Bhagavad Gita
La Bhagavad Gita, il «Canto del Beato», è il testo più amato e influente dell'induismo: settecento versi in diciotto canti — che il traduttore Oreste Nazari chiama «Letture» — incastonati nel grande poema epico del Mahābhārata. Alla vigilia della battaglia di Kurukshetra, il guerriero Arjuna, sgomento all'idea di combattere contro parenti e maestri, lascia cadere le armi; e il suo auriga Krishna — incarnazione del divino — lo riconduce all'azione svelandogli la vera natura delle cose. Ne nasce uno dei vertici della spiritualità mondiale: la dottrina delle tre vie verso la liberazione — l'azione disinteressata (karma yoga), la conoscenza (jñāna yoga) e la devozione amorosa (bhakti yoga) — e l'insegnamento di agire compiendo il proprio dovere senza attaccamento al frutto, facendo dell'azione stessa un sacrificio. Nel corso del dialogo Arjuna scopre che Krishna è l'Assoluto, ciò che è oltre ogni manifestazione, e che la propria anima e quell'Essere divino sono in fondo una cosa sola. La traduzione qui presentata è quella, di pubblico dominio, di Oreste Nazari (1904): una versione in prosa, dichiaratamente fedele e «ricalcata parola per parola» sull'originale sanscrito, nel suo italiano d'epoca. Si conservano le sue convenzioni editoriali: tra [parentesi quadre] le integrazioni al testo, tra ⟨parentesi angolari⟩ l'equivalente dei molti epiteti con cui i personaggi sono chiamati.
Indice del testo
Bhagavad Gita
Lettura I
Dhritarâstra dimandò:
- Nel santo territorio, nel territorio dei Kuru, convenuti desiderosi di pugna, i miei e i Pânduidi che dunque fecero, o Sangiaya?
Sangiaya rispose:
-
Veduto l’esercito dei Pânduidi schierato, il re Duryodhana allora, accostatosi al maestro [d’armi, Drona], tenne questo discorso:
-
«Guarda, maestro, questo grande esercito dei figli di Pându, schierato dall’intelligente tuo discepolo, il figlio di Drupada ⟨Dhristadyumna⟩.
-
Ivi sono eroi dal grand’arco, a Bhîma e a Argiuna pari in battaglia, Yuyudhâna e Virâta e Drupada grande eroe,
-
Dhristaketu, Cekitâna e il forte re di Kâçi, Purugite e Kuntibhogia e Çaibya duce d’uomini,
-
e Yudhâmanyu valoroso e Uttamâugiase forte e il Subhadride ⟨Abhimanyu⟩ e i Drâupadidi, tutti quanti grandi eroi.
-
Fra noi poi, quali siano i principali duci del mio esercito, odili, o sommo dei brâhmani, che per segnalarteli te li dico:
-
tu stesso e Bhîsma e Kripa vittorioso nella mischia, Açvatthâmane e Vikarna e il Somadattide
-
e altri molti eroi per me prodighi della vita, di varie armi maneggiatori, tutti nella pugna esperti.
-
Illimitato è questo nostro esercito comandato da Bhîsma, limitato invece è quel loro esercito comandato da Bhîma.
-
In tutte le file partitamente disposti, soccorrete Bhîsma voi tutti quanti.»
-
Per eccitare l’entusiasmo di lui, il vecchio avo dei Kuru ⟨Bhîsma⟩, alto facendo risonare un ruggito di leone, maestoso soffiò nella conchiglia.
-
Quindi si diè nelle conchiglie e nei tamburi nelle trombe e nei cembali d’un tratto, quel suono riuscì un fragore.
-
Poscia ritti su un grande carro attaccato a bianchi cavalli il Madhuide ⟨Krisna⟩ e il Pânduide ⟨Argiuna⟩ soffiarono nelle due celesti conchiglie,
-
Irtocrine ⟨Krisna⟩ nella Pânciaganya, Vincitor-di-ricchezze ⟨Argiuna⟩ nella Diodata. Il terribile Panciadilupo ⟨Bhîma⟩ soffiò nella gran conchiglia Arundinea,
-
il re Yudhisthira figlio di Kuntî nella Trionfatrice, Nakula e Sahadeva nella Bensonante e nella Gemmifiorita.
-
E di Kâçi il re dall’esimio arco, e Çikhandine grande eroe, Dhristadyumma e Virâta e il Satyakide ⟨Yuyudhâna⟩ invitto,
-
Drupada e i Drâupadidi tutti, o signor della terra, e il Subhadride dal forte braccio soffiarono nelle conchiglie, ognuno nella sua.
-
Quel suono schiantò dei Dhritarâstridi i cuori e il fragore rintronò il cielo e la terra.
-
Poscia, veduti schierati i Dhritarâstridi, il Pânduide dalla scimmia sulla bandiera ⟨Argiuna⟩, cominciando il volar dei dardi, alzato l’arco
-
a Irtocrine allora queste parole disse, o signor della terra: «Nel mezzo di ambo gli eserciti fermami il carro, o Incrollabile,
-
mentr’io osservo costoro cupidi di pugna, schierati, coi quali devo combattere in questo cimento di battaglia.
-
Pronti a pugnare io scorgo quanti son qui convenuti desiderosi di far cosa grata in battaglia al malvagio Dhritarâstride ⟨Duryodhana⟩.
Sangiaya narrò:
-
Irtocrine così interpellato da Crinritorto ⟨Argiuna⟩, o Bharatide, fermando nel mezzo di ambo gli eserciti l’eccelso carro
-
di fronte a Bhîsma e a Drona e a tutti i principi, disse: «O Prithide ⟨Argiuna⟩, guarda questi Kuruidi qua convenuti.»
-
Ivi il Prithide vide stare padri nonchè avi maestri zii fratelli figli nepoti compagni
-
suoceri e amici in ambo gli eserciti del pari. Il Kuntide ⟨Argiuna⟩, vedendo tutti questi suoi congiunti schierati,
-
invaso da somma pietà disse sgomento così: «Nel vedere questi miei congiunti, o Krisna, convenuti desiderosi di combattere,
-
mi vengono meno le membra e la bocca mi si inaridisce e nel corpo mi viene tremito e rizzamento di peli;
-
Gândiva ⟨l’arco di Argiuna⟩ mi cade di mano e la pelle mi s’infiamma, nè posso reggermi e pressochè l’animo mio vagella.
-
Inoltre veggo avversi presagi, o Capelluto ⟨Krisna⟩, nè felicità scorgo uccidendo i congiunti in battaglia.
-
Non agogno vittoria, o Krisna, nè regno e piaceri; che c’importa del regno, o Padrone-di-buoi ⟨Krisna⟩, che dei godimenti e della vita?
-
Quelli stessi, a cagion dei quali agognato è da noi il regno i godimenti e i piaceri, son qui schierati a battaglia, facendo getto della vita e delle ricchezze:
-
maestri padri figli nonchè avi zii suoceri nepoti cognati infine alleati.
-
Costoro non voglio uccidere anche se uccidono, o Madhucida ⟨Krisna⟩, neanche per regnare sul trimundio, quanto meno per la terra.
-
Uccisi i Dhritarâstridi, qual gioia ne avremmo, o Tormentatore-d’uomini ⟨Krisna⟩? d’iniquità soltanto ci macchieremmo coll’uccidere questi predoni.
-
Perciò noi non dobbiamo uccidere i Dhritarâstridi, nostri parenti, giacchè come mai uccidendo i congiunti potremmo essere felici, o Madhuide ⟨Krisna⟩?
-
Se anche costoro, tocchi nell’animo da avidità, non veggono il male che si fa colla rovina della famiglia e col peccato di tradire gli amici,
-
come non si può da noi conoscere che si deve rifuggire da questa iniquità, prevedendo noi il male che si fa colla rovina della famiglia, o Tormentatore-d’uomini?
-
Colla rovina della famiglia vengono meno gli eterni riti domestici, venuto meno il rito, l’empietà invade tutta la famiglia,
-
per l’invasione dell’empietà, o Krisna, si corrompono le donne della famiglia, corrotte le donne, o Vrisnide ⟨Krisna⟩, ne viene mescolanza di caste,
-
tal mescolanza manda all’inferno i distruttori della famiglia e la famiglia, vi cadono anche i maggiori loro privati dell’offerta di focacce e di acqua.
-
Per questi peccati degli uccisori della famiglia, [peccati] che producono mescolanza di caste, sono scalzate le cerimonie delle caste e i riti domestici eterni.
-
Degli uomini, di cui sono scalzati i riti domestici, o Tormentatore-d’uomini, nell’inferno per certo è il soggiorno, così abbiamo udito [dai libri sacri].
-
Ahimè! gran colpa noi siamo risoluti a commettere, giacchè per avidità di piaceri e di regno siamo pronti a uccidere i congiunti.
-
Se me non resistente inerme i Dhritarâstidi coll’armi in pugno in battaglia uccidessero, questo per me sarebbe meglio.»
Sangiaya narrò:
- Così avendo detto, Argiuna sedette sul sedile del carro nel campo di battaglia, lasciando cadere l’arco colle saette, turbato nell’animo da dolore.
Lettura II
Sangiaya narrò:
-
A lui così invaso da pietà, turbato gli occhi pieni di lacrime e sgomento, queste parole disse il Madhucida:
-
«Donde in te nel cimento s’insinuò questa viltà abituale agli ignobili, che esclude dal cielo e reca infamia, o Argiuna?
-
Non darti alla fiacchezza, o Prithide, essa a te non s’addice. Lasciando la vile debolezza di cuore, lèvati su, o flagello dei nemici.»
Argiuna disse:
-
«Come mai in battaglia, o Madhucida, io colle saette combatterò contro Bhîsma e Drona, entrambi degni d’onore, o uccisor dei nemici?
-
Meglio sarebbe in questo mondo vivere persin di elemosina non uccidendo i maestri assai onorandi, poichè uccidendo i maestri ingordi di ricchezze, quaggiù mi ciberei di cibi lordi di sangue.
-
Nè questo sappiamo qual delle due per noi sia peggio, che noi vinciamo o che ci vincano, giacchè ci stanno schierati davanti i Dhritarâstridi, uccidendo i quali non desideriamo di vivere.
-
Coll’animo tocco da pietà e da [timore di] colpa e colla mente incerta sul dovere, t’interrogo qual cosa sia migliore. Dimmelo con certezza, tuo discepolo io sono; ammaestra me, che a te ricorro;
-
giacchè non veggo che mi scacci il dolore, il quale m’inaridisce i sensi, se pur ottenessi in terra un ampio regno senza nemici ed anche la signoria sugli dei.»
Sangiaya narrò:
-
Crinritorto flagello dei nemici così avendo detto a Irtocrine Padrone di buoi, soggiungendo «non combatterò», stette in silenzio.
-
A lui sgomento, o Bharatide, sorridendo quasi Irtocrine nel mezzo di ambo gli eserciti disse queste parole:
-
«Tu hai compianto chi non è da compiangere e assennate parole dici. I saggi non compiangono i morti e i viventi,
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giacchè mai non fu tempo in cui Io non fui, nè tu, nè questi principi, nè invero sarà in cui non esisteremo noi tutti in avvenire.
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Come l’Incorporato in questo corpo ha puerizia gioventù e vecchiaia, così è il conseguimento di altro corpo; il saggio in questo non ha dubbio.
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I contatti degli elementi, o Kuntide, recano freddo caldo piacere e dolore, vengono e vanno, sono passeggeri, a loro indùrati, o Bharatide,
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giacchè l’uomo ch’essi non perturbano, o uomo eccellente, [ma trovano] pari nel piacere e nel dolore, costante, alla immortalità si avvia.
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Di ciò che non è non si dà l’esistenza, nè si dà l’inesistenza di ciò ch’è, d’ambe queste cose veduta è la differenza dai conoscitori della verità.
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Sappi ch’è indefettibile Ciò da cui questo Tutto è pervaso, nè alcuno può effettuare la defettibilità di questo Illabile.
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Caduchi son questi, che si dicono corpi dell’Incorporato eterno indefettibile immensurabile, perciò combatti, o Bharatide.
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Chi crede Ei possa uccidere e chi pensa Ei possa essere ucciso, entrambi sono ignoranti; Egli non uccide nè è ucciso.
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Non nasce o muore mai, nè Egli, dopo essere esistito, non esisterà più, increato perenne sempiterno primordiale non vien ucciso, ucciso il corpo.
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Come mai l’uomo, che Lo riconosce indefettibile perenne increato illabile, o Prithide, può far uccidere alcuno o uccidere alcuno?
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Come, abbandonate le vesti invecchiate, l’uomo ne prende altre nuove, così, abbandonati i corpi invecchiati, l’Incorporato s’unisce ad altri nuovi.
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Non Lo dividono le armi, non Lo brucia il fuoco, non L’umetta l’acqua, non L’essicca il vento;
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Egli è indivisibile imbruciabile inumettabile e inessiccabile, Egli è perenne onnipenetrante stabile immobile eterno;
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Egli è detto impercepibile incogitabile immutabile; laonde ciò sapendo non Lo devi compiangere.
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Che se pensi ch’Egli continuamente nasca e continuamente muoia, anche così tu, o fortebraccio, non Lo devi compiangere;
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giacchè del nato certa è la morte e certa la nascita del morto, perciò per cosa inevitabile tu non devi piangere.
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Impercepibile è il principio delle creature, percepibile l’intervallo [della vita], o Bharatide, impercepibile la fine, per questo qual [ragione v’è di] compianto?
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Come miracolo alcuno Lo riguarda, come di miracolo altri del pari di Lui parla, e come di miracolo altri di Lui ode, ma anche udendone nessuno invero Lo conosce.
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Codesto incorporato è eternamente invulnerabile nel corpo di ognuno, o Bharatide, perciò tu non devi piangere nessuna creatura.
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Riguardando anche il tuo dovere non ti devi peritare, giacchè per il guerriero non si trova altro di meglio d’una giusta battaglia,
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che non provocata si offre, come porta aperta del cielo; felici i guerrieri, o Prithide, che ottengono una battaglia tale.
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Se poi tu questa giusta battaglia non farai, allora, abbandonando il tuo dovere e la fama, contrarrai colpa,
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e illabile infamia le creature narreranno di te, e l’infamia per il probo è peggiore della morte.
