesù è nobile, spinge ad operar cose grandi, ed a bramar sempre le più perfette conforta. L’amore si sforza all’alto, nè da veruna delle infime cose patisce d’essere ritenuto. L’amore vuol esser libero, e ad ogni mondano affetto straniero; acciocchè non gli sia impedito l’interno vedere, nè da alcuno temporal bene invescato, nè per disastro abbattuto. Niente è dell’amore più dolce, niente più forte, niente più alto, nè più largo, niente più dilettevole, niente più pieno, niente meglio in cielo, nè in terra; poichè l’amore è nato di Dio, nè può altrove che in Dio sovra ogni creato bene quetarsi.

4. L’amante vola, corre, ed esulta, è libero, nè da cosa alcuna impedito. Per lo tutto dà tutto, ed ha tutto in tutte le cose; perocchè nel solo tra tutti gli altri altissimo Bene si quieta, dal quale ogni bene sgorga e procede. Non guarda al dono, ma al donatore sopra tutti i beni si volge. L’amore spesse volte non ha misura, anzi sopra ogni misura ribolle. L’amore non sente peso, non conosce fatica, più vorrebbe fare ch’egli non può: mai non si scusa d’impossibilità, perchè egli si crede potere, ed essergli facili tutte le cose. A tutto dunque è potente, e molte cose fornisce, e le reca ad effetto: laddove colui che non ama, è fievole e inerte.

5. L’amore sta in veglia, e dormendo pure non è sonnacchioso. affaticato, non perde la lena; ristretto, non è angustiato; atterrito, non è turbato: ma come fiamma vivace, e fiaccola accesa, così si scocca in alto, e passa oltre sicuramente. Se v’è chi ami, sa ben egli che vaglia questa parola. Alto grido è nelle orecchie di Dio il medesimo ardente affetto d’un’anima, la qual dice: Iddio mio, amor mio, tu mio tutto, ed io tutto son tuo.

6. Dilata nell’amore il cuor mio, acciocchè impari ad assaporar col gusto interiore, quanto lo amare sia dolce, e lo stemperarsi, e notar nell’amore. Deh! ch’io sia preso d’amore, e per estasi d’eccessivo fervore mi levi sopra me stesso. Canti io canzoni d’amore; ti seguiti, o mio Diletto, nell’alto; si strugga nelle tue laudi l’anima mia, giubilando d’amore. Te ami io più di me stesso; nè me stesso ami se non per te; ed ami in te tutti quelli che t’amano in verità, siccome comanda la legge d’amore, che prende lume da te.

7. Veloce è l’amore, sincero, pietoso, giocondo e piacevole; forte, paziente, fedele, accorto, longanime, maschio, nè mai procaccia per sè. Conciossiachè dove altri procaccia per se medesimo ivi scema in lui dell’amore. È l’amor circospetto, umile, e retto: non molle, non leggieri, non va dietro alle ciance; sobrio, casto, costante, quieto, e in ogni sentimento guardato. L’amore sta soggetto e obbedisce a’ Prelati, a sè è vile e spregevole, a Dio conoscente e divoto, in lui sempre spera, e si fida, anche quando non gli sa buono; essendochè in amore non si può vivere senza dolore.

8. Chiunque non è presto di patir tutto, e la volontà dell’amato far sua, il nome non merita d’amatore. Egli fa di bisogno all’amante, ogni dura cosa ed amara abbracciar volentieri per lo diletto; nè per caso che avvenga in contrario, lasciarsi volger da lui.

Capo VI — Della prova del vero amatore

1. Figliuolo, tu non se’ ancora forte, e saggio amatore.

2. E perchè, o Signore?

3. Però che per ogni piccola contraddizione abbandoni l’impresa, e troppo sei ghiotto della consolazione. Il forte amatore nelle tentazioni sta saldo, nè dà fede alle fallacie dell’inimico. Siccome nelle cose liete io gli piaccio, così nelle sinistre non gli dispiaccio.

4. Il saggio amatore non tanto guarda al don dell’amante, quanto all’amor di chi il dà. Attende anzi all’effetto, che al lucro; e al Diletto pospone ogni cosa a sè data da lui. Il generoso amatore non si ferma nel dono, ma sì in me sovra ogni dono. Non è però tutto gittato, se alcuna volta non hai di me, o de’ miei Santi quel tenero sentimento, che tu vorresti. Quel pio e dolce affetto che alcuna volta tu senti, è effetto della grazia presente, ed un cotal saggio della patria celeste: al quale però non è da volersi troppo appoggiare; perciocchè egli va, e torna. Il combattere poi contra i rei movimenti del cuore, e ’l farsi beffe dell’insidie del diavolo, è argomento di virtù, e di merito grande.

5. Non ti turbino adunque le strane immaginazioni di qualunque maniera si sieno messe. Ritieni il tuo proposito fortemente, e la intenzione diritta in Dio. Non è illusione, che tu sei alcuna volta improvvisamente rapito fuori di te, e subito ritorni alle usate inezie del cuore. imperciocchè ivi tu se’ anzi contro voglia paziente, che agente: e mentrechè elle ti spiacciono, e loro resisti, ciò t’è mercede, non danno.

6. Attendi, che l’antico avversario adopera ogni suo sforzo ad impedire il tuo buon desiderio del bene, a cavarti da ogni santo esercizio: cioè dal culto de’ Santi, dalla pietosa memoria della mia passione, dall’utile rimembranza de’ tuoi peccati, dalla guardia del proprio cuore, e dal fermo proponimento di crescere nelle virtù. Egli ti mette di molti brutti pensieri per attediarti e sbigottirti, per ritrarti dalla orazione, e dalla sacra lezione. Gli duole l’umile confessione, e (s’egli il potesse) ti farebbe lasciare la Comunione. Non gli dar fede, nè ti curare di lui, comechè spesse fiate ti abbia tesi lacciuoli. A lui dà la colpa di tutto ciò che di cattivo, e di turpe ti rappresenta. Dì a lui: Va via, spirito immondo; ti vergogna, o infelice: or se’ ben sozzo, che tali brutture mi metti dentro le orecchie. Togliti da me, seduttor maladetto; tu non avrai in me alcuna ragione: anzi con meco starà Gesù, siccome forte combattitore, e tu ne rimarrai svergognato. Io voglio più presto morire, e soggiacere a qualsivoglia dolore, che a te acconsentire. Taci là, e ammutolisci; io non ti darò orecchio giammai, quando pur maggiori molestie m’apparecchiassi. Il Signore è mia luce, e salute; cui temerò io? Se anche mi stessero contro gli eserciti, non avrà paura il mio cuore. Il Signore è mio ajutatore, e mio redentore.

7. Combatti come prode soldato; e se mai per fievolezza tu cada, riprendi forze maggiori di prima, confidandoti del mio più largo favore: e guardati bene della vana compiacenza, e dalla superbia. Per questa molti ne son tratti in errore, e alcuna volta traboccano a tal cecità, che non riceve più medicina. Siati in cautela, ed in perpetua umiltà siffatta caduta di questi superbi, i quali presumono mattamente di sè.

Capo VII — Dell’occultar la grazia sotto la custodia dell’umiltà

1. Figliuolo, t’è più utile, e più sicuro, il tener celata la grazia della divozione; nè in alto levartene, nè troppo parlarne, nè farne gran caso: ma disprezzar piuttosto te stesso, e per quella temere, siccome data ad indegno. Non è da affezionarsi troppo tenacemente a cotal sentimento; perciocchè egli ti si può volgere prestamente in contrario. Quando hai questa grazia, pensa come tu suoli esser misero e povero senza di lei. Nè in questo solo sta il profitto della vita spirituale, che tu abbi grazia di consolazione; ma pur in questo, che con umiltà, con rinegamento di te, e con pazienza comporti ch’ella ti sia sottratta: sì veramente che allora tu non allenti nello studio dell’orazione, nè ti lasci affatto cader di mano le cose, che eri usato di fare. Ma come vedrai meglio e potrai, lietamente faccia quello ch’è in te nè per aridità, o angustia di cuore che tu ti senta, dimentichi affatto te stesso.

2. Conciossiachè sono molti, i quali, se cosa non vien loro a grado, ne diventano impazienti, e accidiosi. Ma non è sempre in mano dell’uomo ciò che gli aggrada; anzi sta a Dio il dare, e il consolare, quando egli vuole, e quanto, e cui vuole, siccome gli piace, e nulla più avanti. Alcuni malavveduti per la grazia della divozione guastarono se medesimi, perchè più vollero fare, che non potevano; non avendo misurate le lor poche forze, ma più seguitato l’affetto del cuore, che il giudizio della ragione. E perchè maggiori cose presunsero, che non era il volere di Dio, pertanto perdettero prestamente la grazia. Impoverirono, ed alla viltà loro furono abbandonati coloro, che si fecero del cielo lor nido: acciocchè umiliati e diserti imparino a non volare colle ali loro, ma sì a fidarsi sotto le mie. Quelli che son per anche nuovi, e inesperti nella via del Signore, se non si reggano al consiglio d’uomini saggi, agevolmente possono esser delusi, e guastarsi.

3. Che se il proprio giudicio vogliono anzi seguire, che agli altri sperimentati dar fede, loro sovrasta una fine pericolosa; se però non voglian ritrarsi dal loro proponimento. Raro è che coloro che appo sè sono saggi, comportino umilmente d’esser guidati dagli altri. È meglio poco sapere, ed aver picciolo discernimento con umiltà, che gran tesori di scienze con vano compiacimento. Fa più per te l’aver meno, che assai, di che tu potessi montare in superbia. Non adopera discretamente com’è richiesto, colui che tutto abbandonasi all’allegrezza, dimenticando la prima sua povertà, e il timor casto di Dio, il quale ha paura di perder la grazia, che gli fu conceduta. Nè anche con troppa virtù si governa chi in tempo d’avversità, o di qualsivoglia molestia, troppo è sfidato, nè con la debita fiducia pensa, e sente di me.

4. Quegli che in tempo di pace prende troppo di sicurtà, le più volte in tempo di guerra si troverà soverchiamente abbattuto, e pauroso. Se tu sapessi serbarti sempre umile, e piccolo nel tuo giudizio, e il tuo spirito moderare, e reggere dirittamente, non correresti pericoli, nè inciamperesti sì leggermente. Ottimo consiglio si è, che tu conceputo lo spirito di fervore, pensi quello che debba essere, quando il lume ti si nasconda. Il che quando ti sia avvenuto, pensa, che e’ può di nuovo comparirti la luce; la quale io per tua guardia, e per gloria mia, t’ho a tempo sottratta.

5. Torna meglio assai volte cotesta prova, di quello che se tu avessi secondo il piacer tuo, continua prosperità. Imperciocchè non si vogliono estimare da ciò i meriti; se altri abbia visioni, o consolazioni maggiori, s’egli delle Scritture sia esperto, o più in alto locato; ma s’egli sia stabilito in vera umiltà, e riempiuto d’amor di Dio, se puramente e solamente sia in ogni suo atto sollecito dell’onore di Dio; se egli reputi se stesso niente; e in verità s’abbia a vile, e più goda d’essere altresì dagli altri disprezzato, e depresso, che non onorato.

Capo VIII — Della bassa estimazion di se stesso negli occhi di Dio

1. Parlerò io dunque al mio Signore, che sono polvere e cenere? Se io mi tengo da più, ed ecco che tu mi stai contro: e veridico testimonio mi rendono le mie iniquità, nè io posso già contraddire. Che se io invilisca me stesso, e mi riduca al mio nulla, e d’ogni propria stima mi spogli, e così com’io sono, mi faccia polvere; e tu mi sarai della tua grazia cortese, e vicino al mio cuore risplenderà la tua luce: ed ogni per quantunque menoma estimazione rimarrà affogata nell’abisso dalla mia nullità, e fia distrutta per sempre. Quivi mi fai tu conoscere quello ch’io sono, che fui, e a che son divenuto; perciocchè io sono pur niente, e nol seppi. Se io sono abbandonato a me stesso, eccomi niente, e tutto infermità: se poi subitamente tu mi riguardi, di presente son fatto gagliardo, e m’empio di novella allegrezza. Ed è gran maraviglia, ch’io sia subitamente da te rilevato, e con tal benignità carezzato, io che per proprio peso sono tratto al profondo.

2. Ciò fa l’amor tuo, prevenendomi graziosamente, correndo al mio ajuto in tante necessità, e guardandomi da gravi pericoli, e (a dir vero) scampandomi da innumerevoli mali. Essendo che male amandomi, io perdetti me stesso: e te solamente cercando, e amandoti puramente, ad un’ora e me e te ritrovai, e più per l’amore nel mio niente sonomi innabissato. Poichè tu, o benignissimo, adoperi meco sopra ogni merito, e sopra di quello che io ardisca sperare, nè dimandare.

3. Sii tu benedetto, o mio Dio, il quale, quantunque io sia immeritevole d’ogni bene, per la tua magnificenza e infinita bontà non resti mai di far bene pure agli ingrati, e a coloro che lungi sonosi dipartiti da te. Deh! tu rivolgine a te, e fa che siamo grati, umili, e divoti: poichè tu sei la nostra salute, tu la nostra virtù, e la nostra fortezza.

Capo IX — Che tutte le cose si hanno da riferire in Dio, siccome in ultimo fine

1. Figliuolo, io debbo essere tuo sommo, ed ultimo fine, se pur brami d’essere veramente beato. Da questa intenzione sarà ripurgato l’affetto tuo, il quale le più volte disordinatamente a se stesso, ed alle creature si piega. Imperciocchè se in qualche cosa fai tuo fine te stesso, di subito tu scemi in te, e arido ne diventi. A me dunque si debbono voler riferire tutte le cose, come a principio, perocchè io sono che tutte le ho date. Risguarda ciascheduna cosa come procedente dal sommo Bene; e però tutte hanno ad essere a me, come a propria origine ritornate.

2. Di me il piccolo, e ’l grande, il povero, e ’l ricco, siccome da viva fontana attingono un’acqua viva: e que’ che volontariamente e liberamente servono a me, riceveranno merto del loro servigio. Ma chi in altro vorrà gloriarsi, che in me, o di qualche privato ben dilettarsi, costui non sarà fermato in vera allegrezza, nè del cuor dilatato, ma e’ sarà anzi in varie guise impedito e angustiato. Niente adunque tu dei a te imputare di bene, nè ad uomo alcuno attribuire virtù; anzi dar tutto a Dio, senza di cui non ha l’uomo niente. Io diedi ogni cosa, e da me voglio che tutto tu abbia; e con tutto rigore richieggo che grazie me ne sieno rendute.

3. Questa è tal verità, dalla quale la vanagloria fia dissipata. E dove sia entrata la grazia celeste, e la vera carità, ivi non sarà invidia nessuna; nè ristrettezza di cuore, nè amore privato prenderà luogo. Conciossiachè l’amore divino vince ogni cosa, e tutte distende le potenze dell’anima. Se tu vedi lume, in me avrai solamente diletto, in me solo speranza: perocchè niuno è buono, se non Dio, il quale è da lodare sopra tutte le cose, e in tutte da benedire.

Capo X — Che disprezzato il mondo, è dolce cosa servire a Dio

1. Io parlerò da capo, o Signore, e non tacerò: parlerò alle orecchie del mio Dio, al mio Signore, al mio Re ch’è nell’alto. Oh! quanta è l’abbondanza della tua dolcezza, o Signore, la quale tu hai riserbata a que’ che ti temono. ora qual sarai dunque con quelli che t’amano? quale con quelli che ti servono di tutto cuore? Oh! veramente ineffabile soavità della tua contemplazione, della quale tu sei largo a coloro, che t’amano. In ciò m’hai tu massimamente mostrata la dolcezza della tua carità; che mentre io non era, tu m’hai creato; e quando io mi dilungava errando da te, tu m’hai ricondotto a servirti, e comandastimi ch’io t’amassi.

2. Oh fonte d’eterno amore, e che potrò io dire di te? come dimenticarmi di te, il quale degnasti ricordarti di me, da poi eziandio ch’io m’era disfatto, e perduto? Tu hai sopra ogni speranza usato misericordia al tuo servo, ed oltre ogni suo merito donatagli la tua grazia e amicizia. Ora qual cambio ti renderò io per questo tuo dono? Imperciocchè non è dato ad ognuno, che rigettate tutte le cose da sè, rinunzi al secolo, e prenda la monastica vita. Ora è per avventura gran fatto, ch’io serva a te, al quale è tenuta di servire ogni cosa creata? già non mi dee questo sembrar gran cosa: anzi grande e maravigliosa m’è questa, che tu degni ricevere per tuo servo un uomo così povero e indegno, e agli amati tuoi ministri connumerarlo.

3. Ecco che è tuo tutto quello che io ho, e donde ti servo. Se non che, e converso, tu servi anzi a me, che non io a te. Ecco il cielo, e la terra, che tu in servigio dell’uomo hai creati, stanno presti al tuo cenno, e fanno ogni dì tutto ciò, che hai lor comandato. E questo è pur poco; che tu hai ancora gli Angeli deputati a ministri degli uomini. Ma queste cose tutte soverchia poi questa, che tu degnasti servire all’uomo tu stesso, e promessogli di voler donare a lui te medesimo.

4. Qual cosa ti darò io per tutti questi innumerabili beni? Deh ti potessi io servire tutti i giorni della mia vita! Fossi io pure bastante di renderti degno servizio un sol giorno! In verità che tu d’ogni servitù sei degno, d’ogni onore, e di laude perpetua. Veramente tu sei il mio Signore, ed io poverello tuo servo, il quale con tutto me stesso sono tenuto di servirti, nè delle tue laudi sentir mai noja. Questo voglio io, questo desidero: e quel difetto che è in me, degnati di supplire.

5. Grande onore, e somma gloria è di servirti, e tutte le cose per amor tuo disprezzare. Imperciocchè gran merto sarà renduto a coloro che volontariamente si soggettino alla tua santissima servitù. Troveranno la soavissima consolazione dello Spirito Santo quelli, che per amore di te avran rifiutato ogni diletto di carne, conseguiranno libertà grande di spirito quelli, che per lo tuo nome si metteranno per la via stretta, ed ogni mondana sollecitudine si gettano dopo le spalle.

6. Oh grato e giocondo servire a Dio, per lo quale diventa l’uomo veramente libero e santo! Oh sacro stato dell’ordine Religioso, il quale fa l’uomo agli Angeli uguale, degno appo Dio di perdono, a’ demoni terribile, e commendabile a tutti i fedeli! Oh amabile servitù, per la quale si merita il sommo bene, e allegrezza s’acquista, che durerà senza fine!

Capo XI — Che i desiderj del cuore si debbono esaminare e ponderare

1. Figliuolo, ti rimangono tuttavia da apprendere molte cose, che tu non hai ancora ben imparate.

2. E quali, o Signore?

3. Che tu commetta ogni tuo desiderio al mio beneplacito; che non sii amante di te medesimo, anzi studioso zelatore del mio piacere. Tu sei spesse volte acceso, e violentemente sospinto da desiderij: ma attendi, se tu sii mosso anzi dal comodo tuo, che dall’onor mio. Se io ti sono final cagione, tu sarai quieto e contento, comunque io disponga de’ fatti tuoi: che se alcuno tuo privato appetito tu covi in te, ecco che è quello che ti impaccia, e ti grava.

4. Ti guarda adunque di non legarti troppo al desiderio da te conceputo, prima d’averne richiesto me: che per avventura non te ne pentissi di poi, e quello ti dispiacesse che prima ti piacque, e di che, come di cosa migliore, tu eri sì caldo. Imperciocchè non ogni inclinazione che sembra buona, è subito da seguitare; ma nè ogni contraria affezione sulle prime non è da fuggire. Torna bene alcuna volta il raffrenarsi eziandio nelle voglie, e ne’ desiderij di cosa buona: acciocchè per essere in questo troppo sollicito, tu non cada in distrazione di mente, o altrui con tuo zelo indiscreto non porti scandalo; ovvero per resistenza che ti fosse fatta, subitamente ti turbi, e trabocchi.

