Atti di Tommaso
Gli «Atti di Tommaso» sono l'unico dei cinque grandi romanzi apocrifi degli apostoli giunto fino a noi nella sua interezza. Composti probabilmente nel III secolo in ambiente siriaco, a Edessa, narrano la missione dell'apostolo Giuda Tommaso — il «Dìdimo», cioè il gemello — nell'India, dove giunge venduto come schiavo falegname al re Gundàforo. Il testo, di forte impronta encratita e gnostica, intreccia avventura, predicazione della castità e splendide preghiere battesimali, e custodisce anche il celebre «Inno della Perla». Questa è un'antologia dei tre episodi più famosi e compiuti: il Primo Atto (la sorte che assegna l'India a Tommaso, la sua vendita, le nozze di Andrápoli con il discorso agli sposi); il Secondo Atto (Gundàforo e il palazzo che Tommaso, distribuendo ai poveri il denaro regale, gli edifica non in terra ma in cielo); e il Martirio (le conversioni, la grande preghiera sul monte e la morte trafitto da quattro lance). Gli atti centrali — il serpente, il puledro, gli asini selvatici, la lunga vicenda di Mygdonia — sono qui omessi. Il testo è tradotto sulla versione inglese di pubblico dominio di M.R. James (1924).
Indice del testo
Atti di Tommaso
Primo Atto · L’apostolo è venduto per l’India e le nozze di Andrápoli
1. In quel tempo noi tutti, gli apostoli, eravamo a Gerusalemme — Simone detto Pietro e Andrea suo fratello, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Simone il Cananeo, e Giuda fratello di Giacomo — e ci dividemmo le regioni del mondo, perché ciascuno andasse nella regione che gli era toccata e presso la nazione alla quale il Signore lo mandava.
Toccò in sorte l’India a Giuda Tommaso, detto anche il Gemello; ma egli non voleva andare, dicendo che per la debolezza della carne non poteva mettersi in viaggio: «Sono un Ebreo; come potrò andare tra gli Indiani e annunciare la verità?». E mentre così ragionava, il Salvatore gli apparve di notte e gli disse: «Non temere, Tommaso: va’ in India e annuncia là la parola, perché la mia grazia è con te». Ma egli non volle obbedire: «Dovunque tu voglia mandarmi, mandami; ma altrove: presso gli Indiani non andrò».
2. Mentre così parlava, si trovò là un mercante venuto dall’India, di nome Abbane, mandato dal re Gundàforo con l’incarico di comprare un falegname e condurglielo. E il Signore, vedendolo camminare in piazza a mezzogiorno, gli disse: «Vuoi comprare un falegname?». «Sì», rispose. E il Signore: «Ho uno schiavo falegname che desidero vendere»; e così dicendo gli mostrò da lontano Tommaso, e si accordò con lui per tre libbre d’argento non coniato, e scrisse l’atto di vendita: «Io, Gesù, figlio del falegname Giuseppe, dichiaro di aver venduto il mio schiavo, di nome Giuda, a te Abbane, mercante di Gundàforo re degli Indiani». Compiuto l’atto, il Salvatore prese Giuda Tommaso e lo condusse da Abbane; e questi, vedendolo, gli disse: «È questo il tuo padrone?». E l’apostolo rispose: «Sì, è il mio Signore». «Ti ho comprato da lui», disse. E l’apostolo tacque.
3. Il giorno seguente l’apostolo si alzò di buon’ora, e dopo aver pregato disse: «Andrò dove vorrai, Signore Gesù: sia fatta la tua volontà». E si recò da Abbane, non portando con sé nulla se non il suo prezzo; poiché il Signore glielo aveva dato, dicendo: «Anche il tuo prezzo sia con te, insieme alla mia grazia, dovunque tu vada».
E l’apostolo trovò Abbane che caricava i bagagli sulla nave, e cominciò a portarli a bordo con lui. Quando furono imbarcati, Abbane interrogò l’apostolo: «Quale arte conosci?». Ed egli: «Nel legno so fare aratri e gioghi, barche e remi, alberi e carrucole; nella pietra, colonne, templi e palazzi per i re». E Abbane disse: «È proprio di un tale artigiano che abbiamo bisogno». Cominciarono dunque a navigare verso casa; e avendo vento favorevole, navigarono felicemente finché giunsero ad Andrápoli, città regale.
4. Lasciata la nave, entrarono nella città; ed ecco, vi erano suoni di flauti e di organi ad acqua, e trombe squillavano intorno a loro. E l’apostolo domandò: «Che festa è questa?». E gli risposero: «Anche te gli dèi hanno condotto a far festa in questa città. Il re ha un’unica figlia, e ora la dà in moglie a uno sposo: questa è la festa che hai veduto. E il re ha mandato araldi a proclamare dappertutto che tutti vengano alle nozze, ricchi e poveri, schiavi e liberi, stranieri e cittadini; e se qualcuno rifiuta, ne risponderà al re». Udito ciò, Abbane disse: «Andiamo anche noi, per non offendere il re, tanto più che siamo stranieri». Ed egli disse: «Andiamo».
E dopo essersi fermati alla locanda, andarono alle nozze; e l’apostolo, vedendoli tutti adagiati a mensa, si distese anch’egli in mezzo a loro, e tutti lo guardavano come uno straniero venuto da terra lontana; ma Abbane il mercante, suo padrone, si distese in un altro luogo.
