Aprendo la scatola della stampante da installare al conoscente, mi sono ferito un dito, solo due gocce di sangue, nulla.
Non è stato come ieri, quando il dito me lo sono ferito con la corda della chitarra. La punta dell’indice, strappando troppo il cantino, penso. Ci si prova, mi ripeto che ci si prova. I giorni sono belli anche con le tasche vuote, i capelli radi e in disordine, le mani inutili.
Guardi gli altri e pensi che il loro agire ha un valore stabilito, anche il loro non agire, anche l’agire stupido, mentre il tuo tempo non ha un equivalente in moneta. Forse il tempo ha un sapore diverso, così. Forse la gratuità del tagliarsi le dita strimpellando è qualcosa che vale. Ieri sera mi sono quasi strozzato nel gorgheggio, inseguendo, io così stonato, Tim Buckley e chissà chi altro.
Un tempo i giovani aspettavano nelle piazze di Londra, Madrid, New York il disco nuovo di Springsteen o Marley. Oggi fanno code la notte per l’iphone. Lo ha scritto Kusturica nel libro bello uscito da poco e letto clandestinamente, a pezzi, senza pagare il dazio. Il tempo è anche questo passare di cose amate, sostituite da oggetti. La punta delle mie dita è callosa, le mani sono rotte. Io non ho valore di mercato, e sono vivo. Le mie dita sono tagliate, ruvide, vive ancora.
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