5. Altra volta poi è da usar della forza, e da contrastar virilmente al concupiscibile appetito, nè a quello badare che si voglia, o non voglia la carne: ma sì in questo darsi maggior fatica, ch’ella stia soggetta allo spirito, quando ben fosse a ciò riluttante. E tanto dee essere gastigata, e costretta di stare in servitù, che a tutto sia apparecchiata, e si avvezzi a contentarsi del poco, ed appagarsi di cose semplici, nè mai borbottare per sinistro che le intervenga.

Capo XII — Dell’ammaestramento alla pazienza, e del combattere contro le concupiscenze

1. Signore Iddio, a quello ch’io veggo, mi fa bisogno di molta pazienza; essendo che molte avversità c’incontrano in questa vita. Imperciocchè comunque io mi provegga per aver pace, non può essere la mia vita senza guerra, nè senza dolore.

2. Così è, Figliuol mio. Ma voglio, che tu non procacci d’aver tal pace, che sia libera da tentazioni, nè patisca molestie; ma che allora tu reputi d’averla trovata, quando sii da varie tribolazioni esercitato, e provato in molte contrarietà. Se tu dici di non poter soffrire questa, o quella cosa, or come reggerai tu al fuoco del purgatorio? de’ due mali è da sceglier sempre il minore. A poter dunque campare dell’eterno supplizio, fa di tollerare con quieto animo i mali presenti per l’amore di Dio. E credi tu, che le persone di questo secolo niente patiscano, o poco? tu nol troveresti quando bene cercassi de’ più dilicati del mondo.

3. Ma essi hanno, dirai tu, molti diletti, e contentano loro voglie; e pertanto poco sentono la noja delle loro tribolazioni.

4. Or via, sia come tu dì: abbiansi pur ciò che vogliono; ma sino a quanto pensi tu che ciò debba essere? Ecco, siccome fumo dileguerannosi que’ che abbondaron nel secolo, nè memoria rimarrà loro delle passate delizie. se non che, e mentre che vivono, non senza amarezza, non senza tedio e paura in esse riposano. Imperciocchè da quel medesimo, onde si prendono diletto, indi frequentemente riportano pena di dolore. E ciò avvien loro debitamente; che, avendo essi disordinatamente cercati i diletti, e seguitigli, non li godano senza amarezza, e senza vergogna. Oh come tutti son corti! quanto bugiardi, quanto brutti, ed isconci! e nondimeno per imbriacamento, e per cecità non se n’avveggono: anzi in guisa di muti animali, per lo breve diletto della corruttibile vita, incorrono nella morte dell’anima. Tu adunque, o Figliuolo, non andar dietro a’ tuoi appetiti; e rattienti dalle tue voglie. Dilettati nel Signore, ed egli ti darà ciò che dimanda il tuo cuore.

5. Imperciocchè se vuoi goder d’un vero diletto, e da me più larga consolazione ricevere; eccoti che nel dispregio di tutte le cose mondane, e nel troncamento d’ogni terreno diletto starà il tuo conforto, e copiosa consolazione in quel cambio ti verrà data. E quanto da ogni piacere del mondo più ti diparta, tanto troverai in me più soavi, e più efficaci consolazioni. Ma da principio non senza una cotal tristezza e pena, che è nel combattere, non vi aggiugnerai. L’invecchiata usanza contrasterà; ma ella sarà vinta da usanza migliore. Ti si lagnerà contro la carne; ma per lo fervor dello spirito sarà rifrenata. ti infesterà e ti travaglierà l’antico serpente; ma egli ne sarà cacciato in fuga per l’orazione: ed anche per qualche util lavoro gli sarà di molto tenuta l’entrata.

Capo XIII — Dell’obbedienza dell’umile soggetto ad esempio di Gesù Cristo

1. Figliuolo, chiunque si studia sottrarsi dall’obbedienza, egli si sottrae dalla grazia: e chi procaccia d’aver cose proprie, perderà le comuni. Chi di buon animo, e spontaneamente non si assoggetta al suo superiore, dà segno, ch’egli non ha ancora del tutto obbediente la propria carne; anzi frequentemente ricalcitra, e gli mormora incontro. Impara adunque di sottometterti prontamente al tuo superiore, se desideri di signoreggiar la tua carne. Conciossiachè più facilmente è vinto il nemico di fuori, se l’uomo di dentro non sia corrotto. Non ha l’anima più grave nè peggiore nemico, di quello che tu sei a te stesso, se ben con lo spirito non ti accordi. Ti bisogna del tutto disprezzar te medesimo in verità, se vuoi prevalere contro alla carne, ed al sangue. Per ciò che troppo disordinatamente ami te stesso, pertanto rifuggi di lasciarti del tutto volgere a grado altrui.

2. Ma che gran fatto è, che tu, il quale sei polvere e niente, ti ponga sotto d’un uomo per amore di Dio; quando io onnipotente ed altissimo, che tutte ho fatte di nulla le cose, umilmente mi sono soggettato all’uomo per te? Io mi son fatto il più basso di tutti, anzi l’ultimo a dover rintuzzare la tua alterezza con la mia umiliazione. Impara ad obbedire, o tu polvere. Impara ad abbassarti, o tu terra e fango; e ad atterrarti sotto a piedi di tutti. Apprendi a rompere le tue voglie, e a vivere in ogni maniera di soggezione.

3. T’accendi di sdegno contra di te; nè tollerar che gonfiezza mai viva in te: anzi ti fa così basso e piccino, che tutti possano passarti addosso co’ piedi, e come il loto delle piazze calcarti. Or che hai tu onde lagnarti, o uomo ventoso? Che puoi tu replicare a chi ti rimprovera, o sordido peccatore, il quale tante volte offendesti Iddio, e parecchie meritasti l’inferno? Ma io ti guardai con occhio pietoso, perchè è stata preziosa l’anima tua davanti a me. e ciò fu, perchè tu conoscessi il mio amore, e grato mai sempre vivessi a’ miei benefizi; ed acciocchè tu ti dessi a vera soggezione ed umiltà, e comportassi in pazienza di vederti spregiare.

Capo XIV — Del considerare gli occulti giudizi di Dio, per non insuperbire nel bene

1. Tu fai tonare sopra di me i tuoi giudizi, o Signore, e di paura e tremore mi fai risentir tutte le ossa; ed è altamente stordita l’anima mia. Io me ne sto sbalordito; e penso, che i cieli non sono mondi davanti a te. Se tu trovasti fallo negli Angeli, e loro non perdonasti; or che sarà di me? Caddero dunque le stelle di cielo; ed io polvere, io che presumo? Quelli, le cui operazioni parevano da commendare, son traboccati al profondo; e que’ che ’l pane mangiavan degli Angeli, io gli ho veduti a modo di porci, dilettarsi delle brutture.

2. Adunque non c’e santità, se tu, o Signore, ne ritragga la mano. niente fa la sapienza, se tu resti di governare. nessuna fortezza giova, se tu lasci di conservare. non è sicura la castità, se tu non la guardi. il custodire se stesso è niente, se la sacra tua guardia non istia alla difesa. Imperciocchè abbandonati da te, noi affondiamo, e siamo perduti: visitati poscia da te, ci leviam su e viviamo. essendo che noi siamo instabili, ma per te siamo rassodati; noi tiepidi, ma da te siamo accesi.

3. Oh quanto vile ed abbietta opinione mi conviene aver di me stesso! quanto niente apprezzarmi per bontà che mi sembri d’avere! Oh quanto profondamente debbo io abbassarmi sotto gl’imperscrutabili tuoi giudizi, o Signore! dove niente altro mi trovo essere, che niente e niente. Oh peso infinito! oh oceano da non poter valicare! dove niente io trovo di mio, altro che affatto niente in quel tutto. Or dove si vorria accovacciare la vanagloria? dove la fidanza presa per la virtù? Egli è rimasa assorbita ogni vana jattanza nell’abisso de’ tuoi giudizi sopra di me.

4. Or che è mai ogni carne verso di te? Potrebbe forse gloriarsi il fango contra il suo formatore? E come può gonfiarsi in albagiose parole chi tiene il suo cuore in verità a Dio soggetto? nè eziandio tutto il mondo farà levare in alto colui, il quale la Verità soggettò a sè, nè per la lode di tutti gli uomini sarà mosso mai, chi tutta la sua speranza ha in Dio collocata. Conciossiachè e quelli stessi che il lodano, eccoli tutti niente, poichè con esso il suono delle parole dileguerannosi. ma la verità del Signore dura in eterno.

Capo XV — Come dobbiamo reggerci, e che dire in ogni cosa desiderabile

1. Figliuolo, in ogni cosa dimmi così: Signore, se questo è tuo piacere, così si faccia. Signore, se ciò è tuo onore, sia fatto in tuo nome. Signore, se tu vedi ciò essermi a bene, e vedi che fa per me, e tu dammi di usarne a tuo onore: ma se tu sai dovermi esser nocivo, o niente giovevole alla salute dell’anima mia, togli via da me cotal desiderio. Imperciocchè non ogni desiderio vien dallo Spirito Santo, comechè altrui sembri buono, e diritto. Egli è difficile a giudicare con verità, se buono spirito, o rio ti spinga a bramar questo, o quello; e anche se tu sii mosso dall’amor di te stesso. Molti si trovarono nel fine ingannati, che nel principio pareano portati da buon movimento

2. Egli è dunque da desiderare, e da domandar sempre con timore di Dio, e con umiltà di cuore, checchè di desiderabile ti s’appresenta: e sopra tutto con piena rinunzia di sè si dee rimettere al mio piacere ogni cosa, dicendo: Signore, tu sai bene quello che è il meglio: facciasi questo, o quello, siccome è la tua volontà. Dammi quello che vuoi, e quanto tu vuoi, e quando tu vuoi. Adopera meco come tu sai, e come è più tuo piacere, e tuo onore. Pommi dove tu vuoi, e fa di me liberamente ogni tua volontà. Io sono in tua mano: mi volta pure mi rivolta e mi gira. Eccomiti tuo servo apparecchiato a ogni cosa: poichè io non desidero già di viver a me, anzi a te: ed oh fosse pur degnamente, e perfettamente!

PREGHIERA

Per adempiere il beneplacito di Dio.

3. Concedimi, Gesù benignissimo, la tua grazia, la quale sia meco, meco travagli e m’accompagni sino alla fine. Dammi ch’io sempre quello desideri ed ami, che t’è più accetto, ed hai più caro e ti piace. Il tuo volere sia il mio; e questo al tuo venga dietro mai sempre, e gli si accordi perfettamente. Abbia io teco un volere ed un disvolere; nè altro possa volere, nè disvolere, fuor solamente quello, che tu vuoi, o disvuoi.

4. Dammi ch’io muoja a tutte le cose del mondo, e ch’io ami d’essere disprezzato per te, e vivere sconosciuto nel secolo. Dammi ch’io sopra tutte le cose desiderate in te mi riposi, e in te dia pace al mio cuore. Tu sei vera pace del cuore, tu unica requie: fuori di te tutto è duro, ed inquieto. In questa medesima pace, cioè in te sommo bene ed eterno, io prenderò sonno e riposo. Così sia.

Capo XVI — Che il vero conforto è da cercare in Dio solamente

1. Checchè io possa desiderare, o immaginare a mia consolazione, non l’attendo io qui, ma in futuro. E quando pure io solo m’avessi tutti i sollazzi del mondo, e mi fosse dato goder di tutti quanti i piaceri; egli è pur certo, che non potrebbono lungamente durare. Per la qual cosa tu non potrai, anima mia, aver piena consolazione, nè compiuto conforto se non in Dio solamente, consolatore de’ poveri, e ricoglitore degli umili. Sostieni un poco, anima mia, aspetta la divina promessa, e possederai l’abbondanza di tutti i beni nel cielo. Se con soverchio disordinato appetito cerchi de’ beni presenti, tu ne verrai a perdere gli eterni, e’ celesti. I temporali ti sieno ad uso, gli eterni in desiderio. Tu non puoi essere d’alcuno temporal bene saziata mai; perocchè tu non fosti creata a dover godere di questi.

2. Se anche tutti i beni creati fossero tuoi, non potresti essere per ciò felice e beata: essendo che solo in Dio, il quale tutte le cose creò, dimora la tua beatitudine e felicità, non quale se la figurano, e lodano gli stolti amatori del mondo, ma sì quale l’aspettano i buoni fedeli di Cristo, e quale è talor assaggiata dalle persone spirituali, e monde di cuore, la cui conversazion è ne’ cieli. Vano e corto è ogni umano conforto. quello è beato e verace, che si riceve dentro dalla Verità. L’uomo divoto ove ch’egli vada, si reca con sè il suo consolatore Gesù, e dice a lui: Rimanti meco, Signore Gesù, in ogni luogo, e ad ogni ora. Mia consolazione sia questa, di voler sostenere con pace la privazione d’ogni umano conforto; e quando il tuo mi sia tolto, siami in luogo di somma consolazione il voler tu così, e ciò giustamente approvare. Imperciocchè tu non seguirai ad esser sempre adirato, nè sempre minaccierai.

Capo XVII — Che ogni sollecitudine si dee mettere in Dio

1. Figliuolo, lasciami fare di te ciò, ch’io voglio: io so quello, che fa per te. Tu pensi secondo uomo; giudichi in molte cose secondo che l’umano affetto te ne fa credere.

2. È vero, o Signore, quello che dici. Maggior cura tu ti prendi di me, che non è tutta quella che io potessi avere di me, perlochè troppo vive a risico chi ogni propria sollecitudine non getta in te. Signore, purchè la mia volontà si tenga ferma e diritta a te, fa pur di me tuo picere. conciossiachè non può esser altro che bene quello che tu ti faccia di me. Se mi vuoi nelle tenebre, sii tu benedetto: e se mi vuoi nella luce, sii pur benedetto. Sii benedetto, se degni di consolarmi; e sii altresì sempre benedetto, se mi vuoi tribolato.

3. Così, o figliuolo, ti fa bisogno di stare, se ami di tener dietro a me. Così tu dei esser presto a patire, come a godere, ed essere così volentieri meschino e povero, come ricco e abbondante.

4. Volentieri, o Signore, io patirò per tuo amore tutto ciò, che ti piaccia venirmi addosso. Indifferentemente io voglio dalla tua mano il bene, ed il male, il dolce, e l’amaro, il lieto, ed il tristo ricevere; e d’ogni cosa che m’intravvenga renderti grazie. Guardami da ogni peccato, ed io nè la morte temerò, nè l’inferno. Sol che tu non mi rigetti in eterno, nè mi cancelli dal libro della vita, non mi nuocerà mai tribolazione che venga sopra di me.

Capo XVIII — Che le temporali calamità si debbono tollerare con quieto animo ad esempio di Cristo

1. Figliuolo, io son disceso per tua salute di cielo: ho preso le tue miserie non tiratovi da necessità, ma da carità: acciocchè tu la pazienza imparassi, e le temporali calamità portassi con pace. Imperciocchè dall’ora ch’io nacqui, fino a quella ch’io ne morii sulla croce, non sono mai stato senza dolore. Gran difetto sostenni di cose temporali: molte querele ho sentito fare frequentemente di me: le vergogne, e gli obbrobri comportati mansuetamente: in cambio de’ benefizi ho ricevuto ingratitudine; per li miracoli bestemmie; per la dottrina riprensioni.

2. Signore, perocchè tu nella tua vita se’ stato paziente, in questo principalmente adempiendo il comandamento del Padre tuo; è dover che io poverel peccatore, secondo che è tua volontà, sopporti me stesso pazientemente; e infinattanto che tu il voglia, porti a mia salute il peso di questa corruttibile vita. Imperciocchè quantunque sia a portare gravosa, ella non per tanto è già divenuta assai meritoria, e per lo tuo esempio, e de’ tuoi Santi, è fatta a’ deboli più tollerabile, e di più onore. ma è di molto maggiore consolazione, che una volta nell’antica legge non era, quando la porta del cielo durava chiusa: ed oltre a questo, la via da giungervi sembrava più oscura; quando sì pochi si davano pena di procacciarsi il regno de’ cieli. Anzi nè quelli eziandio che erano giusti, e doveano esser salvati, avanti alla tua passione, ed alla soddisfazione della sacra tua morte, non potevano entrare nel reame del cielo.

3. Oh quante grazie sono io tenuto di renderti, che la via buona e diritta all’eterno tuo regno degnasti mostrare a me, ed a tutti i fedeli! Conciossiachè la tua vita a noi è via: e per la santa pazienza noi ne vegnamo a te, il quale sei la nostra corona. Se tu non ci fossi ito davanti, nè ci avessi istruiti, chi si sarebbe curato di seguitarti? Ahimè, quanti a pezza indietro si rimarrebbono, se non vedessero i tuoi chiarissimi esempi! Ecco, noi siamo pur tiepidi dopo uditi tanti tuoi prodigi ed insegnamenti: or che sarebbe, se a seguitarti non avessimo tanta luce?

Capo XIX — Della sofferenza delle ingiurie; e chi sia provato vero paziente

1. Che è quello, che dici, o Figliuolo? cessa di lamentarti, considerata la mia passione, e degli altri Santi. Tu non ti sei fatto forza ancora fino a dar sangue. Picciola cosa è quello che soffri tu verso di quelli, che tante ne hanno patito, e sì duramente furon tentati, sì gravemente tribolati, e in sì diverse maniere esercitati e provati. Bisogna dunque, che tu ti rechi a mente le pene più gravi tollerate dagli altri, acciocchè tu porti le tue leggieri con più pazienza. E se elle non ti sembran leggieri, vedi bene, che ciò nol faccia la tua insofferenza. Ma o elle sieno picciole, o grandi, ingegnati di soffrir tutto pazientemente.

2. Quanto meglio tu t’acconci a patire, tanto adoperi più saggiamente, e n’avrai maggior merito: in oltre tu ne sentirai minor pena, essendoti col forte animo e coll’esercizio a ciò apparecchiato. Nè voler dire: Io non posso soffrir ciò da cotale: nè queste son cose da doverle io tollerare: inmperciocchè egli mi fece di gravi danni, e mi rinfaccia cose, ch’io non ho pure pensato mai: ma nondimeno da qualche altro soffrirei ciò volentieri, a quel modo per altro ch’io giudicassi doverlo fare. Cotesta tua è una matta immaginazione, che non guarda al pregio della pazienza, nè da cui debba essere coronata; ma alle persone piuttosto, ed alle ingiurie a sè fatte pon mente.

3. Vero paziente non è colui, il quale non vuol patire, se non se quanto gli pare, e da chi più gli piace. Laddove il vero paziente non bada da chi, se dal suo Prelato, o da alcuno suo pari, o minore; se da persona dabbene e santa, o da rea ed indegna egli sia travagliato: ma indifferentemente da qualunque creatura, quanto e quante volte si voglia gli avvenga nulla di avverso tutto riceve di buon grado dalla mano di Dio, e l’ha in conto di gran guadagno; poichè niente appo Dio, per quantunque picciola cosa sia, s’ella sia sofferta per amore di lui, potrà andarne senza mercede. ra, quanto e quante volte si voglia gli avvenga nulla di avverso, tutto riceve di buon grado dalla mano di Dio, e l’ha in conto di gran guadagno; poichè niente appo Dio, per quantunque picciola cosa sia, s’ella sia sofferta per amore di lui, potrà andarne senza mercede.

4. Sta dunque apparecchiato alla pugna, se vuoi riportar la vittoria. Senza lotta, non t’è possibil di giungere alla corona della pazienza. se tu non vuoi niente patire, e tu non vuoi adunque essere coronato. che se pure il brami, combatti generosamente, sopporta pazientemente. Non si può andare al riposo senza il travaglio, nè senza la pugna giungere alla corona.

5. Deh! fammi, o Signore, possibile per la tua grazia quello, che m’apparisce impossibile per natura. Tu sai bene, che poco io vaglio a patire, e che presto rimango abbattuto allo insorgere di lieve contrarietà. Diventimi qualunque esercizio di tribolazione per lo tuo nome, amabile, e desiderabile: poichè patire, ed essere travagliato per te è troppo gran giovamento all’anima mia.