5. E mentre mangiavano e bevevano, l’apostolo non toccava nulla. Quelli che gli stavano intorno gli dissero: «Perché sei venuto qui, se non mangi né bevi?». Ed egli rispose: «Sono venuto per qualcosa di più grande del cibo o della bevanda: per compiere la volontà del re. Poiché gli araldi proclamano il messaggio del re, e chi non li ascolta sarà soggetto al giudizio del re».
Quando ebbero mangiato e bevuto, furono portate ghirlande e unguenti; e ciascuno si unse: chi il volto, chi la barba, chi altre parti del corpo. Ma l’apostolo si unse la sommità del capo, ne spalmò un poco sulle narici, se ne versò negli orecchi, ne toccò i denti, e con cura si unse le parti intorno al cuore; e la corona che gli fu portata, intrecciata di mirto e d’altri fiori, se la pose sul capo, e prese un ramo di calamo e lo tenne in mano.
Ora una flautista, tenendo il flauto in mano, andava attorno a tutti e suonava; ma quando giunse presso l’apostolo, si fermò sopra di lui e suonò a lungo presso il suo capo: questa flautista era di stirpe ebrea.
6. E mentre l’apostolo teneva lo sguardo a terra, uno dei coppieri stese la mano e gli diede uno schiaffo; e l’apostolo levò gli occhi su colui che lo aveva colpito e disse: «Il mio Dio ti perdonerà nella vita futura questa iniquità, ma in questo mondo mostrerà i suoi prodigi: già ora vedrò questa mano che mi ha colpito trascinata dai cani». E detto questo, cominciò a cantare questo canto:
La fanciulla è figlia della luce, in cui dimora e risplende il fiero fulgore dei re; il suo aspetto è delizioso, ella brilla di bellezza e di letizia. Le sue vesti sono come i fiori di primavera, e ne esala un soffio di profumo; sul capo le è posto il re, che con il suo cibo immortale nutre quanti su di lui sono fondati; nel suo capo è posta la verità, e con i suoi piedi mostra la gioia. La sua bocca è aperta, e bene le si addice: trentadue sono coloro che cantano le sue lodi. La sua lingua è come la cortina della porta, che ondeggia per quanti entrano; il suo collo è eretto come una scala che il primo Artefice ha fatto; le sue due mani accennano e mostrano, proclamando la danza delle età beate, e le sue dita indicano le porte della città. La sua camera è luminosa di luce e spira odore di balsamo e d’ogni aroma, ed esala dolce profumo di mirra e di nardo indiano; dentro vi sono mirti sparsi sul pavimento e fiori odorosi d’ogni specie.
7. E intorno a lei la custodiscono i suoi paraninfi, in numero di sette, che ella stessa ha scelto. E le sue damigelle sono sette, e danzano davanti a lei. E dodici sono coloro che la servono e le sono soggetti, i quali tengono la mira e lo sguardo rivolti allo sposo, perché alla vista di lui siano illuminati; e per sempre saranno con lei in quella gioia eterna, e parteciperanno a quelle nozze a cui si radunano i principi, e siederanno a quel banchetto di cui sono giudicati degni gli eterni, e indosseranno vesti regali e abiti splendenti; e nella gioia e nell’esultanza saranno entrambi, e glorificheranno il Padre di tutti, di cui hanno ricevuto la luce superba, e di cui hanno ricevuto il cibo immortale che non viene meno, e hanno bevuto del vino che non dà né sete né brama. E hanno glorificato e lodato, con lo spirito vivente, il Padre della verità e la Madre della sapienza.
8. E quando ebbe finito questo canto, tutti i presenti lo fissarono; ed egli tacque, e videro che il suo aspetto era mutato, ma ciò che aveva detto non lo compresero, poiché era un Ebreo e parlava in lingua ebraica. Solo la flautista udì tutto, perché era di stirpe ebrea; e si allontanò e suonò per gli altri, ma per lo più lo contemplava, perché lo amava come uomo della sua stessa nazione; ed egli era avvenente oltre tutti i presenti. E quando ebbe suonato per tutti, si sedette di fronte a lui, fissandolo. Ma egli non guardava nessuno, e teneva soltanto gli occhi rivolti a terra, aspettando il momento di partire.
Ma il coppiere che lo aveva schiaffeggiato scese al pozzo ad attingere acqua; e là si trovava un leone, che lo uccise e ne sbranò le membra; e subito i cani le afferrarono, e tra essi un cane nero, tenendo in bocca la sua mano destra, la portò nel luogo del banchetto.
9. E tutti, vedendolo, si stupirono e chiesero chi di loro mancasse. E quando fu manifesto che era la mano del coppiere che aveva colpito l’apostolo, la flautista spezzò il suo flauto e lo gettò via, e andò a sedersi ai piedi dell’apostolo, dicendo: «Costui è un dio o un apostolo di Dio, poiché l’ho udito dire in lingua ebraica: “Ora vedrò la mano che mi ha colpito trascinata dai cani”; e voi pure l’avete veduto: come egli disse, così è avvenuto». E alcuni le credettero, e altri no.
Ma quando il re ne udì, venne e disse all’apostolo: «Àlzati e vieni con me, e prega per mia figlia: è la mia unica figlia, e oggi la do in moglie». Ma l’apostolo non voleva andare con lui, perché il Signore non gli si era ancora rivelato in quel luogo. Tuttavia il re lo condusse, contro la sua volontà, alla camera nuziale, perché pregasse per loro.
