Un Vermeer a Roma

E cosi’ e’ arrivato. Abbiamo mandato ad Amsterdam Giuditta e Oloferne di Caravaggio e il Rijksmuseumci ha prestato per qualche settimana un Vermeer.

Potevano scegliere tra quattro tele.
Ho sperato, fortissimamente sperato nella Lattaia o nella Stradetta. E’ arrivata la Lettera d’amore.

Un segnale, per rilanciare Palazzo Barberini, recita il comunicato stampa. Sara’. Oggi mi sembra che il museo sia sempre il solito. Tutto in due sale. Le luci sbagliate. I quadri appesi lassu’… (l’Erasmo da Rotterdam di Metsys quasi invisibile). Al posto del Giuditta e Oloferne hanno piazzato il Narciso. Il cartello esplicativo e’ appoggiato per terra. Sul muro, i buchi.Sono solo davanti al Vermeer. E’ un privilegio del quale posso godere solo qui, in questo museo cosi’ bello, cosi’ abbandonato. Lo amo anche per questo, egoisticamente. Qui entro e sento di poter possedere tutto. Niente turisti, assistenti museali che parlottano tra di loro, atmosfera di casa.
L’opera d’arte nell’era della riproducibilita’ tecnica mostra ancora una volta la sua unicita’.
Le riproduzioni fotografiche differiscono sempre in modo impressionante dall’originale. Sarei tentato di dire che non servono a niente, ma esagererei.
Eccolo li’, Vermeer. C’e’ la sua firma ben visibile. E il suo mondo consueto: la giacca gialla bordata d’ermellino, la solita sedia, il solito pavimento a quadroni, la solita tenda, anche se dipinta con minor cura rispetto all’Atelier di pittura. E poi, come altre volte, una lettera che stupisce o toglie il fiato. I quadri nel quadro. Lo sguardo focalizzato sulle donne protagoniste della scena, grazie al punto di vista che passa attraverso una porta. Una carta geografica, ma sbiadita contro un muro in penombra. Spartiti gettati alla rinfusa. Un paio di zoccoli e un cuscino. L’espressione della donna che riceve la lettera e’ artificiosa, quasi manierata nelle foto. Tutt’altro nel quadro. Vi si legge speranza, ansia, attesa. Un espressione bellissima. E’ un quadro in cui perdersi. E io mi ci perdo.

paolo

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