Capo XX — Della confessione della propria infermità, e delle miserie di questa vita

1. Io confesserò in faccia mia la mia iniquità: a te, o Signore, confesserò la mia debolezza. Spesse volte un nonnulla è ciò, che mi abbatte, e contrista. Io propongo di voler operare da forte: ma come mi sopraggiunga una picciola tentazione, così mi sento venire in grande stretta. Alle volte è una ciancia, onde una grave tentazione mi viene: e quando alcun poco (per non sentirne) io mi tengo sicuro, trovomi talora esser quasi del tutto vinto da un lieve soffio.

2. Or vedi dunque, o Signore, la viltà e fragilità mia, la quale tu ottimamente conosci. Abbi misericordia di me, e mi cava del fango anzi ch’io dentro mi vi sprofondi; nè mi rimanga da ogni parte abbattuto. Quest’è, che assai spesso mi cruccia, e mi fa vergognare davanti a te, ch’io sono tanto cadevole, e così infermo a contrastare alle mie passioni. E quantunque io non mi lasci ire all’intero consentimento, egli m’è però grave e nojoso l’esserne così infestato; e fortemente mi duole di dover ogni dì a questo modo vivere in guerra. Quindi io riconosco la mia infermità: essendo che più agevolmente mi si mettono le sempre abbominevoli immaginazioni, di quello che elle ne vadano.

3. Deh! risguarda, o Dio fortissimo d’Israele, relatore dell’anime fedeli, alla tribolazione, e al dolore del servo tuo, e gli stia sempre allato in ogni cosa che imprenda a fare. Tu mi corrobora di celeste fortezza; acciocchè l’uomo vecchio, la miserabile carne non ancora perfettamente soggettata allo spirito non prevalga a signoreggiarlo: contro alla quale mi sarà di bisogno combattere, finch’io respiri in questa infelicissima vita. Ahi! che vita è questa, dove tribolazioni non mancano mai, nè miserie, dove di lacciuoli e di nemici è pieno ogni cosa! Imperciocchè come una tentazione, o tribolazione abbia dato luogo, così tosto un’altra ne sopravviene; ma e mentre pur dura la prima zuffa, ne sopravvengono parecchie altre, e non aspettate.

4. Or come si può amar questa vita, che ha tante amarezze, e a tante calamità soggiace, e a tante miserie? come anzi può dirsi vita, che tante morti genera, e tante pesti? E tuttavia ella si ama, e molti procacciano d’aver in essa diletto. Si morde il mondo frequentemente, chi egli è vano e fallace, nè però facilmente non s’abbandona; perocchè gli appetiti della carne hanno troppo gran signoria. Ma altro è ciò che ad amarlo ci tira, altro che a dispregiarlo. all’amore del mondo ne trae la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, e la superbia della vita: ma d’altra parte le pene, e le calamità che debitamente ne conseguitano, ci generano odio e noja del mondo.

5. Ma (ahi duolo!) la rea dilettazione vince il cuore ch’è schiavo del mondo; il quale tien per delizie il vivere sotto le spine; perchè la divina soavità, e la interna dolcezza della virtù nè seppe, nè gustò mai. A coloro poi che il mondo disprezzano, perfettamente, e che in santa disciplina si studiano di vivere a Dio, a questi tali non è già nuova la divina dolcezza, la quale è promessa a veri rinunziatori; e quanto gravemente erri il mondo, e sia variamente ingannato, veggono più chiaramente.

Capo XXI — Che l’uomo dee riposarsi in Dio sopra ogni bene e ogni dono

1. Sopra tutte le cose e in tutte le cose, nel Signore sempre ti riposerai, o anima mia: ch’egli è l’eterno riposo de’ Santi. Dammi dolcissimo ed amantissimo Gesù, ch’io sopra ogni creatura m’acqueti in te: sopra ogni salute e bellezza, sopra ogni gloria ed onore, sopra ogni potenza e dignità, sopra ogni scienza e accortezza, sopra ogni opulenza ed ogni arte, sopra ogni allegrezza ed esultazione, sopra ogni fama ed ogni lode, sopra ogni soavità e consolazione, sopra ogni speranza e promessa, sopra ogni merito e desiderio, sopra ogni dono e favore, che tu mi sappia mai dare, ed infondere, sopra ogni gaudio e giubilo, che l’anima mia possa gustare, e in essa capire, sopra gli Angeli e gli Arcangeli finalmente, e sopra tutte le gerarchie del cielo, sopra tutte le visibili cose ed invisibili, e sopra tutto quello, che non sei tu, o mio Dio.

2. Poichè tu, Signore Dio mio, sopra tutte le cose sei ottimo, tu solo altissimo, tu potentissimo, tu solo sufficientissimo e pienissimo, tu solo soavissimo e deliziosissimo, tu solo bellissimo ed amantissimo, tu solo sopra ogni cosa nobilissimo, e gloriosissimo; nel quale raccoltamente e perfettamente son tutti i beni, e sempre sono stati, e saranno. E per ciò è manchevole e insufficiente tutto quello che fuor di te stesso mi doni, e mi fai conoscer di te, oppur mi prometti, se non mi dai a vedere e possedere pienamente te stesso. Conciossiachè non può il mio cuore riposarsi veracemente, nè interamente rimaner pago, s’egli in te non si posi, sopra ogni dono levandosi, ed ogni creatura.

3. O mio dilettissimo sposo Gesù Cristo, amatore purissimo, d’ogni cosa creata dominatore; chi mi darà ali di vera libertà da volare in te, e in te riposarmi? Deh quando mi sarà data piena copia di sperimentare quanto sei tu soave, o Signore Iddio mio? Quando potrò io in te raccogliermi interamente, in guisa che per lo eccessivo amor tuo non senta me stesso; anzi te solamente sopra ogni senso e misura, da tutti non conosciuta? Ora frattanto io piango assai spesso, e con dolore mi porto la mia miseria. Essendo che in questa valle di miserie m’incolgono molti mali, i quali spesse volte mi turbano, mi rannuvolano, e mi contristano, m’impediscono soventemente e distraggono, m’allettano e allacciano, acciocchè io non abbia libera copia di te, nè goda de’ cari amplessi, de’ quali tu sempre sei largo alle anime sante. Deh ti muovano a pietà i miei sospiri, e il vedermi in tante maniere qui desolato!

4. O chiarezza dell’eterna gloria, Gesù, conforto dell’anima pellegrinante, ecco davanti a te la mia bocca sta senza voce, e ’l mio silenzio a te parla. Fino a quanto il Signor mio indugia a venire? deh! venga a me poveretto, e facciami lieto. Stendami la sua mano, e d’ogni affanno rilevi questo infelice! Deh! vieni, vieni: perocchè senza te nessun giorno, nè ora mi sarebbe mai lieta; perchè la mia letizia sei tu, ed è vuota senza te la mia mensa. Io sono misero, e per certa guisa imprigionato, e gravato di ceppi, finattanto che tu mi ricrei con la luce della tua presenza, e tornimi in libertà, e mi mostri l’aria amichevole del tuo volto.

5. Cerchino pure gli altri qualunque altra cosa sia loro a grado in vece di te: a me intanto null’altro piace, nè piacerà, se non tu solo, mio Dio, mia speranza, ed eterna salute. Io non tacerò mai, nè di scongiurarti mai resterò, finchè la tua grazia ritorni, e tu da dentro mi parli.

6. Eccomiti. Vedi che io sono a te, perocchè tu m’hai invocato. Le tue lagrime, e ’l desiderio dell’anima tua, la tua umiliazione, e la contrizion del tuo cuore m’hanno piegato, e condottomi a te.

7. Ed io ho detto; Signore, io ti ho chiamato, bramando pur di godere di te, pronto di rifiutare tutte le cose per te. ma tu fosti colui, che primo m’hai eccitato a cercare di te. Sii dunque tu benedetto, o Signore, che questa grazia hai fatta al tuo servo, secondo la tua molta misericordia. Or che resta altro a dire al tuo servo, se non umiliarsi profondamente davanti a te, ricordevole senpre mai della propria nequizia, e viltà? Imperciocchè non ci ha simile a te in tutte le maraviglie della terra, e del cielo. Assai buone sono le opere tue, veri i giudicj, e per la tua providenza tutte son governate le cose. Lode e gloria a te dunque, o Sapienza del Padre: te benedica, te lodi la mia bocca, l’anima mia, e tutte insieme le creature.

Capo XXII — Della ricordanza de’ molteplici benefizi di Dio

1. Apri, o Signore, alla tua legge il mio cuore, e insegnami camminare ne’ tuoi precetti. Dammi ch’io sappia conoscere la tua volontà, e con somma riverenza, e sottile meditazione recarmi a mente i tuoi benefizi così generali, come particolari, sicchè io possa d’ora innanzi renderne a te grazie. È vero, ed io il so, e ’l confesso, ch’io non posso nè pure per la menoma parte rispondere a te del dovuto ringraziamento. Io son da meno di tutti i benefizi, che io ho avuti da te; e mentre pure riguardo alla tua liberalità, sì grande la veggo, che ne vien meno il mio spirito.

2. Tutto quello che noi nell’anima abbiamo, o nel corpo, e ciocchè di dentro, o di fuori per naturale, o per soprannatural modo noi possediamo, tutto è tuo dono; e te predicano benefico, te buono, te pio, dal quale abbiamo ricevuto ogni bene. E sebben altri più, altri manco n’ha avuto, tutti nondimeno son tuoi; e nè il più picciolo si può avere, se non da te. Qualunque n’ha avuto più, non può gloriarsi in alcun merito proprio, nè sopra gli altri levarsi, nè insultare al minore: essendo che quegli è il maggiore e ’l migliore, che meno ascrive a se stesso di bene, ed a ringraziare è più umile, e più divoto. E chi si giudica il più vile, e tiensi per lo più indegno colui è più atto a ricevere grazie maggiori.

3. Quegli che n’ebbe meno, non dee rattristarsene, nè indegnare, ovvero portare invidia a colui che n’ha più; ma piuttosto riguardare a te, e la tua bontà altissimamente lodare, che sì trabocchevolmente, tanto graziosamente, e sì di buon cuore, senza accettazion di persone largisci i tuoi doni. Tutte le cose sono da te, e pertanto in tutte sei da lodare. Tu sai quello che sia utile donare a ciascuno: e perchè questi meno, e quegli abbia più, a noi non istà; ma sì a te di sapere, appresso del quale son definiti i meriti di ciascheduno.

4. Per la qual cosa, Signore Iddio, io mi reputo a gran benefizio il non averne di troppi, onde secondo l’appariscenza degli uomini, lode e gloria me ne debba seguire. perchè l’uomo considerata la propria sua povertà e viltà, non pur non dee di ciò sentir noja, o tristezza, nè abbattimento, ma consolazione piuttosto, e grande allegrezza: conciossiachè tu, Iddio, i poveri e gli umili, dispregiati dal mondo, t’hai scelto a domestici, e familiari. Testimoni ne sono i tuoi medesimi Apostoli, i quali tu hai constituiti principi sopra tutta la terra. Eglino però ci vissero senza querela, cotanto umili e semplici, così sceveri d’ogni malizia ed inganno, che godeano eziandio di sofferir contumelie per lo tuo nome; e quelle cose che il mondo abborre, abbracciavano con grande amore.

5. Niente dunque dee così rallegrare il tuo amatore, e ’l conoscitore de’ tuoi benefizi, siccome l’adempimento della tua volontà in sè, e ’l beneplacito della tua eterna disposizione: della quale egli dee esser così contento, e così consolarsene, che tanto volentieri voglia essere il minimo, come altri vorrebbe essere il massimo; e così quieto e pago dell’ultimo luogo, come del primo; e così di buon animo dispregevole e vile, e di nessun nome nè fama, siccome maggiore, e più onorevole degli altri nel mondo. Imperocchè la tua volontà, e l’amore della tua gloria dee tener luogo sopra tutte le cose, e più dargli consolazione e piacere, che non tutti i benefizi a lui conceduti, o che qui li volesti concedere.

Capo XXIII — Di quattro cose, che apportano somma pace

1. Figliuolo, io ti mostrerò adesso la via della pace, e della vera libertà.

2. Fa, o Signore, come tu dici, che ciò m’è caro ad udire.

3. Studiati, o Figliuolo, di fare anzi l’altrui volere, che il tuo. Scegli sempre d’aver il meno, che il più. Procurati sempre il luogo più basso, e di star sotto a tutti. Desidera, e prega mai senpre, che in te compiutamente s’adempia la volontà di Dio. Ed ecco che tale uomo entrerà al possesso della tranquillità e della pace.

4. Signore, queste tue brevi parole molto in sè comprendono di perfezione. Elle a dire son poche, ma piene di sentimento, e feconde di frutto. imperciocchè s’io le sapessi osservar fedelmente, non dovrebbe sì di leggieri in me nascere turbamento. Ed è pur vero, che quante volte io mi sento irrequieto e gravato, tante io trovo essermi dipartito da questa dottrina. Ma tu che puoi il tutto, ed ami sempre il meglio dell’anima mia, crescimi grazia maggiore, sicchè io possa fornire quel che m’hai detto, ed efficacemente operare la mia salute.

ORAZIONE

Contro i cattivi pensieri.

5. Signore Iddio mio, non ti dilungare da me: Dio mio, ti volgi al mio ajuto; poichè mi si sono levate contro varie immaginazioni, e grandi paure, le quali affannano l’anima mia. Or come ne uscirò io salvo? come saprò dissiparle?

6. Io, dic’egli, andrò avanti da te, e abbasserò i superbi del mondo. Io t’aprirò le porte della prigione, e ti scoprirò gli arcani de’ miei secreti.

7. Fa, o Signore, come tu dici: e fuggano dal tuo cospetto tutti i mali pensieri. Quest’è la sola speranza, e consolazion mia; rifuggire a te in ogni tribolazione, fidarmi in te, affettuosamente invocarti, ed aspettare in pazienza la tua consolazione.

PREGHIERA

Per la illuminazion della mente.

8. M’illumina, o buon Gesù, con chiarezza d’interna luce; e caccia via ogni caligine dalla abitazion del mio cuore. Raffrena i troppi divagamenti, e fiacca le tentazioni, che mi fan forza. Combatti per me da forte, e uccidi le male bestie, io voglio dire le lusinghevoli concupiscenze; acciocchè per la tua virtù torni la pace; e la santa regia, cioè la pura coscienza risuoni tutta delle tue laudi. Comanda a’ venti, ed alle tempeste: dì al mare, Abbonácciati: ed allo Aquilone, Non trarre; ed ecco grande tranquillità.

9. Diffondi la luce e la verità tua, acciocchè dieno lume sopra la terra: perciocchè io son terra disutile e vuota, finattantochè tu non m’allumini. Spandi la tua grazia dall’alto: innaffia di celeste rugiada il mio cuore: sgorga l’acque della divozione ad irrigarne tutta la terra, acciocchè ella produca frutta buone e perfette: alza la mente mia oppressa dal peso de’ suoi peccati, ed ogni mio desiderio leva su alle cose del cielo; sicchè gustato il dolce della superna beatitudine, mi venga a noja il pensare delle terrene.

10. Tu mi svelli e mi strappa da tutte le manchevoli consolazioni del mondo: poichè nessuna cosa creata può far lieto e quietare compiutamente il mio desiderio. Stringimi a te col nodo indissolubile dell’amore: poichè tu solo se’ bastante a chi t’ama, e senza te sono niente tutte le cose.

Capo XXIV — Dello schivare le curiose ricerche dell’altrui vita

1. Figliuolo, non voler esser curioso, nè prenderti soverchie brighe. Questa, o quella cosa che monta a te? tu mi seguita. Or che importa a te, se colui sia tale, ovvero cotale, se questi così, e così adoperi, o parli? A te non bisogna risponder per gli altri; ma sì di te stesso render ragione. Che t’impacci tu dunque? Sappi pure che io tutti conosco, e veggo tutte le cose che avvengono sotto il sole, e so lo stato di ciascheduno, che pensi, che voglia, ed a qual fine riguardi la sua intenzione. In me dunque son da commettere tutte le cose; e tu in bella pace guarda te stesso, e lascia che i faccendieri s’affaccendino a posta loro. Verran loro in capo tutte le loro brighe, e le ciance; poichè essi già non mi potranno ingannare.

2. Non ti dar pensiero d’aver gran fama, ch’è un’ombra; non dell’amicizia di molti, nè del privato affetto degli uomini: poichè tali cose inducono distrazioni, ed oscurità grandi nel cuore. Io ti parlerei volentieri, e i miei misteri ti scoprirei, se tu studiosamente attendessi la mia venuta, e la porta m’aprissi del cuore. Prenditi guardia, e veglia in preghiere, e umiliati in ogni cosa.

Capo XXV — In che stia la ferma pace del cuore, e ’l vero profitto

1. Figliuolo, io già ho dette queste parole: Io vi lascio la pace, io dò a voi la mia pace: non quale la dà il mondo, cotale io la dò a voi. Tutti vogliono pace, ma non tutti si provvegono di que’ mezzi, che ci recano a vera pace. La mia pace è con gli umili e mansueti di cuore: la pace tu avrai nella molta pazienza. Se tu ascolterai me, e farai quello che io ti dico, potrai godere di molta pace.

2. Or che dovrò io fare?

3. In ogni atto attendi a te stesso, a quello che tu fai, e dici; e tutto il tuo intendimento indirizza a questo di piacere a me solo, e fuori di me niente desiderar, nè cercare. Ma e degli altrui detti o fatti non correre a far giudizio; nè t’intrametti di quelle cose, che a te non furono raccomandate; e sì potrà essere, che tu poco, o di rado ti turbi. Il non sentir poi turbamento nessuno mai, nè patir molestia di cuore, o di corpo, non è cosa da questa vita, anzi è lo stato dell’eterno riposo. Non pensar dunque d’aver trovata la vera pace, se tu non senta gravezza mai, nè questo esser tutto il tuo bene, che da nessuno tu soffra contraddizioni; nè in ciò credi esser posta la perfezione, se tutte le cose t’avvengano a tuo piacere. Anzi nè pur volerti reputare gran fatto, nè perciò crederti amato singolarmente, che tu senta gran divozione, e dolcezza; poichè a questo non si conosce il vero amatore della virtù; nè sta in questo il profitto, e la perfezione dell’uomo.

4. In che sta dunque, o Signore?

5. Nell’offerire di tutto cuore te stesso al divino volere, nel non procacciare le cose tue proprie nè in poco, nè in molto, nè in questo tempo, nè nell’eternità: di modo che con uno stesso viso tu perseveri a rendermi grazie e nelle prosperità, e ne’ disastri; tutte le cose pesando con giusta bilancia. Se tu sii nella speranza così forte e longanime, che ritoltati la interna consolazione, tu apparecchi il tuo cuore a patir cose più gravi; nè faccia richiami, quasi come non meritassi di sostenerne di tali, nè tante; anzi in tutte le cose per me ordinate mi confessi giusto, e per santo mi lodi: tu allora cammini nella vera e diritta via della pace, e potrai stare a sicura speranza, che tu sii per veder di nuovo in giubilo la faccia mia. Che se tu arrivi al pieno disprezzo di te medesimo; sappi che allora godrai di tutta la pace possibile a godersi in questo tuo esiglio.

Capo XXVI — Dell’altezza d’una mente libera, che meglio s’impetra per l’umile orazione, che per la lezione

1. Signore, questa è cosa da uomo perfetto; non mai allentar l’animo dalla contemplazione delle cose del cielo, e così passar per molte sollecitudini, come se niuna ne avessi; e non a foggia d’uomo istupidito, ma per cotal eccellenza di mente libera, che a nessuna creatura si lega con amore disordinato.

2. Io ti scongiuro, piissimo Iddio mio, guardami dalle cure di questa vita, chè troppo non ne sia inviluppato; dalle tante indigenze del corpo, sicchè io non sia preso al piacere; da tutto ciò che può dare impedimento allo spirito, acciocchè vinto da tante noje non m’abbandoni. Non dico già che tu mi guardi da quelle cose, le quali sfrenatamente ambisce la vanità de’ mondani; ma sì da quelle miserie, che per la comune maladizione della mortalità, gravano penalmente l’anima del tuo servo, e la ritardano, ch’ella non possa a suo grado entrare nella libertà del suo spirito.