10. E l’apostolo si fermò e cominciò a pregare così: «Mio Signore e mio Dio, che cammini con i tuoi servi, che guidi e correggi coloro che credono in te, rifugio e riposo degli oppressi, speranza dei poveri e riscatto dei prigionieri, medico delle anime malate e salvatore di tutta la creazione, che dài vita al mondo e fortifichi le anime: tu conosci le cose future e per mezzo nostro le compi; tu sei colui che rivela i misteri nascosti e manifesta le parole segrete; tu sei colui che ha piantato il buon albero, e dalle tue mani sono generate tutte le opere buone; tu sei colui che è in tutte le cose e attraverso tutte passa. Gesù Cristo, Figlio di compassione e perfetto salvatore; Figlio del Dio vivente, potenza indomita che hai abbattuto il nemico; voce che fu udita dai príncipi e fece tremare le loro potenze; ambasciatore mandato dall’alto, disceso fino agli inferi, che hai aperto le porte e ne hai tratto coloro che per molte età erano rinchiusi nel tesoro delle tenebre, mostrando loro la via che sale verso l’alto: ti supplico, Signore Gesù, e offro la mia preghiera per questi giovani, perché tu faccia per loro ciò che li aiuti e sia loro giovevole». E pose le mani su di loro e disse: «Il Signore sia con voi»; e li lasciò e se ne andò.
11. E il re pregò i paraninfi di uscire dalla camera nuziale; e quando tutti furono usciti e le porte furono chiuse, lo sposo sollevò la cortina per condurre a sé la sposa. E vide il Signore Gesù, che aveva l’aspetto di Giuda Tommaso, in piedi e in colloquio con la sposa — proprio colui che poco prima li aveva benedetti e se n’era andato. E gli disse: «Non sei forse uscito davanti a tutti? come dunque ti trovi qui?». Ma il Signore gli disse: «Io non sono Giuda detto anche Tommaso, ma sono suo fratello». E il Signore si sedette sul letto e ordinò che anch’essi sedessero, e cominciò a dir loro:
12. «Ricordate, figli miei, ciò che mio fratello vi ha detto; e sappiate questo: che se vi asterrete da questa sozza unione, diverrete templi santi, puri, liberi da impulsi e da pene, e non vi caricherete delle cure della vita né dei figli, la cui fine è la rovina. Se infatti avrete molti figli, per amor loro diverrete avidi e rapaci, spogliando gli orfani e frodando le vedove, e così vi attirerete gravi castighi. Ché la maggior parte dei figli diviene inutile, tormentata dai demòni; e se anche sono sani, saranno vani, e si lasceranno prendere nell’adulterio, nell’omicidio, nel furto: e da tutte queste cose sarete afflitti.
Ma se custodirete caste le vostre anime davanti a Dio, vi verranno figli viventi, che nessuno di questi mali tocca, e sarete senza affanni, conducendo una vita tranquilla, senza dolore né ansia, in attesa di ricevere quelle nozze incorruttibili e vere; e sarete in esse paraninfi che entrano in quella camera nuziale piena d’immortalità e di luce».
13. E quando i giovani udirono queste cose, credettero al Signore e si affidarono a lui, e si astennero dal turpe desiderio, passando la notte in quel luogo. E il Signore si dipartì da loro, dicendo: «La grazia del Signore sia con voi».
E venuto il mattino, il re fece imbandire una mensa davanti agli sposi. E li trovò seduti l’uno di fronte all’altra, e il volto della sposa lo trovò svelato, e lo sposo era tutto lieto. E la madre venne alla sposa e disse: «Perché siedi così, figlia, e non hai vergogna, ma sei come se avessi vissuto con tuo marito per lungo tempo?». E suo padre: «È per il grande amore verso tuo marito che neppure ti veli?».
14. E la sposa rispose: «In verità, padre, sono in grande amore, e prego il mio Signore che l’amore che ho conosciuto questa notte rimanga con me; e chiederò per me quello sposo che oggi ho conosciuto. E perciò non mi velerò più, perché lo specchio della vergogna mi è stato tolto; e non ho più ritrosia né rossore, perché l’opera della vergogna si è allontanata da me; e se sono nella letizia, è perché il giorno della mia gioia non è stato turbato; e se ho disprezzato questo sposo e queste nozze che passano via dai miei occhi, è perché sono congiunta a un’altra nozze; e se non ho avuto unione con uno sposo temporale, la cui fine è amarezza dell’anima, è perché sono unita a uno sposo vero».
15. E lo sposo rispose e disse: «Ti rendo grazie, o Signore, che sei stato annunciato dallo straniero e trovato in noi; tu che mi hai allontanato dalla corruzione e hai seminato in me la vita; che mi hai liberato da questa malattia difficile a guarire, e hai posto in me una sobria salute; che mi hai mostrato te stesso e mi hai rivelato tutto lo stato in cui mi trovo; che mi hai riscattato dalla caduta e liberato dalle cose temporali, rendendomi degno di quelle immortali; tu che ti sei fatto umile fino alla mia piccolezza, per unirmi a te; che non mi hai negato le tue viscere, ma mi hai mostrato come cercare me stesso e conoscere chi ero, perché io ridivenga ciò che ero: te che non conoscevo, ma tu stesso mi hai cercato; che ora ho conosciuto e non posso più dimenticare; il cui amore arde dentro di me, e non so esprimerlo come si conviene. È per il suo amore che dico anche solo questo».
