Italia, 28 novembre 2020. Il Covid19, e qualche consapevolezza in più

Vorrei che questo anno mi lasciasse qualche consapevolezza in più. Almeno sarebbe servito a qualcosa, tutto questo dolore.

Bevo il cappuccino e butto giù qualche appunto in forma di lista, perchè scrivere almeno è terapeutico.

1. La cecità al numero

Si parla a ragione della diffusa incapacità nel capire il senso di un testo scritto, anche non complesso. La situazione è molto peggiore per quanto riguarda i numeri. La cecità rispetto ai numeri è evidentissima tra chi fa informazione. Non affermo che i giornalisti siano più ciechi della media della popolazione. Non fanno eccezione, nè in un senso nè nell’altro.
Il problema è che sono loro a comunicare notizie e questo richiederebbe una capacità almeno elementare di contestualizzazione e interpretazione delle serie numeriche. E’ vero il contrario, e questo 2020 lo ha mostrato con un’evidenza clamorosa, a tratti davvero sconvolgente.

2. I grandi numeri spaventano meno dei piccoli numeri

Può apparire paradossale e controintuitivo, ma spesso è così.
Quando i numeri sono enormi, inimmaginabili, sfumano nella nostra mente in una nebbia indistinta.
Pensiamo un secondo a cosa avremmo detto se qualcuno ci avesse preannunciato a dicembre del 2019 che da lì a breve sarebbe arrivata una calamità tale da uccidere tra 60.000 e 110.000 nostri connazionali. Saremmo stati terrorizzati e avremmo subito pensato che non poteva essere vero. Ci saremmo chiusi in un bunker antiatomico.
Bene, è successo.
Posso testimoniare che quei numeri erano stati previsti praticamente quasi da subito. Cosa è successo? Siamo stati spaventati e inorriditi, poi ci siamo in qualche misura assuefatti. E’ calata la nebbia indistinta dei grandi numeri. 40000 o 60000 sono cifre che in fondo ci sembrano appartenere allo stesso intorno, la differenza non la cogliamo.
Ma in questo esempio sono 20000 vite di differenza.
Provo a rappresentare quei numeri in maniera diversa e forse tornerà ad apparire per un attimo la realtà, oltre la nebbia.
Se poniamo in una sequenza giornaliera gli 800 decessi quotidiani, abbiamo che una persona muore in Italia di Covid19 ogni due minuti, anzi meno (ci sono 1440 minuti in un giorno). Nel tempo che impiegate a leggere – se vorrete – queste mie sciocchezze e a mandarmi a quel paese, almeno un altro italiano non ci sarà più. Se vorrete soffermarvi sul dato, probabilmente saranno due. (Ovviamente i decessi non avvengono serialmente, ma ci siamo capiti, spero…).
Negli Stati Uniti questo dato è di circa un decesso ogni 40 secondi. 40 secondi. Riuscite a vedere i volti, nella nebbia?

3. L’impersonalità del numero

Questo è il punto per me più doloroso. Una singolo storia ci parla. Smuove la nostra emozione. Un numero senza storie, mettiamo il numero 827, no.
La cosa più drammatica di questa situazione è lo scomparire nel completo anonimato delle vite. Senza nessuno a testimoniare, a raccontare. Si svanisce e basta. Persino il racconto postumo, l’incontro nel nome del defunto, il funerale, è stato necessariamente negato a molti.
Quegli 827 diventano allora “solo” un numero quotidiano. Un numero di per sè è neutro. Non vale neppure la pena di riportarlo, e infatti spesso non viene nemmeno più riportato. Si cita la curva del contagio in decrescita (e lo è) o il rapporto positivi su tampone o l’indice Rt e via dicendo.
Mi ha colpito enormenente la prima pagina online del quotidiano “Il domani”. Riportava i dati del giorno – e quello sui decessi era particolarmente drammatico – senza mostrare il numero dei morti, il dato più importante di tutti. Non è un caso, non lo è affatto. In contemporanea, il quotidiano “La Repubblica” riportava i dati del contagio (lì i morti c’erano, ma in corpo più piccolo dopo aver titolato che “i dati della diffusione sono in miglioramento”). La notizia era sotto la piega, come diciamo nel web. Cioè, per vederla occorreva scrollare la pagina, non essendo immediatamente visibile.
Quegli 827 non ci parlano più. Ci toccano solo se in quel conteggio ci sono volti che conosciamo, e allora il numero ridiventa carne. Ma nella coscienza collettiva – ammesso che questo voglia dire qualcosa – sono svaniti nella nebbia. Un nome noto può bucare per un attimo la nebbia. Ma in genere quelle centinaia di vite evaporano ogni giorno attraverso la rappresentazione di un numero riportato a fatica, uno sgradevole dato secondario. Ognuno di quei numeri significa la perdita di un patrimonio di informazioni enorme. La somma di ciò che si è perso in un anno, se vogliamo freddamente vederla così, è una dispersione immane di esperienza, informazione, e naturalmente affetti.Forse proprio per questo, cerchiamo di vedere altro.