3. O Dio mio, dolcezza ineffabile, volgimi in amarezza ogni consolazione di carne, la quale mi travolge dallo amore de’ beni eterni; e con l’esca di qualche temporal bene a sè reamente m’alletta. Deh! non mi vinca il sangue, e la carne; non m’inganni il mondo, e la fuggevol sua gloria; nè il diavolo, e la sua malizia non mi soppianti. Dammi fortezza da poter resistere, pazienza da tollerare, fermezza da perseverare. Dammi in cambio di tutte le mondane consolazioni la soavissima unzione dello tuo spirito, e in luogo dell’amore carnale m’infondi il tuo.

4. Ecco il cibo, la bevanda, il vestito, e gli altri bisogni che riguardano il mantenimento del corpo, allo spirito fervente sono di peso. Tu mi concedi ch’io di sì fatti agi temperatamente usi, e non per affetto soverchio ne sia invescato. Rigettar tutto, non si conviene; perocchè la natura vuol essere sostentata: procacciar poi le cose superflue, e le più dilettevoli, il vieta la tua santa legge; che altramenti la carne si risentirebbe oltraggiosamente contro lo spirito. Tra questi estremi la tua mano, io ti prego, mi regga, e mi guidi, acciocchè io non cada nel troppo.

Capo XXVII — Che l’amor proprio grandissimamente ritarda dal sommo bene

1. Figliuolo, se tu vuoi aver tutto, ti bisogna dar tutto, e non essere tu medesimo cosa tua. Credi pure, che più danno ti fa l’amor di te stesso, che nessun’altra cosa del mondo. Quanto è l’amore e l’affetto, che tu ci hai, tanto più, o meno ciascuna cosa ti si appicca. Se il tuo amore fia semplice e puro, e ben ordinato, e tu non sarai schiavo di cosa che sia. Non istendere l’appetito a quello a che non puoi arrivare; nè quello voler ritenere, che ti può dare impaccio, e rubarti l’interior libertà. Ben è maraviglia, che tu con tutto l’affetto del cuore non ti commetti a me con tutte le cose che tu puoi desiderare, od avere.

2. Or che ti struggi tu di vana tristezza? perchè ti stanchi in cure soperchie? T’acqueta del mio beneplacito, e niente ti farà danno. Se questa, o quella cosa tu cerchi, e vuoi essere qua o là, per istare a tuo maggior agio, e far tuo piacere, non sarai queto mai, nè libero da sollecitudine; poichè in ogni cosa ti verrà trovato qualche difetto, e ci sarà in ogni luogo chi ti contrasti.

3. Questo dunque ti sarà utile; non l’aver tutte le cose esteriori acquistate, o raddoppiate; ma disprezzatele anzi, e fin dalle radici strappate del cuore. La qual cosa tu non dei voler intendere de’ danari, e delle ricchezze, ma e dell’ambir onori, e dell’agognar vana lode, le quali cose insieme col mondo tutte passano via. Picciola sicurezza dà il luogo, ove non sia lo spirito di fervore: nè lungamente durerà pace procacciata da fuori, se il vero fondamento le manchi della fermezza del cuore: cioè se tu non fermi te stesso in me. Tu potresti ben trasmutarti di luogo, ma non migliorarne. Imperciocchè datasi innanzi l’opportunità, e tu presala, t’abbatterai in ciò che hai fuggito, ed in peggio.

ORAZIONE

per la purgazione del cuore, e per la celeste sapienza.

4. Confermami, o Dio, per la grazia del Santo Spirito. Dammi virtù, ch’io sia corroborato dell’uomo interiore, e che d’ogni superflua sollecitudine e angustia sgombri il mio cuore: nè sia tirato da vari desideri di checchessia, o vile, o prezioso; ma tutte le cose guardi siccome fuggevoli e me altresì che passerò insieme con loro: poichè niente è durevole sotto del sole; dove tutto è vanità e afflizione di spirito. Oh quanto è saggio colui, che pensa così!

5. Dammi, o Signore, la celeste sapienza; acciocchè io impari te sopra tutte le cose cercare, e trovarti, e te sopra tutte le cose gustare ed amare; e così giudicare delle altre, secondo che sono, e dalla tua sapienza sono state ordinate. Dammi ch’io accortamente schivi chi m’accarezza, e pazientemente sopporti chi mi contrasta. Poichè quest’è grande saviezza, non lasciarsi muovere ad ogni fiato di parole, nè alla Sirena che mal ti lusinga, porgere orecchio. Conciossiachè in tal modo si segue avanti sicuramente l’impreso cammino.

Capo XXVIII — Contro le lingue de’ detrattori

1. Figliuolo, non ti dolere, se altri abbia rea opinione di te e quello dica, che mal volentieri tu senti. Tu dei anzi aver di te stesso sentimento peggiore, e nessuno giudicar più infermo di te. Se tu ti porti da uomo spirituale, non farai troppo caso delle parole che volano via. Ella è non poca prudenza saper tacere ne’ casi avversi, e a me dentro rivolgersi, nè per l’umano giudizio punto turbarsi.

2. Non istia nelle parole degli uomini la tua pace; conciossiachè o in buona, o in mala parte la prendan essi, tu non ne diventi un altro per questo. Or dov’è la pace, e la vera gloria? non forse in me? Ma pur chi non appetisce di piacere agli uomini, nè teme di dispiacer loro, questi potrà godere di molta pace. Dallo amore disordinato, e dal vano timore nasce ogni angustia del cuore, e distrazione de’ sensi.

Capo XXIX — Come, premendoci la tribolazione, sia da invocar Dio, e benedirlo

1. Sia benedetto per sempre il tuo nome, o Signore, il quale hai voluto che questa tentazione, e questo travaglio cadesse sopra di me. Io non posso fuggirlo, ma ho bisogno di rifuggirmi a te, acciocchè tu m’ajuti, e in bene me lo converta. Signore, io sono adesso in tribolazione, e non ha bene il mio cuore; anzi da questo travaglio io sono fieramente angustiato. Or che potrò dir io, caro Padre? Io mi sento colto alla stretta. campami tu da un tal passo. Se non che, perciò appunto a tal termine son io venuto, a che tu n’abbia onore, quando dopo essere stato forte umiliato, io sarò per te fatto salvo. Piacciati, Signore, di liberarmi: poichè poverello, che posso far io, e dove andar senza te? Dammi pazienza, o Signore, pur questa volta, vieni in mio ajuto, o Dio mio, ed io per quantunque aggravato, di niente non temerò.

2. Ma intanto che dirò io in tale stato? Si faccia, o Signore, la tua volontà. Troppo ho io meritato d’essere afflitto, e gravato. Egli mi è pur forza di sostenere; ed oh! sia pur con pazienza, tanto che passi questa procella, e in meglio si muti. Ma è pur potente l’onnipotente tua mano, di levar via da me anco una tal tentazione, o mitigarne la forza, acciocchè io non ne sia vinto del tutto; siccome e per l’addietro hai meco adoperato più volte, o Iddio mio o misericordia mia. Or quanto è a me più difficile, tanto è più facile a te questa mutazion della tua destra, o Dio eccelso.

Capo XXX — Del domandare l’ajuto divino, e della fiducia di ricoverare la grazia

1. Figliuolo, io son il Signore, che consola nel tempo della tribolazione. e tu vieni a me, quando non ti senti aver bene. Quest’è che sommamente impedisce la consolazione celeste, che troppo tardi tu ti volgi a pregare. Imperciocchè avanti che tu intentamente mi preghi, vai frattanto procacciando molti conforti, e nelle cose esteriori prendi ricreazione. E di ciò nasce, che poco tutte queste cose ti giovino, finchè tu non senta per prova, che io solo son quegli che salvo coloro che sperano in me; e non esserci fuori di me potente ajuto, nè util consiglio, ma nè durevole provvedimento. Ma già ripresa omai lena dopo della tempesta, ti riconforta nella luce delle mie misericordie: poichè io son qui (dice il Signore) a ristorare tutte le cose, non pure interamente, ma e abbondevolmente, e ribocchevolmente.

2. Or ci ha alcuna cosa per avventura difficile a me? o sarò io siccome chi dice, e non fa? Dov’è or la tua fede? Sta saldo e persevera. sii paziente, e uom prode: ti verrà la consolazione a suo tempo. M’aspetta, m’aspetta: io verrò e ti guarirò. Egli è una tentazione che ti molesta, e una vana paura, che ti sgomenta. Che monta di darti pena de’ casi avvenire, se non a crescerti tristezza sopra tristezza? bastano a ciascun giorno i suoi mali. Egli è vano ed inutile il turbarsi, o rallegrarsi di ciò che è a venire, che forse non sarà mai.

3. Ma umana cosa è d’essere aggirati da sì fatte immaginazioni; ed è argomento di animo tuttavia debole, lasciarsi tirare sì di leggieri alla suggestione dell’inimico. Conciossiachè esso non cura, s’egli ci gabbi, e c’inganni col vero, o col falso; se ci abbatta per amor delle cose presenti, o per tema delle future. Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia paura. abbi fede in me, e nella mia misericordia ti fida. Quando tu pensi d’essermi più lontano, allora è spesse volte che io ti son più vicino. quando tu credi quasi perduto ogni cosa, allora le più volte tu hai in mano maggior materia di merito. Non è tutto gittato, perchè alcuna cosa ti sia avvenuta sinistramente. Non dei tu giudicare secondo quello il presente tuo sentimento, nè per alcuna disavventura, onde che ella ti avvenga, scorarti tanto perdutamente, nè in modo riceverla, come se ogni speranza ti fosse tolta di dovertene rilevare mai più.

4. Non volerti credere derelitto del tutto, se per alcun tempo io ti mandi alcuna tribolazione, oppure io ti ritolga la bramata consolazione: essendo che per tal via si va al regno de’ cieli. E ciò senza dubbio torna meglio a te, e agli altri miei servi; che voi siate esercitati con avversità, che non sarebbe se a vostro grado vi aveste tutte le cose. Io conosco gli occulti pensieri: e so che fa troppo meglio per te l’esser alcuna volta lasciato senza dolcezza; che forse non ne montassi in superbia per lo buon successo, nè in te stesso ti compiacessi di quello che tu non sei. Quello che io ti ho dato, il mi posso ritogliere, e rendertelo quando mi piaccia.

5. Quando alcuna cosa ti dò, ella è mia: quando me la riprendo, non prendo del tuo: poichè mio è ogni bene, ed ogni dono perfetto. Se io ti lasci venire gravezza alcuna, o avversità, non isdegnartene, nè cader d’animo: io posso rilevartene prestamente, e cambiarti in gaudio ogni noja. Ma non pertanto io son giusto, e da commendare altamente, quando io fo questo con te.

6. Se tu giudicassi diritto, e sanamente intendessi, tu non dovresti rattristarti sì disperatamente, per sinistro che t’avvenisse, ma goderne piuttosto, e darmene ringraziamenti: anzi questo solo reputarti a ventura, che io affligendoti con travagli, non ti risparmio. Siccome il Padre ha amato me, così io amo voi, ho detto a miei cari discepoli: li quali in verità io non ho mandati a gaudj di mondo, anzi a gravi combattimenti; non ad onori, ma sì a disprezzi; non ad ozio, anzi a fatiche; non a riposo, ma a cogliere molto frutto in pazienza. Tienti a mente, Figliuolo mio, queste parole.

Capo XXXI — Del disprezzar ogni creatura per poter trovare il Creatore

1. Signore, io son bene in bisogno di vie maggior grazia a poter colà pervenire, dove nè persona, nè cosa del mondo mi sia d’inciampo. Imperciocchè infino a tanto che alcuna cosa m’impaccia, io non posso liberamente volare a te. Ciò bramava colui, che diceva: Chi mi darà ale siccome di colomba, ed io volerò a riposarmi? Qual cosa è più quieta dell’occhio semplice? e chi più libero di colui, che niente desidera in terra? Fa d’uopo adunque oltrepassare ogni cosa creata, e al tutto uscire di se medesimo, e stare in altezza di mente, e veder te creatore di tutte le cose, niente avere che ti somigli. Or quando altri non sia d’ogni creatura spedito, non potrà liberamente intendere alle cose divine. E impertanto ci sono sì pochi contemplativi; perchè pochi sanno da’ manchevoli creati beni distaccarsi del tutto.

2. A ciò fa bisogno di singolar grazia, la quale sollevi lo spirito, e sopra di se stesso il rapisca. E se l’uomo non sia elevato di mente, e da tutte le creature disimbarazzato, e tutto unito con Dio; checchè egli sappia, checchè si abbia, poco è da prezzare. Egli sarà sempre picciolo, e giacerà al basso colui, il quale alcuna cosa reputa grande fuori di te solo, unico, immenso ed eterno bene. E pur tutto ciò che non è Dio è niente, e per niente dee essere computato. Egli è però gran differenza tra la sapienza d’uomo illuminato e divoto, e la scienza di cherico letterato e studioso. troppo è più nobile quella dottrina, che d’alto rampolla per divina infusione, di quella che con fatica per umano ingegno s’acquista.

3. Troverai molti che bramano la contemplazione; ma poi non s’ingegnano d’usar quei mezzi, che ad averla son necessari. Questo è grande impedimento, che noi ci fermiamo nelle immagini, e nelle cose sensibili; e poco è in noi di perfetta mortificazione. Io non so che sia ciò, nè da qual mania siamo agitati, nè che cosa noi pretendiamo, che ci pare aver nome di persone spirituali; e pure sì gran fatica, e tanto maggior sollecitudine adoperiamo per le fuggevoli, terrene cose; ed a quelle che si fanno dentro di noi, rade volte co’ sentimenti del tutto raccolti pensiamo.

4. Oh Dio! subito dopo piccolo raccoglimento, ci dissipiamo: nè bilanciamo le nostre operazioni con distretto giudicio. Dove giaccia l’affetto nostro non badiam punto; nè perchè in noi tutto sia sozzo, non ne sentiamo però dolore. Però che ogni carne avea guasta la propria via, pertanto ne seguitò l’universale diluvio. Essendo dunque l’interior nostro affetto assai guasto, fa pur bisogno, che l’azion susseguente (la quale mostra il difetto dell’interno vigore) sia pur corrotta. Dal cuor puro procedono frutti di buona vita.

5. Si cerca, quante cose altri abbia fatto; ma con quanta virtù, non si esamina sì sottilmente. Ci studiam di sapere se il tale sia forte, ricco, grazioso, abile, o buono scrittore, buon cantore, valente artefice; ma del quanto egli sia umil di spirito, quanto paziente e mite, da’ più non si ode parlare. La natura riguarda nell’uomo le cose di fuori, la grazia si volta a quelle di dentro. quella sovente s’inganna; questa spera in Dio, per non dar in fallo.

Capo XXXII — Del rinnegamento di sè, e del rigettare ogni cupidità

1. Figliuolo, tu non potrai avere perfetta libertà mai, se non rinneghi interamente te stesso. Sono inferrati tutti que’ dalle cose proprie, e gli amatori di sè, gli avidi, i curiosi, i vagabondi, che procacciano sempre comodità, non ciò che è di Gesù Cristo: anzi spesso vi compongono e divisano di quelle cose, che non avran fermo stato. conciossiachè andrà a nulla tutto quello, che non viene da Dio. Tienti a mente questa breve e sugosa parola: Lascia tutto, e troverai tutto; lascia ogni cupidità, e ti verrà trovato riposo. Rumina ciò con la mente: e come tu l’abbia messo ad effetto, intenderai ogni cosa.

2. Signore, questa non è opera d’un giorno, nè giuoco da bamboli: anzi in questo ristrettamente è raccolta tutta la perfezione de’ Religiosi.

3. Figliuolo, tu non dei ritirarti, nè subito disperare, inteso qual è la via de’ perfetti; ma provocar te stesso a cose più alte, e per lo meno a queste aspirare col desiderio. Beato te! se in tale stato tu fossi, e a tal fossi giunto, che niente amassi più te medesimo; anzi puramente stessi al piacer mio, e di lui ch’io t’ho dato per padre: allora tu piacerestimi assai, e tutta la vita tua passerebbe in gaudio ed in pace. Ti resta ancora da lasciar molte cose; le quali, se interamente tu non mi rassegni, non conseguirai ciò che brami. Io ti consiglio di comperare da me oro infuocato, del quale arricchire; cioè la celeste sapienza, che tutte le cose basse si tien sotto a’ piedi. A questa posponi la sapienza terrena, ed ogni umano e privato compiacimento.

4. Io ho detto, che in cambio di quelle cose che agli uomini son care e preziose, tu dovessi comperar le più vili. Imperciocchè assai piccola e vile, e quasi dimenticata sembra la vera celeste sapienza; che non sente altamente di sè, nè appetisce d’essere magnificata nel mondo: la quale molti a fior di labbro commendano; ma troppo per opera ne discordano: ma ella è nonpertanto la preziosa margarita a’ più sconosciuta.

Capo XXXIII — Dell’incostanza del cuore, e della finale intenzione da avere a Dio

1. Figliuolo, non voler fidarti del tuo affetto: quello che adesso hai, di qui a poco si cambierà in altro. Infinattantochè vivi, tu sei soggetto alla mutabilità, tuo malgrado: in guisa che ora ti senta lieto, ora tristo; ora divoto, ora indivoto; adesso diligente, adesso accidioso; talora grave, talora leggieri. Ma al disopra di queste mutabili cose si regge l’uom saggio, e bene nello spirito ammaestrato, niente badando quello ch’egli senta dentro di sè, o di qual parte soffi il vento della mutabilità; ma sì a questo, che tutta l’intenzione della sua mente al diritto e bramato fine stia volta. Imperciocchè per tal modo potrà tenersi immobile in un medesimo stato, col semplice sguardo di sua intenzione in me fisamente fermato al variar di tanti e sì diversi accidenti.

2. Or quanto più puro sarà l’occhio dell’intenzione, e tanto si va più sicuro tralle varie procelle. Ma in molti l’occhio della pura intenzione è annebbiato: conciossiachè assai leggermente l’uom guarda a qualche dilettevole oggetto, che gli dà innanzi: poichè di rado si trova chi sia affatto libero d’ogni macchia di amore privato. Così una volta i Giudei erano venuti a Bettania alla casa di Maria e di Marta, non per Gesù solamente, ma e per veder quivi Lazaro. Si vuol dunque in guisa nettar l’occhio dell’intenzione, ch’egli sia semplice, e retto, e a me di là da tutti i diversi mezzi dirigerlo.

Capo XXXIV — Che ad un amante sopra tutte, ed in tutte le cose sa buono Iddio

1. Ecco, il mio Dio, il mio tutto. Or che posso volere io di più, e che di più beato desiderare? Oh! saporità, e dolce parola; a quelli però che amano Gesù, non il mondo, nè le cose che sono nel mondo: Dio mio, mio tutto. Se v’è chi intenda, s’è detto assai; ed il ripeterlo ancora più volte è dolce a chi ama. Imperciocchè tutte le cose, te presente, son dolci, te lontano tutte nojose. Tu sei che tranquilli il cuore, e il metti in gran pace, e in festevol letizia. tu fai parer buone tutte le cose, e te lodare in ciascheduna di esse: nè c’è che possa senza di te lungamente piacere; ma s’ella dee esser gradita e saper buona, vi ci bisogna la tua grazia, e che col condimento della sapienza tua sia condita.

2. A chi tu sei buono, qual cosa (se dritto estimi) non dovrà parere buona? e quegli che in te non ha gusto, in che potrà averlo mai? Ma si perdono verso la tua sapienza i saggi del mondo, e que’ che si dilettano nella carne: essendo che in quelli è grandissima vanità, e in questa si trova la morte. Coloro poi che per lo disprezzo del mondo, e per lo castigamento della carne seguono te, si mostrano sapienti veracemente: perchè dalla vanità passano alla verità, e dalla carne allo spirito. A questi è Iddio saporoso; e tutto ciò che nelle creature ha di bene, tutto a lode lo riferiscono del Creatore. Egli è non pertanto dissimile, e molto dissimile il gusto del Creatore e della creatura, dell’eternità e del tempo, della luce increata e della partecipata.