16. Ora, quando il re udì queste cose dagli sposi, si stracciò le vesti e disse a quelli che gli stavano intorno: «Uscite in fretta e percorrete tutta la città, e conducetemi quell’uomo, quel mago che per mala sorte è venuto qui; ché con le mie stesse mani l’ho introdotto in questa casa, e gli ho detto di pregare su questa mia sciagurata figlia; e chiunque me lo conduca, gli darò tutto ciò che mi chiederà». Andarono dunque cercandolo, e non lo trovarono, ché si era già imbarcato. Andarono anche alla locanda, e vi trovarono la flautista che piangeva, perché egli non l’aveva condotta con sé. E quando le raccontarono ciò che era accaduto agli sposi, ella ne fu lietissima, e depose il suo dolore e disse: «Ora anch’io ho trovato riposo qui». E rimase con loro a lungo, finché non ebbero istruito anche il re. E molti dei fratelli si radunarono là, finché udirono che l’apostolo era giunto nelle città dell’India e vi insegnava; e partirono e si unirono a lui.
Secondo Atto · Il palazzo costruito in cielo per re Gundàforo
17. Ora, quando l’apostolo fu giunto nelle città dell’India con Abbane il mercante, questi andò a salutare il re Gundàforo e gli riferì del falegname che aveva condotto con sé. E il re si rallegrò, e comandò che entrasse. Entrato, il re gli disse: «Quale arte conosci?». L’apostolo: «L’arte del falegname e del costruttore». Il re: «Quale lavoro sai fare nel legno, e quale nella pietra?». L’apostolo: «Nel legno: aratri, gioghi, pungoli, carrucole, barche, remi e alberi; nella pietra: colonne, templi e palazzi per i re». E il re disse: «Puoi costruirmi un palazzo?». Ed egli: «Sì, posso costruirlo e arredarlo; è proprio per questo che sono venuto».
18. E il re lo prese e uscì dalle porte della città, parlandogli per via della costruzione, delle fondamenta, finché giunsero al luogo prescelto; e disse: «Qui voglio che sia». E l’apostolo: «Sì, questo luogo è adatto». Ma il luogo era boscoso e c’era molta acqua. Il re dunque disse: «Comincia a costruire». Ma egli: «Non posso cominciare ora, in questa stagione». E il re: «Quando potrai?». Ed egli: «Comincerò nel mese di Dìos e finirò in Xàntico». Ma il re si meravigliò: «Ogni edificio si costruisce d’estate; e tu puoi, proprio in questo inverno, allestire un palazzo?». E l’apostolo: «Così deve essere, e non altrimenti è possibile». E il re: «Se ti pare bene, disegnami una pianta, perché tornerò qui dopo lungo tempo». E l’apostolo prese una canna e disegnò, misurando il luogo: pose le porte verso il levante, perché guardassero alla luce, e le finestre verso ponente, alle brezze; il forno lo collocò a mezzogiorno, e l’acquedotto a settentrione. E il re lo vide e disse: «Davvero sei un artefice, e ti si addice di servire i re». E gli lasciò molto denaro, e si dipartì.
19. E di tempo in tempo gli mandava denaro e vettovaglie, per lui e per gli operai. Ma Tommaso, ricevendo tutto, lo distribuiva, andando per le città e i villaggi all’intorno, facendo elemosina ai poveri e agli afflitti, e diceva: «Il re sa procurarsi una ricompensa degna dei re; ma ora è necessario che i poveri abbiano ristoro».
Dopo queste cose, il re mandò un ambasciatore a chiedere a che punto fosse l’opera. E l’apostolo gli mandò a dire: «Il palazzo è costruito, e rimane solo il tetto». E il re, udito ciò, gli mandò di nuovo oro e argento: «Si copra il palazzo, se è fatto». E l’apostolo disse al Signore: «Ti ringrazio in ogni cosa: che tu sia morto per breve tempo, perché io viva in te per sempre; e che tu mi abbia venduto, perché per mezzo mio tu liberassi molti». E non cessava d’insegnare e di ristorare gli afflitti.
20. Ora, quando il re venne in città, domandò ai suoi amici del palazzo. E gli dissero: «Non ha costruito né palazzo né altro di ciò che aveva promesso; ma va attorno per le città, e quanto ha lo dà ai poveri, e insegna di un nuovo Dio, e guarisce i malati, e scaccia i demòni; e noi lo crediamo un mago. Eppure le sue guarigioni, fatte gratuitamente, e la sua semplicità e la sua fede, dichiarano che è un uomo giusto o un apostolo del nuovo Dio che predica; poiché digiuna continuamente e prega, e mangia solo pane con sale, e la sua bevanda è acqua, e porta una sola veste in ogni stagione, e nulla riceve da alcuno, e ciò che ha lo dà agli altri». E il re, udito ciò, si passò le mani sul volto e scosse il capo a lungo.
21. E mandò a chiamare il mercante e l’apostolo, e gli disse: «Mi hai costruito il palazzo?». Ed egli: «Sì». E il re: «Quando andremo a vederlo?». Ma egli rispose: «Ora non puoi vederlo; ma quando lascerai questa vita, allora lo vedrai». E il re fu pieno d’ira, e comandò che il mercante e Giuda detto Tommaso fossero messi in catene e gettati in prigione, finché non avesse appreso a chi era stato dato il denaro, per poi farli perire entrambi.