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Che per paura dalla battaglia tu abbia desistito penseranno i grandi eroi, dei quali, dopo esserne stato assai stimato, incorrerai nel disprezzo,
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e molte contumeliose parole diranno i tuoi malevoli vituperando il tuo valore, del che qual cosa è più dolorosa?
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O ucciso otterrai il cielo, o vincendo ti godrai la terra. Laonde lèvati su, o Kuntide, risoluto alla pugna.
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Stimando del pari il piacere e il dolore, l’acquisto e la perdita, la vittoria e la sconfitta, tosto alla battaglia accingiti, così non contrarrai colpa.
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Questo insegnamento ti fu esposto secondo il [sistema] Sânkhya, inoltre odilo secondo il [sistema] Yoga, al qual insegnamento attenendoti lascerai il vincolo delle azioni, o Prithide.
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In esso non v’è perdita di energia, non diminuzione si trova, anche poco di questa rettitudine salva da gran pericolo.
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Informato a risolutezza è questo solo insegnamento, o figlio di Kuru, mentre le opinioni molteplici e infinite sono degli irresoluti.
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Gli insipienti, accontentandosi delle parole dei Veda, decantano questo fiorito detto dicendo «[fuor d’essi] non c’è altro», o Prithide,
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coll’animo intento ai desideri ritenendo il cielo quale scopo supremo, quasi tal detto desse la nascita come frutto delle azioni e avesse molta varietà di cerimonie per giungere al piacere e al dominio;
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ma la mente di costoro, che sono attaccati al piacere e al dominio e che han l’animo fuorviato da tal detto, non si dispone risoluta alla contemplazione.
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I Veda hanno per oggetto le tre qualità, divieni esente dalle tre qualità, o Argiuna, indifferente alle duplici impressioni dei sensi, sempre costante, non intento ad acquisto e possesso, padrone di te.
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Quanta utilità c’è in una cisterna, mentre da ogni parte ridonda l’acqua, altrettanta in tutti i Veda per un brâhmano di criterio.
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L’importante per te sia nell’azione, giammai nei frutti [dell’azione], non aver per movente i frutti dell’azione, non aver attaccamento alla inazione.
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Fermo nella devozione fa azioni lasciando [ogni] attaccamento, o Conquistator di ricchezze, essendo indifferente al successo e all’insuccesso; l’indifferenza dicesi devozione.
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Di gran lunga inferiore è l’azione alla devozione dello spirito, o Conquistator di ricchezze, nello spirito cerca presidio, miseri son quelli che han per movente il frutto [delle azioni].
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Chi ha spirito devoto lascia quaggiù ambe le cose, e il benfatto e il malfatto, perciò applicati alla devozione, la devozione è destrezza nelle azioni.
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I saggi devoti nello spirito lasciando il frutto derivante dalle azioni, liberati dal vincolo del nascere, raggiungono la sede della salute.
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Quando la tua mente avrà superato la fitta degli errori, allora giungerai alla noncuranza di ciò che sarà insegnato e ch’è stato insegnato [in fatto di religione].
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Quando la tua mente, [prima] fuorviata dall’Insegnamento, starà immobile e ferma nella contemplazione, allora raggiungerai la devozione.»
Argiuna disse:
- «Qual è la caratteristica dell’uomo di salda saggezza e perseverante nella contemplazione, o Capelluto? Il perseverante nella meditazione come parla, come sta, come opera?»
Il Nume disse:
-
«Quando lascia i desideri tutti, o Prithide, che invadono l’animo, ed è in sè e per sè contento, allora dicesi di salda saggezza.
-
Chi ha l’animo intrepido nei dolori, non ha brama di piaceri, è scevro di affetto timore e ira, è perseverante nella meditazione, dicesi asceta.
-
Di quegli che, senza amore a nessuna cosa, capitandogli questo o quello di grato o di sgradito, non ne gioisce nè s’attrista, la sapienza è consolidata.
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Quando egli ritrae, come la testuggine da ogni parte le sue membra, i sensi dagli oggetti dei sensi, di lui la sapienza è consolidata.
-
Le cose sensuali si ritraggono dall’uomo astinente, anche il gusto [del piacere], vedendo lo assoluto di lui distacco dal gusto, si ritrae.
-
Però o Kuntide, per quanto ei si sforzi, [talvolta] i sensi impetuosi travolgono violentemente l’animo dell’uomo saggio.
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Tutti frenandoli, devoto se ne stia, in Me vedendo lo scopo supremo; di quegli, in cui potere sono i sensi, la sapienza è consolidata.
-
Nell’uomo che pensa alle cose sensuali, sorge attaccamento ad esse, dall’attaccamento sorge desiderio, dal desiderio furore,
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dal furore sconsideratezza, dalla sconsideratezza confusione della memoria, dalla caduta della memoria la perdita dell’intelligenza, per la perdita dell’intelligenza rovina [egli stesso].
-
Chi regola sè stesso, nelle cose sensuali comportandosi coi sensi disgiunti da affetto e da ripulsione e a sè ubbidienti, raggiunge la serenità;
-
colla serenità in lui sorge la cessazione di tutti i dolori, in chi ha l’animo sereno tosto eccelle l’intelligenza.
-
Non ha intelligenza chi non è devoto, nè chi non è devoto ha coscienza di sè, nè chi non ha coscienza di sè ha tranquillità, e a chi non è tranquillo donde può venire felicità?
-
Giacchè quando l’animo d’alcuno cede all’azione dei sensi, ciò gli rapisce la saggezza, come il vento la nave nell’acqua.
-
Perciò, o fortebraccio, di quegli, i cui sensi sono del tutto ritratti dalle cose sensuali, la saggezza è consolidata.
-
In quella, ch’è notte per tutte le creature, vigila il continente, quella, in cui vigilano le creature, è notte per l’asceta che ben vede.
-
Come le acque vanno a finire nell’oceano, che pur [sempre] riempiendosi sta immobile, così quegli, in cui vanno a finire tutti i desiderî, ottiene tranquillità, non già chi indulge ai desiderî.
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L’uomo che, lasciando tutti i desiderî, vive senza attaccamento, senza egoismo, senza presunzione, raggiunge la tranquillità.
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Questo è stato divino, o Prithide, conseguendolo l’uomo non falla, stando in esso anche nel momento della morte perviene all’estinzione nel Nume.»
Lettura III
Argiuna disse:
-
«Se migliore dell’azione è da Te stimata la conoscenza, o Tormentatore d’uomini, allora perchè in azione terribile m’impegni, o Capelluto?
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Con ambiguo parlare invero mi conturbi quasi la mente; questo solo dimmi decisamente, con che io possa ottenere il meglio.»
Il Nume disse:
-
«Esservi in questo mondo duplice indirizzo già ti fu da Me detto, o impeccabile, [quello] mediante la devozione della scienza secondo i Sânkhya e [quello] mediante la devozione delle azioni secondo i Yogya.
-
Nè col non accingersi alle azioni l’uomo ottiene l’inattività, nè col rinunziarvi invero raggiunge la perfezione.
-
Per certo nessuno neppur un istante sta inattivo, giacchè involontariamente ognuno è spinto a operare dalle qualità naturali.
-
Chi coll’animo accecato frenando gli organi della azione se ne sta pensando coll’animo alle cose sensuali, dicesi ipocrita.
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Quegli invece, che, coll’animo frenando i sensi, senza attaccamento s’accinge, o Argiuna, cogli organi dell’azione alla devozione delle azioni, è eccellente.
-
Tu fa l’azione necessaria, l’azione invero è migliore dell’inazione; anche il sostentamento del corpo non si potrebbe compiere, te inattivo.
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Per ogni altra azione che quella a scopo di sacrificio, questo mondo è vincolato alle azioni; a questo scopo, o Kuntide, libero da attaccamento fa azione.
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Insieme col sacrificio creando le creature una volta disse il Signor delle creature: Con esso vi propagherete, esso per voi sia la vacca dei desiderî;
-
con esso sostentate gli dei, gli dei vi sostentino, a vicenda sostentandovi il sommo bene conseguirete.
-
I desiderati cibi per certo vi daranno gli dei sostentati coi sacrifici, chi mangia dei cibi dati da loro senza prima darne ad essi per certo è ladro.
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I buoni, che mangiano i resti del sacrificio, sono liberati da tutti i peccati, si cibano invece di peccato i malvagi che cuocono [solo] per sè.
-
Dal cibo traggono sostentamento le creature, dalla pioggia deriva il cibo, dal sacrificio viene la pioggia, il sacrificio trae origine dall’azione,
-
sappi che l’azione deriva dal Nume, il Nume trae origine dall’Indistruttibile, perciò il Nume onnipenetrante è immanente nel sacrificio.
-
Chi quaggiù [dal canto suo] non continua a far girare la ruota [delle contingenze], che così fin da principio gira, ma vive iniquamente e compiace i sensi, o Prithide, indarno vive.
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L’uomo invece che si compiaccia di sè, di sè sia soddisfatto e sia di sè contento, nulla ha da fare;
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invero a lui non cale nè che alcunchè si faccia o non si faccia quaggiù, nè a lui viene da tutte le creature presidio in alcuna cosa.
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Perciò senza attaccamento fa sempre l’azione da farsi, giacchè l’uomo che senza attaccamento agisce consegue il sommo [bene].
-
Coll’azione invero alla perfezione giunsero Gianaca ed altri, tu poi devi agire al [bene del] complesso degli uomini riguardando.
-
Checchè faccia chi è più in alto fan pure gli altri uomini, l’esempio che egli dà, seguono gli uomini.
-
Io non ho da fare nulla, o Prithide, nei tre mondi, nè v’è per Me cosa conseguibile non conseguita, tuttavia M’occupo nell’agire,
-
giacchè se non Mi occupassi indefesso nell’agire, [poichè] le mie vestigia seguono in tutti gli uomini, o Prithide,
-
perirebbero questi mondi, se io non facessi azione, e sarei facitore di scompiglio e distruggerei queste creature.
-
Come, o Bharatide, gli insipienti agiscono con attaccamento nell’azione, così il sapiente agisca senza attaccamento, desideroso di agire per il [vantaggio del] complesso degli uomini.
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Scissione d’opinioni tra gli ignoranti, che hanno attaccamento nell’azione, non generi il sapiente devoto, [ma] li invogli a tutte le azioni cooperando(vi).
-
Le azioni son fatte totalmente dalle qualità della natura, invece chi ha l’animo accecato da presunzione «ne sono io l’autore» pensa;
-
mentre, o forte braccio, il vero conoscitore della partizione delle qualità e delle azioni, pensando che «le qualità han che fare colle qualità», non ha attaccamento.
-
Quei che s’ingannano circa le qualità della natura hanno attaccamento alle azioni delle qualità, ma il conoscitore-del-Tutto non distolga [dalle azioni] gli stolti ignari-del-Tutto.
-
A Me dedicando tutte le azioni, colla mente rivolta all’Io-Supremo, non mosso da speranza, senza egoismo essendo, combatti, bandendo il cruccio.
-
Gli uomini, che sempre seguono questo Mio insegnamento pieni di fede e non mormoranti, sono liberati anche dalle ⟨per opera delle⟩ azioni;
-
ma quelli, i quali mormorandone non seguono il Mio insegnamento, sappi che sono traviati il tutto il sapere e sono perduti e dementi.
-
Conformemente alla propria natura agisce anche il sapiente; le creature seguono la natura, l’opporvisi a che giova?
-
Nell’oggetto di ciascun senso affetto e ripulsione sono immanenti: ma l’uomo non cada d’ambi nel potere, chè entrambi di lui sono nemici.
-
Meglio è il proprio dovere pur mancando le attitudini, che il dovere altrui ben seguito; meglio la morte nel [fare il] proprio dovere, il [fare il] dovere altrui porta pericolo.»
Argiuna disse:
- «Ma da che spinto l’uomo commette peccato pur non desiderandolo, o Vrisnide, sospinto quasi con forza?»
Il Nume rispose:
-
«Questo è il desiderio, quest’è l’ira derivante dalla qualità della passione, è famelico, malvagio; questo tieni quaggiù per nemico.
-
Come il fuoco s’involve di fumo e lo specchio di ruggine, come dall’utero è involuto il feto, così da esso è involuto questo [mondo].
-
Involuta è la scienza da lui eterno nemico del sapiente, sotto la forma di desiderio insaziabile, e [simile a] fuoco, o Kuntide.
-
I sensi l’animo l’intelligenza diconsi sua sede, per mezzo loro esso involvendo la scienza abbacina l’uomo.
-
Perciò tu, frenando dapprima i sensi, o principe dei Bharata, respingi questo Malvagio, che rovina la scienza e l’esperienza.
-
Dicono potenti i sensi, dei sensi più potente l’animo, ma dell’animo più potente è l’intelligenza, dell’intelligenza poi più potente è esso.
-
Così sapendolo più potente della intelligenza, trovando appoggio in te stesso per te stesso, annienta, o fortebraccio, il nemico intrattabile, che si presenta sotto la forma di desiderio.»
Lettura IV
Il Nume disse:
-
«Quest’indefettibile [dottrina della] devozione già Io esposi a Vivasvate ⟨al Sole⟩, Vivasvate spiegò a Manu, Manu dichiarò a Iksvâku.
-
Trasmessa così all’un dall’altro la conobbero i re-veggenti, ma questa devozione da gran tempo quaggiù si perdette, o flagello dei nemici.
-
Però questa stessa devozione antica da Me ti è oggi esposta, pensando che sei verso Me pio e amico; questo mistero poi è altissimo.»
Argiuna disse:
- «Posteriore è la Tua nascita, anteriore la nascita di Vivasvate, in che modo debbo intendere che Tu in principio l’hai esposta?»
Il Nume disse:
-
«Molte sono le nascite Mie trascorse e le tue, o Argiuna, Io le conosco tutte e tu non le conosci, o flagello dei nemici.
-
Benchè Io sia increato incorruttibile e benchè Signor delle creature, poichè signoreggio la Mia natura nasco in grazia al Mio potere della Illusione.
-
Ogni qual volta languor della rettitudine avviene, o Bharatide, e soverchiamento della iniquità, allora Io procreo Me stesso.
-
A salvazione dei buoni e a perdizione dei malvagi, per ristabilire la rettitudine, nasco di età in età.
-
Chi conosce così secondo verità la nascita e l’azione Mia divina, lasciato il corpo, non va a nuova nascita, egli viene a Me, o Argiuna.