3. O luce perpetua, che ogni creato lume soverchi, folgoreggia la tua luce dall’alto, la quale in ogni secreto penetri del mio cuore. Purga, rallegra, rischiara, ed avviva con le sue potenze il mio spirito, sicch’egli stia unito con te per inebriamento di giubilo. Deh! quando verrà quell’ora beata, e desiderabile, che tu della tua presenza m’appaghi, e mi sii tutto in tutte le cose? Infinattantochè ciò non m’è conceduto, nè io avrò mai compiuta allegrezza. Ahi dolore! vive in me tuttavia l’uomo vecchio, non è tutto crocifisso, non è affatto morto. Concupisce tuttavia fieramente contra lo spirito, mi move guerra da dentro, e il regno dell’anima non lascia in pace.

4. Ma tu, che signoreggi lo sdegno del mare, e ’l movimento temperi de’ suoi flutti, levati su, e vienmi in ajuto. Disperdi le genti, che amano di farmi guerra; rompile col tuo valore. Manifesta, io ten priego, la tua gran virtù, e ne sia la tua destra glorificata: poichè io non ho nessun’altra speranza, nè altro ricovero, se non in te, Signore Iddio mio.

Capo XXXV — Che non ci è sicurezza da tentazione in questa vita

1. Figliuolo, tu non puoi in questa vita esser sicuro giammai; ma sempre quanto tu vivi ti bisognano le armi spirituali. Tu t’aggiri ognor tra nemici, e sei da destra, e da sinistra assalito. Se dunque d’ogni lato non ti difendi con lo scudo della pazienza, non potrai stare, che alcuna volta non sii ferito. Oltracciò, se tu non metti fisso il tuo cuore in me, con volontà pura di patire ogni cosa per me, non potrai reggere a questa guerra, nè alla palma pervenir de’ beati. Adunque ti fa bisogno oltrepassar tutto con fermo cuore, e a mano armata resistere a tutto ciò che t’incontra. Imperciocchè la manna si dà al vincitore, e il neghittoso è abbandonato in molta miseria.

2. Se tu procacci riposo in questa vita, or come giungerai tu un giorno all’eterno? Non ti acconciare a molto riposo, anzi a grande pazienza. Cerca la vera pace non in terra, ma in cielo, non negli uomini, nè in altra creatura, ma pure nel solo Dio. Per amore di lui tu dei voler sostenere volentieri ogni cosa; ciò sono, fatiche, dolori, tentazioni, travagli, ansietà, necessità, malattie, ingiurie, detrazioni, riprensioni, avvilimenti, confusioni, correzioni, e dispregi. Queste cose giovano alla virtù; esse fan prova del novizio di Cristo; queste compongono la celeste corona. Io ti renderò eterna mercede per poca fatica; io una gloria infinita per una confusion passeggera.

3. Or crederestu d’aver sempre consolazioni spirituali a tuo grado? A questo modo già non l’hanno avute i miei Santi; anzi molte gravezze, tentazioni diverse, e gravi desolazioni. Ma essi si sostennero in ogni cosa pazientemente, e più sonosi fidati in Dio, che in se stessi; sapendo bene, che non sono condegni i patimenti di questa vita a meritar la gloria avvenire. Vuoi tu aver di presente quello, che molti ottennero a gran fatica dopo molte lagrime, e duri combattimenti? Aspetta il Signore, adopera virilmente, e fatti cuore, non voler disperare, nè ritirarti; anzi metti il tuo corpo, e l’anima costantemente per la gloria di Dio. Io ti darò pienissima ricompensa, io sarò teco in ogni tribolazione.

Capo XXXVI — Contra i vani giudizi degli uomini

1. Figliuolo, abbandonati con fermo animo nel Signore, nè aver paura di umano giudizio, quando dalla tua coscienza hai testimonio d’esser giusto, e innocente. Egli è buona cosa e beata patir così; anzi ciò all’umile di cuore non sarà grave a portare, e a chi più in Dio, che in se stesso si fida. Ciascuno vuol dir la sua, ed è pertanto da prestar loro piccola fede. ma e contentar tutti è impossibile. Avvegnachè Paolo siasi studiato di conpiacere a tutti nel Signore, e tutto fattosi a tutti, nondimeno contò per nulla d’essere per umano giudizio dannato.

2. Egli tutto ciò che era in sè, e poteva, adoperò per l’altrui edificazione e salute; ma non potè pertanto impedire, ch’egli non fosse alcuna volta da altrui giudicato, e sprezzato. Perciò in Dio rimise ogni cosa, che le sapea tutte; e così con pazienza, e con umiltà si difese contra le bocche di coloro, che di lui sparlavano, o che vane e false cose pensavano, e tutto ciò seminavano che loro veniva a grado. Egli rispose però alcuna fiata, acciocchè dal tacer suo alcuno scandalo a’ deboli non ne seguisse.

3. Or chi se’ tu, che temi d’uomo mortale? oggi è, e domani più non si vede. Temi Iddio, e non paventerai gli spauracchi degli uomini. Or che può farti alcuno con parole o con villanie? egli a se stesso più presto nuoce che a te; nè potrà già campare dal giudizio di Dio, qualunque siasi cotale. Abbiti tu Dio davanti agli occhi, e non voler garrire con lamentose parole. Che se adesso ti pare aver avuto la gambata, e sostener confusione che tu non meritasti, non te ne sdegnare perciò, nè voler scemare per impazienza la tua corona; anzi a me in cielo riguarda piuttosto: che io posso ristorare altrui d’ogni vergogna ed ingiuria, e rimeritar ciascheduno secondo l’opere sue.

Capo XXXVII — Della pura e intera rassegnazione di sè, per ottenere la libertà del cuore

1. Figliuolo, lascia te stesso, e sì troverai me. Non elegger mai cosa alcuna, nè farla tua propria, e n’avrai sempre guadagno. Imperciocchè, come tu m’abbi rassegnato te stesso, nè più da me ti ripigli, ti sarà cresciuta grazia maggiore.

2. Quante volte farò io questo, o Signore, e in quali cose abbandonerò me medesimo?

3. Sempre, e in ogni tempo; siccome nel poco, così nel molto. io non eccettuo nessuna cosa; anzi in tutte ti voglio aver nudo. Altramenti, come potresti esser tu mio, ed io tuo, se non sii dentro e fuori d’ogni proprio tuo volere spogliato? Quanto più tosto ciò fai, tanto ne starai meglio; e quanto più pienamente e sinceramente, tanto farai più mio piacere, e tuo maggior lucro.

4. Ce n’ha di quelli, che si rassegnan sì bene, ma con alcuna eccezione; imperciocchè non affatto fidandosi in Dio, si studian di provvedere a se stessi, alcuni anche tutto sacrificano in sulle prime; ma poi dalla tentazione battuti, ritornano alle cose loro; e però niente avanzano nella virtù. Or questi tali alla libertà vera del cuor puro, nè all’onore della mia dolce dimestichezza non perverranno giammai, se non dopo fatta intera rassegnazione, e quotidiana immolazione di sè, senza cui nè sta, nè può stare la union fruitiva.

5. Io t’ho detto assaissime volte, ed ora il dico da capo: Lascia te stesso, rassegna te stesso, e godrai somma pace di cuore. Da tutto per lo tutto; niente cerca, niente pretendi; sta semplicemente e fermamente in me, e possederai me. tu sarai libero del cuore, nè le tenebre t’ingombreranno. A questo ti sforza, questo di manda, questo desidera; che tu possa disimbarazzarti d’ogni proprietà, e nudo seguitar il nudo Gesù, morire a te stesso, ed eternalmente vivere a me. Allora tutte le vane fantasie, le ree instigazioni, e le cure superflue dileguerannosi. allora pur darà luogo lo smodato timore, e il disordinato amore morrà.

Capo XXXVIII — Del reggersi bene nelle cose esterne, e del ricorrere a Dio ne’ pericoli

1. Figliuolo, a questo tu dei intendere studiosamente; che in ogni luogo, e atto, od occupazione esteriore tu sii dell’animo libero, con signoria di te stesso; e che tutte le cose stieno sotto di te, e non mai tu sotto di loro; che tu sii padrone delle tue operazioni, e lor reggitore, e non servo, nè schiavo; ma libero anzi e naturale Ebreo, entrando alla eredità, ed alla libertà de’ figliuoli di Dio; i quali soprastannosi alle cose presenti, e le eterne contemplano; che le passeggere riguardano con l’occhio manco, e col destro quelle del cielo; i quali già non si lasciano trarre al godimento de’ temporali beni; anzi eglino più tosto gli tirano a servir loro secondo ragione, siccome furono ordinati e posti dal sommo fattore, il quale niente ha lasciato di sconcio nelle sue creature.

2. E se anche in ogni caso tu non istai alla vista di fuori, nè con occhio carnale disamini le cose vedute, o le udite; ma in qualunque bisogno entri subito con Mosè nel tabernacolo a consigliarti con Dio; tu ne riceverai alcuna volta la divina risposta, e ne partirai ammaestrato di molte cose presenti, e delle avvenire. Conciossiachè sempre ebbe ricorso Mosè al tabernacolo per lo scioglimento de’ dubbi, e delle contese, e corse al rifugio dell’orazione per salvarsi da’ pericoli e dalle soperchierie della gente. Così tu pure ti dei rifuggire nel secreto del tuo cuore, e quivi più studiosamente pregar Dio di soccorso. Imperciocchè perciò appunto Giosuè, e i figliuoli d’Israello si leggono essere stati da Gabaoniti ingannati, perchè non ne domandarono prima l’oracolo del Signore; ma dando troppa fede alle melate loro parole, per una falsa pietà rimaser delusi.

Capo XXXIX — Che l’uomo non sia affannoso nelle faccende

1. Figliuolo, rimetti sempre in me la tua causa; io acconcerò a suo tempo opportunamente ogni cosa. aspetta la mia ordinazione, e te ne sentirai giovamento.

2. Signore, assai di buon grado io commetto ogni mia cosa a te; essendo che piccolo frutto mi potrebbe portare qualunque pena me ne dessi io. Ed oh! fosse pure, che troppo io non mi travagliassi de’ casi che sono a venire, anzi senza indugio, a fare il tuo beneplacito mi disponessi!

3. Figliuolo, spesso l’uomo è forte affannato d’alcuna cosa, ch’egli desidera; ma poi come l’abbia avuta, ed egli ne giudica tutto altramenti; perocchè i desiderj d’una medesima cosa non sono durevoli; anzi d’una in altra ne spingono. Egli non è dunque piccola cosa, pur nelle piccole cose lasciare te stesso.

4. Il vero profitto dell’uomo sta nell’annegazione di se medesimo; e qualunque ciò fa, egli è assai franco e sicuro. Ma l’antico avversario, che a tutti i buoni contrasta, non ristà dal tentare; ma giorno e notte fabbrica di gravi insidie, s’egli per avventura potesse alcuno incauto trarre nel suo trabocchetto. Vegliate in preghiere, dice il Signore, acciocchè non incappiate nella tentazione.

Capo XL — Che l’uomo non ha da sè alcun bene, e di niente si può gloriare

1. Signore, che cosa è l’uomo, che tu ti ricordi di lui, o il figliuolo dell’uomo, perchè tu il visiti? qual merito ebb’egli mai, perchè la tua grazia tu gli donassi? Signore, di che posso io dolermi, se m’abbandoni? o di qual cosa a te richiamarmi, se tu non adempi le mie domande? Or questo è veramente, ch’io posso pensare, e dire: Signore, io son niente, niente posso, niente da me ho di bene; anzi in tutte le cose son difettoso, e al niente pendo mai sempre. e se io non sia ajutato da te, e del cuor riformato, io ne divengo del tutto tiepido, e dissoluto.

Ma tu, o Signore, sei sempre desso, e duri in eterno buono, immutabilmente giusto e santo; bene, giustamente, e santamente facendo ogni cosa, e tutte ordinandole con sapienza. laddove io, che al difetto son anzi inchinevole, che al profitto, non duro lungamente in un medesimo stato; anzi ben sette tempi si cambiano sopra di me. Nondimeno allora di subito io mi sento mutare in meglio, quando a te piaccia di porgermi al soccorso la mano: poichè tu solo senza umano provvedimento puomi ajutare, e in tanto assodarmi, che il mio volto da se stesso più non si muti: anzi in te solo stia vólto, e si riposi il mio cuore.

3. Il perchè, se io sapessi ben rifiutare ogni umano conforto, tra per acquistarmi la divozione, e per lo bisogno che mi stringe a cercare di te (perocchè non ci ha al mondo chi mi consoli); ben potrei ragionevolmente sperare della tua grazia ed esultar per lo dono della tua nuova consolazione.

4. Grazie a te, dal quale tutto mi viene, checchè di bene m’avvenga. Ora io son vanità, e niente dinanzi a te, incostante ed infermo. Dond’è adunque che io possa gloriarmi, o che appetisco io d’essere riputato? forse del niente? ma e questo è pur grandissima vanità. Oh gloria, vana veracemente, ria peste, e massima vanità! che l’uomo dalla vera gloria ritrae, e della celeste grazia ci spoglia! poichè mentre l’uomo compiacesi in se medesimo, egli dispiace a te; e mentre agogna le lodi degli uomini, è privato delle vere virtù.

5. Or vera gloria e santa esultazione è il gloriarsi in te, non in sè; rallegrarsi nel nome tuo, non nella propria virtù, nè in creatura del mondo mai dilettarsi, se non per te. Al nome tuo sieno laudi, non al mio: le opere tue, non le mie sieno magnificate; il santo tuo nome esso sia benedetto, e niente a me s’attribuisca di lode dagli uomini. Tu sei la mia gloria, tu la esultazion del mio cuore: in te glorierommi ed esulterò tutto giorno; per quello poi che è in me, niente, fuor solamente nelle mie infermità.

6. Cerchino pure i Giudei la gloria l’uno dall’altro; io cercherolla solo da Dio. In verità ogni gloria umana, ogni onor temporale, ogni mondana altezza verso la eterna tua gloria è pazzia e vanità. O Verità mia, e mia Misericordia, Iddio mio, Trinità beata, a te solo sia laude, onore, virtù e gloria in eterno.

Capo XLI — Del disprezzo d’ogni onor temporale

1. Figliuolo, qualora tu vegga altrui onorato e posto in alto, e te dispetto e umiliato, non dartene pena. leva su a me in cielo il tuo cuore, nè ti rattristerà il disprezzo degli uomini sopra la terra.

2. Signore, noi siamo al bujo, e facilmente rimanghiamo sedotti dalla vanità. Se io riguardo dirittamente a me stesso, egli non m’è fatta ingiuria da creatura giammai; per lo che nè ho cagione da richiamarmi di te. Anzi, perocchè io frequentemente e gravemente ho peccato a te, ogni creatura si leva debitamente contra di me. A me dunque di ragione è dovuta la confusione e ’l dispregio, e a te la lode, l’onore, e la gloria. E se io non mi disponga a voler soffrire con pace di vedermi spregiare, e abbandonare da tutti, e tenere da nulla affatto io non potrò aver pace nè fermezza di cuore, nè il mio spirito essere illuminato, e pienamente unito con te.

Capo XLII — Che la pace non è da riporre negli uomini

1. Figliuolo, se tu riponi la tua pace in veruna persona, per lo stare insieme, e perchè te ne giova, tu sarai instabile e avviluppato. ma se tu abbi ricorso alla sempre viva e stabile Verità, non ti contristerà partenza, nè morte di persona che ami. In me dee esser fondato l’amor dell’amico, ed egli si vuole amare per me, qual che ti sembri buono, e assai in questa vita abbi caro. Non vale, nè durerà amore senza di me; nè quella è vera e netta amicizia, la quale io non abbia accoppiata. Così ti bisogna a così fatte affezioni delle persone amate esser morto, che tu (quanto è in te) desideri di viver fuori da ogni umano consorzio. Tanto s’avvicina più l’uomo a Dio, quanto egli da ogni terreno piacere più si dilunga: e tanto a Dio si leva più alto, quanto più basso si profonda in se stesso, e più a se stesso diventa vile.

2. Quegli poi che alcun bene a se medesimo attribuisce, dà impedimento che in lui non venga la grazia di Dio; conciossiachè la grazia dello Spirito Santo cerca sempre il cuor umile. Se tu sapessi perfettamente annichilare te stesso, e d’ogni affetto a creatura votarti, tu allora mi sforzeresti a versare in te molte grazie. Quanto alle creature tu guardi, tanto t’è contesa la vista del creatore. Impara a vincere in ogni cosa te stesso pel creatore; e sì avrai virtù d’arrivare alla cognizione di Dio. Qualunque cosa, sia pur menoma, se tortamente sia guardata ed amata, ritarda dal sommo bene, e ci guasta.

Capo XLIII — Contro la vana, e mondana scienza

1. Figliuolo, non ti muovano i belli, e sottili detti degli uomini; che non istà il regno di Dio in detti, ma sì bene in virtù. Sta intento alle mie parole, le quali accendono i cuori, danno luce alle menti, inducono a compunzione, e infondono consolazioni d’ogni maniera. Non legger sillaba mai per doverne parer più dotto e più saggio. intendi a mortificare i tuoi vizi; che ciò ti sarà più utile, che non la notizia di molte sottili questioni.

2. Come tu abbia parecchie cose lette ed apprese, ti bisogna ritornar sempre ad un solo principio. Io sono, che insegno all’uomo la scienza, e dò a’ parvoli intendimento più chiaro di quello, che da alcuno degli uomini possa esser dato. quegli a cui parlo io, in breve diverrà dotto, e molto s’avanzerà nello spirito. Guai a coloro, che procacciano di sapere dagli uomini molte cose curiose, e del come servano a me si danno picciol pensiero. Verrà tempo, che si faccia vedere il Maestro de’ maestri Gesù, il Signore degli Angeli, per dover sentir le lezioni di tutti, cioè per disaminar le coscienze di ciascheduno. egli allora cercherà sottilmente Gerusalemme con la lucerna, e le cose nascose saran messe a luce, e le lingue ne’ loro argomenti si ammutiranno.

3. Io sono che l’intelletto umile sollevo in un punto, e della eterna verità gli fo intendere più ragioni, che altri non farebbe dopo dieci anni studiati alla scuola. Io ammaestro altrui senza strepito di parole, senza confusion d’opinioni, senza boria d’onore, senza gare di sillogismi. io, che insegno disprezzar le cose terrene, e sentir noja delle presenti, procurare l’eterne e quelle gustare, schifare gli onori, sofferire gli ostacoli, ogni speranza riporre in me, niente desiderare fuori di me, e me ardentemente amare sopra tutte le cose.

4. Imperciocchè c’è stato un cotale, che amando me intimamente, imparò cose divine, e maravigliose parlava. egli fece più profitto lasciando tutto, che studiando in sottili speculazioni. Ma io ad alcuni parlo cose comuni, ad altri speciali. Ad alcuni mi manifesto per piana maniera in segni e in figure, a certi altri poi disvelo i miei misteri con molta chiarezza. La favella de’ libri è pur una, ma non tutti ammaestra ad un modo; perciocchè io sono verità, che instruisce di dentro, io ricercatore del cuore, io conoscitor de’ pensieri, io che accendo all’operare, e a ciasche duno quelle cose comparto, che io giudico lor convenire.

Capo XLIV — Del non tirare a sè le cose esteriori

1. Figliuolo, a te si richiede d’essere in molte cose ignorante, e tenerti siccome morto sopra la terra, e come tale, a cui tutto il mondo sia crocifisso. Egli t’è anche mestieri far del sordo a molte altre, e a quelle anzi attendere che montano per la tua pace. T’è più utile voltar gli occhi da ciò, che non ti va a grado, e ciascheduno lasciar pensare a suo senno, che metterti a brigar di parole. Se tu sii bene di Dio, e al suo giudicio riguardi, con più pace comporterai d’esser vinto.

2. O Signore, a che mai siamo noi divenuti! ecco, che il danno temporale per noi si piange, per uno piccol guadagno si travaglia, e si corre, e lo spiritual detrimento ci vien cadendo dalla memoria, e appena è che tardi pur vi si badi. In quelle cose, che poco montano o niente, si mette studio; e quelle, che sommamente ci son necessarie, per negligenza son trasandate: conciossiachè tutto l’uomo si sparge nelle cose di fuori; e s’egli tosto non si risenta, vi giace eziandio con piacere.