E l’apostolo andò in prigione rallegrandosi, e disse al mercante: «Non temere; solo credi nel Dio che io annuncio, e sarai liberato da questo mondo, e dal mondo futuro riceverai la vita». E il re meditava con quale morte distruggerli. E quando ebbe deciso di scorticarli vivi e bruciarli, in quella stessa notte Gad, fratello del re, cadde malato; e gravemente oppresso, mandò a chiamare il re e gli disse: «O re, mio fratello, ti affido la mia casa e i miei figli; ché sono afflitto per l’oltraggio che ti è toccato, ed ecco, muoio; e se non farai vendetta su quel mago, non darai pace alla mia anima nell’ade». E il re disse: «Tutta questa notte ho considerato come metterlo a morte: scorticarlo e bruciarlo col fuoco, lui e il mercante».
22. E mentre parlavano, l’anima di suo fratello Gad si dipartì. E il re lo pianse amaramente, poiché molto lo amava, e comandò che fosse sepolto in vesti regali. Ora gli angeli presero l’anima di Gad e la portarono su in cielo, mostrandole i luoghi e le dimore che vi erano, e le chiesero: «In quale luogo vorresti abitare?». E quando si avvicinarono all’edificio che Tommaso aveva costruito per il re, Gad lo vide e disse agli angeli: «Vi prego, miei signori, lasciatemi abitare in una delle stanze più basse di questi». E gli dissero: «In questo edificio tu non puoi abitare». Ed egli: «Perché?». «Questo è il palazzo che quel cristiano ha costruito per tuo fratello». Ed egli disse: «Vi prego, lasciatemi andare da mio fratello, perché io gli compri questo palazzo; ché egli non sa di che sorta sia, e me lo venderà».
23. Allora gli angeli lasciarono andare l’anima di Gad. E mentre gli ponevano le vesti funebri, la sua anima entrò in lui, ed egli disse a quelli che gli stavano intorno: «Chiamatemi mio fratello, perché gli chieda una sola grazia». Subito lo dissero al re: «Tuo fratello è tornato in vita». E il re corse e venne da suo fratello, e gli stette accanto al letto come attonito, non potendo parlargli. E suo fratello disse: «So, fratello mio, che se qualcuno ti avesse chiesto la metà del tuo regno, gliel’avresti data per amor mio; perciò ti supplico di vendermi ciò che ti domando». E il re: «E che cos’è?». «Convincimi con un giuramento che me lo concederai». E il re giurò: «Uno dei miei beni, qualunque tu chieda, te lo darò». E quegli disse: «Vendimi quel palazzo che hai nei cieli». E il re: «Donde avrei io un palazzo nei cieli?». Ed egli: «Proprio quello che quel cristiano ha costruito per te, colui che ora è in prigione, comprato da un certo Gesù: quello schiavo ebreo che volevi punire, per cui io mi addolorai e morii, e ora son tornato in vita».
24. Allora il re, considerando la cosa, comprese che si trattava di quei beni eterni che dovevano toccargli, e disse: «Quel palazzo non posso vendertelo; ma prego di entrarvi e di abitarvi, e di essere reso degno dei suoi abitatori. Se però tu desideri comprare un tale palazzo, ecco, l’uomo è vivo, e te ne costruirà uno migliore». E subito fece uscire di prigione l’apostolo e il mercante, dicendo: «Ti supplico, come si supplica un ministro di Dio, di pregare per me e di implorare colui di cui sei ministro che mi perdoni ciò che ti ho fatto o pensato di farti, e che io divenga un degno abitatore di quella dimora che tu hai costruito per me, lavorando da solo, con la grazia del tuo Dio; e che anch’io divenga servo di questo Dio che tu predichi». E anche suo fratello si gettò davanti all’apostolo e disse: «Ti supplico, davanti al tuo Dio, che io divenga degno del suo servizio, e delle cose che mi furono mostrate dai suoi angeli».
25. E l’apostolo, pieno di gioia, disse: «Ti lodo, Signore Gesù, perché hai rivelato la tua verità in questi uomini; ché tu solo sei il Dio di verità, e tu sei colui che conosce tutte le cose ignote ai più, e che in tutto mostra compassione. Gli uomini, per l’errore che è in loro, ti hanno trascurato; ma tu non li hai trascurati. E ora, alla mia supplica, accogli il re e suo fratello e uniscili al tuo gregge, mondandoli con il tuo lavacro e ungendoli con il tuo olio dall’errore che li avvolge; e custodiscili dai lupi, portandoli ai tuoi pascoli. E dà loro da bere alla tua fonte immortale, che non si intorbida né si secca; poiché desiderano divenire tuoi servi, e per questo sono contenti perfino di essere perseguitati dai tuoi nemici, e per amor tuo di essere derisi e messi a morte, come tu per amor nostro hai patito tutte queste cose, tu che sei veramente il buon pastore. E concedi loro di aver fiducia in te solo, e la speranza della loro salvezza; e che siano radicati nei tuoi misteri e giungano alla perfezione nel tuo Padre».