-
Liberi da affetto timore e ira, di Me pieni, a Me ricorrendo, molti dalla penitenza della scienza purificati nella Mia essenza passarono.
-
Gli uomini, quanto a Me si accostano, tanto Io onoro, essi tutti seguono le Mie vestigia, o Prithide.
-
Quei che bramano il successo nelle azioni sacrificano quaggiù alle divinità, giacchè nel mondo umano presto avviene il successo generato dalle azioni.
-
Le quattro caste furono da Me create secondo la partizione delle qualità e delle azioni, di ciò riconosci Me per facitore inattivo incorruttibile.
-
Me non contaminano le azioni, [giacchè] non ho la brama del frutto delle azioni, chi tale Mi riconosce, dalle azioni non è vincolato.
-
Ciò sapendo fu fatta azione anche dagli antichi desiderosi di liberazione; perciò fa tu pure azione, come dagli antichi priormente fu fatta.
-
Che è azione? che inazione? in questo [quesito] anche i saggi s’imbrogliarono. Quest’azione ti esporrò, conoscendo la quale sarai liberato dal male.
-
Poichè si deve conoscere l’azione, si deve conoscere la mis-azione, si deve conoscere l’inazione; astrusa è la via dell’azione.
-
Chi nell’azione vede l’inazione e nell’inazione l’azione, è saggio fra gli uomini, devoto, facitore di tutte le azioni.
-
Quello, di cui tutte le intraprese sono scevre dall’impulso del desiderio e le cui azioni sono bruciate dal fuoco della scienza, i sapienti chiamano saggio.
-
Lasciando l’attaccamento al frutto delle azioni, chi è sempre soddisfatto nè ha [bisogno di] aiuto, anche occupato nell’azione costui davvero fa niente.
-
Chi non nutrendo speranze, frenando i pensieri, lasciando ogni aiuto esterno, fa azione soltanto corporale, non commette peccato.
-
Chi è contento dell’acquisto fortuito, ha superato le duplici impressioni dei sensi, è senza invidia, pari nel successo e nell’insuccesso, anche agendo non è vincolato.
-
Di quegli, che senza attaccamento, libero [da passioni], colla mente ferma nella scienza agisce per il sacrificio, tutta l’azione si dilegua.
-
Nume è l’offerire, Nume l’offerta, Nume è nel fuoco, col Nume si sacrifica, al Nume deve pervenire quegli che medita nell’azione il Nume.
-
Dei devoti altri attendono al sacrificio degli dei, altri nel fuoco del Nume sacrificano il sacrificio col sacrificio;
-
altri sacrificano l’udito e gli altri sensi nei fuochi della continenza, altri sacrificano il suono e le altre cose sensuali nei fuochi dei sensi;
-
tutte le azioni dei sensi e le azioni della vita altri sacrificano nel mistico fuoco della continenza di sè acceso dalla scienza.
-
Del pari altri fanno sacrificio di sostanze, sacrificio di penitenza, sacrificio di devozione, sacrificio di studio-dei-Veda e di scienza, continenti dai rigidi voti.
-
Altri del pari nell’espirazione sacrificano l’inspirazione, nell’inspirazione l’espirazione, chiudendo le vie dell’inspirazione e dell’espirazione, dediti a contenere la respirazione.
-
Altri prendendo cibo limitato sacrificano la vita nella vita. Tutti costoro sono conoscitori del sacrificio e i loro peccati sono distrutti dal sacrificio.
-
Quei che si nutrono dell’ambrosia dei resti del sacrificio giungono al Nume eterno; questo mondo non è di chi non sacrifica, come mai l’altro, o ottimo dei Kuruidi?
-
Così molteplici sacrifici furono emanati dalla bocca del Nume; sappi ch’essi tutti nascono dall’azione, ciò conoscendo sarai liberato.
-
Migliore del sacrificio di sostanze è il sacrificio di scienza, o flagello dei nemici; tutta l’azione intera, o Prithide, nella scienza si contiene.
-
Imparala colla sommissione, coll’interrogare, col servire, insegneranno a te la scienza i sapienti conoscitori del vero;
-
conoscendola non cadrai di nuovo così nell’errore, o Pânduide, e con essa le creature totalmente vedrai in te, poi in Me.
-
Anche se sei dei malvagi tutti il più malefico, traghetterai per certo colla nave della scienza tutto il [mare del] peccato.
-
Come acceso fuoco incenerisce le legna, o Argiuna, così il fuoco della scienza incenerisce tutte le azioni.
-
Quaggiù invero non si conosce mezzo di purificazione equivalente alla scienza, e lo trova di per sè in sè col tempo il perfetto nella devozione.
-
Chi ha fede ottiene la scienza; a lei dedicandosi, frenando i sensi, ottenendo la scienza, la suprema tranquillità in breve raggiunge.
-
Chi è ignorante e non ha fede ed è dubbioso, perisce; non questo mondo, non l’altro, non felicità è del dubbioso.
-
Le azioni non vincolano, o Conquistatore di ricchezza, chi rinunzia alle azioni per la devozione, chi recide il dubbio colla scienza, chi è padrone di sè.
-
Perciò recidendo da te questo dubbio, nato dall’ignoranza e che ti sta nel cuore, colla spada della scienza, attendi alla devozione, orsù, o Bharatide.»
Lettura V
Argiuna disse:
- «La rinuncia alle azioni, o Krisna, e d’altra parte la devozione [mediante le azioni] tu lodi; qual cosa sia migliore delle due da sola, dimmi ben considerata.»
Il Nume disse:
-
«La Rinuncia e la Devozione mediante le azioni procurano entrambe la beatitudine, ma d’esse la devozione mediante le azioni eccelle sulla rinuncia alle azioni.
-
Si deve riconoscere per sempre-rinunciante quegli che non odia e non desidera, giacchè chi va esente dalle duplici impressioni dei sensi, o fortebraccio, facilmente dal vincolo [delle azioni] si libera.
-
Del [sistema] Sânkhya e del [sistema] Yoga come di cose distinte discorrono i fanciulli, non già i dotti; chi attende anche ad un solo, certamente di entrambi trova il frutto.
-
La sede, che si ottiene dai Sânkhya, dai Yogya pure si ottiene; chi come una sola cosa vede nel [sistema] Sânkhya e nel [sistema] Yoga, [bene] vede.
-
Ma la rinuncia, o fortebraccio, è difficile ad ottenere senza la devozione; l’asceta fornito di devozione raggiunge in breve il Nume.
-
Chi è fornito di devozione, ha purificato sè stesso, ha vinto sè stesso, ha vinto i sensi e identifica sè con tutte le creature, anche agendo non si contamina.
-
‘Nulla invero faccio’ così pensi il devoto conoscitore del vero, quando vede ode, tocca, fiuta, mangia, va, dorme, respira,
-
parla, depone, prende, apre e chiude gli occhi; ‘i sensi han che fare colle sue sensuali’ così ritenendo.
-
Chi agisce consecrando al Nume le azioni, lasciando l’attaccamento, non si contamina di peccato, come foglia di loto [non si contamina] d’acqua.
-
Col corpo, coll’animo, colla mente e anche coi soli sensi i devoti fanno azione, lasciando l’attaccamento, per propria purificazione.
-
Il devoto lasciando il frutto delle azioni ottiene perfetta tranquillità, il non-devoto, attaccato al frutto per opera del desiderio, è vincolato.
-
L’uomo padrone della sua volontà, rinunciando coll’animo a tutte le azioni, se ne sta felicemente nella città dalle nove porte senza agire nè fare agire.
-
Il Signore del mondo non crea l’attività nè le azioni nè la dipendenza del frutto dalle azioni, sibbene la natura propria [di ciascuno in ciò] opera.
-
Al Signore non spetta di alcuno il peccato, nè invero il merito; d’ignoranza è involuta la scienza, perciò errano gli uomini.
-
Ma di quelli, di cui questa ignoranza è distrutta dalla scienza dell’Io, la scienza a mo’ di sole rischiara quel Supremo [principio].
-
Quei, che Lo conoscono, con Lui s’immedesimano, in Lui si fissano, in Lui vedono lo scopo supremo, percorrono la via senza ritorno, avendo scacciato il peccato colla scienza.
-
In un brahmano fornito di sapere e di modestia, in un bue, in un elefante e persino in un cane e in uno çvapâka ⟨paria⟩ i dotti veggono l’identica cosa.
-
Quaggiù invero da quelli è vinto il creato, il cui animo sta nella identità; perchè senza-difetto identico è il Nume, perciò nel Nume essi stanno.
-
Non si allieti ottenendo cosa grata, non s’affligga ottenendo cosa ingrata chi è fermo d’animo, non è traviato da errore, è conoscitore del Nume, stante nel Nume.
-
Quei che ha l’animo indifferente ai contatti esterni trova la felicità ch’è nell’Io [di ognuno]; egli, avendo l’animo unito colla devozione al Nume, raggiunge felicità indistruttibile,
-
giacchè i piaceri nati dai contatti sono l’utero dell’infelicità ⟨partoriscono infelicità⟩, han principio e fine, o Kuntide, nè d’essi si diletta il saggio.
-
Chi invero quaggiù può resistere prima della liberazione dal corpo all’agitazione derivante dal desiderio e dall’ira, è uomo devoto, è felice.
-
Il devoto ch’è internamente felice, internamente contento, internamente del pari illuminato, raggiunge divenendo [identico col] Nume l’estinzione nel Nume.
-
Ottengono l’estinzione nel Nume i saggi che han cancellato i peccati, han reciso i dubbi, han domato sè stessi e godono del bene di tutte le creature.
-
L’estinzione nel Nume tocca agli asceti che sono scevri di desiderio ed ira, han frenato i pensieri e conoscono l’Io.
-
L’asceta che, esclusi i contatti esterni, confinato lo sguardo tra i sopraccigli, rese uguali la inspirazione e l’espirazione passanti per l’interno delle nari,
-
frenati i sensi, l’animo e la mente, vede lo scopo supremo nella liberazione, scevro da desiderio, timore e ira, questi per sempre liberato [dal rinascere] invero è.
-
Egli riconoscendomi graditore di sacrifici e di penitenza, gran signore di tutto il mondo, amico di tutte le creature, raggiunge la tranquillità.»
Lettura VI
Il Nume disse:
-
«Chi senza aspirare al frutto delle azioni fa l’azione da farsi, è rinunciatore e devoto, non chi è senza fuoco [sacrificale] e inattivo.
-
Quella che chiamano rinuncia sappi ch’è devozione, o Pânduide, giacchè niuno diventa devoto senza rinunciare al desiderio.
-
Dell’asceta, che vuol salire alla devozione, l’azione dicesi strumento, di lui già salito a devozione la calma dicesi strumento.
-
Giacchè quando l’uomo non alle cose sensuali, non alle azioni ha attaccamento, ma rinuncia a tutti i desiderî, allora dicesi salito a devozione.
-
Elevi di per sè sè stesso, non deprima sè stesso, giacchè l’Io di sè è amico, l’Io invero di sè è nemico.
-
Amico l’Io è di sè in quegli in cui l’Io si è vinto da sè stesso, l’Io poi nella inimicizia del non-Io si comporti da nemico.
-
L’Io di chi ha vinto sè stesso ed è tranquillo, è sommamente raccolto [in sè], nel freddo e nel caldo nel piacere e nel dolore, nella stima e nella disistima.
-
L’asceta che ha l’animo nudrito di scienza e di esperienza, è elevato, ha vinto i sensi, è indifferente tra la gleba la pietra e l’oro, dicesi devoto.
-
Chi è equanime verso i benevoli gli amici i nemici gli estranei i neutrali gli ostili i congiunti e anche verso i buoni e i cattivi, eccelle.
-
L’asceta eserciti [nella devozione] sempre sè stesso, stando in disparte solitario, frenati i pensieri e sè stesso, bandite le speranze, senza compagnia.
-
In luogo puro collocando per sè stabile sede nè troppo elevata nè troppo bassa, coperta di panno di pelle e di kuça ⟨erba sacra⟩,
-
ivi appuntando l’animo nell’Uno, domata l’attività dei pensieri e dei sensi, accoccolandosi nella sede, eserciti la devozione per propria purificazione.
-
Tenendo il capo e il collo del pari immobili, stando fermo, fissando la punta del suo naso e non guardando nelle varie direzioni,
-
coll’animo tranquillo, sbandito il timore, saldo nel voto dello studio delle cose divine, frenando l’animo, a Me pensando, devoto se ne stia in Me vedendo lo scopo supremo.
-
Esercitando così sempre sè stesso l’asceta, frenato l’animo, perviene a tranquillità, che conduce all’estinzione e ch’è in Me.
-
La devozione non è di chi mangia troppo nè di chi non mangia affatto, nè del troppo dormente nè del [sempre] vegliante, o Argiuna;
-
ma di chi è moderato nel cibo e nel divertimento, di chi è di moderata attività nelle azioni, di moderato sonno e veglia, è la devozione doloricida.
-
Quando il pensiero ben-domato nell’Io si raccoglie, allora [l’uomo] sdegnoso di tutti i piaceri si dice devoto.
-
Come lucerna stante al riparo dai venti non si muove, questa similitudine è ricordata a proposito dell’asceta che ha frenato il pensiero ed esercita la devozione di sè.
-
Quando s’acqueta il pensiero infrenato dalla pratica della devozione e quando [uno] l’Io coll’Io vedendo dell’Io si compiace,
-
quando [l’uomo] trova felicità sconfinata, qual dalla mente [solo] sia afferrabile, [perchè] ultrasensibile, nè egli saldo [in essa] devia dalla verità,
-
e ottenuto ciò niun altro acquisto stima superiore ad esso, in cui saldo non è scosso da dolore per quanto grave,
-
sappia che questa disgiunzione dall’unione col dolore ha nome di devozione. Questa devozione si deve esercitare risolutamente coll’animo sdegnoso [del resto].
-
Lasciando affatto tutti i desideri derivanti dalla fantasia, ben frenando da ogni parte coll’animo la turba dei sensi,
-
a poco a poco s’acqueti colla mente piena di fermezza e rendendo l’animo fisso nell’Io nulla affatto pensi.
-
Dovunque divaga l’animo mobile incostante, di là infrenandolo all’obbedienza dell’Io lo riduca.