Capo XLV — Che non si dee credere a tutti: e del trascorrere facilmente nelle parole

1. Ajutami, o Signore, dalla tribolazione; poichè dall’uomo non vien la salute. Quanto spesso quivi non trovai fede, dove la mi credetti trovare! e quante volte dove men l’aspettava, ivi l’ho io ritrovata! Vano è dunque lo sperare negli uomini; ma la salute de’ giusti in te sta riposta, o Signore. Or sii tu benedetto, Signore Iddio mio, in tutte le cose, che c’intervengono. Noi siamo infermi ed instabili, leggermente cadiamo in errore, e siamo mutati

2. E chi è colui, che con tanta cautela, ed avvedimento sappia custodir se medesimo, che o l’una volta, o l’altra non cada in qualche inganno, o dubbiezza? ma quegli, che in te, Signore, si fida, e con semplicità di cuore ti cerca, non cade sì di leggeri. E quando pure egli incorra in qualche tribolazione, comunque ci sia dentro impacciato, egli ne sarà prestamente campato, o consolato da te: essendo che tu non abbandoni chi tiene in te la speranza fino alla fine. Raro è che si trovi amico così fedele, che in tutte le avversità tenga fede all’amico. tu solo, o Signore, tu solo se’ il fedelissimo infra tutti, e fuori di te non c’è altri cotale.

3. Oh come ne seppe bene quella sant’anima, la quale disse: La mia mente è assicurata, e in Cristo fondata. il medesimo fosse di me, nessuno umano timore m’angustierebbe sì facilmente, nè per saettar di parole io non sarei mosso. Ma e chi può antivedere tutte le cose? e chi a tempo prendersi guardia da’ mali avvenire? se quelli che son preveduti, pure ci pungono; or che faranno poi gl’improvvisi, se non gravemente ferirci? Ma perchè non ho io infelice provveduto a me stesso? perchè ho io sì leggermente altrui dato fede? Ma noi siamo pur uomini, nè altro siamo, che uomini fragili; comechè da parecchi noi siamo angeli nominati, e creduti. Or a cui, Signore, crederò io? a cui, se non solo a te? Tu sei verità che non fai, nè puoi ricevere inganno: e per lo rovescio, Ogni uomo è bugiardo, infermo, instabile, e cadevole, massimamente nelle parole; sicchè appena è da creder di subito quello, che ha tutta sembianza di verità.

4. Oh! quanto providamente n’hai tu fatti accorti, che ci dovessimo guardare dagli uomini; e che nemici dell’uomo sono i suoi famigliari; e che non è da credere se altri dica; Ecco qui, ovvero; Ecco là. Io ho imparato a mio costo; e volesse pur Dio, che ciò fosse per me a maggiore cautela, e non ad aggravare la mia stoltezza. Sii cauto (mi dice cotale) vedi bene, tieni in te quello ch’io ti metto nel cuore. E mentre io taccio, e credo la cosa segreta, nè esso pur sa tacere ciò di che egli mi chiese credenza; anzi di presente e me scopre, e se stesso, e va via. Da siffatte frodi, e da tali uomini imprudenti mi difendi, o Signore, che io non venga alle lor mani, nè mai di tali cose commetta. dammi ch’io parli con verità, e con lealtà, e le lingue scaltrite tiemmi lontane. Da quello ch’io non voglio patire io, debbo pure ad ogni modo guardarmi.

5. Oh! quanto è buona cosa, e pacifica il tacere de’ fatti altrui, nè tutte indiscretamente creder le cose, nè di leggieri moltiplicare in parole; a pochi aprire il suo cuore, e il tuo giudizio dimandar sempre, o riguardatore del cuore; nè da ogni soffiar di parole lasciarsi aggirare; anzi voler che tutte le cose, e di dentro, e di fuori si facciano secondo il beneplacito della tua volontà. Oh! quanto è sicuro per conservar la grazia celeste, schifare l’umana appariscenza, nè quelle cose appetire, che in vista portano ammirazione; ma in quelle a tutto uomo studiarsi, che inducono a emendazione di vita, e a fervore. Deh, a quanti nocque l’essere di virtù nominati, e lodatine troppo presto! ed oh, quanto giovò la grazia guardata in silenzio in questa fragile vita, la quale tutta è nominata tentazione e battaglia!

Capo XLVI — Della fiducia che si dee avere in Dio, quando siamo punti con parole

1. Figliuolo, reggiti con fermezza, ed abbi speranza in me. or che son mai le parole, se non parole? elle vanno per l’aria, ma niente offendon le pietre. Se tu se’ in colpa, pensa che tu voglia di buon grado emendarti: se di niente la coscienza non ti riprende, pensa di voler ciò sostener volentieri per amore di Dio. Basta pur questo poco; che tu soffra alcuna volta almen le parole, se non sei ancora da tanto, di portare dure percosse. E dond’è, che cose sì lievi ti passano al cuore, se non perchè tu se’ ancora carnale, e più agli uomini ragguardi, che a Dio? conciossiachè, per ciò che tu temi il disprezzo, non vuoi esser delle tue colpe ripreso, e al coperto ti ricoveri delle scuse.

2. Ma guarda più sottilmente te stesso, e vedrai che tuttavia vive in te il mondo, e la matta vaghezza di piacere alla gente. imperciocchè schivando tu d’essere umiliato, e portar confusione de’ tuoi difetti, si pare per fermo, che tu non sei vero umile, nè al mondo morto veracemente, nè il mondo è a te crocifisso. Ma ascolta una mia parola, e non farai conto di diecimila degli uomini. Ecco, vedi: se tutte quelle cose fossero dette contra di te, che la più rea malizia sapesse accozzare; qual danno n’avresti tu se le lasciassi passar via affatto, nè più caso non ne facessi, che d’una festuca? or potrebbon elle pur un capello svellerti della testa?

3. Ma chi non tiene ben chiuso il cuore, nè Dio davanti dagli occhi, egli è leggermente mosso per le parole di vituperio. colui per contrario, che fidasi in me, non è vago di stare al proprio giudicio, non temerà cosa dagli uomini. Imperciocchè io sono giudice, e conoscitore di ogni secreto: io so il come è avvenuta la cosa: io conosco chi fa ingiuria, e chi la sostiene: da me venne la cosa: perchè io permisi quanto è succeduto, acciocchè le intenzioni di molti cuori sien tratte a luce. il reo e l’innocente io il giudicherò; ma prima per occulto giudicio ho voluto prendere sperimento dell’uno e dell’altro.

4. La testimonianza degli uomini inganna sovente: ma il mio giudicio è il vero; e si starà saldo, e non sarà sovvertito. Egli è per lo più occulto; e pochi ne’ singolari accidenti il ravvisano. egli non erra però giammai, nè può; quantunque agli occhi de’ pazzi sembri esser men retto. A me dunque si dee aver ricorso in ogni giudicio, nè in sul proprio avviso stare ostinato. Quindi è, che il giusto non turberassi giammai, checchè, volendol Dio, gli intravvenga. e quando pure alcuna cosa ingiustamente sia detta contra di lui, non ne farà molto caso: anzi nè pure sconciamente s’allegrerà, se altri prenda a fargli ragione. Imperciocchè egli considera, che io sono lo investigatore de’ cuori e delle reni, che in giudicando non guardo a persone, nè ad umana apparenza. essendochè spesse volte davanti da me è trovata ria quella cosa, che a giudicio degli uomini si credeva meritar lode.

5. Signore Iddio, diritto giudice, forte, e paziente, al quale è assai conta la fragilità, e la nequizia degli uomini, sii tu la mia forza, e tutta la mia fiducia, poichè la mia coscienza non m’è bastante. Tu sai quello che non so io: per la qual cosa io doveva in ogni riprensione umiliarmi, e con mansuetudine sostenerla. Perdonami anche pietosamente, quante volte io nol feci, e mi cresci tuttavia grazia di maggior sofferenza. imperciocchè m’è più utile la tua larga misericordia ad ottenere il perdono, che non è la mia immaginata giustizia a giustificare la coscienza che io non conosco. Comechè di nessun male io non sia a me consapevole, già non posso per questo credermi giusto; poichè, tolta via la tua misericordia, non potrà uomo che viva giustificarsi davanti a te.

Capo XLVII — Che tutte le gravezze sono da tollerare per la vita eterna

1. Figliuolo, non ti abbattano le fatiche, che tu hai impreso per amor mio, nè le tribolazioni ti vincano affatto; ma la mia promessa, in ogni avvenimento ti corrobori, e ti consoli. Io posso ben ricambiare altrui oltre ogni modo, e misura. Tu non dovrai travagliar qui lungamente, nè sempre da dolori sarai gravato. Sostieni alcun poco, e sì vedrai tosto il fine de’ mali. verrà talora, che finirà ogni fatica e tumulto. Poco e breve è tutto ciò, che passa col tempo.

2. Fa quello che fai: lavora fedelmente nella mia vigna: io sarò tua mercede. Scrivi, leggi, canta, sospira, taci, prega, sostieni da forte le avversità: di tutte queste e di maggiori battaglie è degna l’eterna vita. Verrà, in quel giorno che sa il Signore, la pace; e allora non sarà più, come adesso, giorno e notte; ma luce perpetua, chiarezza infinita, ferma pace, e sicuro riposo. Allora tu non dirai: Chi sarà, che mi sciolga da questo corpo mortale. nè più griderai: Ahimè, ch’egli è prolungato il mio esilio! imperciocchè sarà precipitata la morte, salute immanchevole, nessuna ansietà, beato piacere, dolce e graziosa conversazione.

3. Oh! se tu avessi veduto l’eterne corone de’ Santi nel cielo, e in quanta gloria esultano adesso coloro, che già a questo mondo sono stati, e quasi reputati indegni della medesima vita: in verità, che tu di presente ti umilieresti fino a terra, e a tutti anzi procacceresti di farti soggetto, che di sovrastare ad un solo: nè giorni allegri in questa vita non brameresti, ma godresti piuttosto d’essere per amore di Dio tribolato; e l’essere riputato per niente appo gli uomini, l’avresti in conto di sommo guadagno.

4. Oh! se queste cose ti sapessero buone, e profondamente ti scendessero al cuore, come oserestu pure una volta di querelarti? or non è da tollerare per la vita eterna ogni cosa più grave? Egli non è una ciancia, il perdere, o l’acquistare il regno di Dio. Solleva adunque la fronte al cielo. ecco che io, e meco tutti i miei Santi, che dura battaglia sostennero in questa vita, ora son consolati, ora sicuri, ora in riposo; e con me nel regno del Padre mio eternamente si rimarranno.

Capo XLVIII — Del giorno dell’eternità, e delle angosce di questa vita

1. Oh! beatissima abitazione della superna città! oh chiarissimo giorno d’eternità, cui non oscura mai notte; ma la somma verità irraggia mai sempre; giorno sempre lieto, sempre sicuro, che in contrario stato mai non si muta. Oh fosse pure apparito quel giorno, e tutte queste cose cadevoli avessero avuto fine! Egli risplende sì bene illuminato di perpetua chiarezza a’ beati; ma niente, se non per ispecchio e da lunge, a que’ che pellegrinano in terra.

2. Ben sel sanno que’ cittadini del cielo, quanto sia gaudioso quel giorno: gemono gli esuli figliuoli d’Eva, perocchè nojoso è questo, ed amaro. i nostri giorni son pochi e rei, di dolori pieni, e d’angustie; ne’ quali l’uomo s’insozza in molti peccati, è legato da molte passioni, stretto da molti timori, distratto in varie curiosità, da molte vanità inviluppato, circondato da molti errori, combattuto da molti travagli, gravato da tentazioni, snervato per le delizie, crucciato per la povertà.

3. Oh! quando finiran questi mali? quando sarò io sciolto dalla misera servitù del peccato? quando di te solo ricorderommi, o Signore? quando in te rallegrerommi compiutamente? quando fuor di tutti gl’impedimenti, mi starò io in vera libertà senza gravezza di mente e di corpo? quando avrò io pace costante, pace imperturbabile e sicura, pace di dentro e di fuori, pace ferma per ogni parte? quando, Gesù buono, starò io inteso nella tua vista? quando contemplerò la gloria di cotesto tuo regno? quando sarai a me tutto in tutte le cose? oh! quando sarò io con teco nel tuo reame, il quale ab eterno hai preparato a’ tuoi cari? Io sono lasciato qui povero ed esule in paese nemico, dove è guerra, e gravissimi mali ogni giorno.

4. Consolami del mio esilio, mitiga il mio dolore, perchè ogni mio desiderio sospira a te. Tutto ciò che il mondo offre a sollazzo, m’è peso. io desidero di godere di te, ma non ti posso abbracciare. Vorrei attaccarmi alle cose del cielo; ma le temporali, e le passioni immortificate mi ritengono al basso. io voglio pur con la mente signoreggiare a tutte le cose; ma per lo peso della carne, contro mia voglia sono costretto di servir loro. Così io uomo infelice in me medesimo sono diviso, e omai divenuto grave a me stesso: mentre lo spirito spingesi in alto, e la carne giù basso.

5. Oh! qual di dentro sento dolore; che mentre celesti cose ripenso, ed óro; ecco di subito una turba di pensieri carnali farmisi incontro, Dio mio, non t’allontanare da me, nè sdegnato ti partir dal tuo servo. Fa balenar la tua luce, e disperdili: vibra le tue saette, e tutte le immaginazioni dell’inimico ne sien disfatte. Raccogli a te i sensi miei; fammi dimenticar ogni cosa del mondo; dammi che tosto io rigetti, e disprezzi i cattivi fantasmi. Soccorimi, Verità eterna, acciocchè da nessuna vanità non sia mosso. Vienne, celeste dolcezza; e si dilegui dal tuo cospetto qualunque bruttura. Perdonami anche, e dammi pietosa indulgenza per quelle volte, che io in pregando, altre cose ho pensato fuori di te. Imperciocchè io confesso con verità, d’aver dato luogo a molte distrazioni. conciossiachè parecchie volte quivi io non sono, dove sono col corpo a stare, o sedere; anzi colà piuttosto son io, dove mi lascio trasportare da’ miei pensieri. quivi io mi sono, dove sta la mia mente; ed ivi è la mia mente il più delle volte, dove è quello ch’io amo. quello agevolmente mi s’appresenta, che per natura mi porge diletto, o per usanza mi piace.

6. Il perchè tu, o Verità, apertamente dicesti: Dov’è il tuo tesoro, quivi è pure il tuo cuore. Se io amo il cielo, penso volentieri le cose del cielo. s’io amo il mondo, prendo diletto delle mondane prosperità, e delle disavventure tristezza. se amo la carne, ciocchè s’appartiene alla carne mi figuro frequentemente. se amo lo spirito, io mi diletto a pensar delle cose spirituali. Essendochè di tutto quello ch’io amo, volentier parlo e quello è che ascolto; e di sì fatte cose mi porto le impronte dentro dell’anima. Ma lui beato! chiunque, per attenersi a te, da tutte le create cose prende commiato; che alla propria natura fa guerra, e gli appetiti della carne col fervor dello spirito crocifigge; acciocchè, tornato all’anima il suo sereno, egli ti porga una monda orazione, e sia degno della conversazione degli Angeli; schiuse da dentro, e da fuori tutte le cose terrene.

Capo XLIX — Del desiderare l’eterna vita; e quanti beni sieno promessi a’ combattenti

1. Figliuolo, come tu ti senta infonder dall’alto il desiderio dell’eterna beatitudine, e sospiri d’uscir fuori del carcere del tuo corpo, per poter contemplare senza alternamento di notte, la mia chiarezza; allarga il tuo cuore, e con tutta avidità questa santa ispirazione ricevi. Rendi quelle grazie che puoi maggiori alla sovrana bontà, la quale teco adopera con tal degnazione, così pietosamente ti visita, con tale ardore t’accende, sì potentemente rilévati, sicchè per lo proprio tuo peso tu non ricada nelle cose terrene. Imperciocchè ciò tu non hai per alcun tuo pensiero, nè per isforzo che faccia; anzi per sola degnazione della grazia superna, e del divino favore: acciocchè tu cresca in virtù, e in maggiore umiltà, e ti disponga a’ combattimenti che soprastanno, e t’adoperi di stringerti a me con tutto l’affetto del cuore, e con acceso amore servirmi.

2. Figliuolo, spesso il fuoco arde; ma senza fumo non ascende la fiamma. E così sonoci alcuni, che si struggono di desiderio del cielo; ma non son però liberi dal solletico del carnale appetito. ed impertanto, essi non affatto, nè puramente per l’onore di Dio ne lo pregano con tanto ardore. Cotale è spesse volte anche il tuo desiderio, del quale tu mostri di darti soverchia pena. imperciocchè quello non può esser puro e perfetto, che di proprio amore è viziato.

3. Non domandar quello, che è tuo diletto, e tuo comodo; ma quello che è mio piacere, ed onore: essendo che, se giudichi sanamente, tu dei pur preferire al tuo desiderio, e ad ogni cosa desiderata il mio ordinamento, e a questo acconciarti. Io so che cosa tu brami, ed ho più volte sentito il tuo pianto. intendo: tu vorresti essere nella libertà de’ figliuoli di Dio: l’eterna abitazione ti piace, e ’l gaudio perfetto della patria celeste. ma egli non è ancor venuta quell’ora; anzi altro tempo riman tuttavia, tempo cioè di guerra, tempo di fatica, e di prova. Tu desideri d’esser saziato del sommo bene; ma ora tu nol puoi conseguire. Io son desso: aspetta (dice il Signore), sinattanto che venga il regno di Dio.

4. Tu dei esser ancora provato in terra, ed esercitato in molte maniere. ti sarà data alcuna volta consolazione; ma intero contento mai nò. Confortati adunque, e prendi forze, come nell’operare, così nel sofferire le cose alla natura contrarie. Egli ti bisogna vestire un uomo nuovo, e trasmutarti in tutt’altra persona: fa d’uopo che sovente faccia di quelle cose che non vorresti; e quelle lasci che tu vorresti. Quello che piace altrui, riuscirà a bene; quello che piace a te, non perverrà allo inteso effetto. le parole degli altri saranno ascoltate; le tue saranno avute per nulla. chiederanno altri, e riceveranno: domanderai tu e niente otterrai.

5. Andranno gli altri con lode per le bocche degli uomini: di te non si farà motto. ad altri questa, o quella cosa sara commessa; e tu non sarai giudicato buono a cosa nessuna. Di ciò la natura sentirà alcuna volta tristezza; e sarà pur gran fatto, se tu tel porti in silenzio. In queste cose, e in altrettali vuol essere sperimentato il servo fedel del Signore, com’egli sappia in tutte le cose negare, e vincer se stesso. Appena ci è cosa nel mondo, in cui tanto ti bisogni morire, siccome in questa, di vedere, e sofferire di quelle cose, che s’oppongono alla tua volontà: e allora principalmente, quando ti sia comandato farne di quelle, che a te sembreranno disconvenienti, e di nessuna utilità. E però che tu non ardisci resistere al comando d’un tuo maggiore (essendo tu posto in alcuna suggezione), pertanto ti par duro di camminare a posta degli altri e di partirti d’ogni tuo sentimento.

6. Ma guarda, o figliuolo, al frutto di queste fatiche, guarda al presto fine, e al premio grandissimo, e non m’avrai punto gravezza; anzi conforto fermissimo alla tua sofferenza. Imperciocchè per questa picciola soddisfazione, che ora volontariamente neghi a te stesso, tu farai sempre ogni tuo piacere nel cielo, essendo che ivi tu troverai tutto quel che tu voglia, o sappia desiderare. ivi tu avrai la possession d’ogni bene, senza paura di perderne. ivi la tua volontà, fatta una cosa con me, niente mai bramerà di straniero, niente di proprio. quivi non ci sarà alcuno che ti resista, niuno che si lamenti di te, niuno che t’impedisca, e niente che ti s’opponga; anzi tutte le cose da te bramate avrai a piacere, e tutto sazieranno il tuo affetto, e sì l’empieranno a ribocco. ivi renderò io gloria, per lo disprezzo sofferto, ivi vestimento di lode per la tristezza, ivi per l’ultimo posto, un seggio reale per sempre. quivi sarà messo a luce il frutto dell’obbedienza, ivi la faticosa penitenza godrà, ivi l’umile soggezione sarà coronata di gloria.