26. Tutti intenti dunque all’apostolo, sia il re Gundàforo sia Gad suo fratello lo seguivano e non si allontanavano da lui; e anch’essi soccorrevano i bisognosi. E lo pregarono di poter ricevere il sigillo della parola, dicendo: «Poiché le nostre anime sono protese verso Dio, dacci tu il sigillo; ché ti abbiamo udito dire che il Dio che predichi riconosce le sue pecore dal suo sigillo». E l’apostolo disse: «Anch’io mi rallegro, e vi prego di ricevere questo sigillo, e di partecipare con me a questa eucaristia e benedizione del Signore. Poiché questi è il Signore e Dio di tutti, Gesù Cristo che io predico, ed egli è il padre della verità, nel quale vi ho insegnato a credere». E comandò che portassero olio, perché ricevessero il sigillo mediante l’olio. Portarono dunque l’olio, e accesero molte lampade, ché era notte.
27. E l’apostolo si alzò e li sigillò. E il Signore si rivelò loro con una voce, dicendo: «Pace a voi, fratelli». E udirono solo la sua voce, ma il suo aspetto non lo videro. E l’apostolo prese l’olio e lo versò sul loro capo, e li unse e li crismò, e cominciò a dire:
Vieni, santo nome del Cristo che è sopra ogni nome.
Vieni, potenza dell’Altissimo, e compassione perfetta.
Vieni, dono dell’Altissimo.
Vieni, madre compassionevole.
Vieni, comunione del maschio.
Vieni, tu che riveli i misteri nascosti.
Vieni, madre delle sette case, perché il tuo riposo sia nell’ottava casa.
Vieni, anziana dei cinque membri — mente, pensiero, riflessione, considerazione, ragione — e comúnicati con questi giovani.
Vieni, Spirito Santo, e mónda i loro reni e il loro cuore, e dà loro il sigillo ulteriore, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
E quando furono sigillati, apparve loro un giovane che teneva una torcia accesa, sì che le loro lampade impallidirono all’avvicinarsi della sua luce. Ed egli uscì e non fu più veduto. E l’apostolo disse al Signore: «La tua luce, o Signore, non può essere contenuta da noi, ché è troppo grande per la nostra vista». E quando spuntò l’alba, spezzò il pane e li rese partecipi dell’eucaristia del Cristo. Ed essi si rallegrarono. E molti altri, credendo, si aggiunsero a loro, e vennero nel rifugio del Salvatore.
28. E l’apostolo non cessava di predicare: «Uomini e donne, ragazzi e fanciulle, vecchi e giovani, schiavi o liberi: astenetevi dalla fornicazione, dall’avidità e dal servizio del ventre; poiché sotto questi tre capi si compie ogni iniquità. La fornicazione acceca la mente e oscura gli occhi dell’anima, volgendo l’uomo intero alla debolezza. L’avidità mette l’anima nel timore e nella vergogna, e afferra i beni altrui. E il servizio del ventre getta l’anima in pensieri e affanni, temendo di venire in miseria. Se dunque vi liberate di queste, diverrete senza affanno e senza timore; e rimarrà con voi ciò che fu detto dal Salvatore: “Non vi date pensiero del domani, ché il domani penserà a se stesso”. Ricordate anche: “Guardate gli uccelli del cielo, che non seminano né mietono né raccolgono in granai, eppure Dio li nutre: quanto più voi, gente di poca fede?”. Attendete la sua venuta, e in lui riponete la speranza, e credete nel suo nome. Egli è il giudice dei vivi e dei morti, e dà a ciascuno secondo le sue opere. Pentitevi dunque, e ricevete il giogo della mansuetudine e il carico leggero, perché viviate e non moriate. Uscite dalle tenebre, perché la luce vi accolga! Venite a colui che è veramente buono, e imprimete il suo segno nelle vostre anime».
29. E quando ebbe così parlato, alcuni dei presenti dissero: «È tempo che il creditore riceva il suo debito». Ed egli disse: «Colui che è signore del debito desidera sempre ricevere di più; ma diamogli ciò che gli è dovuto». E li benedisse, e prese pane, olio, erbe e sale, e benedisse e diede loro; ma egli continuò il suo digiuno, poiché si avvicinava il giorno del Signore.
Martirio
159. E l’apostolo Tommaso disse alle donne che lo seguivano, presente la moltitudine di quanti avevano creduto: «Figlie e sorelle e compagne di servizio, che avete creduto nel mio Signore e Dio: ascoltatemi in questo giorno, ché vi affido la mia parola, e non più vi parlerò in questa carne né in questo mondo; poiché salgo al mio Signore e Dio Gesù Cristo, a colui che mi ha venduto, a quel Signore che si è umiliato fino a me, piccolo, e mi ha innalzato all’eterna grandezza. A lui me ne vado, sapendo che il tempo è compiuto e che il giorno stabilito si è avvicinato, perché io vada a ricevere la mia ricompensa. Ché colui che mi ricompensa è giusto, e non è gretto né invidioso, ma ricco nei suoi doni, perché ha fiducia nei suoi beni, che non possono venir meno».
160. «Io non sono Gesù, ma sono suo servo; non sono il Cristo, ma sono suo ministro; non sono il Figlio di Dio, ma prego di divenirne degno. Perseverate nella fede di Cristo; non venite meno nella tribolazione, né siate divisi nell’animo se mi vedete deriso o rinchiuso in prigione, ché io compio la sua volontà. Poiché ciò che si chiama morte non è morte, bensì liberazione dal corpo; perciò ricevo con gioia questa liberazione, per dipartirmi e vedere colui che è bello e pieno di misericordia. Non lasciate che Satana entri in voi di nascosto e rapisca i vostri pensieri; non vi sia in voi luogo per lui, ché è potente colui che avete ricevuto. Attendete la venuta di Cristo: egli verrà e vi accoglierà; ed è lui che vedrete quando verrà».