-
In questo asceta dall’animo tranquillo, in cui sedata è la passione, divenuto [identico col] Nume, puro da peccati, suprema felicità subentra.
-
L’asceta esercitando così sempre sè stesso, scacciati i peccati, facilmente ottiene sconfinata felicità nel contatto ⟨nell’unione⟩ col Nume.
-
Chi ha esercitato il [suo] Io nella devozione, vede l’Io stante in tutte le creature e tutte le creature nell’Io, in tutto vedendo la stessa cosa.
-
A quegli, che Me vede in tutto e tutto in Me vede, Io non sfuggo ed egli a Me non sfugge.
-
L’asceta che, credendo all’unità, Mi onora come immanente in tutte le creature, in qualunque modo ei viva in Me vive.
-
L’asceta, che per simiglianza di sè in tutto vede la stessa cosa, o Argiuna, piacevole o sgradevole essa sia, sommo è stimato.»
Argiuna disse:
-
«Di questa devozione che da Te, o Madhucida, fu esposta secondo [il concetto del]la identità non veggo per la mobilità [umana] la stabile durata;
-
giacchè mobile è l’animo, o Krisna, turbolento violento cocciuto, e la coercizione di esso io stimo, come del vento, difficilissima.»
Il Nume disse:
-
«Senza dubbio, o fortebraccio, l’animo è difficile a coercire e mobile, ma coll’applicazione, o Kuntide, e coll’indifferenza [alle cose esterne] si contiene.
-
La devozione è difficile a conseguire da chi non ha frenato sè stesso, così Io penso, ma da chi si sforza coll’animo obbediente è possibile a conseguirsi industriandosi.»
Argiuna disse:
-
«Chi non sa domarsi, [ma è] fornito di fede, e ha l’animo vacillante nella devozione, non ottenendo la perfezione della devozione, qual via, o Krisna, percorre?
-
Forsechè da ambe [le vie] precipitando, come nube squarciata, non perisce senza appoggio, o fortebraccio, smarrito nella via [che mena] al Nume?
-
Questo dubbio, o Krisna, compiaciti di recidermi totalmente, altri che Tu di questo dubbio recisore non mi si presenta.»
Il Nume disse:
-
«Invero, o Prithide, nè quaggiù nè di là si trova rovina di costui, giacchè nessuno che faccia bene, mala via, o caro, percorre.
-
Ottenendo i mondi dei ben-opranti, dopo avervi abitato infiniti anni, in casa d’uomini santi e illustri chi è caduto nella devozione rinasce,
-
oppure nasce nella famiglia di asceti saggi, e una cosiffatta nascita nel mondo è la più difficile ad ottenersi.
-
In essa ottiene il conseguimento della scienza che aveva nel corpo anteriore, e con ciò può sforzarsi di più nella perfezione, o figlio di Kuru.
-
Dalla precedente applicazione invero egli è trascinato anche senza volerlo, e pur desiderando [solo] di conoscere la devozione trascende la sacra scrittura.
-
Con sforzo poi sforzandosi l’asceta purificato dai peccati, da molte nascite fatto perfetto, percorre quindi la suprema via.
-
L’asceta è stimato superiore ai penitenti, superiore anche ai dotti, e agli operosi superiore, perciò fatti asceta, o Argiuna.
-
Inoltre fra tutti gli asceti, chi pieno di fede Mi onora coll’intimo del suo Io a Me rivolto, è da Me stimato devotissimo.»
Lettura VII
Il Nume disse:
-
«In che modo, coll’animo fisso in Me, o Prithide, esercitando la devozione e in Me rifugiandoti indubbiamente [e] interamente Me conoscerai, ascolta.
-
Questa scienza insieme con l’esperienza Io a te dirò per intero, conoscendo la quale, quaggiù null’altro più da conoscere ti resta.
-
Di mille uomini qualcuno [appena] si sforza alla perfezione, di [mille] che si sforzano e [si] sono [resi] perfetti qualcuno [appena] Mi conosce veramente.
-
Terra, acqua fuoco aria etere animo intelligenza e coscienza, così questa mia natura è scissa ottuplicemente;
-
inferiore è questa; inoltre un’altra natura sappi ch’Io ho superiore, animante, o fortebraccio, da cui questo mondo è retto.
-
Di qui trarre principio le creature tutte ritieni, Io di tutto il mondo origine e dissolvimento del pari sono.
-
Superiore a Me non c’è altro, o Conquistator di ricchezza, in Me questo Tutto è allacciato, come in un filo schiere di perle.
-
Io sono il sapore dell’acqua, o Kuntide, lo splendore nel sole e nella luna, la parola mistica ⟨OM⟩ in tutti i Veda, il suono nell’etere, la virilità negli uomini,
-
e il buon odore nella terra e il calore sono nel fuoco, la vita in tutte le creature e la penitenza sono nei penitenti.
-
Sappi ch’Io sono il seme perpetuo di tutte le creature, o Prithide, Io sono l’intelligenza degli intelligenti, Io l’energia dei valorosi.
-
E Io sono la forza dei forti spoglia di desiderio e di passione, nelle creature il legittimo amore sono, o principe dei Bharata.
-
E i modi di essere buoni e passionali e tenebrosi sappi che da Me provengono, ma Io non sono in essi, sibbene essi in Me.
-
Da questi tre modi di essere qualitativi illuso tutto codesto mondo non riconosce Me di questi superiore, indefettibile.
-
Giacchè questa mia divina Illusione qualitativa è difficile a trascendere, ma quelli che in Me rifugiansi questa Illusione trascendono.
-
In Me non rifugiansi malopranti stolti infimi uomini, di cui la scienza è tolta dall’illusione e che inclinano alla natura demoniaca.
-
Di quattro maniere uomini benopranti Mi onorano, o Argiuna, l’afflitto il desideroso di sapere il cupido di sostanze e il dotto, o principe dei Bharata.
-
D’essi il dotto sempre-devoto intento al culto dell’Unico eccelle, giacchè caro al dotto oltremodo Io sono ed egli a Me è caro.
-
Nobili invero tutti costoro, ma il dotto un [altro] Me stesso da Me è stimato, giacchè egli essendo devoto a Me accede, come a fine supremo.
-
Al termine di molte nascite il dotto a Me giunge riconoscendo che ‘il Vasudevide ⟨Visnu-Krisna⟩ è il Tutto’. Uomo di mente così elevata è [però] difficile a trovarsi.
-
Quelli di cui la scienza è tolta da questi o quelli desiderî, si accostano ad altre divinità, appigliandosi a questa o a quella norma ⟨rito⟩, forzati dalla propria natura.
-
Chiunque qualunque forma [di divinità] venerando con fede desidera adorarla, di lui la ferma fede per certo Io compio.
-
Egli di tal fede fornito brama di propiziarsi quella [forma] e ne ottiene i desiderî onesti da Me compiuti.
-
Ma finito è il premio di questi poco-intelligenti, i sacrificatori degli dei giungono agli dei, i Miei adoratori giungono a Me.
-
Gli insipienti credono Me [benchè] impercepibile diventato percepibile, ignorando la mia eccelsa essenza indefettibile e che non ha superiore.
-
Io non sono manifesto ad ognuno, essendo avvolto dalla mistica Illusione; codesto stolto mondo non conosce Me increato indefettibile.
-
Io conosco, o Argiuna, le creature passate e le presenti e le future, ma nessuno conosce Me.
-
Per l’errore delle duplici impressioni dei sensi derivante dal desiderio e dalla ripulsione, tutte le creature nel mondo incorrono in [questo] inganno, o flagello dei nemici.
-
Gli uomini benopranti, dei quali è scomparso il peccato, liberati dall’errore delle duplici impressioni dei sensi, Mi adorano saldi nei voti.
-
Quelli che a Me ricorrendo si sforzano per [ottenere] la liberazione dalla vecchiaia e dalla morte, conoscono il Nume, il totale Io-supremo e l’Azione intera.
-
Quelli che conoscono Me come Supremo-divenuto e Dio-supremo e Sacrificio-supremo, anche nel tempo della dipartita, essendo devoti nell’animo, Mi conoscono.»
Lettura VIII
Argiuna disse:
-
«Che è quel Nume? che l’Io-supremo? che la Azione, o Spirito-supremo? E Supremo-divenuto che si dice? che si dice Dio-supremo?
-
In che modo e quale qui in questo corpo il Sacrificio-supremo [sei], o Madhucida, e nel tempo della dipartita in che modo puoi essere conosciuto da quelli, che han frenato sè stessi?»
Il Nume disse:
-
«Nume dicesi l’Indistruttibile, il Supremo, il suo divenire Io-supremo dicesi, l’emanazione, che produce l’esistenza delle creature, ha nome d’Azione.
-
Supremo-divenuto è l’esistenza distruttibile e Spirito è Dio supremo; Sacrificio supremo Io sono in questo corpo, o eletto fra gli uomini.
-
E chi nel tempo della morte a Me pensando, lasciato il corpo, se ne va, passa nel Mio essere, non v’è in ciò dubbio.
-
Oppure a qualunque essere ⟨divinità⟩ pensando lascia nella morte il corpo, a lui invero va, o Kuntide, sempre all’essere di quello essendosi conformato.
-
Perciò in tutti i tempi pensa a Me e combatti, in Me trasportando l’animo e la mente, a Me invero perverrai senza dubbio.
-
Al supremo Spirito celeste perviene, o Prithide, chi, col pensiero applicato a continua devozione e che non corre ad altro, a Lui pensa.
-
Chi pensa continuamente al vate antico, reggitore, d’un atomo più minuto, fattore del Tutto, di forma incogitabile, dal fulgor del sole di fronte alle tenebre,
-
nel tempo della dipartita con animo immobile, essendo pieno d’adorazione e col potere della devozione nel mezzo delle sopracciglia raccogliendo la vita, perviene a quel supremo Spirito celeste.
-
A te in compendio dirò della sede che i conoscitori dei Veda dicono indistruttibile, in cui entrano i continenti scevri di affetto, e desiderando la quale esercitano lo studio delle cose divine.
-
Tutte le porte serrando e l’animo nel cuore chiudendo, nel capo raccogliendo la propria vita, attendendo a perseverante devozione,
-
dicendo il monosillabo Om [significante] il Nume, a Me pensando, chi si diparte lasciando il corpo percorre la suprema via.
-
All’asceta, che ad altro non rivolgendo mai il pensiero, a Me pensa continuamente ed è sempre devoto, facilmente conseguibile sono, o Prithide.
-
A Me venendo, nuova nascita, sede di dolore, caduca, non ottengono i magnanimi giunti a somma perfezione.
-
Fino al mondo di Brahmâ i mondi dinuovo remeabili sono, o Argiuna, ma giungendo a Me, o Kuntide, non avviene nuova nascita.
-
Gli uomini, che conoscono il giorno di Brahmâ avere per confine mille età e la notte il termine di mille età, sono conoscitori del giorno e della notte.
-
Dall’Impercepibile tutte le cose percepibili derivano al giunger del giorno, al giunger della notte si dissolvono nel così detto Impercepibile.
-
E questa moltitudine di creature via via divenendo si dissolve al giunger della notte, spontanea si presenta al giunger del giorno, o Prithide.
-
Diversa poi da questa percepibile v’è un’altra entità impercepibile eterna, la quale col perir di tutte le creature non perisce essa stessa.
-
Impercepibile Indistruttibile essa è detta. La chiamano fine supremo, ottenendo la quale non ritornano. Questa è la suprema mia dimora.
-
Questo Spirito Supremo, o Prithide, è conseguibile coll’adorazione esclusiva, in Esso entrostanno le creature, e da Esso questo Tutto è pervaso.
-
In qual tempo poi gli asceti morendo percorrano una via irremeabile o remeabile, questo tempo dirò, o principe dei Bharata.
-
Il fuoco, la luce, il giorno, la luna crescente i sei mesi nei quali il sole va nel settentrione, in essi morendo gli uomini conoscitori del Nume giungono al Nume.
-
Il fumo la notte del pari la luna calante i sei mesi in cui il sole va nel mezzogiorno, in essi [morendo] l’asceta, ottenendo la luce lunare, ritorna.
-
Queste due vie, la chiara e la scura, sono stimate eterne per il mondo, coll’uno l’uomo va là donde non si torna, coll’altra ritorna di nuovo.
-
Nessun asceta conoscendo questi due sentieri erra, o Prithide, perciò in tutti i tempi sii fornito di devozione, o Argiuna.
-
L’asceta ciò conoscendo supera tutto il frutto della virtù ch’è promesso nei Veda nei sacrifici nelle penitenze nei doni, e giunge alla suprema primordiale sede.»
Lettura IX
Il Nume disse:
-
«Ora a te non restio esporrò questa arcanissima scienza accompagnata dall’esperienza, conosciuta la quale sarai liberato dal male.
-
Essa è capitale scienza, capitale arcano, mezzo di purificazione eccellentissimo, a prima vista comprensibile, santo, agevole ad attuarsi, illabile.
-
Gli uomini increduli a questa santa dottrina, o flagello dei nemici, senza conseguirmi tornano nella via del pellegrinaggio mortale.
-
Da Me, che ho forma impercepibile, è pervaso tutto questo mondo, in Me stanno tutte le creature, nè Io in esse sto,
-
nè in Me stanno le creature; osserva questo mio potere augusto. Il mio Io sostentator delle creature e che dà l’esistenza alle creature, non istà nelle creature.
-
Come nello spazio sta sempre l’atmosfera onnipenetrante e grande, del pari tutte le creature stanno in Me, così ritieni.
-
Tutte le creature, o Kuntide, tornano nella mia natura al finire di un periodo del mondo, dinuovo al principio d’un periodo del mondo Io le emetto.
-
Alla mia natura attendendomi, emetto via via tutta questa moltitudine di creature, spontaneamente, in forza della [mia] natura.
-
Nè questi atti, o Conquistator di ricchezze, vincolano Me stante come indifferente senza attaccamento a questi atti.
-
Sotto la mia sorveglianza la natura procrea insieme le cose mobili e le immobili, con questo impulso, o Kuntide, il mondo si evolve.
-
Gli stolti sprezzano Me fornito di umano corpo, ignorando la somma essenza mia grande signora delle creature,
-
nutrendo essi vane speranze, vanamente oprando, avendo vana scienza, destituiti di intelletto, inclinati a demoniaca diabolica natura traviatrice.