7. Or fa dunque di piegarti umilmente al servizio di tutti; nè ti dar pena, chi abbia detto ciò, e chi comandatolo: ma questo sommamente procura che, o sia egli Prelato, o più giovine, o eguale colui che ti domanda d’alcuna cosa, o t’impone, tu riceva per bene ogni cosa, e con sincero animo t’adoperi di fornirla. Cerchi altri questa, altri quella cosa; si vanti colui in quella, costui in questa; e tu nè di quel, nè di questo; ma sì ti rallegra del disprezzo di te medesimo, e del beneplacito, e dell’onor di me solo. Ciò dei tu bramare; che o per la vita, o per la morte, sia in te sempre glorificato il Signore.

Capo L — Come l’uomo desolato si debba offerire nelle mani di Dio

1. Signore Iddio, Padre santo, sii tu adesso benedetto e in eterno; che come è tuo volere, così s’è fatto; ed è bene quello che fai. In te si rallegri il tuo servo, non in sè, nè in nessun’altra cosa; poichè tu solo sei vera allegrezza, tu mia speranza e corona, tu mio gaudio e mia gloria, o Signore. Che ha egli il tuo servo, se non ciò ch’ebbe da te, senza averne egli alcun merito? tue sono tutte le cose, che tu gli hai donate, e che hai fatte. Io sono povero, ne’ travagli usato fin dalla mia giovinezza: ed alcuna volta l’anima mia s’intristisce fino alle lagrime; e talor anche secostessa si turba, per le passioni che la combattono.

2. Io desidero la giocondità della pace, domando la pace de’ tuoi figliuoli, che nella luce della consolazione da te son pasciuti. Se tu mi dai pace, se una santa allegrezza m’infondi, l’anima del tuo servo sarà tutta in cantici, e alle tue laudi divota. Ma se tu mi ti togli, come spesso s’è usato, ella non potrà correre la via de’ tuoi comandamenti; anzi starà piegata sulle ginocchia, battendosi il petto; poichè non va più per lei come dianzi, quando riluceva sovra il suo capo la tua lucerna, e all’ombra delle tue ali era guardata dalle tentazioni, che l’assaliscono.

3. O Padre giusto, e sempre laudabile: ecco l’ora è venuta, che sia provato il tuo servo. Padre amabile, è ragione che adesso il tuo servo patisca alcuna cosa per te. Padre maisempre degno d’onore, è arrivato il tempo, che tu ab eterno sapesti dover venire, nel quale per breve spazio sia in vista abbattuto il tuo servo; ma viva però sempre di dentro appresso di te: ch’egli sia avvilito alcun poco, e umiliato, e morto nella opinione degli uomini, sia da travagli macerato, e da affanni; acciocchè egli di nuovo nell’aurora di un nuovo giorno risorga con te, e sia in cielo glorificato. Padre santo, tu hai ordinato e voluto così; e come tu stesso ordinasti, così s’è fatto.

4. Imperciocchè questa è grazia fatta a’ tuoi cari, di patire ad essere in questo mondo per amor tuo tribolati; quante volte, e da chiunque tu permetta ciò loro avvenire. senza tuo consiglio e provvedimento, e senza ragione niente avviene nel mondo. Buon per me, o Signore, che tu m’hai umiliato, acciocch’io impari come tu altrui faccia giusto, ed ogni alterezza e presunzione cacci via dal mio cuore. m’è stato utile, che la vergogna ricoprisse il mio volto; acciocchè piuttosto te, che gli uomini io mi cercassi a conforto. Io ho anche da ciò imparato a temere il profondissimo giudicio tuo, onde tu percuoti il giusto insieme col reo; ma non senza ragione e giustizia.

5. Grazie a te, che non m’hai risparmiato travagli; anzi maceratomi con amare percosse, affligendomi di dolore, e in angustie mettendomi di fuori e di dentro. Non ci ha di tutte le cose che sono sotto il cielo, alcuna che mi consoli, se non se tu, Signore Iddio mio, celestial medico delle anime; il quale ferisci, e risani, ci rechi a morte, e poi ne ritogli. la tua disciplina s’esercita sopra me, e la tua verga mi farà saggio.

6. Eccomi, caro Padre, nelle tue mani: sotto il flagello della tua correzione io m’inchino. Batti pure il mio dorso ed il collo, sicchè io costringa la tortuosità mia alla dirittura della tua volontà. Fammi pio ed umil discepolo, siccome bene fosti usato di fare, sicchè io mi regga ad ogni tua volontà. A te commetto io da correggere me, e tutte le cose mie. egli è meglio essere gastigato qui, che in futuro. Tu sai tutte le cose per singulo; e nulla è nella coscienza dell’uomo, che ti sia occulto. innanzi che avvengano tu sai le cose; e a te non fa d’uopo, che altri t’ammaestri, o t’avverta di ciò che s’adopera in terra. tu sai quello che mi torna in profitto, e quanto la tribolazione giovi a ripurgarmi dalla ruggine de’ peccati. Adempi in me, ch’io il desidero, la tua volontà; e non disprezzare la peccatrice mia vita, la quale nessun altro meglio, nè più chiaramente conosce di te, e di te solo.

7. Mi concedi, o Signore, ch’io quello sappia, che è da sapere; quello ami, che si dee amare; quello io lodi, che più a te piace; quello io stimi, che tu tieni in pregio; quello vituperi, che è sozzo negli occhi tuoi. Non permetter ch’io giudichi secondo il veder degli occhi di fuori, nè dia sentenza secondo l’udir delle orecchie degli uomini di nessuna sperienza; ma fa che io sappia far vero giudicio tra le visibili cose, e le spirituali; e sopra tutto riguardar sempre al beneplacito della tua volontà.

8. S’ingannano spesse volte i sensi degli uomini nel giudicare: ed errano pure gli amatori del secolo, a mettere loro amore soltanto nelle visibili cose. Che ne migliora egli l’uomo, perchè sia reputato migliore? il bugiardo gabba il bugiardo, il cieco il cieco, l’infermo l’infermo, mentre l’esalta; e veramente lo fa anzi arrossire, lodandolo vanamente. Imperciocchè, quant’è ciascuno nel tuo giudicio, tanto egli è, e nulla più: dice l’umile santo Francesco.

Capo LI — Che noi dobbiamo adoperarci nelle opere minime, quando manchiamo nelle maggiori

1. Figliuolo, non t’è possibile di mantenerti sempre in uno ardente studio delle virtù, nè sempre durare nel maggior grado della contemplazione: ma ti fa alcuna volta mestieri, per la originale fiacchezza, di scendere al basso; e con tua pena, e contro voglia portare il peso della corruttibile vita. Infinattanto che porti questo corpo mortale, sentirai noja, ed angustia di cuore. Conciossia dunque che tu sii nella carne t’è forza dolerti spesso del carico della carne; non potendo agli esercizi spirituali, ed alla divina contemplazione intender continuo.

2. Allora ti torna bene di por la mano ad opere umili e materiali, e in sante occupazioni prender conforto; aspettar con ferma fidanza la mia venuta, e la superna visitazione; e comportar il tuo esilio, e l’aridità della mente in pazienza, finchè di nuovo tu sia visitato da me, e da ogni ansietà liberato. Imperciocchè io ti farò dimenticar i travagli, e godere d’interna, pace. io ti aprirò davanti i prati delle Scritture; acciocchè, allargato il tuo cuore, ti metta a correre nella via de’ miei comandamenti. E dirai allora: Non sono i patimenti di questo secolo condegni di quella gloria, che in noi debb’essere manifestata.

Capo LII — Che l’uomo non si tenga degno di consolazione; anzi piuttosto meritevole di castigo

1. Signore, io non merito la tua consolazione, nè alcuno spirituale ricreamento; e però tu mi fai giustizia a lasciarmi povero e desolato. imperocchè quando pure io potessi gittar lagrime a guisa di mare, non sarei però degno della tua consolazione. Il perchè niente io merito, che d’essere flagellato e punito; il quale gravemente, e assai volte t’ho offeso, e in molte cose peccato. adunque se io giudico sanamente, non m’è dovuta nè pur la menoma consolazione. Ma tu, Iddio misericordioso e clemente, il quale non vuoi che le tue fatture vadano a male, a manifestar le ricchezze della tua bontà ne’ vasi di misericordia, anche senza alcuno merito proprio, degni di consolare il tuo servo in sopraumana maniera: essendo che le tue consolazioni, non sono come le ricreazioni degli uomini.

2. Or che ho io fatto, o Signore, da dovermi tu dare alcun celeste conforto? io non ho fatto, ch’io sappia, niente di bene; anzi a’ vizi fui sempre inchinevole, e tardo all’emenda. Egli è ciò vero, nè io il posso negare. se io dicessi altramenti, tu mi smentiresti, nè alcuno torrebbe a difendermi. Che ho io altro meritato per le mie colpe, se non l’inferno, e ’l fuoco che non ha fine? Confesso adunque con verità, ch’io son meritevole d’ogni scherno, e d’ogni disprezzo, nè ben mi conviene d’essere annoverato fra i tuoi divoti. E quantunque io ’l senta mal volentieri; nondimeno per amore di verità, io accuserò in faccia mia i miei peccati, acciocchè io meriti d’impetrare più facilmente la tua misericordia.

3. Or che dirò io, reo e pieno d’ogni vergogna? io non ho lingua da dire altre parole, che pur questa sola: Ho peccato, o Signore, ho peccato, abbimi misericordia: dammi perdono. lasciami alcun poco piangere il mio dolore, prima ch’io vada alla terra dell’ombre, e della caligine della morte coperta. Or che vuoi tu meglio da un reo, e miserabile peccatore, se non ch’egli contrito si umilj per le sue reità? Dalla vera contrizione e umiliazione del cuore, la speranza si genera del perdono, si ricompone la agitata coscienza, si ricovera la grazia perduta, si salva l’uomo dallo sdegno avvenire, e si abbracciano insieme nel santo bacio, Dio, e l’anima penitente.

4. L’umile dolor de’ peccati, t’è, o Signore, accettevole sagrificio, che di gran lunga più del profumo dell’incenso ti sa odoroso. Esso è pure quell’unguento fragrante, che tu hai voluto che fosse versato su i sacri tuoi piedi; poichè il cuor contrito e umiliato, tu nol disprezzasti giammai. quivi è luogo di ricovero dalla faccia dell’arrabbiato avversario: ivi s’ammenda, e si lava tutto ciò di sozzura, che l’uomo contrasse dondechessia.

Capo LIII — Che la grazia di Dio non si mescola col gusto delle cose terrene

1. Figliuolo, la mia grazia è cosa preziosa, nè patisce di mescolarsi a cose a lei stranie, nè a terrene consolazioni. Ti fa dunque bisogno di gittar via tutto ciò che dà impedimento alla grazia, se vuoi riceverne l’infusione. Procaccia d’alcun ritiro, ama di star con te solo, nè cercar di confabular con persona; ma a Dio piuttosto porgi divote preghiere, per serbarti in compunzione di mente, e in purità di coscienza. Tutto il mondo abbilo per nulla; lo intendere a Dio, anteponlo a tutte le cose esteriori. imperocchè tu non potresti già ad un’ora attendere a me, e nelle cose fuggevoli dilettarti. Fa d’uopo che ti dilunghi dagli amici, e da’ conoscenti, e che tenghi vóta la mente d’ogni temporale diletto. Così prega il B. Apostolo Pietro; che i fedeli di Cristo si portino in questo mondo come forestieri, e pellegrini.

2. Oh quanta fiducia avrà in sul morire quell’uomo, cui nessuno affetto di cosa ritien nel mondo! Ma come si possa avere il cuore così da ogni cosa diviso, non ancora l’infermo animo sel comprende; nè l’uomo animale conosce la libertà dell’uomo spirituale. Ma non pertanto, se altri voglia esser tale, gli è forza di dar l’addio così agli stranieri, come a’ parenti; e da nessuno tanto guardarsi, quanto da se medesimo. Se tu abbi vinto perfettamente te stesso, ti verranno le restanti cose con facilità superate. Compiuta vittoria è quella che l’uomo riporta di sè. essendo che colui che tiene in soggezione se stesso, sicchè l’appetito alla ragione, e questa a me in ogni atto ubbidisca; questi è vero vincitore di sè, e signore del mondo.

3. Se tu desideri montar fin quassù, t’è necessario incominciar virilmente, e alla radice vibrar la scure, e sbarbicare, e distruggere l’occulto amore, che disordinatamente porti a te stesso, e ad ogni privato bene e terreno. Da questo vizio, che l’uomo ama stemperatamente se stesso, trae l’origine tutto ciò, che egli dee strappare dalle radici: vinto il qual male e distrutto, seguirà immantenente somma pace e tranquillità. Ma però che pochi s’ingegnano di morire perfettamente a sè, nè uscire affatto di se medesimi, pertanto si rimangono in se medesimi avviluppati, nè sopra di sè in ispirito ponno levarsi. Ma chiunque vuole liberamente camminare con me, bisogna che mortifichi tutte le ree e disordinate sue affezioni, nè per amore privato si fermi con desideroso diletto in nessuna cosa creata.

Capo LIV — De’ diversi movimenti della Natura, e della Grazia

1. Figliuolo, considera minutamente i moti della natura, e que’ della Grazia, però che essi vanno assai fra loro contrari, e procedono sottilmente; ed appena se non da qualche uomo spirituale, e della mente illuminato, si possono ben discernere. Tutti a dir vero appetiscono il bene, e studiansi pure ne’ loro detti, o ne’ fatti ad alcuna bontà; e perciò dalla apparenza del bene molti sono delusi.

2. La Natura è scaltra, e molti lusinga, allaccia ed inganna, ed ha sempre se stessa per fine: ma la Grazia procede con semplicità, schifa tutto ciò che ha vista di male, non trama frodi, e tutto fa puramente per amore di Dio, nel quale pure come in termine si riposa.

3. La Natura non s’acconcia se non per forza al morire, nè vuol esser depressa, superata, nè altrui star soggetta, nè sottomettersi spontaneamente. la grazia d’altra parte, si studia nella mortificazione, contrasta alla sensualità, proccura d’essere soggettata, ama d’esser vinta, nè usar vuole la sua libertà; gode d’esser ristretta sotto disciplina, e non è vaga di signoreggiare a persona; anzi di vivere, stare, e rimanersi mai sempre nella soggezione di Dio; e per amore di lui è apparecchiata di chinarsi umilmente ad ogni uomo.

4. La Natura s’affatica per lo suo proprio vantaggio; e al vantaggio, che da alcun le potesse venire, riguarda. La Grazia all’opposto non pone mente a quello che sia utile, e comodo a sè, ma sì che a molti sia profittevole.

5. La Natura riceve di buon grado riverenza ed onore; là dove la Grazia ogni onore e ogni gloria fedelmente a Dio riferisce.

6. La Natura teme la vergogna e ’l disprezzo; e la Grazia pel nome di Gesù gode di sostener contumelia.

7. La Natura ama l’ozio e il riposo del corpo; ma per contrario la Grazia non sa stare sfaccendata; anzi imprende la fatica di buona voglia.

8. La Natura è vaga di cose artifiziate e vistose, e abborre le rozze e le vili. La Grazia però dilettasi delle semplici e basse, non ha a schifo le aspre, nè rifugge di portar robe vecchie

9. La Natura alle temporali cose riguarda, gode ne’ guadagni terreni, del danno s’attrista, e monta in ira per picciola parola d’ingiuria. Ma la Grazia sta fisa alle cose eterne, nè alle passeggiere s’attacca, nè nella perdita de’ beni si turba, nè rimane aspreggiata per le più dure parole; poichè ha già collocato il suo tesoro, e ’l suo gaudio nel cielo, dove niente non le perisce.

10. La Natura è cupida, e riceve più volentieri che ella non dona; ama le cose proprie e private: la Grazia poi è pia, si dà a tutti, schiva le singolarità, è contenta di poco, e più beata cosa giudica il dare, che il ricevere.

11. La Natura è inchinevole alle creature, alla propria carne, alle vanità, ed a discorrimenti: ma la Grazia trae a Dio, ed alle virtù, rinunzia alle creature, fugge dal mondo, odia gli appetiti della carne, raffrena gli svagamenti, e si vergogna di comparir tra la gente.

12. La Natura volentieri si piglia qualche sollazzo da fuori, nel quale abbia sensibil diletto: ma la Grazia non cerca consolazioni che in Dio solamente, nè in altro che nel sommo Bene, sopra tutte le visibili cose, vuol dilettarsi.

13. La Natura tutto fa per lo bene e utilità propria, e nulla sa fare gratuitamente; ma o l’equivalente, o più, o laude, o favore spera di conseguire in cambio del suo benefizio; e agogna che i fatti suoi e’ doni sieno altamente apprezzati: la Grazia in contrario niente di temporali cose procaccia, nè altro premio dimanda in mercede, che solo Iddio, nè de’ terreni beni che le bisognano più avanti brama, di quel che le basti a potersi acquistare gli eterni.

14. La Natura va lieta de’ molti amici e parenti, si dà lode de’ gradi onorevoli, della nascita, e della famiglia; fa il piacer de’ potenti, careggia i ricchi, applaude a’ suoi simili: la Grazia poi vuol bene anco a’ nemici, nè per moltitudine d’amici si gonfia; nè punto reputa il grado, nè l’origine de’ natali, se la virtù non sia quivi maggiore. Favorisce anzi il povero, che il ricco; compatisce più all’innocente, che al potente. Rallegrasi con le persone leali, non mai con le frodolente. conforta mai sempre i buoni all’emulazione de’ doni migliori, e ad assomigliarsi per virtù al Figliuolo di Dio.

15. La Natura di leggieri si lagna del sostener difetto o molestia: la Grazia porta con fermo cuore la povertà.

16. La Natura ritorce tutto a se stessa; per sè litiga, e fassi ragione: ma la Grazia ogni cosa ritorna a Dio, dal qual tutte originalmente derivano. niente a sè ascrive di bene, nè superbamente presume; non è conteziosa, nè il suo sentimento mantiene contro l’altrui; anzi in ogni sua opinione, e sentenza, si sottomette alla sapienza eterna, ed al divino giudizio. La Natura è avida di saper cose secrete, e sentir novità; vuol dare altrui bella vista, e di molte cose per mezzo de’ sensi prendere esperimento; desidera d’essere conosciuta, e fare di quelle cose, donde lode, e ammirazione gliene torni: ma la Grazia non cura di saper cose nuove o curiose: essendochè ogni novità nasce dal corrompersi, e dallo invecchiar delle cose, conciossiachè nessuna ne sia al mondo nuova, e durevole. Ella adunque insegna raccogliere i sensi, schivare la vana compiacenza ed ostentazione, le operazioni laudevoli e degne d’ammirazione nascondere con umiltà, e d’ogni atto, e d’ogni scienza procacciar frutto d’utilità, e a Dio laude ed onore. Non vuole nè essa, nè le sue cose essere commendate; ma Iddio brama che de’ suoi doni sia benedetto, il quale tutte le cose per sola grazia largisce.

17. Cotesta Grazia è un lume soprannaturale, ed un cotal dono speziale di Dio, e propriamente carattere degli eletti, e pegno dell’eterna salute; la quale dalle cose terrene solleva l’uomo ad amar quelle del cielo, e di carnale il rende spirituale. Quanto è dunque più la natura depressa e signoreggiata, tanto in lei s’infonde Grazia maggiore; e ciascun giorno per nuove visitazioni più si riforma l’uomo interiore secondo la simiglianza di Dio.

Capo LV — Della corruzione della natura, e della efficacia della Grazia divina

1. Signore Iddio mio, che a tua immagine e similitudine mi creasti, concedimi questa grazia, la quale tu mi hai mostrato sì grande, e necessaria a salute; ch’io possa vincere la pessima mia natura, che a peccare strascinami e a perdizione. Imperciocchè io mi sento dentro della mia carne una legge di peccato, che alla legge contraddice della mia mente, e schiavo mi trae a servire in molte cose alla mia sensualità; nè io posso rintuzzare i suoi movimenti, se non mi stia allato la tua santissima grazia, infusami efficacemente nel cuore.