161. Quando l’apostolo ebbe finito questi detti, entrarono nella casa, ed egli disse: «Salvatore, che molte cose hai patito per noi, queste porte siano come prima, e vi siano posti sigilli». E li lasciò e andò ad essere imprigionato; ed essi piangevano ed erano nell’afflizione, poiché sapevano che Misdèo lo avrebbe ucciso.
162. E l’apostolo trovò i carcerieri che litigavano, dicendo: «In che abbiamo peccato contro questo stregone? ché con la sua arte ha aperto le porte e avrebbe fatto fuggire tutti i prigionieri: andiamo a riferirlo al re». E mentre disputavano, Tommaso taceva. Si levarono di buon’ora e andarono dal re: «Nostro signore, togli via quello stregone e fallo rinchiudere altrove, ché non siamo capaci di custodirlo; ormai per la seconda volta abbiamo trovato le porte aperte; e anche tua moglie, o re, e tuo figlio, non si dipartono da lui». E il re andò e trovò intatti i sigilli posti sulle porte; e disse ai carcerieri: «Perché mentite? i sigilli sono intatti. Come dite che Tèrtia e Mygdonia vengono da lui nella prigione?». E i carcerieri dissero: «Ti abbiamo detto la verità».
163. E Misdèo andò alla prigione, e fece spogliare e cingere l’apostolo, e lo pose davanti a sé, e gli disse: «Sei schiavo o libero?». Tommaso: «Sono schiavo di uno solo, sul quale tu non hai alcuna autorità». E Misdèo: «Come sei venuto in questo paese?». E Tommaso: «Sono stato venduto qui dal mio padrone, perché io salvassi molti, e per le tue mani uscissi da questo mondo». E Misdèo: «Chi è il tuo signore? qual è il suo nome?». E Tommaso: «Il mio Signore è il padrone tuo, ed è Signore del cielo e della terra. Non puoi udire il suo vero nome in questo tempo; ma il nome che gli fu dato è Gesù Cristo». E Misdèo: «Non mi sono affrettato a distruggerti, ma ho avuto lunga pazienza; tu però hai aggiunto male a male, e le tue stregonerie si sono sparse per tutto il paese; ma questo faccio, perché esse se ne vadano con te, e il nostro paese ne sia mondato». Tommaso: «Queste stregonerie se ne andranno con me quando partirò; ma sappi che io non abbandonerò mai coloro che sono qui».
164. Quando l’apostolo ebbe detto queste cose, Misdèo considerò come metterlo a morte; ché aveva timore a causa del molto popolo che gli era soggetto, poiché anche molti dei nobili credevano in lui. Lo prese dunque e uscì fuori dalla città, e soldati armati andarono con lui. E il popolo pensava che il re volesse apprendere qualcosa da lui, e si fermarono attenti. E quando ebbero camminato un miglio, lo consegnò a quattro soldati e a un ufficiale, e comandò di condurlo sul monte e là trafiggerlo con le lance e finirlo. E detto questo, egli stesso tornò in città.
165. Ma gli uomini correvano dietro a Tommaso, desiderando salvarlo dalla morte. E due soldati andavano alla sua destra e due alla sua sinistra, tenendo le lance, e l’ufficiale lo teneva per mano e lo sosteneva. E l’apostolo Tommaso disse: «O misteri nascosti, che fino alla nostra dipartita si compiono in noi! O ricchezze della sua gloria, che non vorrà lasciarci inghiottire da questa passione del corpo! Quattro sono coloro che mi abbattono, ché di quattro sono fatto; e uno è colui che mi attira, ché da uno io sono, e a lui me ne vado. E ora comprendo questo: che il mio Signore Gesù Cristo, essendo da uno, fu trafitto da uno; ma io, che sono da quattro, sono trafitto da quattro».
166. E giunto sul monte, nel luogo dove doveva essere ucciso, disse a quelli che lo tenevano e agli altri: «Fratelli, ascoltatemi ora, all’ultimo, ché sono giunto alla mia dipartita dal corpo. Non si accechino gli occhi del vostro cuore, né si facciano sordi i vostri orecchi. Credete nel Dio che io predico, e non siate guide a voi stessi nella durezza del vostro cuore, ma camminate in tutta la vostra libertà, e nella vita che è verso Dio».
167. E disse a Iuzàne: «Tu, figlio del re terreno Misdèo e ministro del nostro Signore Gesù Cristo: dà ai servi di Misdèo il loro prezzo, perché mi lascino andare a pregare». E Iuzàne persuase i soldati a lasciarlo pregare. E il beato Tommaso si inginocchiò, e si rialzò, e stese le mani al cielo, e disse:
Mio Signore e mio Dio, mia speranza, mia fiducia e mio maestro, che hai posto in me il coraggio: tu mi hai insegnato a pregare così; sii con me fino alla fine. Tu sei colui che dalla mia giovinezza mi ha dato pazienza nella tentazione e mi ha custodito dalla corruzione; tu sei colui che mi ha condotto nella povertà di questo mondo e mi ha colmato delle vere ricchezze; tu sei colui che mi ha mostrato che ero tuo: perciò non mi sono mai unito a donna, perché il tempio degno di te non fosse trovato nell’impurità.