-
Quelli dalla mente elevata invece, o Prithide, inclinati a divina natura, Mi adorano coll’animo non rivolto ad altro, riconoscendomi per principio delle creature illabile.
-
Continuamente glorificandomi e sforzandosi saldi nei voti, e inchinandomi con adorazione, sempre devoti Mi venerano.
-
Col sacrificio della scienza sacrificando altri anche Mi venerano qual molteplicemente onnifronte nella [mia] unità [e] nei [miei] aspetti singoli.
-
Io sono il sacrificio, Io il culto, Io la svadhâ ⟨offerta ai mani⟩, Io l’âusadha ⟨cibo vegetale, opp. la medecina⟩, Io l’inno sacro, Io il burro sacrificale, Io il fuoco, Io l’offerta.
-
Padre Io sono di questo mondo, madre, facitore, avo, il da sapersi, il mezzo di purificazione, la sillaba Om, il Rig- il Sâma- e il Yagiur [-veda],
-
via, sostentatore, signore, teste, sede, rifugio, amico, origine, dissolvimento, sostegno, ricettacolo, seme illabile.
-
Io riscaldo, Io la pioggia trattengo e mando, Io sono l’immortalità e la morte, l’essere e il non-essere, o Argiuna.
-
I conoscitori dei tre Veda, bevitori di soma, purificati dai peccati, con sacrifici sacrificando implorano da Me la via del cielo. Essi giungendo al santo mondo del re degli dei ⟨Indra⟩ godono in cielo dei celesti gaudî degli dei.
-
Essi dopo d’aver goduto il gran mondo del cielo, consumato il merito, entrano nel mondo dei mortali. Così andando dietro alla religione dei tre Veda, desiderosi del piacere, ottengono di andare e venire.
-
Degli uomini, i quali, esclusivamente a Me pensando, Mi venerano e sono sempre devoti, Io curo la felicità.
-
Quelli pure che pii altre divinità adorano forniti di fede, Me pure, o Kuntide, adorano, ma non secondo il rito;
-
giacchè Io di tutti i sacrifici fruitore e signore sono, ma non Mi conoscono secondo la verità, laonde essi cadono.
-
Quelli che fanno voto agli dei giungono agli dei, ai mani giungono quelli che fanno voto ai mani, alle larve giungono gli adoratori delle larve, i miei adoratori a Me.
-
Del puro nell’animo, che una foglia un fiore un frutto nell’acqua piamente Mi offre, Io gradisco la pia offerta.
-
Ciò che fai, ciò che mangi, ciò che sacrifichi, ciò che doni, la penitenza che fai, o Kuntide, fa in omaggio a Me.
-
Così sarai liberato dai vincoli delle azioni, che han per frutto la fausta e l’infausta fortuna; avendo l’animo esercitato nella rinuncia e nella devozione, liberato, a Me giungerai.
-
Pari Io sono verso tutte le creature, a Me nessuno è odioso o caro, ma quelli che Mi venerano piamente, in Me sono e in essi sono Io.
-
Anche se uno assai malvagio venera Me, altri non venerando, costui per certo s’ha da stimare buono, giacchè egli ha buon proposito;
-
presto diviene giusto e perpetua tranquillità raggiunge. O Kuntide, questo riconosci, chi Mi venera non perisce.
-
Giacchè a Me ricorrendo, o Prithide, quelli che anche fossero usciti dall’utero del peccato, donne popolani e servi, vanno per la suprema via.
-
Che poi i brâhmani santi e i pii re-asceti? Venuto in questo caduco infelice mondo venera Me.
-
Tieni a Me rivolto l’animo, sii verso Me pio, Me venera, Me adora. A Me per certo verrai, così esercitandoti [nella devozione], in Me vedendo lo scopo supremo.»
Lettura X
Il Nume disse:
-
«Inoltre, o fortebraccio, ascolta la mia eccelsa parola, la quale a te, che te ne compiaci, dirò per desiderio del tuo bene.
-
Non conoscono la mia origine nè le schiere degli dei nè i grandi Veggenti, giacchè Io sono il principio degli dei e dei grandi Veggenti totalmente.
-
Quegli tra i mortali, che Mi riconosce come increato e senza principio gran signore del mondo, essendo scevro da errore, è liberato da tutti i peccati.
-
Intelligenza, scienza, esenzione da errore, pazienza, veracità, temperanza, tranquillità, piacere, dolore, esistenza, affetto e timore e coraggio,
-
innocuità, equanimità, contentezza, penitenza, liberalità, fama, infamia, son gli svariati attributi delle creature da Me [derivati].
-
I sette grandi Veggenti, i quattro patriarchi nonchè i Manu sono nati partecipi della mia essenza dalla mia mente e d’essi nel mondo questa è la progenie.
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Quegli che conosce questa mia potenza di emanazione veracemente, d’incrollabile devozione [a Me] si congiunge, qui non c’è dubbio.
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Io del Tutto sono l’origine, da Me il Tutto procede, così pensando Mi venerano i sapienti pieni d’affetto.
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A Me pensando, a Me consecrando la vita, istruendosi l’un l’altro, conversando di Me, sempre si dilettano e godono.
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A costoro che sempre-devoti Mi venerano per impulso d’amore, do quella devozione di mente, colla quale essi giungono a Me.
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Per misericordia verso di loro Io le tenebre sorte dall’ignoranza disperdo, penetrato nell’animo [loro], colla luminosa lampada della scienza.»
Argiuna disse:
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«Nume supremo, asilo supremo, santità suprema sei Tu. Spirito eterno celeste, protodio, increato, signore
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Ti chiamarono i Veggenti tutti e il divino-Veggente Nârada del pari, Asita, Devala, Vyâsa e Tu stesso me lo dici.
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Tutto questo che Tu dici vero io credo, o Capelluto, giacchè, o almo, la tua manifestazione non conoscono nè gli dei nè i Dânava,
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solo Tu per Te stesso Te stesso conosci, o Spirito supremo, delle creature creatore, delle creature signore, degli dei dio, del mondo padrone.
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Compiaciti di dire interamente le celesti tue emanazioni, per le quali emanazioni tu in questi mondi stai compenetrato.
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In che modo posso io conoscere Te, o mistico, sempre meditandoti? o in quali modi di essere devi essere pensato da me, o almo?
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Ampiamente la tua potenza d’emanazione, o Tormentatore d’uomini, ancora esponi, giacchè sazietà non ho d’udire l’ambrosia [delle tue parole].»
Il Nume disse:
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«Ebbene, a te dirò le celesti mie emanazioni per sommi capi, o ottimo dei Kuru, [giacchè] non c’è fine alla mia ampiezza.
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Io, o Crinritorno, sono l’Io stante nel cuore di tutte le creature, Io sono il principio, il mezzo delle creature e anche la fine.
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Tra gli Âditya Io sono Visnu, tra le stelle il sole radioso, Marîci tra i Maruti sono, tra i pianeti la luna,
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tra i Veda il Sâmaveda sono, tra gli dei sono Vâsava ⟨Indra⟩, e tra i sensi sono l’animo, tra le creature sono la coscienza,
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e tra i Rudra Çankara ⟨Çiva⟩ sono, Kubera tra i Yaksa e i Raksasa, e tra i Vasu il Fuoco sono, il Meru tra i monti,
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e tra i sacerdoti primo riconoscimi, o Prithide, qual Brihaspati, tra i duci d’eserciti Io sono Skanda, tra i laghi l’Oceano,
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tra i grandi Veggenti Io sono Bhrigu, tra le voci sono l’unico monosillabo ⟨Om⟩, tra i sacrifici sono la preghiera, tra le cose immobili il Himâlaya,
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il fico religioso fra tutti gli alberi, e tra i divini Veggenti Nârada, tra i Gandharva Citraratha, tra i Perfetti l’asceta Kapila,
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tra i cavalli sappi ch’Io sono Uccaihçravase nato dall’ambrosia, Âiravata tra i magnifici elefanti, e fra gli uomini il re,
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tra le armi Io sono il fulmine, tra le mucche la Vacca-dei-desiderî, e sono Amore procreante, tra i serpenti sono Vâsuki,
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e Ananta sono tra i nâga, Varuna tra i mostri marini, e tra i mani Aryamane sono, Yama tra i dominatori,
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Prahrâda sono tra i Dâitya, il Tempo tra i contatori e tra le bestie il leone, e il Vinatide ⟨Garuda⟩ tra gli uccelli,
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il vento sono tra i purificanti, Râma tra gli armigeri, tra i pesci il delfino sono, tra i fiumi sono il Gange,
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delle cose create il principio e la fine e il mezzo Io sono, o Argiuna, tra le scienze la scienza dell’Io-supremo, il discorso tra i parlanti,
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tra le lettere sono la lettera A e il composto copulativo tra i vocaboli composti, Io invero sono l’inesauribile tempo, il creatore onnifronte,
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e la morte onnirapente Io sono e il germe delle cose future, e tra i nomi femminili sono la Gloria la Bellezza la Parola la Memoria l’Intelligenza la Fermezza la Pazienza,
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il Brihatsâmane del pari tra i canti [del Sâmaveda], la Gâyatrî tra i metri, tra i mesi Mârgaçîrsa sono, tra le stagioni la primavera,
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il giuoco tra gl’ingannatori sono, tra i forti l’energia, la vittoria sono, la risolutezza sono, la bontà tra i buoni,
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tra i Vrisni il Vasudevide sono, tra i Pânduidi il Conquistatore di ricchezze ⟨Argiuna⟩, tra gli asceti Io sono Vyâsa, tra i vati Uçanase vate,
-
il bastone tra i punitori sono, la politica tra i desiderosi di vincere, e il silenzio sono tra i segreti, la scienza tra i dotti,
-
e quello, ch’è seme di tutte le creature, son Io, o Argiuna, nè creatura mobile o immobile c’è che esista senza di Me.
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Non c’è termine alle mie celesti emanazioni, o flagello dei nemici; questa esposizione della mia emanazione fu detta da Me a mo’ d’esempio.
-
Qualunque essere siavi eccellente bello e forte, questo sappi essere sorto da una parte del mio potere.
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Ma a che più [dirò] a te di questa scienza, o Argiuna? Io reggendo tutto questo mondo con una sola parte [di Me] lo compenetro.»
Lettura XI
Argiuna disse:
-
«Per il discorso che da Te a mio prò fu detto circa l’eccellentissimo arcano, chiamato dell’Io-supremo, questo errore s’è dipartito da me.
-
Il divenire e il dissolversi delle creature sono stati uditi distesamente da me di bocca tua, o Occhio di foglia di loto, nonchè la maestà tua imperitura.
-
Così come di Te stesso Tu dicesti, o sommo Signore, desidero di vedere questa tua forma augusta, o Spirito sommo.
-
Se la credi possibile a vedersi da me, o potentissimo signore della devozione, allora mostrami Te stesso imperituro.»
Il Nume disse:
-
«Vedi, o Prithide, le mie forme a centinaia anzi a migliaia, molteplici celesti e di vario colore e fattura.
-
Vedi gli Âditya i Vasu i Rudra i due Açvini i Maruti del pari, vedi meraviglie assai non viste prima, o Bharatide.
-
Vedi qui oggi riunito il mondo tutto colle cose mobili ed immobili nella mia persona, o Crinritorto, e quant’altro vedere desideri.
-
Ma Me non potrai vedere con questo tuo occhio. Ti do un occhio celeste, vedi il mio potere augusto.»
Sangiaya disse:
-
Dopo aver così detto, allora, o re, il gran signore della devozione Hari ⟨Visnu⟩ mostrò al Prithide la sua eccelsa forma augusta,
-
dalle molte bocche e occhi, dai molti meravigliosi aspetti, dai molti celesti ornamenti, irta di molte celesti armi,
-
portante celesti ghirlande e vesti, dai celesti profumi e unguenti; onnimeraviglioso dio infinito onnifronte.
-
Se in cielo di mille soli ad un tempo sorgesse lo splendore, simile sarebbe quel [fulgore] allo splendore di quel Magnanimo.
-
Ivi il Prithide allora vide nella persona del dio degli dei riunito il mondo tutto [benchè] distribuito molteplicemente.
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Laonde invaso da stupore, irte le chiome, il Conquistatore di ricchezze inchinando col capo il dio a mani giunte disse:
Argiuna disse:
-
«Veggo gli dei tutti nella tua persona, o dio, nonchè delle creature le differenti schiere, il signore Brahmâ stante nel seggio di loto e i Veggenti tutti ed i serpenti celesti.
-
Fornito di molte braccia petti bocche e occhi veggo Te da ogni parte infinitiforme. Termine non veggo in Te, non mezzo, non principio, o signor del Tutto, onniforme.
-
Diademato, armato di clava e di disco, avente cumulo di splendore, da ogni parte luminoso veggo Te difficile a guardarsi, da ogni parte avente lo splendore di acceso fuoco e [anzi] di sole, immenso.
-
Tu [per] l’Indistruttibile il Supremo sei da riconoscere, Tu di questo tutto il sommo ricettacolo, Tu indefettibile delle eterne leggi custode, Tu sempiterno Spirito sei creduto da me.
-
Te veggo senza principio e mezzo e fine, immensamente forte, con infinite braccia, avente per occhi la luna e il sole, colla bocca di fuoco fiammeggiante, riscaldante col tuo calore questo Tutto.
-
Questo spazio tra il cielo e la terra è riempito da Te solo e le regioni tutte; vedendo questa meravigliosa tua forma terribile il trimundio si conturba, o Magnanimo.
-
Queste schiere di dei invero in Te svaniscono, taluni intimoriti a mani giunte [Ti] invocano, ‘Ave’ dicendo le schiere dei grandi Veggenti e dei Perfetti lodano Te con laudi esimie.
-
I Rudra, gli Âditya, i Vasu e quanti Sâdhya sonvi, i Viçva, i due Açvini, i Maruti e i Mani, le schiere dei Gandharva, dei Yaksa, degli Asura e dei Perfetti ti guardano meravigliati davvero tutti.
-
Vedendo il tuo grande aspetto dalle molte bocche e occhi, o fortebraccio, dalle molte braccia gambe e piedi, dai molti petti, dai molti denti sporgenti, i mondi sono turbati e così io.