2. Fa pur bisogno della tua grazia, (e di grazia grande) a poter vincere la natura, che fin dalla giovinezza è correvole al male. Imperocchè com’ella fu nel primo uomo Adamo disordinata e viziata per lo peccato; così in tutti discese la pena di tal reato: in guisa che la natura medesima, che buona e retta da te fu creata, si prende in iscambio della viziosità ed infezione della guasta natura; però che la sua inclinazione lasciata a se stessa, tira al male, e al profondo. Conciossiachè quella poca virtù che pur ci è rimasa, è come una scintilla sepolta sotto la cenere: questa è la stessa ragion naturale, tutt’intorno ingombrata di molta caligine, che nondimeno ritiene ancora il giudizio del bene e del male, e tra il vero, e ’l falso discerne; comech’ella non abbia forza d’adempiere tutto quello che approva, nè possegga il pieno lume del vero, nè la sanità intera delle sue affezioni.

3. Di qui è, o mio Dio, che secondo l’uomo interiore, dilettomi nella tua legge, sapendo bene che il tuo ordinamento è buono, giusto e santo, condennator d’ogni male, che è da schifare la colpa: ma nella carne io servo alla legge del peccato, mentre più dalla sensualità mi lascio vincere che dalla ragione: e di ciò nasce, ch’io son presto di volere il bene, ma come io mel faccia perfettamente non veggo. Quinci spesse volte io fo di molti buoni proponimenti; ma però che la grazia mi manca, che alla mia debolezza dia mano, per un leggiero contrasto dò addietro, e sì m’abbandono. Donde seguita, che io so la via della perfezione, e come io debba operar veggo chiaro abbastanza: ma gravato dal peso della natural mia corruzione, non so levarmi ad azioni perfette.

4. Oh come sommamente mi è necessaria la tua grazia, o Signore, a cominciare, condurre innanzi, e compiere il bene! Imperocchè senza essa io non posso far nulla; ma in te posso ogni cosa, per lo conforto della tua grazia. Oh grazia veramente celeste, senza di cui niente sono i meriti propri, nè dono alcun di natura è da pregiare. Niente davanti a te, o Signore, l’arti, niente vagliono le ricchezze, niente la bellezza o la forza, niente l’ingegno, o l’eloquenza senza la grazia. conciossiachè i beni naturali a’ buoni sono comuni ed a’ rei: là dove dono singolar degli eletti è la grazia, o sia la carità; della quale coloro che sono arricchiti, avranno merito d’eterna vita. Ora è questa grazia di tanta eccellenza, che nè il dono della profezia, nè l’operazion de’ miracoli, nè alcun’altra quanto si voglia nobile cognizione, nessuno pregio hanno senza di lei. ma nè la fede, nè la speranza, nè le altre virtù, senza la grazia e la carità, ti son grate.

5. O beatissima grazia, che il povero di spirito fai ricco delle virtù, e l’umil di cuore fornisci di molti beni; deh! vieni, discendi a me, e mi riempi per tempo della tua consolazione, acciocchè per fievolezza, e aridità di mente non venga meno l’anima mia. Io ten’ priego, o Signore; trovi io grazia nel tuo cospetto: imperocchè la tua grazia a me basta, quando pur niente avessi di quelle cose che la natura appetisce. Se io sia tentato, o travagliato per molte tribolazioni, io non temerò nessun male, mentrechè meco stia la tua grazia. essa è mia fortezza; essa di consiglio mi provede, e d’ajuto. ella di tutti i nemici è più poderosa, e di tutti quanti i sapienti più saggia.

6. Essa maestra di verità, norma di disciplina, luce del cuore, conforto ne’ travagli, dissipatrice della tristezza, allontanatrice del timore, nutricatrice della divozione, madre di lagrime. Or che son io senza di lei, se non arido legno, e ceppo inutile da gettar via? La tua grazia adunque sempre mi prevenga, e m’accompagni, o Signore; e facciami ad ogni ora studioso alle buone operazioni, per Gesù Cristo tuo figliuolo. Così sia.

Capo LVI — Che noi dobbiamo rinnegar noi medesimi, e imitar Cristo per mezzo della croce

1. Figliuolo, quanto tu sai uscir di te stesso, tanto ti verrà fatto d’entrare in me. Siccome il nulla desiderare di fuori, forma la pace di dentro; così il lasciare interiormente se stesso, fa unire con Dio. Io ti vo’ far apprendere il perfetto abbandonamento di te stesso nella mia volontà senza contraddizione, o querela. Vien dietro a me. Io sono via, verità, e vita. Senza via non si va; senza verità niente si sa; senza vita non si può vivere. Io son via per la qual dei andare; io verità alla quale dei credere; io vita che dei sperare. Io via inviolabile, io verità infallibile, io vita interminabile. Io son via dirittissima, verità somma, vita vera, vita beata, vita increata. Se tu ti rimarrai nella mia via, intenderai la verità; ed ella ti farà salvo, e conseguirai vita eterna.

2. Se vuoi entrare alla vita osserva la legge. Se ti piace conoscere la verità, e tu credi a me: se esser perfetto, vendi tutto quello che hai: se vuoi essere mio discepolo, rinnega te stesso: se possedere l’eterna, abbi in disprezzo la vita presente: se vuoi essere in cielo esaltato, ti umilia nel mondo: se vuoi regnare con me, porta la croce con me. Perchè i soli servi della croce trovano la strada alla beatitudine, ed alla vera luce.

3. Signore Gesù, poichè la tua vita è stata povera e dispregevole al mondo, concedimi che per lo disprezzo del mondo io t’imiti. Imperocchè non vuol essere il servo maggiore del suo padrone, nè il discepolo sopra il maestro. Sia il tuo servo esercitato nella tua vita, poichè ivi è la mia salute, e la santità vera. Checchè altro io mi leggo, ed ascolto, non mi rallegra, nè dilettami pienamente.

4. Figliuolo, conciossiachè tu sai queste cose, e leggestile tutte, beato te! se tu le farai. Chi sa i miei comandamenti, e gli adempie, desso è che mi ama; ed io amerò lui, e gli darò a vedere me stesso, e il farò seder meco nel regno del Padre mio.

5. Signore Gesù, siccome tu hai detto e promesso, così per opera fa che sia; e dammi ch’io ne sia fatto degno. Io ho ricevuta dalle tue mani, ho ricevuta la croce; porterolla sì, porterolla fino ch’io muoja, siccome tu mi hai imposto di fare. In verità la vita del Monaco dabbene è la croce; ma ella è pur guida del paradiso. Abbiamo dato già i primi passi; non conviene tornare addietro, nè è dovere di soffermarci.

6. Su via dunque, o fratelli, seguiamo avanti d’accordo: Gesù ci verrà in compagnia. Per amor di Gesù abbiamo presa cotesta croce, e per Gesù perseveriamo a portarla. Egli ci sarà ajutatore, che è nostro duce, ed entraci dinanzi. Ecco il nostro Re ci va innanzi che starà alla nostra difesa; seguiamolo virilmente: non sia chi si lasci far paura, o si sbigottisca; stiamo apparecchiati a morire in guerra da forti; nè con questa macchia del fuggire la croce, guastiamo la nostra gloria.

Capo LVII — Che l’uomo non si avvilisca soverchiamente, quando sdrucciola in qualche difetto

1. Figliuolo, la pazienza, e la umiltà ne’ casi avversi, mi vanno più a grado della allegrezza e divozione nelle prosperità. E perchè un nonnulla, che altri t’ha detto contro, sì ti contrista? s’egli fosse stato anche peggio, tu non avresti perciò dovuto turbartene. Ma ora lasciati dire: non è questa la prima cosa nè nuova; e nè pure, se tu segua a vivere, sarà l’ultima. Tu fai da prode a bastanza quando nessun sinistro t’incontra. Tu sai anche dare ottimi consigli, e altrui con parole aggiunger vigore: ma quando viene alla tua porta alcuna non aspettata tribolazione ti vien meno il consiglio, e il valore. Or bada bene alla tua somma fragilità, la quale soventi volte in lievi incontri tu esperimenti. pur nondimeno qualora queste, o altrettali cose t’avvengono, sappi ch’elle ti sono a salute.

2. Ma gettale, come sai meglio, dal cuore; e se alcuna ti punse, non ti abbatta, nè troppo ti tenga impacciato. Per lo meno la soffri in pazienza, se con allegrezza non puoi. E quantunque tu di mal grado la senta, anzi n’abbia disdegno, fa forza a te stesso; e non permettere che sconcio alcuno esca della tua bocca, onde a’ deboli ne segua scandalo. In breve il movimento insorto si calmerà; e l’interna amarezza sarà indolcita dalla grazia sopravvegnente. Vivo io (dice il Signore), che ancora son presto di darti ajuto, e oltre il costume riconfortarti, se in me ti fidi, e divotamente mi preghi.

3. Fa che tu sii d’animo più riposato, e t’apparecchia di sostener cose più dure. Non è tutto gettato indarno perchè sovente ti senti essere tribolato, e fieramente tentato. Tu sei uomo, non Dio. tu sei carne e non Angelo. E come potresti tu nel medesimo stato di virtù durar sempre, se da tanto non fu l’Angelo in cielo, nè il primo uomo nel paradiso? Io sono che i tristi rilevo a salvezza; e quelli che sanno la lor debolezza, gli innalzo alla comunione della mia propria natura.

4. Signore, sia benedetta la tua parola, dolce alla mia bocca sopra un favo di mele. Che potrei in tante mie tribolazioni ed angustie far io, se tu non mi porgessi conforto co’ tuoi santi ragionamenti? Purch’io pervenga, quando che sia, al porto della salute, che penso io quante e quali cose io m’abbia patite? Dammi buon fine, concedimi felice tra passamento da questa vita. Ti ricorda di me, o mio Dio, e scorgimi per diritto cammino al tuo regno. Così sia.

Capo LVIII — Del non dover ricercare delle cose troppo alte, e degli occulti giudizi di Dio

1. Figliuolo, vedi, guarda che tu non entrassi già a disputare di sublimi materie, nè degli occulti giudizi di Dio: per qual ragione questi sia lasciato così, e quegli a tanta grazia degnato: e perchè il tale cotanto sia travagliato, e l’altro sì altamente esaltato. Coteste cose avanzano ogni facoltà umana; nè a poter investigare il divino giudizio, nessuna ragione nè disputa è sufficiente. Quando dunque di tali cose il nemico ti suggerisce, o alcuni curiosi te ne domandano, rispondi loro quel detto del profeta: Tu sei giusto, o Signore, e diritto è il tuo giudizio; e l’altro: I giudizi del Signore son veri, da se medesimi provati giusti. I miei giudizi sono anzi a temere, che a disaminare; poichè essi trapassano ogni umano comprendimento.

2. Non voler eziandio ricercare, nè mover questione intorno a’ meriti de’ Santi; qual sia dell’altro più santo, o qual nel regno de’ cieli maggiore. Sì fatte ricerche generano le più volte liti e contese di nessun prò; nutricano anche la superbia e la vana gloria, dalla quale poi nascono le invidie, e le gare: mentre questi a quel Santo, quegli a quell’altro superbamente si studia di dar preminenza. Ora il voler sapere e investigare di tali cose è senza costrutto, ed a’ Santi piuttosto dispiace: poichè io non son già il Dio della discordia, ma sì della pace, la quale dimora anzi nella vera umiltà, che nel proprio esaltamento.

3. Alcuni per zelo di amore sono tirati da maggior affetto a questi, od a quelli: ma egli è anzi umano che divino. Io sono che tutti i Santi ho creato; io che ho donata loro la grazia; io data loro la mia gloria. Io so i meriti di ciascheduno, io gli ho prevenuti con le benedizioni della dolcezza mia: io ho prediletto coloro che amai prima del tempo: io gli ho eletti dal mondo, non eglino primi elessero me. Io gli ho chiamati per grazia; trattigli per misericordia; io condotti per mezzo di tentazioni diverse. Io in loro ho infuse altissime consolazioni; io ho data loro la perseveranza; io coronata la loro pazienza.

4. Io conosco qual di loro è primo, e qual ultimo, io con inestimabile amore tutti gli abbraccio. Io in tutti i miei Santi son da lodare; io sovra tutte le cose da benedire; io da onorare in ciascheduno di loro, i quali a tanta gloria ho innalzati, e a quella preordinatigli senza nessun merito, che essi n’avessero avanti. Colui dunque che disprezza l’ultimo di questi miei, nè altresì onora il maggiore; poichè e il piccolo, e il grande l’ho fatto io: e chi ad alcuno deroga de’ miei Santi, deroga anche a me, e agli altri tutti del reame celeste. Tutti essi sono una cosa per legamento di carità: uno stesso sentire hanno, ed uno stesso volere, e tutti unanimamente si voglion bene.

5. Ma oltre a ciò (che è cosa molto più alta), essi amano più me che se stessi, e i propri meriti imperocchè rapiti sopra di sè, e tratti fuori del proprio amore, con tutti sè s’innabíssano nell’amor mio, nel quale eziandio beatamente s’acquetano. Niente è, che negli possa distrarre, o tirare più basso: siccome coloro che della verità eterna ripieni, ardono del fuoco dell’inestinguibile carità. Restino adunque i carnali e animali uomini (che altro non sanno amare che il privato piacere) di disputare dello stato de’ Santi. Essi ne scemano, oppur v’aggiungono secondo ch’e’ sono affetti, non secondo che piace all’eternal verità.

6. Molti sono in questo ignoranti; e di quelli massimamente, i quali (conciossiachè abbiano picciolo lume) raro è, che alcuno con ispirituale perfetto amore sappiano amare. Eglino sono per ancora da naturale affezione, e da umano amore tirati a questi, od a quelli; e come verso le terrene cose sono disposti, così essi immaginano dover essere delle celesti. Ma egli ci ha un’incomparabil distanza tra quelle cose che si divisano gl’imperfetti, e quelle che gl’illuminati uomini per superna rivelazione contemplano.

7. Ti guarda adunque bene, o Figliuolo, di ricercare curiosamente di tali cose, le quali trapassano il tuo sapere; ma in ciò piuttosto ti studia e ti adopera, che tu possa essere anche l’ultimo nel regno di Dio. E quando bene altri sapesse, qual fosse dell’altro più santo, o più alto luogo tenesse nel reame del cielo, qual frutto ricoglierebbe di questa scienza; se egli da questa cognizione non traesse cagion d’umiliarsi davanti a me, nè provocasse se stesso a più lodar il mio nome? Egli fa a Dio cosa troppo più cara, chi pensa della gravezza de’ suoi peccati, e del proprio difetto nelle virtù, e quanto egli dalla perfezione de’ Santi sia lunge; che non fa l’altro, che della maggioranza, o minoranza loro contende. Meglio è pregare i Santi con divote orazioni e con lagrime, ed i gloriosi loro suffragi impetrare con umiliazione di mente; di quello che con disutile inquisizione quelle cose investigare di loro, che ci sono celate.

8. Essi bene, e ottimamente si contentano; così anche gli uomini sapessero fare altrettanto, e ritenersi da’ loro vani cicalamenti. Essi non si danno eglino lode de’ loro meriti, che niente di bene ascrivono a sè, anzi a me tutto; poichè io per infinito amore donata ho loro ogni cosa. Di tanto amore verso Dio, e di sì trabocchevol gaudio son pieni, che niente manca loro di gloria, e niente di felicità può loro scemare. Tutti li Santi quanto più sono in gloria elevati, tanto sono in se stessi più umili, e più mi stanno da presso, e sommi più cari. E però tu sai, essere scritto: che essi gittavano appiè di Dio le loro corone, e cadevano boccone dinanzi all’Agnello, e adoravano il Vivente ne’ secoli de’ secoli.

9. Molti si brigano di sapere, chi nel regno di Dio sia il maggiore; eglino che pur non sanno se e’ saranno degni d’aver luogo tra i minimi. Egli è grande onore l’essere eziandio l’ultimo in cielo, dove tutti son grandi: essendo che tutti si nomineranno Figliuoli di Dio, e saranno. Il più piccolo diventerà un milliajo, e ’l peccatore di cento anni morrà. Imperciocchè domandando i Discepoli, quale dovesse esser maggiore, ebbono questa risposta: Quando voi non vi trasmutiate sino a farvi siccome fanciulli, non entrerete nel regno de’ cieli. Colui adunque il quale si umilierà come questo fanciullo, desso è il maggiore nel regno de’ cieli.

10. Guai a coloro, che si disdegnano di abbassarsi spontaneamente a modo di pargoli: poichè la bassa porta del reame celeste non li permetterà passar entro. Guai ancora a’ ricchi, che hanno qui ogni loro consolazione: poichè quando i poveri entreranno al regno di Dio, essi si rimarranno di fuora traendo guai. Rallegratevi, o umili, esultate voi poveri; che è vostro il regno di Dio, se pur camminate secondo la verità.

Capo LIX — Che ogni speranza e fiducia si dee collocare nel solo Dio

1. Signore, che cosa ho io in questo mondo, nel quale io mi fidi? qual è il maggior conforto di tutte le cose che sono a veder sotto il cielo? Ora non se’ tu, o Signore, la cui misericordia è infinita? Dove ho io avuto bene senza di te? o quando, te presente, ho potuto io star male? Io amo meglio esser povero per te, che ricco senza di te. e tolgo anzi di rimanermi qui esule in terra con te, che possedere il ciel senza te. Dove se’ tu, quivi è il cielo; ed ivi è morte ed inferno dove non sei. Tu sei colui ch’io desidero; e però m’è forza di piangere, di gridare, e pregar dietro a te. Nella fine, in nessun altro posso io sicuramente fidarmi, il quale porga alle mie necessità più opportuno soccorso, se non in te solo, o Dio mio. Tu sei mia speranza, tu mia fiducia; tu consolator mio, tu a me fedelissimo in ogni cosa.

2. Tutti cercano i propri vantaggi. tu provvedi alla salute mia, ed al mio solo profitto, e tutte le cose mi volgi in bene. E quando altresì tu mi metti in varie tentazioni e travagli, tutto è per te ordinato al mio bene; che sempre fosti usato di far prova de’ tuoi amici in mille maniere. nella qual prova tu non se’ meno da amare e lodare, che se mi riempissi di celesti consolazioni.

3. In te adunque, Signore Iddio, ripongo tutta la mia speranza, in te il mio rifugio; in te metto ogni mia tribolazione ed angustia: però che io trovo tutto infermo e caduco, checchè io veggo fuori di te. Conciossiachè non potranno i molti amici farmi alcun pro, nè i potenti ajutarmi, nè i consiglieri prudenti rendermi util risposta, nè i libri de’ saggi porgermi consolazione, nè verun’altra cosa darmi salute, nè luogo solitario ed ameno farmi sicuro, se tu medesimo non mi stia presso, nè mi soccorra, mi conforti e consoli, non mi istruisca e mi guardi.

4. Imperciocchè tutte quelle cose che pajono fatte ad aver pace e felicità, te lontano, son nulla; e in fatti non danno alcuna felicità. Fine adunque di tutti i beni, altezza di vita, profondità di dottrina sei tu; e lo sperare in te sopra tutte le cose, conforto fermissimo de’ tuoi servi. A te rivolti son gli occhi miei, in te mi fido, Dio mio, Padre delle misericordie. Benedici, e santifica di celeste benedizione l’anima mia, acciocchè diventi santa tua abitazione, e sede dell’eterna tua gloria: e niente si truovi nel tempio della tua gloria, che gli occhi della tua maestà veggano con dispiacere. Secondo la tua immensa bontà, e la tua molta misericordia riguarda a me; ed ascolta la orazione dell’infelice tuo servo, che lungi va esule in tenebroso paese di morte. Difendi, e conserva l’anima del meschino tuo servo tra tanti pericoli della vita; e col favore della tua grazia guidalo in via di pace alla patria dell’eterna chiarezza. Così sia.

Qui fornisce il libro dell’interna consolazione.