La mia bocca non basta a lodarti, né sono capace di concepire la cura che hai avuto per me. Desideravo guadagnare ricchezze, ma tu con una visione mi mostrasti che esse sono piene di danno per chi le acquista; e io rimasi nella povertà del mondo, finché tu, le vere ricchezze, mi fosti rivelato. Ho dunque adempiuto i tuoi comandamenti, e sono divenuto povero e bisognoso, straniero e schiavo, disprezzato e prigioniero, affamato e assetato, nudo e scalzo; e ho faticato per amor tuo, perché la mia speranza in te non fosse confusa.
Ho piantato la tua vigna nella terra: essa ha spinto le radici nel profondo, e la sua crescita si è stesa in alto, e ne gioiscono quelli che sono degni di te. Fui invitato alla cena, e venni; e rifiutai il campo, il giogo di buoi e la moglie, per non esserne respinto. Fui invitato alle nozze, e indossai la veste bianca, per esserne degno. La mia lampada, con la sua luce splendente, attende lo sposo che viene dalle nozze, perché non sia spenta per olio venuto meno. I miei occhi, o Cristo, guardano a te, e il mio cuore esulta, perché ho adempiuto la tua volontà.
Ho cinto stretti i miei fianchi con la verità e ho legato i calzari ai miei piedi, per non vederli mai sciolti. Ho posto le mani all’aratro aggiogato e non mi sono volto indietro, perché i miei solchi non andassero storti. Il campo è imbiancato e la mietitura è venuta, perché io riceva il mio salario. Ho custodito la prima veglia, e la seconda, e la terza, per contemplare il tuo volto e adorare il tuo santo splendore. Ho venduto tutto ciò che avevo, per guadagnarti la perla. La sorgente umida che era in me l’ho prosciugata, per riposare presso la tua sorgente inesauribile. Non sono tornato alle cose che sono dietro, ma sono andato avanti verso quelle che sono davanti. Ho ricevuto oltraggio sulla terra: dammi tu la ricompensa nei cieli.
Non mi scorgano le potenze e gli ufficiali, e non abbiano alcun pensiero su di me. Concedimi, Signore, di passare oltre nella quiete, nella gioia e nella pace, e di stare davanti al giudice; e non mi guardi il calunniatore: siano accecati i suoi occhi dalla tua luce che hai fatto abitare in me, e chiudi la sua bocca, ché nulla ha trovato contro di me.
168. E quando ebbe così pregato, disse ai soldati: «Venite ora e compite i comandi di colui che vi ha mandati». E i quattro vennero e lo trafissero con le lance; ed egli cadde e morì. E tutti i fratelli piansero; e portarono belle vesti e molto lino prezioso, e lo seppellirono in un sepolcro regale, dove erano stati deposti gli antichi re.
169. Ma Sìforo e Iuzàne non vollero scendere in città, e rimasero seduti presso di lui tutto il giorno. E l’apostolo Tommaso apparve loro e disse: «Perché sedete qui e vegliate su di me? Non sono qui, ma sono salito e ho ricevuto tutto ciò che mi era stato promesso. Alzatevi e scendete di qui; ché fra poco anche voi sarete raccolti presso di me».
Intanto Misdèo e Carísio presero Mygdonia e Tèrtia e le afflissero duramente; ma esse non acconsentirono alla loro volontà. E l’apostolo apparve loro e disse: «Non lasciatevi ingannare: Gesù il santo, il vivente, presto vi manderà soccorso». E i due, vedendo che esse non obbedivano, le lasciarono vivere secondo il loro desiderio. E i fratelli si radunarono e si rallegrarono nella grazia dello Spirito Santo: ché l’apostolo, prima di salire sul monte a morire, aveva fatto Sìforo presbitero e Iuzàne diacono. E il Signore operava con loro, e molti si aggiungevano alla fede.
170. Ora avvenne, dopo lungo tempo, che uno dei figli del re Misdèo fu colpito da un demone, e nessuno poteva guarirlo. E il re pensò: «Andrò ad aprire il sepolcro, e prenderò un osso dell’apostolo di Dio e lo appenderò a mio figlio, ed egli sarà guarito». Ma mentre così pensava, l’apostolo Tommaso gli apparve: «Non hai creduto in un uomo vivo, e crederai in un morto? Pure non temere, ché il mio Signore Gesù Cristo ha compassione di te per la sua bontà».
E andò ad aprire il sepolcro, ma non vi trovò l’apostolo, ché uno dei fratelli l’aveva trafugato e portato in Mesopotamia; ma da quel luogo dove erano giaciute le ossa dell’apostolo, Misdèo prese della polvere e la pose attorno al collo del figlio, dicendo: «Credo in te, Gesù Cristo, ora che mi ha lasciato colui che turba gli uomini perché non vedano te». E quando l’ebbe appesa al figlio, il ragazzo guarì.
Anche il re Misdèo dunque fu raccolto tra i fratelli, e chinò il capo sotto le mani di Sìforo il presbitero; e Sìforo disse: «Pregate per il re Misdèo, perché ottenga misericordia da Gesù Cristo». E tutti insieme, con gioia, pregarono per lui; e il Signore che ama gli uomini, il Re dei re e Signore dei signori, concesse anche a Misdèo di sperare in lui; e fu raccolto con la moltitudine di coloro che avevano creduto in Cristo, glorificando il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, di cui è la potenza e l’adorazione, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.