-
Poichè vedendoti toccante il cielo, ardente, multicolore, colle bocche spalancate, coi grandi occhi accesi, io turbato nell’intimo dell’animo non trovo coraggio e calma, o Visnu.
-
E vedendo le tue bocche coi denti sporgenti e simili al fuoco della distruzione, le plaghe celesti non conosco nè prendo conforto. Siimi propizio, o Signore degli dei, sede del mondo.
-
E tutti questi figli di Dhritarâstra insieme colle schiere de re, e Bhîsma, Drona e questo figlio dell’auriga ⟨Karna⟩ insieme coi nostri principali guerrieri
-
veloci si precipitano nelle tue bocche dai denti sporgenti, spaventose. Alcuni impigliati negli interstizi dei denti si vedono colla testa stritolata.
-
Come dei fiumi le molte correnti al mare dritte corrono, così questi eroi del mondo umano piombano nelle tue bocche fiammanti.
-
Come in ardente fuoco le farfalle si cacciano a morte con grand’impeto, così appunto a morte si cacciano gli uomini nelle tue bocche con grand’impeto.
-
Divorando d’ogn’intorno gli uomini tutti lecchi colle lingue fiammanti; di fulgori riempiendolo, il mondo tutto i raggi tuoi terribili riscaldano, o Visnu.
-
Dimmi chi Tu sei con tal terribile forma; adorazione sia a Te; o ottimo degli dei, sii propizio. Desidero di intendere Te primigenio, giacchè non conosco il tuo procedere.»
Il Nume disse:
-
«Sono il tempo, il grande distruttore del mondo, a annientare gli uomini qua venuto; anche senza di te non sopravviveranno tutti i guerrieri, i quali sono schierati negli eserciti che si trovano di fronte.
-
Perciò tu lévati, acquìstati gloria, vinti i nemici, goditi il ricco regno, giacchè da Me costoro sono stati colpiti dianzi, sii solo [mio] strumento, o ambidestro.
-
E Drona e Bhîsma e Giayadratha e Karna del pari e gli altri eroi guerrieri da Me colpiti tu colpisci; non conturbarti, combatti, che vincerai in battaglia i rivali.»
Sangiaya disse:
- Udito questo discorso del Capelluto, a mani giunte tremante il diademato ⟨Argiuna⟩ adorando ancora disse a Krisna, balbettante assai intimorito inchinandosi:
Argiuna disse:
-
«Giustamente, o Irtocrine, della tua gloria il mondo gioisce e n’è rapito, i Raksasa spaventati nelle diverse direzioni corrono e tutte T’adorano le schiere dei Perfetti.
-
E come non s’inchinerebbero, o Magnanimo, a Te superiore a Brahmâ stesso, a Te primo-creatore? O infinito Signore degli dei, sede del mondo, tu sei l’Indistruttibile, l’essere il non-essere e ciò ch’è oltre.
-
Tu sei il proto-dio, lo Spirito primitivo, Tu di questo Tutto il sommo ricettacolo, sei il conoscitore e il conoscibile a la somma sede, da Te è pervaso il Tutto, o Infinitiforme.
-
Il vento Yama il Fuoco Varuna la Luna il Signor delle creature Tu sei e il prenonno. Ogni adorazione a Te sia le mille volte, e di nuovo ancora ogni adorazione a Te.
-
Adorazione davanti, adorazione da tergo a Te, adorazione sia a Te da ogni parte, o Tutto. Tu hai infinita forza e immenso potere, il Tutto abbracci, perciò sei Tutto.
-
Di quanto, credendoti un amico, grossolanamente – come ‘ehi! Krisna, ehi! Yaduide, ehi! amico’ – non conoscendo questa tua grandezza da me fu detto per leggerezza o anche famigliarmente,
-
e in quanto per ischerzo non bene trattato sei stato da me nel giocare nel sedere e nel mangiare o da solo o anche in presenza di costoro, o Incrollabile, di questo io chiedo perdono a Te immensurabile.
-
Padre Tu sei di questo mondo mobile e immobile, e degno di onore, maestro venerando. A Te non c’è pari, come altri potrebbe essere [a Te] superiore nel trimundio, o incomparabilmente potente?
-
Perciò inchinandoti prosternando il corpo io supplico Te signore da celebrarsi; come il padre il figlio, come l’amico l’amico, l’amante l’amato, compiaciti, o dio, di compatirmi.
-
Vedendoti qual prima non T’avevo visto gioî, ma da terrore turbato è l’animo mio, perciò mostra, o Dio, quella forma [che prima avevi], sii propizio, o Signor degli dei, sede del mondo.
-
Diademato armato di clava col disco in mano io Ti desidero vedere, così invero, perciò di quella forma dalle quattro braccia diventa, o Tu dalle mille braccia, onniforme.»
Il Nume disse:
-
«Da Me a te propizio, o Argiuna, fu mostrata per mia mistica potenza questa forma eccelsa splendente universale infinita primigenia, la quale di Me da altri che da te non fu vista prima.
-
Non coi Veda, coi sacrifici, colla lettura [dei sacri testi] colla liberalità, nè colle opere, non con penitenze terribili Io posso di tal forma nel mondo degli uomini esser veduto da altri che da te, o grande eroe dei Kuru.
-
A te non sia turbamento nè smarrimento, vedendo ora tal mia forma terribile. Sbandito il timore, coll’animo lieto, di nuovo tu quella mia forma ora vedi.»
Sangiaya disse:
- Così il Vasudevide avendo in tal modo detto ad Argiuna, fece vedere ancora la sua forma e consolò quello spaurito, diventando di nuovo di placida forma il Magnanimo.
Argiuna disse:
- «Vedendo questa umana forma tua placida, o Tormentatore degli uomini, ora sono rinvenuto nel mio spirito tornando al mio stato naturale.»
Il Nume disse:
-
«Tu hai visto questa forma assai difficile a vedersi, ch’Io ho; anche gli dei sono sempre desiderosi di vedere questa forma.
-
Non coi Veda, non con penitenza, non con liberalità, non con sacrificio Io posso tale esser veduto, come M’hai veduto.
-
Solo con esclusivo culto Io posso, o Argiuna, tale essere conosciuto e veduto veramente e conseguito, o flagello dei nemici.
-
Chi Mi consacra le azioni, in Me vede lo scopo supremo, è verso Me pio, scevro da attaccamento, benevolo verso tutte le creature, a Me giunge, o Prithide.»
Lettura XII
Argiuna disse:
- «Tra quelli, i quali sempre devoti pii così Ti onorano e quelli che [onorano] l’Indistruttibile impercepibile, quali sono i più conoscitori della devozione?»
Il Nume disse:
-
«Quelli, che in Me sprofondando l’animo sempre devoti Mi onorano di somma fede forniti, da Me devotissimi sono stimati.
-
Ma quelli, che onorano l’Indistruttibile indescrivibile impercepibile onnipenetrante incogitabile sublime immobile costante,
-
infrenando la schiera dei sensi, in ogni cosa indifferenti, godendo del bene di tutte le creature, conseguono Me.
-
Il travaglio è maggiore per chi ha applicato il pensiero all’impercepibile, giacchè la via impercepibile difficilmente si consegue da chi ha corpo.
-
Di quelli poi, i quali tutte le azioni a Me consecrando, in Me vedendo lo scopo supremo, con devozione esclusiva meditando Mi onorano,
-
Io liberatore dall’oceano del pellegrinaggio mortale divengo in breve, o Prithide, se hanno in Me sprofondato il pensiero.
-
In Me invero l’animo colloca, in Me l’intelletto sprofonda, che abiterai in Me quind’innanzi, non v’è dubbio.
-
Se non puoi raccogliere fisso in Me il pensiero, allora con assidua devozione cerca di conseguirmi, o Conquistator di ricchezze.
-
Se anche d’assiduità sei incapace, consacrami le tue azioni, anche facendo azioni per Me conseguirai la perfezione.
-
Se poi sei inetto anche a far questo, rivolto alla mia devozione fa allora gettito del frutto di tutte le azioni, frenando te stesso.
-
In vero la scienza è migliore dell’assiduità, sulla scienza eccelle la contemplazione, sulla contemplazione l’abbandono del frutto delle azioni, all’abbandono prossima è la tranquillità.
-
Quegli che non odia nessuna creatura [anzi è] benevolo e misericordioso, è disinteressato, non presuntuoso, indifferente al dolore e al piacere, tollerante,
-
soddisfatto, sempre devoto, ha frenato sè stesso, ha saldo proposito, in Me converge l’animo e l’intelligenza, è verso Me pio, a Me è caro.
-
Quegli per cui non trepida il mondo e che del mondo non trepida, che è scevro dalle emozioni della gioia dello sdegno e del timore, a Me è caro.
-
Il pio verso di Me, che nulla s’aspetta, ch’è puro, retto, imparziale, senza turbamento, che abbandona ogni impresa, a Me è caro.
-
Il pio, che non gioisce, non odia, non si duole, non brama, non si cura del fausto e dell’infausto [esito], a Me è caro.
-
Chi è pari verso il nemico e l’amico e ancora riguardo alla stima e alla disistima, pari nel freddo e nel caldo nel piacere e nel dolore, ha rimosso ogni attaccamento,
-
è uguale al biasimo e alla lode, taciturno, contento di qualsiasi cosa, senza [amore al] domicilio, di mente salda e pio, a Me è caro.
-
I pii poi che attendono a questa santa immortalità, nel modo che fu detto, essendo pieni di fede, in Me vedendo lo scopo supremo, oltremodo a Me sono cari.»
Lettura XIII
Il Nume disse:
-
«Questo corpo, o Kuntide, Oggetto chiamasi, quegli che lo conosce i dotti chiamano Conoscitor-dell’Oggetto ⟨Soggetto⟩.
-
E Conoscitor-dell’Oggetto ⟨Soggetto⟩ Me ritieni in tutti gli oggetti, o Bharatide: la scienza, che riguarda e l’Oggetto e il Conoscitor-dell’Oggetto ⟨Soggetto⟩ è da Me stimata [vera] scienza.
-
Questo Oggetto che sia e quale e a quali mutazioni soggetto e donde venga, e Quegli ⟨il Conoscitor-dell’Oggetto⟩ chi sia e che potenza abbia, ascolta in compendio da Me;
-
[tema questo] dai Veggenti in molte maniere già cantato in varî metri partitamente e in sacri testi ricchi di argomentazioni e ponderati.
-
I grandi elementi, la coscienza di sè, l’intelletto, nonchè l’impercepibile ⟨la natura⟩ e gli undici organi dei sensi e i cinque oggetti dei sensi,
-
il desiderio, la ripulsione, il piacere, il dolore, il corpo, il pensiero, il coraggio, questo compendiosamente dicesi essere l’Oggetto colle sue mutazioni.
-
La modestia, la sincerità, l’innocuità, la pazienza, la rettitudine, la venerazione al maestro, la purezza, la costanza, la coercizione di sè,
-
il distacco dalle cose sensuali, e la mancanza di presunzione, il considerare come miseria e colpa la nascita la morte la vecchiaia e la malattia,
-
l’essere senza attaccamento, l’essere senza amore verso i figli la moglie la casa e il resto, e la continua equanimità negli eventi gradevoli e sgradevoli,
-
la fedele pietà verso di Me con esclusiva devozione, l’abitare in luoghi solitari, il non godere della compagnia degli uomini,
-
la perseveranza nel [cercare] la cognizione dell’Io-supremo, la visione dell’oggetto della conoscenza del vero, questa è detta scienza, ignoranza quella ch’è altrimenti che così.
-
Ciò che si deve conoscere esporrò, conoscendo il che [l’uomo] consegue l’immortalità. Senza principio è il supremo Nume, nè ente nè non-ente Esso dicesi.
-
Esso da ogni parte fornito di mani e piedi, da ogni parte di occhi capi e bocche, da ogni parte fornito d’udito, nel mondo, tutto avvolgendo, sta,
-
illuminato dalla facoltà di tutti i sensi [pur essendo] di tutti i sensi sprovvisto, senza attaccamento e pur di tutto sostentatore, senza qualità e fruente delle qualità,
-
essendo fuori e dentro le creature, immobile e pur mobile. Per la sottigliezza Esso è inconoscibile, e sta lontano e vicino,
-
e non-differente è nelle [differenti] creature e come differente sta [in esse], ed è da riconoscersi sostentatore delle creature, divoratore e generatore.
-
Delle luci anche Esso dicesi luce, sovrastante alle tenebre, scienza, scibile conseguibile colla scienza, nel cuore di ognuno stante.
-
Così l’Oggetto e del pari la scienza e ciò che si deve conoscere fu detto in compendio, il pio verso di Me, ciò conoscendo, alla mia essenza giunge.
-
Natura e Spirito sappi [che sono] senza principio entrambi, e le mutazioni e le qualità sappi derivate dalla Natura.
-
La Natura è detta il movente della attività degli organi dell’azione, lo Spirito è detto il movente della percezione del piacere e del dolore.
-
Giacchè lo Spirito stando nella Natura fruisce delle qualità nate dalla Natura, l’unione di Lui colle qualità è causa della nascita in buoni o cattivi uteri.
-
Spettatore, consigliere, sostentatore, percettore, gran-signore, Io-supremo, così anche è detto il Supremo Spirito in questo corpo.
-
Chi così riconosce lo Spirito e la Natura in una colle qualità, in qualunque modo si comporti, più non rinasce.
-
Colla contemplazione alcuni vedono in sè l’Io coll’Io, altri razionalmente e altri colla devozione delle azioni,
-
altri invece così non conoscendolo L’onorano da altri udendone, e anche questi superano la morte affidandosi al sacro Insegnamento.
-
Ogni qualvolta nasce qualche essere stabile o mobile, ciò sappi [provenire] dall’unione dell’Oggetto col Conoscitor-dell’Oggetto, o principe dei Bharata.
-
Chi vede il sommo-signore stante simile [e] indefettibile in tutte le creature defettibili, [ben] vede;
-
giacchè chi vede simile da per tutto immanente il Signore non danneggia sè di per sè, laonde percorre la suprema via.
-
Quegli poi che vede per [opera del]la natura compiersi le azioni totalmente e l’Io non-oprante, [bene] vede.
-
Quando vede la singola esistenza delle creature [in Lui] riunita e da Lui la [loro] derivazione, allora giunge al Nume.