4. Perchè la divisione a zone può essere un boomerang

La suddivisione del territorio in fasce di pericolosità, con conseguenti restrizioni variabili, è solo apparentemente una buona idea.
Mi correggo: l’idea è buona. Anzi, ottima. Ma c’è un prerequisito: devono esistere zone che ricadono in un’area di vero controllo della diffusione, cioè con una catena del contagio limitata e tracciata. Consentire la mobilità e togliere restrizioni in quelle zone è giustissimo. Se nessuna zona ha quelle caratteristiche, però, la divisione in fasce può essere un boomerag. In Italia, con 25000 o 30.000 contagi rilevati, diffusi su tutto il territorio, non esistono zone verdi. Il sistema zonale aveva e ha un senso in Australia, o in Nuova Zelanda, e in effetti è stato applicato con successo.
Io penso che in Italia sia un modo per dare l’impressione di “guidare” i processi, anzichè subirli.
“Scalare” a giallo dà poi l’impressione erronea di un “problema sotto controllo”, con ciò che ne consegue per l’evoluzione futura.
Dovremmo chiederci quale sia la regione con la tendenza peggiore in questo momento. E’ il Veneto, non a caso una regione “gialla”. Il che peraltro porta con sè un altro punto che personalmente mi angoscia: il parametro chiave per determinare il colore è la capacità di ospedalizzazione e il numero di posti letto a disposizione nelle terapie intensive. Il Veneto ha un numero giornaliero di decessi purtroppo altissimo, ma tanti posti letto. Quindi è giallo. Ancora una volta: la morte diventa un parametro secondario, nel luminoso mondo della tecnica.

5. La storia non insegna (eppure ha molto da dirci)

Non solo i modelli matematici ma anche la storia avevano indicato da subito ciò che sarebbe accaduto. La storia di ogni pandemia ci parla. Se ci riferiamo a tempi storicamente documentati, le immagini e i resoconti della grande epidemia spagnola sono lì a mostrarci lo scenario. Abbiamo le foto, i giornali, i dati sanitari, i resoconti. Qualcuno ha persino usato le tecniche di AI per colorare le foto di allora e restaurarle, e quello che è saltato fuori siamo praticamente noi ogni giorno, solo con vestiti di foggia diversa.
Sono stato preso in giro – e anche giustamente – per la mia ossessione nel mettere in parallelo la storia di allora e il nostro quotidiano, eppure resto convinto di quanto avremmo potuto capire e non abbiamo voluto capire. Era ed è un’eresia sostenere che abbiamo largamente ripercorso gli errori di cento anni fa e che la scienza ha conosciuto una Caporetto se possibile persino peggiore di allora. Ma così è stato.
Distanziamenti e confinamenti, scuole aperte o chiuse, mascherine sì o no, le varie ondate. Il minimizzare e il panico, il dolore privato e l’euforia, la grande cancellazione della memoria pubblica, la voluta amnesia che arriverà quando tutto sarà passato. La storia ci parla. La storia e i modelli matematici ci raccontano molto. Sapevamo tanto. Non tutto, ma tanto.

Per questo continuo a dire che nessuno deve dire di essere sorpreso, non lo accetto e non lo accetterò mai. Ho sentito qualche giorno fa una giornalista, Lucia Annunziata, dire in televisione che “siamo stati tutti sorpresi dalla velocità inaspettata di questa seconda ondata”. E’ solo un esempio tra mille. Una frase che reputo intellettualmente inaccettabile.
Sapevamo, in dettaglio. Ripeto: lo sapevamo benissimo.
Ci sono precise responsabilità. Quantomeno storiche, a futura memoria per i pochi che vorranno leggere.




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