Ogni tanto capita di trovare i cinque minuti in cui infilare quattro parole a caso, da buttare lì sulla tastiera. Perchè il vetro davanti agli occhi restituisce le montagne con chiazze di sole. Perchè le nuvole sono tante, e di varia foggia, e i pensieri pochi, fortunatamente pochi. Mi piacciono i fiori di campo nella brocca. Cerco con lo sguardo le piante nei vasi che crescono, lentamente crescono. Gli steli del prezzemolo si piegano verso la luce.
Attendo il momento del caffè. Sistemo fogli e sbrigo noiosità di lavoro. Il tempo inutile del lavoro, sottratto all’impastare il pane e al rincalzare le piante. Quello tolto dagli uffici ululanti o sbadiglianti alle biglie sul tappeto con la masnada sudata dei bimbi, e ai libri. Libri di lepri in fuga e di garibaldi non feriti, storie di berlino e uomini appassionati di piante e uccelli. Sfioro con il pensiero le solitudini misteriose che ho vicino. Attendo di vedere il nuovo film di Moretti, e di amareggiarmi. Rifletto pochi secondi sull’ultimo libro di Eco, su quel cattivissimo protagonista – un concentrato di orrore – che poi riassume in sè tutti i vizi degli sventurati italiani, razza dannata. Mi riprometto come sempre di scegliere solo stranieri, inglesi in primis, come compagni di viaggio nelle letture. E aspetto con le narici attente il profumo del caffè che non dovrei bere, mentre fingo attenzione e nobile contegno per la questione economica del giorno.
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