-
Perchè è senza principio, perchè è senza qualità, quest’Io-supremo indefettibile, anche stando nel corpo, o Kuntide, nè agisce, nè si contamina.
-
Come l’etere onnipenetrante per la sua sottigliezza non si contamina, così l’Io stando in qualunque corpo non si contamina.
-
Come illumina da solo tutto questo mondo il sole, così l’Oggettivato illumina tutto l’Oggetto, o Bharatide.
-
Quelli, che coll’occhio della scienza conoscono così la differenza tra l’Oggetto e il Conoscitor-dell’Oggetto e la liberazione delle creature dalla natura, vanno al Supremo.»
Lettura XIV
Il Nume disse:
-
«Inoltre esporrò la somma scienza, fra le scienze eccellentissima, conoscendo la quale gli asceti tutti a somma perfezione di qui n’andarono.
-
A questa scienza ricorrendo, Meco assimilandosi pur in [una nuova] creazione non rinascono e nel dissolvimento [del mondo] non si conturbano.
-
Mio utero è il gran Nume, in esso il germe Io depongo, indi ne viene la nascita di tutte le creature, o Bharatide.
-
Dei corpi, o Kuntide, i quali in tutti gli uteri nascono, il Nume è il grand’utero, Io sono il padre dator del seme.
-
Bontà passione tenebra, queste qualità derivanti dalla natura vincolano, o fortebraccio, nel corpo l’Incorporato incorruttibile.
-
Tra di esse la bontà per la sua purezza [essendo] illuminante e sana, vincola coll’attaccamento al piacere e coll’attaccamento alla scienza, o impeccabile.
-
Sappi la passione avere natura affettiva e derivare da brama e attaccamento; essa, o Kuntide, vincola coll’attaccamento all’azione l’uomo.
-
La tenebra poi sappi ch’è sorta dall’ignoranza e ch’è abbacinatrice di tutti gli uomini, essa colla negligenza colla pigrizia colla sonnolenza vincola, o Bharatide.
-
La bontà al piacere lega [l’Io], la passione all’azione, o Bharatide, la tenebra poi, involvendo la scienza, alla negligenza lega.
-
Vinte la passione e la tenebra, [solo] rimane la bontà, o Bharatide; [vinte] la bontà e la tenebra [rimane] la passione invero; del pari [vinte] la bontà e la passione [rimane] la tenebra.
-
Quando per tutte le porte in questo corpo [come] luce sorge la scienza, allora [l’uomo] sappia cresciuta ⟨prevalsa⟩ essere la bontà davvero.
-
Avarizia, attività intraprendenza nelle azioni, irrequietezza, brama, sorgono cresciuta ⟨prevalsa⟩ che sia la passione, o principe dei Bharata.
-
Oscurità, inattività, negligenza e errore sorgono cresciuta ⟨prevalsa⟩ che sia la tenebra, o figlio di Kuru.
-
Quando poi, cresciuta ⟨prevalsa⟩ la bontà, l’uomo a morte perviene, allora giunge ai puri mondi di quelli che hanno somma scienza.
-
[Prevalsa] la passione, giunto a morte [ri]nasce nei propensi all’azione, del pari morendo, [prevalsa] la tenebra, [ri]nasce negli uteri di stolidi.
-
Della azione ben fatta dicono essere il frutto buono e puro, della passione invece il frutto essere il dolore, l’ignoranza il frutto della tenebra.
-
Dalla bontà proviene la scienza, dalla passione l’avidità, dalla tenebra provengono la negligenza e l’errore nonchè l’ignoranza.
-
In su vanno gli stanti nella bontà, in mezzo stanno i passionali, in giù vanno i tenebrosi stanti nella qualità infima.
-
Quando uno [facendosi] osservatore vede non altro che le qualità essere il facitore [delle azioni] e conosce Ciò che alle qualità è superiore, egli al mio essere perviene.
-
L’uomo, superate queste tre qualità derivanti col corpo [dalla natura], liberato dalla nascita dalla morte dalla vecchiaia e dal dolore, consegue l’immortalità.»
Argiuna disse:
- «Con quali segni diventa chi ha superato queste tre qualità, o eccelso? Con quale condotta e in qual modo vince queste tre qualità?»
Il Nume disse:
-
«Chi e la luce e l’attività e l’errore, o Pânduide, non odia presenti, nè assenti brama,
-
ma stando come estraneo dalle qualità non si lascia smuovere e pensando che le qualità esistono sta saldo nè vacilla,
-
è pari nel dolore e nel piacere, padrone di sè, stima pari la gleba la pietra e l’oro, è uguale nelle cose gradite e sgradite, costante, uguale al biasimo e alla lode propria,
-
uguale all’onore e allo sprezzo, uguale tra le parti degli amici e dei nemici, abbandona ogni impresa, costui dicesi che ha superato le qualità.
-
E chi Mi onora con fedele devozione di culto, superando queste qualità si conforma a diventar [identico col] Nume.
-
Io invero sono la sede del Nume e della immortalità indefettibile e dell’eterna legge e di continua felicità.»
Lettura XV
Il Nume disse:
-
«Dicono che il perenne fico religioso ha le radici in su e i rami in giù, le sue foglie sono carmi; chi lo conosce è conoscitore del Veda.
-
In giù e in su si slanciano i suoi rami, cresciuti di qualità, germoglianti dalle cose sensuali, e in giù le radici sono distese, vincolanti colle azioni, nel genere umano.
-
La di lui forma quaggiù non è così intesa, nè il fine nè il principio nè la costituzione. Dopo aver reciso questo fico religioso, che ha le radici assai diffuse, colla forte arma del distacco,
-
di poi s’ha da cercare quella sede, in cui quei che giungono, più non ne tornano. Invero Io mi riferisco a quel primordiale spirito, dond’è derivata l’antica emanazione.
-
I scevri da orgoglio e da errore, i quali han vinto il vizio dell’attaccamento, sempre pensano all’Io-supremo, han fugato i desiderî, sono liberi dalle duplici impressioni dei sensi chiamate piacere e dolore, giungono senza traviare a quella sede indefettibile.
-
Non la illumina il sole, non la luna, non il fuoco, e in essa andando non ritornano, quest’è la dimora suprema mia.
-
Invero una parte eterna di Me nel mondo della vita fattasi vita trae [a sè] l’animo e i cinque sensi stanti nella natura.
-
Qualunque corpo il Signore consegua e qualunque lasci, prendendoli si congiunge, come il vento i profumi dal [loro] letto.
-
Presiedendo all’udito, alla vista, al tatto, al gusto, all’odorato e all’animo, Egli percepisce le cose sensibili.
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Lasciare un [corpo] o anche stare [in esso] o fruire [della vita] fornito delle qualità non Lo veggono gli stolidi, [Lo] veggono quei che han l’occhio della scienza.
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E sforzandosi gli asceti Lo veggono in sè stante, anche sforzandosi quei che han l’animo incolto non Lo veggono, essendo privi d’intelletto.
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Lo splendore, che venendo dal sole illumina il mondo intero e quel ch’è nella luna e quel ch’è nel fuoco, sappi ch’è mio splendore.
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E compenetrando la terra le creature sostento col mio vigore e nutrisco le erbe tutte, fattomi succo saporoso.
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Io, fattomi fuoco, pervadendo il corpo degli animali, congiunto all’inspirazione e all’espirazione digerisco il cibo di quattro specie.
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E Io nel cuore di ognuno m’insedio, da me viene la memoria la scienza e il raziocinio, e mediante i Veda tutti sono conoscibile e sono facitore del Vedânta e conoscitore dei Veda Io.
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Questi due spiriti sono nel mondo, e il Distruttibile e l’Indistruttibile; il Distruttibile son tutte le creature, l’Indistruttibile dicesi quel che sta al vertice.
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Sommo Spirito poi è un altro detto l’Io-supremo, il quale penetrando il trimundio lo sostenta qual Signore indefettibile.
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Perchè superando il Distruttibile Io anche all’Indistruttibile sono superiore, perciò sono nel mondo e nel Veda celebrato Spirito Sommo.
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Chi immune da errore Mi riconosce così per Spirito Sommo, costui conoscendo il Tutto Mi onora con tutto il suo essere, o Bharatide.
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Così questa arcanissima dottrina da Me fu detta, o impeccabile. Conoscendola [l’uomo] sia sapiente e [con ciò] abbia fatto il da farsi, o Bharatide.»
Lettura XVI
Il Nume disse:
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«L’intrepidezza, la purità dell’animo, la perseveranza nella scienza e nella devozione, la liberalità e la temperanza e il sacrificio, lo studio dei Veda, la penitenza e la rettitudine,
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l’innocuità, la veracità, il non-adirarsi, la rinuncia, la tranquillità, il non-calunniare, la misericordia verso le creature, la mancanza d’avarizia, la mansuetudine, il pudore, la gravità,
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l’energia la pazienza il coraggio la purità la benevolenza, l’umiltà sono [proprie] di chi è nato a sorte divina, o Bharatide.
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L’ipocrisia, la superbia e la vanità, l’ira nonchè l’asprezza e l’ignoranza sono [proprie] di chi è nato a demoniaca sorte, o Prithide.
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La sorte divina credesi conduca alla liberazione, la demoniaca alla cattività. Non dolerti! a sorte divina tu sei nato, o Pânduide.
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Due [sorta di] nascite di creature sono in questo mondo, la divina e la demoniaca. La divina diffusamente ti fu esposta; la demoniaca, o Prithide, da Me odi.
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E l’attività e l’inattività non conoscono gli uomini demoniaci; non la purità nè la buona condotta nè la veracità in essi trovasi.
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Essi dicono il mondo privo di verità, di fondamento [morale], di Signore, non sorto da reciprocità [di cause], qual altro movente avente se non il piacere?
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A questa veduta attenendosi, perduti d’animo, di poca intelligenza, violenti nell’agire, al mondo infesti, nascono a rovina [del mondo].
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Inclinando a brama inesplebile, pieni d’ipocrisia di superbia e d’incoscienza, per stoltezza accogliendo cattivi pensieri procedono con condotta impura;
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inclinati a smodato pensiero [di acquisto e di possesso] finiente [solo] colla morte, dediti al godimento dei desiderî, e ‘quest’è tutto’ pensando,
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vincolati da centinaia di legami di speranze, dediti al desiderio e all’ira, bramano, per godere dei desiderî, sregolatamente mucchi di ricchezze.
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‘Questo oggi da me fu ottenuto, questo desiderio conseguirò [poi], questa ricchezza ho, questa anche mi toccherà di nuovo.
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Questo nemico fu da me colpito, colpirò anche gli altri; potente sono io, io me la godo, io sono fortunato forte felice,
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ricco nobile sono, chi altri c’è simile a me? Sacrificherò, largirò, godrò’ così dicono i traviati dall’ignoranza.
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Sperduti in molteplici pensieri, avvolti nella rete dell’errore, attaccati al godimento dei desiderî, cadono nell’impuro inferno.
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Infatuati di sè, superbi, pieni d’incoscienza e di boria di ricchezza, sacrificano con sacrifici [puramente] nominali per ipocrisia, non secondo il rito;
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inclinati alla presunzione alla violenza alla superbia al desiderio e all’ira, odiando Me nel corpo loro e degli altri, sono empî.
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Questi [miei] nemici, crudeli, infimi fra gli uomini, disgraziati Io nei pellegrinaggi [di corpo in corpo] getto incessantemente in uteri demoniaci.
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Pervenuti in utero demoniaco gli stolti di nascita in nascita senza conseguirmi, o Kuntide, percorrono quindi l’infima via.
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Triplice è la porta dell’inferno rovinosa all’Io: il desiderio l’ira e l’avarizia; perciò [l’uomo] lasci questa terna.
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L’uomo liberato, o Kuntide, da queste tre porte della tenebra procura il suo meglio, quindi percorre la via suprema.
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Chi lasciando la regola della legge vive secondo l’impulso del desiderio, non consegue perfezione nè felicità nè la suprema via.
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Perciò la legge ti sia norma nella determinazione del da farsi e del da non farsi; conosciuta l’azione prescritta dalle regole della legge, devi quaggiù farla.»
Lettura XVII
Argiuna disse:
- «Di quelli, i quali, trascurando la regola della legge, sacrificano pieni di fede, qual è la condizione, o Krisna: la bontà oppure la passione o la tenebra?»
Il Nume disse:
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«Di tre maniere è la fede degli uomini, essa nasce dall’indole di ciascuno, è buona e passionale e tenebrosa. Odila.
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Conforme all’indole di ciascuno è la [sua] fede, o Bharatide; qual fede ha l’uomo che ha fede tal davvero egli è.
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I buoni sacrificano agli dei, i passionali ai Yaksa e ai Raksasa, gli altri uomini – i tenebrosi – agli spettri e alle schiere delle larve.
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Gli uomini, che fanno penitenza terribile non prescritta dalla legge, che sono forniti di ipocrisia e di presunzione, pieni di desiderî di attaccamento e di violenza
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e tormentano, privi d’intelletto, la schiera degli elementi costituenti il [loro] corpo e Me stante nell’interno del [loro] corpo, sappi che hanno demoniaca risoluzione.
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Inoltre cibo di tre maniere è caro a ciascuno, [di tre maniere evvi] sacrificio penitenza nonchè liberalità; questa loro distinzione ascolta.
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I cibi aumentanti la vita l’energia la forza la sanità il benessere la contentezza, saporiti oleosi nutrienti amabili sono cari ai buoni.
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I cibi mordenti acidi salsi troppo-caldi acerbi aspri infiammatorî e datori di dolore tristezza e malattia sono grati al passionale.
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Il cibo raffreddato, che ha perduto il sapore, fetente, stantio, avanzato nonchè impuro è gradito al tenebroso.
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Il sacrificio, che, rispettato il rito, è fatto da chi non [ne] brama il frutto, ma, sol perchè è da farsi, vi intende l’animo, è buono.
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Ma quel che si fa proponendo[sene] il frutto e per ipocrisia, o ottimo dei Bharata, sappi che tal sacrificio è passionale.
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Il sacrificio senza rito, senza distribuzione di cibi, senza carmi sacri, senza mercede ai brâhmani, scompagnato da fede, riguardano come tenebroso.
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L’onore dato agli dei ai brâhmani ai maestri e ai sapienti, la purità, la rettitudine, la castità e l’innocuità dicesi penitenza corporale.
