Spiegare un lavoro

A cosa serve cercare di spiegare dove alligna la complessità subdola degli algoritmi di Google e perchè frustrazione e speranza sono la cifra delle giornate di uno che cerca di fare un lavoro bislacco, qual è il mostrare al momento giusto l’annuncio ideale al nostro acquirente ideale…e zac, verso la conversione che ci consentirà di mandare la sacrosanta parcella al cliente e pagare la rata del mutuo di casa..


Questo lavoro è una lotta senza fine contro l’entropia, come del resto tutta la vita. Qui però è più evidente, non ci sono illusioni di sorta. Butti dei dati in una scatola nera dove sono andati sedimentandosi algoritmi su algoritmi, e variabili esotiche, e speri di aver dato ciò che serve alla scatola nera perchè possa imparare da sola, e restituirti in un tempo non definito un risultato efficace. Se risulta efficace, magia alchemica. Perchè cosa avviene nella scatola nera non lo sa più nessuno. Quali processi decisionali il sistema ha preso è un mistero. Alberi decisionali, un po’ di Bayes, calcoli di regressione. Boh. Come per la quantistica, tu stai zitto, guardi i numeri e calcoli. O meglio, cerchi di adeguare le reti neurali un po’ asimmetriche e bislacche del tuo cervello – se è un po’ neurodiverso in genere ci riesce meglio – alla necessità della macchina di avere proprio quei dati, e massimamente puliti. Dati efficaci per apprendere, dati con il minore rumore possibile, utopia digitale che contrasti esprimendoti attraverso nuvole di probabilità, distribuzioni, catene markoviane, metodi Montecarlo e via dicendo. Forse dovresti fermarti e attendere, ma non puoi. Intervieni. Calcoli, pulisci, aggiungi, studi test sempre più esotici, che in fondo ti danno sicurezza. Sei un esperto con un sacco di anni di esperienza, cribbio.

E’ una strana missione, quella dei giovani esperti che Google impiega per spiegarti come ottimizzare. Mostrano di sapere con certezza, ma chissà se ci credono davvero a questa certezza.
C’è poi una sottile ironia, pensata forse per sgonfiare il nostro cieco credo nella potenza degli algoritmi. Quanti ignari esperti, e io con loro, hanno flaggato l’espansione delle parole chiave lasciata alla potenza del deep learning di Google, per trovarsi a passare il fine settimana a ripulire campagne distrutte da quegli stessi algoritmi, capaci di inzeppare di migliaia di termini irrilevanti il frutto del nostro zelo e sudore sintropico. Il trionfo dell’entrobia indotto da un clic, l’incubo degli incubi.

Come puoi spiegare a un essere umano convinto del proprio libero arbitrio e della sostanziale causalità del mondo cosa diamine stai facendo? Infatti non lo fai. E qui scatta il parallelismo con lo scrittore. Inventi una narrazione, e meglio la narrazione si adatta ai dati e più bravo sei. La narrazione ha un senso, si intende, e distingue davvero i bravi e quelli no. Perchè la narrazione, purchè non la si prenda troppo sul serio, fornisce un metodo di azione, cioè libera lo specialista dallo sguardo paralizzante fissato nel vuoto della scatola nera. E poi, c’è la statistica che ti consente di mostrare dei risultati, e i risultati ci sono.
Non si pensi che non creda a queste attività. Funzionano, sono del tutto necessarie, ne sono convinto. Chi non partecipa alla lotteria della scatola nera soccomberà nel giro massimo di un lustro o giù di lì. Fine dell’autopromozione terrorizzante.

Però ecco, siamo un po’ degli scrittori falliti, un po’ dei matematici irrisolti e degli statistici che sbagliano parecchio, specialmente quando ci illudiamo di essere più sagaci del caso. Non contare il ruolo decisivo del caso, è l’errore più grande, che ritrovo soprattutto nei peraltri bravissimi esperti più giovani, che mi umiliano regolarmente con la loro rapidità durante le sessioni di consulenza tecnica. Sono sempre sicurissimi del fatto loro, e fanno bene. Ma poi devono spiegarsi come mai le cose in un 50% dei casi non sono andate come erano certi andassero. Interazioni tra variabili e algoritmi, e decisioni umane. Il caos. E il caso, da inserire sempre nei nostri ragionamenti. Ma questo, nessuno vuole farlo sul serio. Ci si innamora delle proprie narrazioni, e il caso spaventa, toglie certezza, disorienta, ci mette in discussione.

Per aggiungere altro bollito misto nel calderone del lavoro degli anni ’20 ecco la SEO. Che ha regole proprie, ma sostanzialmente una logica opaca come quella di cui sopra. Qui hai qualche piccola certezza sedimentata, specialmente se devi lavorare su siti o pagine con errori evidenti, cioè con elementi che sai per consuetudine che penalizzano. Oltre quel livello, ecco le colonne d’Ercole. Costruisci cattedrali di contenuti e parole relate, reti di collegamenti e finezze semantiche e poi scopri una mattina che forse un ingegnere venticinquenne del Connecticut ha cambiato un pochino la miscela (ti immagini che sia stato lasciato dalla o dal compagno o che gli sanguinassero le gengive…ovviamente non è così ma lo pensi davvero ed è il tuo incubo), e vedi i grafici disegnarsi sullo schermo per sottolineare il tuo naufragio. Occorre insegnare ai giovani a non essere impazienti e a non guardare in continuazione quei grafici, o le nostre reti neurali richiederanno presto del Tavor.

Svelo i miei ritmi e affermo che, per me, il lunedì è il sacro, terribile momento dei grafici. Lavori durante la settimana, talvolta esaltandoti perchè questa volta sì che hai trovato l’uovo di Colombo, e il lunedì successivo cerchi di capire cosa è successo, se qualcosa è successo. Il qualcosa può essere, e quasi sempre è, una fluttuazione casuale. Il caso, ancora lui. Stimi la significatività dei dati e se sono buoni addenti con piacere la brioche. Altrimenti, inizi a compulsare la calcolatrice e a martirizzare i foglietti (sono un uomo del 900, cavolo).

Ecco qua: ho tentato di scrivere un’inutile descrizione di un lavoro che nessuna mamma capirà mai cosa sia. E forse nemmeno molti altri. Arrivato alla soglia della senilità, guardo con una tenerezza grandissima chi si affaccia su queste scogliere, queste linee frattali così diverse da quelle di un tempo, eppure identiche, sia pure in scala diversa. Forse è tempo di bilanci, non so. Vorrei che una risata, un sospiro e un’alzata di spalle rimanessero come testimonianza. Mi piacerebbe rimanessero anche la carta e la penna come strumenti di lavoro – e di pensiero – ma questo è difficile, anche se la matita rimane la lancia più affilata che abbiamo nel torneo donchisciottesco contro l’entropia. Soccombere sì, ma con stile.




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