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Il discorso non inquietante vero nonchè gradito e buono, nonchè l’applicazione allo studio dei Veda dicesi penitenza verbale.
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La tranquillità dell’animo, la mansuetudine, il silenzio, la coercizione di sè, la purificazione dell’indole [propria] dicesi penitenza spirituale.
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Questa penitenza di tre maniere, fatta con fede somma da uomini non bramosi del frutto e devoti, riguardano come buona.
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La penitenza volubile instabile, che si fa per avere riguardo considerazione e onore e con ipocrisia, qui è dichiarata passionale.
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La penitenza, che con stolto concetto si fa con proprio tormento o a scopo di rovinare altri, è chiamata tenebrosa.
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Il dono che si dà, perchè si deve dare, a chi non può ricambiar[celo], a tempo e luogo e a persona degna, tal dono è detto buono.
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Quello invece che si dà per averne il ricambio o anche proponendosi il frutto e di mal animo, tal dono è detto passionale.
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Il dono che si dà fuor di tempo e luogo e a persona indegna malgrazioso [o] sprezzante fu chiamato tenebroso.
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OM, CIÒ, ENTE: tale è la tradizionale triplice designazione del Nume; da esso i brâhmani e i Veda e i sacrificî furono creati una volta.
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Perciò dicendo OM gli atti del sacrificio della largizione e della penitenza prescritti dal rito si cominciano sempre dagli uomini religiosi.
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Dicendo CIÒ, senza proporsene il frutto, i varî atti del sacrificio e della penitenza e i varî atti di largizione si fanno dai bramosi della liberazione.
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ENTE, questa parola s’adopera per verità e bontà; per lodevole azione del pari questa parola, o Prithide, s’adopera.
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La perseveranza nel sacrificio nella penitenza e nella largizione ENTE ⟨buona⟩ pur dicesi, e l’azione che ha ciò per iscopo chiamasi pur ENTE ⟨buona⟩.
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Il sacrificio il dono la penitenza e l’azione che si fa senza fede dicesi NON-ENTE ⟨non buona⟩, o Prithide, nè [vale] morendo nè quaggiù.»
Lettura XVIII
Argiuna disse:
- «Desidero di conoscere, o fortebraccio, in che consista la Rinuncia e l’Abbandono, separatamente, o Irtocrine Keçinicida.»
Il Nume disse:
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«Il tralasciamento delle azioni mosse dal desiderio i vati riconoscono per Rinuncia, e l’abbandono dei frutti di tutte le azioni gli avveduti chiamano Abbandono.
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‘Devesi abbandonare come colpa l’azione’ così taluni saggi dicono: ‘non devesi abbandonare l’azione del sacrificio della liberalità e della penitenza’, così dicono altri.
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Odi qual sia la mia decisione riguardo a questo abbandono, o ottimo dei Bharata, giacchè l’abbandono, o principe d’uomini, è stato dichiarato triplice.
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L’azione del sacrificio della liberalità e della penitenza non si deve abbandonare, anzi s’ha da fare, giacchè il sacrificio la liberalità e la penitenza sono i mezzi di purificazione dei saggi.
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Queste azioni dunque, abbandonato l’attaccamento e i frutti, son da farsi; tale, o Prithide, è il mio deciso pensiero eccellente.
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La rinuncia poi d’un’azione necessaria non si conviene. L’abbandono d’essa, dovuto a stoltezza, è dichiarato tenebroso.
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Se alcuno, pensando ch’è difficile, abbandona un’azione per timore di dolore corporale, questi facendo un abbandono passionale non può davvero ottenere il frutto dell’abbandono.
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Se una azione necessaria si fa perchè è da fare, o Argiuna, abbandonando l’attaccamento e il frutto, tal abbandono è stimato buono.
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Non rifugge da azione sgradevole nè è attaccato a gradevole l’abbandonatore pien di bontà, intelligente e che ha troncato i dubbî.
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Invero all’uomo non è possibile di abbandonare le azioni del tutto, ma chi abbandona il frutto delle azioni Abbandonatore si chiama.
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Sgradito gradito e misto, [cioè] triplice è il frutto delle azioni per i non-abbandonatori morendo, ma in niun modo [ciò è] per i Rinunciatori.
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O fortebraccio, ascolta da Me queste cinque cause del compimento di tutte le azioni, dichiarate nel sistema Sânkhya:
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il luogo nonchè il facitore e l’organo in ogni cosa diverso, e i diversi singoli movimenti e quinto tra questi il destino.
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Dell’azione giusta e dell’opposta, che l’uomo imprende col corpo colla voce e coll’animo, questi cinque sono d’essa gli impulsi.
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Ciò così essendo, chi per aver l’intelletto incolto ne vede facitore soltanto il [suo] Io, stolto non vede.
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Quegli, di cui il carattere non è presuntuoso, di cui la mente non è contaminata, anche uccidendo questi uomini, non uccide, nè è vincolato.
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Scienza scibile e conoscitore, triplice è la spinta all’azione; organo azione facitore, triplice è il complesso dell’azione.
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La scienza e l’azione e il facitore triplicemente secondo la distinzione delle qualità son dichiarati; a seconda del novero delle qualità ascolta anche questi.
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Quella scienza, per la quale uno vede una sola illabile entità non differente in tutte le differenti creature, sappi ch’è buona.
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Quella scienza, la quale in tutte le creature riconosce per la [loro] individuazione varie entità singole, sappi ch’è passionale.
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Quella invece, la quale si applica ad un solo oggetto quasi fosse la totalità e non conosce il principio [essenziale delle cose] e non è conforme a verità e angusta, è dichiarata tenebrosa.
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L’azione, che si fa [perchè] necessaria, scevra da attaccamento, senza affetto e ripulsione, da chi non ne brama il frutto, si dice buona.
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L’azione poi, che si fa con grande sforzo da chi brama il piacere od è anche presuntuoso, è detta passionale.
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L’azione che si imprende per stoltezza senza aver riguardo alla conseguenza, al danno, al male recato, alle forze [proprie], è dichiarata tenebrosa.
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Chi è libero da attaccamento, non è millantatore, è fornito di coraggio e di energia, immutabile nel successo e nell’insuccesso, dicesi facitore buono.
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Chi si lascia commuovere dagli affetti, brama il frutto delle azioni, è avido, violento, impuro, soggetto alla gioia e al dolore, è dichiarato facitore passionale.
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L’inetto ignobile cocciuto scaltro ozioso pigro, sgominabile e dilatore dicesi facitore tenebroso.
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Dell’intelligenza e del coraggio la triplice distinzione per qualità ascolta, esposta totalmente [e] partitamente, o Conquistator di ricchezze.
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L’intelligenza, che conosce l’attività e l’inattività, il da farsi e il da non farsi, il pericolo e la sicurezza, il vincolo e la liberazione, o Prithide, è buona.
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L’intelligenza, per cui uno conosce inadeguatamente il giusto e l’ingiusto e il da farsi e il da non farsi, o Prithide, è passionale.
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L’intelligenza, che, di tenebra involuta, pensa ‘l’ingiusto è giusto’ e tutte le cose opposte [a quel che sono], o Prithide, è tenebrosa.
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Il coraggio, col quale, senza ch’esso mai venga meno, uno padroneggia gli atti dell’animo del respiro e dei sensi con devozione, o Prithide, è buono.
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Il coraggio, col quale uno, o Argiuna, tiene al giusto al piacere e all’utile con attaccamento bramando il frutto, o Prithide, è passionale.
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Il coraggio, col quale uno sciocco non respinge la sonnolenza il timore la tristezza lo sgomento l’incoscienza, o Prithide, è tenebroso.
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Ora poi odi da Me del piacere di tre modi, o principe dei Bharata. Quando uno gode dell’applicazione e al termine del dolore giunge,
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e qualunque cosa da principio è come veleno in fine [gli] diviene simile ad ambrosia, tal piacere è detto buono e derivante dalla serenità dell’intelligenza propria.
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Il piacere, che pel congiungimento dei sensi colle cose sensuali è in principio simile all’ambrosia e in fine come veleno, è proclamato passionale.
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Il piacere, che nel principio e nella conseguenza è abbacinatore dell’Io e derivante dal sonno dalla pigrizia e dalla stupidità, è dichiarato tenebroso.
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Non c’è in terra o anche in cielo tra gli dei essere che sia esente da queste tre qualità derivanti dalla natura.
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Dei brâhmani dei guerrieri, dei popolani nonchè dei servi, o flagello dei nemici, le azioni [da farsi, cioè i doveri] sono distinte secondo le qualità derivanti dal loro carattere [castale].
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La calma, la continenza, la penitenza la purità la pazienza nonchè la rettitudine, la scienza, l’esperienza, la fede nel di là costituiscono l’attività dei brâhmani derivante dal carattere loro [castale].
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L’eroismo, la forza, il coraggio, la valentia e l’intrepidezza in battaglia, la liberalità e l’attitudine a comandare costituiscono l’attività dei guerrieri derivante dal carattere loro [castale].
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L’agricoltura, la pastorizia e il commercio costituiscono l’attività dei popolani derivante dal carattere loro [castale]; l’attitudine a servire costituisce l’attività del servo derivante dal carattere suo [castale].
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Lo uomo intento al suo ufficio ottiene la perfezione; in che modo poi l’intento al suo ufficio consegua la perfezione, ascolta.
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L’uomo col[l’adempiere il] suo ufficio venerando Quegli da cui è l’origine delle creature, da cui questo Tutto è pervaso, consegue la perfezione.
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Meglio è il proprio dovere pur mancando le attitudini che il dovere altrui ben seguito; l’uomo che compie un’azione impostagli dal suo carattere [castale] non commette peccato.
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L’uomo, o Kuntide, non abbandoni un’azione [a lui] congenita, benchè le sia unita la colpa; tutte le intraprese sono involute di colpa, come il fuoco di fumo.
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Chi ha l’intelletto scevro di attaccamento, in ogni cosa ha domato sè stesso, ha scacciato le brame, colla rinuncia giunge alla suprema perfezione della inattività.
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In che modo chi ha raggiunto la perfezione così consegua il Nume, da Me apprendi, o Kuntide, in breve, giacchè questo è il supremo fastigio della scienza.
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Quegli che, fornito d’intelletto puro, con coraggio sè stesso infrenando, abbandonando il suono e le altre cose sensibili, respingendo l’affetto e la ripulsione,
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cercando la solitudine, mangiando poco, frenando la voce il corpo e l’animo, essendo dedito alla devozione e alla contemplazione, applicandosi sempre alla immunità dagli affetti,
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espellendo la presunzione la violenza la superbia il desiderio l’ira il fasto, è indifferente e calmo, si conforma a diventare [identico col] Nume.
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Divenuto [identico col] Nume avendo l’animo sereno non si duole, nè desidera, pari verso tutte le creature consegue la somma pietà verso di Me.
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Colla pietà Mi conosce quanto grande e qual Io sia veramente, quindi, conosciutomi veramente, in Me penetra subito.
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Egli pur sempre facendo tutte le azioni, a Me ricorrendo, per mia grazia ottiene l’eterna sede illabile.
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Col pensiero tutte le azioni a Me dedicando, in Me vedendo lo scopo supremo, appoggiato alla devozione della mente, col pensiero a Me rivolto continuamente sii.
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Col pensiero a Me rivolto tutte le difficoltà per mia grazia supererai; ma se tu per presunzione non M’ascolterai, perirai.
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In quanto al fatto che inclinando alla presunzione pensi di non combattere, vana sarà questa tua risoluzione; la natura ti obbligherà.
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Costretto, o Kuntide, dal proprio ufficio derivante dal carattere tuo [castale], ciò che per errore non desideri fare, farai anche tuo malgrado.
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Il Signore, o Argiuna, sta nella regione del cuore di tutte le creature, facendo muovere tutte le creature, [come] messe su un congegno, mediante l’Illusione.
-
In Lui invero rifùgiati con tutto il tuo animo, o Bharatide, per grazia di Lui la suprema tranquillità otterrai, l’eterna sede.
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Così a te da Me fu esposta la scienza più arcana d’ogni arcano; consideratala pienamente, come desideri così fa.
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Inoltre odi da Me un discorso eccellentissimo di tutti il più arcano; caro Mi sei assai, perciò dirò a te cosa salutare.
-
A Me applica l’animo, sii verso di Me pio, a Me sacrifica, Me adora; a Me invero perverrai. Il vero ti prometto. Caro sei a Me.
-
Tutti i riti lasciando, in Me solo rifúgiati; Io di tutti i peccati ti libererò, non dolerti.
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Questo da te non dev’essere detto mai nè a chi non fa penitenza, nè a non pio, nè a non desideroso di ascoltare, nè a chi di Me mormora.
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Chi questo sommo arcano ai pii verso di Me esporrà, esercitando somma pietà verso di Me, a Me verrà sicuro.
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Nè tra gli uomini alcuno più di costui sarà facitore di cosa a Me gradita, nè altri a Me più di lui gradito in terra.
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E chi leggerà questo santo colloquio di noi due, da lui Io sarò adorato con sacrificio di scienza; così è il mio pensiero.
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L’uomo anche, il quale avendo fede e non mormorando l’ascolti, liberato raggiunga i fausti mondi dei ben-opranti.
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Forsechè questo è stato ascoltato da te, o Prithide, col pensiero a questo solo appuntato? Forsechè il turbamento dell’ignoranza s’è dileguato da te, o Conquistatore di ricchezze?»
Argiuna disse:
- «Dileguato s’è il mio errore, la dottrina è stata accolta per tua grazia da me, o Incrollabile. Ora sto scevro da dubbio, farò il tuo detto.»
Sangiaya disse:
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«Così io del Vasudevide e del magnanimo Prithide udii questo mirabile colloquio, che fa accapponare la pelle.
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Per favore di Vyâsa io udii questo sommo arcano della devozione, mentre lo esponeva il Signor della devozione Krisna stesso in persona.
-
O re, ogni volta che ricordo questo colloquio mirabile e santo del Capelluto e di Argiuna, gioisco ripetutamente.
-
E ogni qual volta ricordo la forma oltremirabile di Hari ⟨Visnu⟩, gran stupore mi viene, o re, e gioisco replicatamente.
-
Dove è il Signor della devozione Krisna, dove il Prithide arciero, ivi è fortuna, vittoria, prosperità, salda giustizia. Così penso.»